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02 aprile 2025

L'Exoparia e l'illusione della paleoarte anatomicamente accurata

Un ciuffo di penne modificate circondava l'orecchio dei dinosauri, fungendo da padiglione auricolare? Prima di commentare schiumando bile d'indignazione, leggi questo post...


Nel mio libro "Ricostruire i Dinosauri" dedico un capitolo ai limiti della ricostruzione paleontologica. Alcuni di questi limiti sono contingenti, dovuti all'attuale stato della conoscenza, quindi potenzialmente superabili in futuro grazie a nuove scoperte o all'introduzione di nuovi metodi di indagine, ma altri sono intrinseci e fondamentali, risiedono nella natura stessa della paleontologia e non potranno mai essere superati, se non nella improbabile eventualità di avere di fronte l'organismo estinto ancora in vita (una contraddizione logica che, di fatto, comporta la traslazione dell'organismo dalla paleontologia alla biologia, quindi rendendo inutile una "ricostruzione" di qualcosa che a quel punto diventa palese davanti a noi).

Il limite fondamentale della ricostruzione paleontologica è che essa si fonda sulla analogia con il vivente, ed è quindi vincolata al campione di opzioni dato dal vivente. A meno di non essere degli irriducibili attualisti e credere che tutte le opzioni biologiche possibili siano espresse dalle forme di vita attuali, dobbiamo necessariamente ammettere che nel passato siano esistite condizioni biologiche non più osservabili in natura, e quindi automaticamente escluse dal campione di opzioni viventi dalle quali attinge la procedura analogica della ricostruzione paleontologica.

Corollario: esisterà sempre qualcosa nella paleontologia che non è possibile ricostruire. Cosa? Non possiamo saperlo, dato che non è possibile conoscere ciò che non è ancora noto.

Come ho scritto prima, una parte di questi limiti è destinata ad essere superata, grazie a nuove scoperte. La storia della paleontologia dei dinosauri è costellata di esempi di strutture molli, tegumenti e parti non-ossee che, una volta scoperte, sono risultate essere del tutto impossibili da determinare partendo dalla analogia con le sole specie viventi, perché non erano condivise in nessun animale di oggi. Al tempo stesso, il numero progressivamente crescente di questi tessuti, organi e condizioni biologiche scoperti e del tutto inattesi prima della scoperta dimostra che, potenzialmente, la quantità di elementi anatomici a noi ancora del tutto sconosciuti è molto più grande di quello che possiamo immaginare.

Ecco alcuni esempi che illustrano quanto ho appena scritto:


Sebbene alcuni paleontologi avessero ipotizzato che alcuni dinosauri fossero piumati anche prima della scoperta di questo tegumento nei dinosauri (scoperta avvenuta in modo definitivo nella seconda metà degli anni '90 del XX Secolo), nessun paleoartista aveva mai azzardato l'ipotesi che i dinosauri avessero tipologie di piumaggio del tutto nuove ed assenti negli uccelli moderni.

Ad esempio, nessun uccello moderno ha la complessa tipologia di penne remiganti metatarsali sulle gambe come osserviamo nei Microraptorinae.

La lista di tipi di piumaggio non-aviano assenti negli uccelli moderni è lunga:

Le "penne allungate nastriformi" presenti in alcuni scansoriopterygidi e pigostiliani basali sono strutturalmente prive di equivalenti moderni.

Beipiaosaurus mostra un tipo di grandi "penne" simili a foglie nastriformi prive di corrispondenti moderni.

Sinornithosaurus mostra lunghi ciuffi di filamenti semplici collegati solo alla base e filamenti moderatamente ramificati. Nessun uccello moderno mostra questa tipologia di piumaggio.

Anchiornis presenta livelli successivi di sottili penne sulle ali, secondo un pattern diverso da quello che forma la superficie alare degli uccelli moderni.

Psittacosaurus presenta un corpo squamato ed (almeno sulla coda) una fitta schiera di setole non ramificate. Nessun rettile moderno mostra questa combinazione di tegumento.

Kulindadromeus mostra una complessa combinazione di "proto-piume" e squame in diverse parti del corpo. Nessun rettile né uccello moderno è lontanamente analogo a questa condizione.

Il piccolo theropode Juravenator presenta filamenti semplici associati a pelle squamata, un altro mix di elementi del tutto privo di analoghi viventi.

La lista di tegumenti dinosauriani privi di analoghi moderni non si limita alle piume. Anche le squame dei dinosauri sono in molti casi del tutto originali e prive di analoghi viventi, al punto che è stato necessario introdurre nuove terminologie per descriverle.

Ad esempio, la maggioranza dei grandi dinosauri ricoperti di squame è dotata di una fittissima squamatura di piccole "squame basement" associata ad una meno densa serie di più ampie "squame feature". Un simile pattern non si osserva nei rettili di oggi, e sarebbe impossibile da determinare partendo solo dalle specie viventi come modello di riferimento.

In alcuni grandi dinosauri sono presenti dei "cluster" di squame raggruppati per forma e dimensioni in certe parti del corpo, una condizione assente nei rettili moderni ma che potrebbe essere stata dotata in vita di differenti colorazioni.

Recentemente, in alcuni Hadrosauridae è stato osservato un nuovo tipo di squame dalla forma irregolare, "a gancio", del tutto assente nei rettili odierni.

Le texture delle superfici subcutanee delle ossa facciali di molti dinosauri non sono riconducibili fedelmente né alla tipologia dei coccodrilli né a quella di altri rettili, e ciò implica un tipo di tegumento facciale in questi dinosauri che non è del tutto equivalente ad alcun modello vivente (è questo il motivo principale per cui si discute tanto, e spesso in modo contraddittorio, intorno alla ricostruzione facciale di alcuni dinosauri come i Tyrannosauridae). La densità di forami neurovascolari ed il grado di rugosità sulle ossa facciali di molti dinosauri sono minori di quelle dei coccodrilli ma maggiori di quella delle lucertole: che tegumento dobbiamo ricostruire?

Anche se tradizionalmente si ricostruiscono i piedi dei dinosauri prendendo le scutellature degli uccelli come modello, oggi sappiamo su basi embriologiche che le scutellature aviane sono piume modificate, e potrebbero non essere omologhe alle squamature delle zampe dei dinosauri.

La lista delle condizioni anatomiche dinosauriane assenti nelle specie viventi si estende anche alla muscolatura.

La recente scoperta dell'exoparia (muscolo o legamento facciale che collega la regione zigomatica alla superficie laterale del surangolare mandibolare) dimostra che non tutti i muscoli/legamenti dei dinosauri non-aviani hanno degli analoghi viventi ricavabili in modo semplice e lineare.

Pur derivando dall'impianto generale rettiliano, il sistema muscolare masticatorio di molti ornitischi non ha alcun equivalente moderno. In questi animali, un'inusuale meccanica delle ossa mandibolari implica un modello masticatorio che non si osserva in alcun animale di oggi.

L'impianto dei muscoli della gamba nei dinosauri non-aviani non è una copia fedele né del modello rettiliano (coccodrilliano) né di quello aviano. A differenza dei coccodrilli, i dinosauri tendono ad avere una inserzione più prossimale di parte della muscolatura del piede, ma a differenza degli uccelli conservano il distretto degli estensori del bacino come principale sistema di trazione dell'arto. La caviglia dei dinosauri è un unicum non riconducibile agli uccelli o ai coccodrilli, perché presenta un'articolazione mesotarsale semplice privata di un momento estensorio della caviglia. Pertanto, sia nella muscolatura che nella dinamica di camminata, i dinosauri non-aviani non possono essere ricostruiti prendendo come modello base qualche animale odierno (a differenza delle ricostruzioni ormai mainstream di Paul e Bakker).

Il sistema di ventilazione dei dinosauri non è riconducibile fedelmente né ai modelli rettiliani né a quello aviano. In alcuni casi, come gli ornitischi e nei dromaeosauridi, il meccanismo di ventilazione ha comportato una originale riorganizzazione della muscolatura pelvica. Pensare che questi animali ventilassero come coccodrilli o come uccelli è quindi improbabile.

Molti ornitischi hanno tendini ossificati sul dorso e sulla coda. Alcuni theropodi hanno accenni di ossificazioni nei tendini di dorso e coda. I Dromaeosauridae hanno spesse guainee di ossificazioni nella coda. Non esistono analoghi viventi per queste combinazioni di elementi strutturali: che effetto avevano questi elementi sulla muscolatura, la ventilazione e sulla locomozione negli animali in vita?

La scoperta di dentature fossili di sauropode letteralmente "ancorate al nulla" ha dimostrato che in questi animali un tessuto non-osseo, probabilmente la gengiva ispessita, fungeva da ancoraggio per i denti: si tratta di una modalità di impianto boccale che non ha equivalenti moderni. Dato che la texture dello smalto di questi sauropodi mostra bizzarre analogie con quella di molti denti di theropodi, è possibile che una peculiare organizzazione orale fosse diffusa in molti altri dinosauri, non solo nei sauropodi.

Molti dinosauri mostrano contemporaneamente una parte del muso su sui ancorava un becco corneo ed un'altra parte della bocca che porta i denti: questo modello di organizzazione boccale non ha equivalenti moderni tra i rettili o gli uccelli, e non è quindi riconducibile né al solo becco aviano né alla classica bocca rettiliana.

Siamo veramente sicuri di aver capito come fosse organizzata la parte molle di queste bocche in vita?

Questa è solo una breve lista di ciò che abbiamo scoperto finora essere stato presente nei dinosauri ma essere assente nelle specie viventi oggi. Quanto ancora non abbiamo scoperto? Il mio sospetto è che questa sia solo la punta dell'iceberg. Purtroppo, non possiamo sapere quello che non conosciamo.

Al tempo stesso, ciò è enormemente eccitante e stimolante per noi paleontologi, perché sappiamo che c'è ancora un intero universo di scoperte che attendono di essere riportate alla luce.

Cosa ci aspetta il futuro? Non possiamo saperlo. Ma se il trend di scoperte che ho elencato sopra è indicativo di una regola generale, allora è ragionevole concludere che conosciamo ancora molto poco del reale aspetto e della effettiva biologia dei dinosauri.

L'immagine dei dinosauri a cui siamo più affezionati, pertanto, è molto probabilmente solo un'illusione temporanea.


18 maggio 2024

Giochiamo con la paleoarte aumentata

Trasformazioni ricorsive tramite una AI di una foto del vostro blogger ai tempi in cui supervisionò la scultura di Neptunidraco di Davide Bonadonna. Le AI amano aggiungere narici (che poi si trasformano in occhi)...


Ho usato una delle tante AI che creano immagini, disponibili online, per "aumentare" alcune opere di paleoarte. 

Iguanodon di Burian.

Tyrannosaurus e Pteranodon di Hallett.

Daspletosaurus e Styracosaurus di Gurche.

Halszkaraptor di Panzarin



26 luglio 2023

Dinosauri, labbra, guance, e la sagra dell'errore



Tutti possono commettere degli errori. Sia il neofita alle prime armi che il professionista con decenni di esperienza. Questo umanissimo e democratico principio non va però stravolto né distorto per imbastire una retorica populista. Errare è umano, ma non tutti errano allo stesso modo. Difatti, ciò che distingue il neofita dal professionista non è il fatto di errare, ma il modo con cui si può sbagliare e le conseguenze di tale errore sulla persona che ha errato. Ovviamente, anche questa è una legge statistica, ma è anche un criterio con cui separare il "vero esperto" dal ciarlatano. Il vecchio motto "errare è umano, perseverare è diabolico" si applica molto bene a certi soggetti online, i quali persistono nella ottusa difesa della loro idea anche quando il mondo intero ha spiegato loro la natura del loro errore, l'insostenibilità della loro idea. Ogni riferimento ad autori di blog su "eresie pterosauriane" è ovviamente voluto.

Una delle principali differenze tra "esperto" (oppure il "professionista") e "neofita" (oppure il "ciarlatano") è che l'esperto ha maggiore probabilità di correggere autonomamente i propri errori e maggiore propensione a riconoscere di aver sbagliato rispetto al neofita, il quale, proprio perché dotato di un minore bagaglio di esperienza e competenza, può non essere in grado di analizzare criticamente la propria posizione e di rimediare ai propri errori. Poi non è detto che l'esperto abbia sempre ragione, ovviamente, ma dubito che in base a questo principio di disincantato buon senso qualcuno di noi preferirebbe farsi operare al cuore da un neofita della medicina rispetto che da un chirurgo professionista. Infine, è quasi superfluo rimarcare che il ciarlatano ha l'aggravante rispetto al neofita che sovente persevera nell'errore non per ingenuità ma per calcolo e opportunismo.

In effetti, possiamo dire che la capacità di auto-correggersi è proprio uno degli elementi che distinguono l'esperto dal neofita. Il secondo ha maggiormente bisogno di un insegnante, di un tutore, di un aiuto esterno, per rendersi conto degli errori che commette. Senza tale aiuto, è probabile che continuerà a ripetere i propri errori.

Tutti siamo neofiti, cambiano solo gli ambiti in cui lo siamo. Ma non tutti siamo esperti in qualcosa. Tutti si nasce neofiti ma per diventare esperti occorre applicarsi, lavorare sodo, fare gavetta, costruirsi un curriculum, rimboccarsi le maniche, partecipare alle gare con onestà e dedizione, ma anche commettere errori dai quali imparare e crescere. Albert Einstein definì la Costante Cosmologica il "più grande errore della sua vita", errore dal quale seppe però trarre ispirazione per ulteriori progressi nelle sue ricerche. Il tiktoker che vi vuole spiegare come funziona la cosmologia perché ha letto qualche articolo scaricato online è improbabile che si renda conto della serie di banalità che sta articolando più o meno a caso per darsi un tono di competenza.

Ci sono temi che attirano i neofiti più facilmente di altri. Potete trovare decine di video su YouTube con tizi che vi parlano delle dimensioni dell'universo, o delle dimensioni dei denti del T-rex, ma difficilmente trovate un video dove l'autore parla di come risolvere un'equazione della relatività generale fondamentale per stabilire le dimensioni dell'universo, oppure un video che discute del residuale nell'allometria delle dimensioni dei denti come criterio per discriminare partizioni ecologiche in Theropoda. Potete trovare video e post che vi spiegano perché l'autore ha capito tutto più degli altri, ma non trovare video o post in cui l'autore vi spiega perché ha cambiato idea nella valutazione di un fenomeno.

Io non ho problemi a dire che negli anni ho cambiato idea nella valutazione della popolare questione su come ricostruire il tegumento facciale nei dinosauri, in particolare nei theropodi. Ed ho cambiato idea perché nell'esporre certi argomenti negli anni passati sono stato superficiale ed ho affrontato il tema in modo ingenuo. E sono stato ingenuo perché ho parlato di quel tema senza avervi dedicato anni di lavoro e ricerca tecnica, ovvero, senza esserne un esperto. Sono stato ingenuo perché ho messo sullo stesso piano le opinioni degli esperti con quelle dei neofiti, senza ponderarne il relativo peso specifico. Io sono in primo luogo un filogenetista e studioso dell'evoluzione del piano corporeo aviano lungo Dinosauria. Il mio ambito principale è la morfologia dello scheletro ed il modo di tradurre l'informazione osteologica in segnale filogenetico. La ricostruzione delle parti molli non è il mio ambito principale di esperienza. Conosco l'anatomia comparata, ovviamente, in quanto bagaglio fondamentale del paleontologo dei vertebrati, ma non ho mai lavorato espressamente con l'anatomia comparata delle parti molli dei rettili e degli uccelli. Non ho mai lavorato su dissezioni di animali moderni, né mi occupo di analizzare elementi come il tracciato dei vasi sanguigni encefalici, l'origine ed inserzione dei muscoli del bulbo oculare, o l'embriogenesi dell'innervazione dello splancnocranio. Eppure, questi elementi anatomici relativi a parti molli di animali viventi sono fondamentali per affrontare la questione della ricostruzione delle parti molli in un dinosauro estinto. Per questo motivo, non mi occupo di pubblicare studi tecnici che discutono del tegumento facciale dei dinosauri, perché non è il mio ambito di competenza. Dubito che avrei qualcosa di significativo da dire in quel campo, a meno che non decida di specializzarmi in quella direzione e mi prenda un decennio di attività di laboratorio e di dissezione anatomica per acquisire quel minimo di competenza con cui pensare di scrivere un qualche articolo interessante sul tema. 

Temo che l'ipotetico tiktoker che vi parla di tegumento nei dinosauri non si pone questo tipo di scrupolo, e continuerà imperterrito a dire la sua in merito a qualcosa che non conosce. Che fare? Possiamo orientarci nel mare di opinioni?

Il fatto che io non abbia intenzione di specializzarmi nello studio del tegumento facciale dinosauriano non significa che non possa comunque cercare di informarmi sulla questione. E come? Semplice, andando a leggere la produzione scientifica di chi è esperto in quel campo, andando a leggere i lavori tecnici di chi in quel settore ha dedicato molti anni di studio e ha quindi maturato la necessaria competenza. In una parola, andando a leggere gli studi degli esperti.

Gli esperti di parti molli dei dinosauri ci sono. Non sono molti (già siamo pochi a studiare le ossa, figuriamoci quanto pochi siano gli esperti nella ricostruzione delle parti molli dei fossili) ma esistono, ed esiste la loro produzione scientifica e la letteratura che affronta questi temi in modo rigoroso e scientificamente attendibile.

In questo periodo, sto leggendo gli studi che analizzano la ricostruzione della muscolatura cranio-facciale dei dinosauri. Sono lavori molto complessi, perché devono in primo luogo partire dalla dissezione delle specie viventi, identificare i correlati osteologici delle parti molli, e poi definire livelli di inferenza filogenetica tra tali correlati e le parti molli perdute dei fossili. Ovviamente, avere un bagaglio di conoscenza anatomica derivante dai miei ambiti particolari di ricerca, così come l'avere una preparazione naturalistica generale di livello universitario sono fondamentali per poter affrontare questo tipo di letteratura. Non sono articoli da leggere per far conversazione al bar (a meno che non siate al bar degli anatomisti). Non illudetevi che scaricare qualche articolo partendo da zero vi permetta di farvi un'opinione ponderata. Mi spiace, ma le cose belle non sono mai facili né semplici, nemmeno per chi mastica questi temi da decenni. 

Dalla lettura ancora in corso di questi studi, sta emergendo nella mia mente un quadro sempre meglio definito. In particolare, sto riconoscendo (e quindi correggendo, almeno nella mia testa) gli errori che persistono online e che anche io avevo commesso in passato. Li posso riassumere in questi punti:

1- Non tutti gli elementi anatomici citati in passato sono pertinenti alla discussione delle parti molli della regione facciale dinosauriana. Ad esempio, l'overbite non è un elemento pertinente la questione, e citarlo è del tutto fuori luogo.

2- Non tutti gli elementi anatomici citati in passato sono pertinenti al medesimo problema. Ad esempio, la morfologia della regione subcutanea delle ossa dermiche facciali non è covariante con il pattern di neurovascolarizzazione periorale. Ovvero, ricostruire l'una non implica ricostruire l'altra.

3- L'inferenza filogenetica è sovente fraintesa, malintesa e male applicata da chi parla di questi temi online. Trovo molto istruttivo che la letteratura tecnica sul Extant Phylogenetic Bracketing (quella che in italiano chiamo sbrigativamente "inferenza filogenetica") abbia previsto più di 25 anni fa temi e problemi che oggi riempiono la bocca di molti commentatori sulla questione. Il fatto che ancora oggi si leggano (e sentano) scempiaggini su come fare inferenza filogenetica delle parti molli dimostra quanto poco approfondita sia la competenza di chi online pretende di commentare la discussione sulla ricostruzione delle parti molli nei fossili.

4- La letteratura esiste, ma molti la ignorano. Gli studi tecnici sono lunghi e complessi, perché lunga a complessa è la questione. Ma la loro complessità non è un argomento valido per ignorare l'esistenza di questi studi. Se si vuole parlare in modo serio di questi temi, è obbligatorio conoscere la letteratura prodotta su di loro. Ad esempio, nell'ultimo quindicennio sono stati pubblicati innumerevoli lavori di ottima qualità sulla ricostruzione della muscolatura masticatoria nei dinosauri. Questi studi nascono per comprendere la dinamica masticatoria dei dinosauri, quindi per meglio affrontare e capire la loro ecologia ed evoluzione, ma hanno anche implicazioni molto rilevanti per la ricostruzione di questi animali. Ovvero, non è possibile discutere di labbra e guance nei dinosauri senza sapere come si deduce il modo con cui questi animali processavano il cibo che ingerivano. Eppure, vedo innumerevoli discussioni su questi temi affrontati da persone che nemmeno sono a conoscenza della letteratura relativa. Il risultato di questa ignoranza (nel senso letterale del termine) è che circola più o meno implicitamente il falso mito che "qualsiasi opzione è valida" perché, dopo tutto, non abbiamo ancora capito come questi animali erano fatti. Oppure si persiste ad utilizzare modelli anatomici ormai obsoleti e ampiamente falsificati, che persistono come "fatti" popolari solamente perché si ignora che qualcuno li ha analizzati nel dettaglio e li ha revisionati in modo rigoroso nella letteratura tecnica.

5- Il dibattito non copre l'intero insieme dei fenomeni pertinenti. Faccio solo questo esempio, che però considero significativo. Nel dibattito che riempie le bocche ed i cuori degli appassionati, si parla molto di idratazione dello smalto e per niente di morfologia delle vie respiratorie superiori. Eppure, tutti gli animali coinvolti nella discussione hanno vie respiratorie superiori ma non tutti hanno smalto (e denti): perché mai solo uno dei due dovrebbe essere un elemento importante per la questione del tegumento orale mentre l'altro dovrebbe essere del tutto ignorato? Le vie respiratorie superiori della maggioranza dei rettili sboccano nella regione orale, quindi la loro evoluzione impatta l'evoluzione del cavo orale. Esattamente come molti ignorano l'importanza della muscolatura masticatoria nel ricostruire il tegumento facciale dei dinosauri, sospetto che molti elementi chiave del problema siano quasi del tutto ignorati e fraintesi. Questi elementi sono ignorati volontariamente (ovvero, sono ritenuti non pertinenti), oppure (come temo) si tratta dell'ulteriore esempio della sostanziale ignoranza in merito ai fondamentali, una lacuna che permea buona parte del dibattito?

6- Non tutte le opinioni pubblicate sono pertinenti. Solo perché qualcuno ha pubblicato un paragrafo di commento alla questione non implica che quel paragrafo abbia lo stesso peso del lavoro svolto da chi in quel settore studia da anni. E ciò è ancora più vero se il paragrafo in questione commette alcuni degli errori elencati nei punti precedenti. Si riconosca che il dibattito non è solo uno scontro tra opzioni di ugual peso ma in primo luogo una discussione tra diversi livelli di inferenza e profondità.

7- Ignorate le implicazioni paleoartistiche. Se vi appassionate al dibattito principalmente perché volete una qualche istruzione su come ricostruire un dinosauro, evitate di entrare nella questione paleontologica. Il motivo? State invertendo l'ordine dei fattori. Nel 99% dei casi se partite da una prospettiva prettamente paleoartistica avrete già nella vostra mente una qualche predisposizione iconografica, una qualche preferenza verso questa o quella rappresentazione. Insomma, sarete plagiati dal vostro stesso gusto artistico, e questo inciderà inconsciamente sulla vostra capacità di ponderare in modo oggettivo e razionale gli elementi del dibattito scientifico. Non è colpa vostra, è una normalissima impostazione umana. Anche io ho le mie "preferenze" paleoartistiche, ma quando discuto di questi temi anatomici faccio di tutto per censurarle e disattivarle dal mio cervello. Non si può ricostruire le parti molli di un fossile in modo obiettivo se si ha già in testa un qualche obiettivo da realizzare! Se non siete in grado di separare la questione paleoartistica da quella paleontologica, correte il rischio di distorcere la vostra capacità di giudizio paleontologico in funzione delle vostre (legittime, sacrosante, io non le metto in discussione) preferenze estetiche ed artistiche. La ricostruzione delle parti molli di un animale estinto non è argomento di estetica o di gusto personale, né di "buon senso" o di "per me era così": o si dispone di elementi scientifici oggettivi, testabili e ripetibili, oppure non si ha nulla da dire. Ed in tal caso, è saggio tacere piuttosto che inquinare il discorso scientifico con motivazioni non scientifiche nei confronti delle quali non siamo in grado di rapportarci in modo distaccato.

Ripeto, essere condizionati dai propri gusti estetici è un limite umano, e non c'è niente di male ad essere vittime di tali bias. Ma occorre riconoscerlo. Anzi, tale riconoscimento è il primo passo verso un approccio serio e razionale alla ricostruzione dell'aspetto delle nostre creature estinte preferite. La domanda in questi casi è se siamo veramente disposti ad accettare una rappresentazione paleontologica fondata su evidenze scientifiche qualora essa comporti l'abbandono della nostra iconografia preferita.

 La domanda la pongo a voi, ma anche a me stesso.






 

06 luglio 2023

Paleoarte vs AI

Il futuro prossimo venturo?

Un tema ricorrente nella fantascienza è lo scontro tra l'umanità ed una qualche forma di intelligenza artificiale divenuta talmente potente e complessa da ribellarsi ai suoi creatori e minacciarne l'esistenza. Se questo tipo di timori è ancora da collocare nel remoto futuro dell'umanità, forse si inizia a vedere una forma più blanda di guerra tra uomo e macchina nell'ambito della creatività (o, perlomeno, della produzione di iconografie). Il dibattito sull'impatto delle "Intelligenze Artificiali" nel mondo dell'arte è appena iniziato, ed è già molto acceso ed articolato. 

E in paleoarte? Come stanno le cose a casa nostra?

Un lettore della pagina Facebook del blog mi ha segnalato la locandina di un non ben specificato evento paleontologico in Sardegna. La locandina a prima vista pare un'immagine paleoartistica di Tyrannosaurus. Tuttavia, appare immediatamente chiaro che l'immagine in questione non sia una ricostruzione paleontologica realizzata da un artista paleontologico, bensì sia un'immagine generata da una "Intelligenza Artificiale". Indizi per questa identificazione sono il numero esagerato e la forma dei denti, e la presenza di un paio aggiuntivo di narici collocate nel mascellare: sono quel genere di errori anatomici che ho riscontrato di recente colpire le "ricostruzione di dinosauro" realizzate da questi software. Inoltre, l'opera appare fredda e senza anima, il tutto condito con una punta inquietante tipica di queste immagini realizzate dal computer.

Sono molto preoccupato per l'affermarsi di queste "ricostruzioni" come sostituti delle opere realizzate dai paleoartisti. Per varie ragioni.

1. Il lavoro di paleoartista è già miserabile anche senza l'avvento delle AI. Molti paleoartisti non sono minimamente retribuiti per le loro opere, e spesso non c'è modo di impedire l'uso non autorizzato, l'abuso ed il plagio delle proprie opere. Se ora chiunque può realizzare una locandina per i propri scopi senza avere bisogno di un paleoartista, le prospettive lavorative per questi autori si fanno ancora più misere. E ciò non va certo a vantaggio della categoria.

2. Questo opere sono brutte, fredde, ma soprattutto, pacchianamente inaccurate sul piano anatomico. Creste bislacche, fosse e finestre messe a caso, muscoli senza motivo, anche una minima conoscenza della anatomia dinosauriana fa a cazzotti con queste opere. Già facciamo fatica a contrastare il proliferare della paleoarte inaccurata e dozzinale prodotta dagli esseri umani, come potremmo contrastare la proliferazione di opere che sono ancora più pacchiane e grossolane? 

Per lo meno, nessun artista umano si sognerebbe di mettere due paia di narici in un dinosauro!

3- Infine, c'è anche un motivo più profondo per essere preoccupati dalla affermazione di queste opere come sostituti della paleoarte "vera" realizzata da esseri umani. Un motivo che va alla radice profonda di cosa sia la paleoarte.

Torniamo alla domanda fondamentale della paleoarte: cosa rappresenta un'opera di paleoarte? Un animale estinto? No. Una scena del passato? Nemmeno. La paleoarte è la rappresentazione di un insieme di ipotesi fondate paleontologicamente. Ovvero, dietro la vera paleoarte c'è sempre una teoria paleontologica. Non importa quanto consapevole, né quanto esplicita, essa comunque esiste anche solo come base tecnica per l'esecuzione dell'opere. C'era dietro le opere di Knight, c'era dietro le opere di Burian, c'è dietro le opere di Troco. Ogni opera di Paleoarte ha una base teorica che la fonda. Una teoria sul Tempo Profondo, sulla Anatomia Comparata, sulla Storia Evolutiva. Il bravo paleoartista non è quello che ti ricostruisce il dinosauro più vero del vero, ma quello che trasmette (perché ispirato da) una peculiare teoria paleontologica. La Paleoarte è la rappresentazione della Scienza Paleontologica prima ancora che l'illustrazione del passato profondo. 

Un programma informatico che produce una ricostruzione di dinosauro utilizzando degli algoritmi di intelligenza artificiale NON può produrre paleoarte, perché quel programma non può concepire nella "sua mente" né comprendere "nella propria testa" alcuna teoria paleontologica. Esso si limita a processare simboli e a tradurli in serie di pixel: ma questo NON è e NON sarà mai una rappresentazione paleoartistica. Mettere pixel in modo apparentemente convincente non significa avere consapevolezza di voler trasmettere un significato. Almeno fino al giorno in cui un programma di intelligenza artificiale non sarà in grado di capire i concetti della paleontologia. Ma tale giorno è ancora molto lontano (e forse non arriverà mai).

Pertanto, sostituire la paleoarte "umana" con queste immagini prodotte da un computer significa sostituire una mente che pensa e riflette sulla paleontologia con un algoritmo che non pensa né riflette su alcunché. Significa sopprimere la sostanza conservando un surrogato della forma. E questo è un passaggio che inevitabilmente impoverisce e degrada il senso ultimo di qualunque rappresentazione paleontologica.

11 aprile 2023

PALEOART EXPERIMENT - Volume 3

 Terzo esperimento della serie sulla "paleoarte sperimentale".

Dopo il mammifero e l'aviano, è la volta del lepidosauro.

Il cranio da ricostruire era questo:


I sette partecipanti hanno prodotto varie opere, ed anche in questo caso, la "accuratezza" è stata misurata usando 16 elementi anatomici non-scheletrici.

[1] 'Absence of dorsal crest.'

[2] 'Nucal and dorsal osteoderms.'

[3] 'Red-colored head skin.'

[4] 'Black eye.'

[5] 'Small naris.'

[6] 'Naris inside scale.'

[7] 'Labial scales deeper than long.'

[8] 'Large oval ear opening.'

[9] 'Mouth reaches ear level.'

[10] 'Gular scales polygonal.'

[11] 'No jugal frill.'

[12] 'No gular frill.'

[13] 'Oral margin at maxilla ventrally convex.'

[14] 'Suborbital skin smooth.'

[15] 'Band of dark striae with small scales in neck.'

[16] 'No horns.'

La specie in questione è Dracaena guianensis, un teiidae sudamericano.

fonte: https://www.everythingreptiles.com/caiman-lizard/

Le varie interpretazioni hanno ottenuto un "indice di accuratezza" che oscilla tra il 25% ed il 75%, ma dato il campione ridotto di opere, non è possibile produrre delle statistiche significative. Nondimeno, come nei precedenti esperimenti, nessuna opera, pur nei casi in cui l'autore probabilmente ha "colto" l'aspetto dell'animale, ha superato la soglia di accuratezza del 80%.

Ecco le varie opere confrontate con la specie reale:


Ringrazio i partecipanti: Samuele Consolo, Dawid Studzinski, Simone Conti, Matteo Lietti, Marco Matta, Ivan Iofrida e Marco Bianchini.


01 aprile 2023

AI Paleoart

In questi giorni, stanno generando accesi dibattiti le implicazioni pratiche ed etiche dell'affermazione dei così detti "algoritmi di intelligenza artificiale" in grado di generare testi ed immagini.

Ho provato a sperimentare la potenza creativa di queste macchine chiedendo ad uno di questi software disponibili online di generare due immagini in base a semplicissime istruzioni:

"Tyrannosaurus rex" nel primo caso, e "T-rex" nel secondo caso.

Questi sono i risultati.


I risultati sono interessanti, anche se non necessariamente indicativi dell'effettivo stato di avanzamento di questi programmi "intelligenti". Sospetto che esistano software più raffinati di quello a cui ho chiesto queste opere.

Diciamo subito che i paleoartisti per ora devono stare tranquilli: se la loro paura è di essere rimpiazzati dai programmi nella esecuzione delle opere, per ora possono dormire sereni, dato che queste opere sono, almeno sul piano della validità anatomica, assolutamente scarse. Devono preoccuparsi invece i creatori di immagini fantasy e i disegnatori di mostri, perché in quel caso l'effetto inizia ad avvicinarsi al livello più grossolano di esecuzione richiesto ai disegnatori di creature fantastiche.

Notare che "Tyrannosaurus rex" sia quadrupede, mentre "T-rex" sia esapode, con il paio di arti più anteriori che sono piccoli e non contattanti il terreno, quasi una sorta di ibrido tra un animale bipede ed uno quadrupede. Notare che ambo le immagini mostrano un animale con la bocca spalancata, privo di labbra e con le finestre del cranio ben marcate sotto la pelle. Decenni di iconografia made in Isla Nublar hanno fatto il loro effetto. Che quella sia ormai la "posa default" di qualunque Tyrannosauro iconografico? Notare che entrambe le ricostruzioni hanno la muscolatura della zona adduttoria della bocca del tutto inventata, con apparentemente due livelli di fasci muscolari sovrapposti lungo la direzione trasversale della bocca... Nella paleoarte disponibile online, la zona posteriore della bocca dei dinosauri è uno degli elementi anatomici peggio rappresentati (e quindi non sorprende che anche in queste immagini più o meno ispirate dalle fonti online tale area sia riprodotta in modo atroce). Collegato a questo dettaglio c'è la bizzarra ondulazione del margine orale della mandibola, un errore anatomico figlio del T-rex di Jurassic Park, nel quale il processo coronoide è del tutto sproporzionato. Dobbiamo concludere che la iconografia "jurassic-parkiana", così abusata e diffusa online, abbia inciso in modo sostanziale sulle fattezze generali delle due teste riprodotte sopra.

In ambo le creature, l'algoritmo ha creato narici aggiuntive (nel secondo caso, una narice sbocca nella fossa antorbitale): mi domando se il programma abbia "faticato" a trovare una fonte attendibile per collocare la narice (ammesso che questi programmi ragionino in maniera così umana per attingere alle fonti di "ispirazione"), finendo con crearne un numero eccessivo.

In conclusione, la paleoarte creata dalla "presunta" Intelligenza Artificiale è ancora in gran parte produzione di brutti mostri. Forse, fornendo una più dettagliata lista di istruzioni, si può ottenere qualcosa di piacevole e scientificamente solido. Ma dubito che una AI sia abbastanza colta e minuziosa per distinguere un adduttore mandibolare da un rictus. Se la vostra premura è l'accuratezza anatomica, c'è quindi ancora molto margine per permettere agli artisti di continuare a lavorare senza preoccupazioni.

Se fossi più cinico direi che, in fondo, l'algoritmo fa bene il suo lavoro, dato che gran parte della paleoarte effettivamente disponibile online produce dei brutti mostri, quindi il programma non è da biasimare se ricalca fedelmente le sue fonti.

Entro quanto tempo le AI saranno in grado di produrre un Burian, oppure un Hallett? 

Un consiglio ai veri paleoartisti: più vi allontanate da queste immagini prodotte da programmi senza anima e meglio sarà per voi e per il vostro lavoro...

31 marzo 2023

Labbra, letteratura ed algoritmi

 

Bakker (1986)... e siamo ancora qui.



Nel numero di Science di ieri, è pubblicato uno studio che discute la presenza o meno di strutture non-ossee extraorali nei theropodi non-aviani con denti. In breve, è un articolo che discute sulla presenza di labbra nel T-rex.

L'articolo conclude che, in accordo con quanto sostenuto da altri autori in passato (ad esempio, Bakker 1986), la morfologia della regione orale delle ossa dentigere e la struttura dello smalto nei denti siano più compatibili con un modello "varano" (labbra di squame rigide e gengive) piuttosto che un modello "coccodrillo" (assenza di labbra e corneificazione della regione gengivale).

Credo che tutto questo piccolo "dibattito" (molto gonfiato online dai passionari di giocattoli e paleoarte) non sarebbe mai nato se 30 anni fa, Jurassic Park non avesse imposto a livello mondiale una iconografia "senza labbra" in modo del tutto arbitrario. Prima di Jurassic Park, i theropodi con le labbra da lucertola erano la norma, il canone, la ricostruzione più diffusa e consolidata. 

I bei vecchi tempi prima di Jurassic Park... (c) Charles Knight


[Numero 159 nella lista dei danni provocati da Jurassic Park...]

Alcuni anni fa, avevo provato a portare un contributo originale al "dibattito sulle labbra" proponendo un metodo quantitativo basato su una matrice di caratteri osteologici del cranio e mandibola che fossero collegati alla presenza di differenti tessuti extraorali. L'idea era intrigante, ma in seguito ho abbandonato tale approccio, quando ho riconosciuto che il metodo da me svilupato era in parte sbagliato.

L'analisi che avevo svolto includeva nella medesima matrice sia elementi osteologici correlati alla presenza/assenza di labbra (come il numero, posizione e distribuzione dei forami neurovascolari peri-orali) sia elementi anatomici che non hanno alcun legame con la presenza/assenza di labbra (come i pattern di rugosità e ornamentazione delle superfici subcutanee delle ossa facciali). Il risultato fu il classico errore del "contare le pere con le banane" per dedurre il numero di arance. Difatti, le analisi così impostate collocavano molti theropodi in una zona "intermedia" tra la presenza di labbra e l'assenza di labbra, in una ipotetico "limbo tegumentario". Quel limbo non aveva molto senso, e difatti, riflettendo su quel risultato, capii che era figlio di un errore nel modo in cui era impostata l'analisi.

La consapevolezza di questo errore di metodo è emersa in me gradualmente, in particolare mentre studiavo alcune ossa mascellari di Carcharodontosauridae dal Kem Kem. Le differenti ornamentazioni e pattern di forami in due theropodi strettamente imparentati mi chiarirono la faccenda: capii che il pattern di ornamentazione subcutaneo e il pattern di neurovascolarizzazione periorale sono due fenomeni distinti che si riferiscono a due elementi anatomici distinti (l'ornamentazione facciale vs la presenza di labbra). Pertanto, aver combinato in una sola matrice dedicata alla presenza di labbra degli elementi anatomici che non sono pertinenti alla determinazione delle labbra aveva "contaminato" la mia analisi.

Alla luce di simili considerazioni, rivalutai i risultati di tali analisi e di fatti, in tutte le mie uscite recenti sulla questione delle labbra (come nel podacast) ho sostenuto l'ipotesi "faccia da lucertola" per tutti i theropodi con dentatura.

So che i sostenitori delle facce da coccodrillo non si daranno per vinti e che il dibattito (almeno online) non è concluso. Io considero l'articolo uscito oggi un robusto elemento a sostegno della ricostruzione "classica " (= pre-Jurassic Park). Se qualcuno ha nuove evidenze che possano far rivedere questa interpretazione, è invitato a pubblicare un articolo tecnico utile. Fino ad allora, la questione mi pare chiusa... come avrebbe dovuto essere già chiusa ben 35 anni fa.


30 marzo 2023

Il "Paleoart Experiment" su "Le Scienze"

 

Nel numero di Aprile 2023 del mensile di divulgazione scientifica "Le Scienze", è presente un articolo che parla del "Paleoart Experiment" che sto conducendo sul blog. Un motivo in più per approfondire questo tema sulla "attendibilità" delle ricostruzioni paleontologiche.

Ringrazio il theropod-lettore Riccardo per la segnalazione.



27 febbraio 2023

PALEOART EXPERIMENT - volume 2

 Secondo episodio della serie degli esperimenti di paleoarte, dopo il primo avente come oggetto un mammifero.

Il cranio da ricostruire questa volta appartiene ad un uccello.



I partecipanti questa volta sono stati meno numerosi del primo episodio: non so se ciò sia dovuto ad una rapida disaffezione verso questo esperimento, o per la minore attrattiva del soggetto aviano. Ad ogni modo, ringrazio i partecipanti per avermi inviato le loro opere:




Anche in questo caso, ho misurato l'accuratezza stilando una lista di 16 caratteristiche anatomiche visibili nell'animale "in vivo". L'accuratezza delle ricostruzioni è mediamente superiore a quella ottenute nel primo esperimento, e si aggira tra il 50% e 82%, rispetto al 19%-60% risultato nell'esperimento precedente.

In un caso, è stato individuato con grande precisione il gruppo tassonomico di appartenenza del cranio: nondimeno, anche in quel caso, l'accuratezza non è stata assoluta (risultando comunque la massima, ovvero del 82%). Questo risultato è molto interessante, e conferma quanto discusso alla fine del precedente esperimento, ovvero che esista un "limite invalicabile" di accuratezza che non si avvicina mai al 100%.

Ecco, infine, l'animale reale: Aptenodytes forsteri, il pinguino imperatore, il più grande sfenisciforme vivente. 


Nel prossimo esperimento, ricostruiremo un rettile non-aviano.

Ringrazio i partecipanti: Andrea Morandini, Matteo Lietti, Pablo Ignacio De LaGrada, Dawid Studzinski, Lorentz WiSniewski e Marco Bianchini.

10 febbraio 2023

PALEOART EXPERIMENT - volume 1

Lo scorso mese, ho pubblicato un post in cui introducevo il concetto di "paleoarte sperimentale".

Il post ha avuto un buon riscontro, in particolare tra i follower della pagina Facebook del blog. Ne è risultata una discussione sulla fattibilità di un esperimento di paleoarte sperimentale, esperimento al quale hanno aderito alcuni lettori (in particolare, giovani paleoartisti).

Questo post descrive l'esito dell'esperimento.

Ho chiesto ai partecipanti di ricostruire l'aspetto in vita dell'animale proprietario di questo cranio:



Gli autori della ricostruzione erano inoltre invitati a includere una breve spiegazione della loro ricostruzione, sia come ispirazioni "tassonomiche" che "ecologiche". Nessuno degli autori, per partecipare, era a conoscenza della specie di appartenenza del cranio, sebbene molti abbiano intuito (o esplicitamente riconosciuto) il clade di appartenenza dell'animale. Questo fattore è stato quindi esplicitato al momento di inviarmi le opere, e ci aiuta a comprendere le differenti ricostruzioni. Il cranio, spero questo sia palese, appartiene ad un mammifero.

Non è mia intenzione fare una graduatoria "estetica" di queste ricostruzioni, anche perché non sono minimamente qualificato per giudicare l'estetica. Inoltre, lo scopo dell'esperimento non era di misurare chi fosse più esperto in ricostruzioni o nella identificazione di un cranio: nessuno nasce paleontologo, e nessuno deve sentirsi scoraggiato se la sua ricostruzione fosse poco accurata. Pertanto, non mi soffermo su commenti di tipo anatomico o naturalistico. Quale che sia la vostra valutazione delle opere, io ho apprezzato tutti i lavori e l'impegno di tutti i partecipanti. 

Tuttavia, per i fini stessi dell'esperimento, è necessario "quantificare" il grado di accuratezza (ovvero, aderenza al reale) di ogni opera. Pertanto, ho stilato una lista di 16 elementi anatomici che definiscono l'animale reale: ogni opera è stata quindi "valutata" in base al numero di elementi anatomici risultati corrispondenti a quelli della specie reale. Questa misura quindi non serve a fare una graduatoria di "scientificità" delle opere, ma solo a misurare il grado di accuratezza dell'intero campione dato dalle opere.

[1] 'Concavità naso-fronte': in vista laterale, una flessione del muso al passaggio dalla fronte alla regione nasale.

[2] 'Bocca inclinata anteroventralmente': in vista laterale, l'angolo che la bocca chiusa descrive rispetto all'asse lungo della testa.

[3] 'Colore della zona nariale': se corrisponde o no con l'animale reale.

[4] 'Colore della zona boccale': se corrisponde o no con l'animale reale.

[5] 'Colore dell'occhio': se corrisponde o no con l'animale reale.

[6] 'Posizione dell'apice dei padiglioni auricolari': postura delle orecchie, se erette o cadenti.

[7] 'Padiglioni rivolti in avanti': direzione del padiglione, se anteriore, laterale o posteriore.

[8] 'Orecchie pelose': presenza o meno di pelliccia sui padiglioni.

[9] 'Colore  nuca': se corrisponde o no con l'animale reale.

[10] 'Colore guance': se corrisponde o no con l'animale reale.

[11] 'Colore della regione periorbitale': se corrisponde o no con l'animale reale.

[12] 'Pelo folto': densità della pelliccia.

[13] 'Assenza di criniera': presenza o meno di una criniera lungo nuca e collo.

[14] 'Naso protrude rispetto alle labbra': posizione dell'apice della zona nariale rispetto alla bocca.

[15] 'Vibrisse orali': presenza o no nella ricostruzione.

[16] 'Vibrisse occhi': presenza o no nella ricostruzione.

Ed ecco le opere che mi avete inviato:

Gli autori sono ringraziati a fine post




La maggioranza degli autori ha dichiarato di aver colto/riconosciuto/identificato nel cranio un marsupiale, e che questo elemento tassonomico ha inciso sulle loro ricostruzioni. Un autore ha prodotto due ricostruzioni, secondo due modelli alternativi di marsupiale. In generale, le ricostruzioni si differenziano per dettagli quali la colorazione, la posizione, forma e inclinazione dei padiglioni auricolari, per la lunghezza e densità della pelliccia. Due ricostruzioni azzardano una morfologia in parte simile a quella di un ungulato, pur mantenendo l'animale dentro fattezze generali da marsupiale. In alcuni casi, l'autore ha dichiarato che l'animale ricostruito abbia una ecologia terricola adatta a contesti aperti e relativamente asciutti. In un caso, l'animale è esplicitamente ricostruito con fattezze da macropodide terricolo (come il canguro rosso).

So che la vostra pazienza si sta esaurendo: è arrivato il momento di mostrare l'animale reale.

23 gennaio 2023

Paleoarte sperimentale

La Paleoarte è l'insieme delle rappresentazioni iconografiche di specie ed ambienti del passato paleontologico. La parola unisce il termine paleo (che rimanda alla paleontologia, quindi alle scienze naturali, quantitative e sperimentali) e arte (che rimanda alla libertà creativa, all'estro e alla maestria dell'esecuzione). 

Le opere di paleoarte sono per me tutte, ed in particolare lo sono quelle realizzate da artisti dall'indiscutibile talento esecutivo, fonte di frustrazione, perché non avremo mai modo di verificare se ciò che hanno rappresentato sia effettivamente una fedele ricostruzione dei soggetti paleontologici.

Qualcuno dirà che comunque la paleontologia sta facendo progressi enormi nell'analisi e interpretazione dei fossili, e che mai come oggi abbiamo un'immagine scientificamente solida delle specie fossili. Sì, è vero, i progressi della paleontologia hanno fornito informazioni che fino a pochi anni fa parevano impossibili da determinare, come la presenza di piumaggio e la stima di alcune (ma non tutte!) le tonalità della pelle di alcune specie, e questo ha permesso ai paleoartisti di raffinare le loro opere, e di aggiungere elementi di "solida oggettività" a dettagli che prima parevano condannati in eterno al puro estro soggettivo dell'artista. Ma ciò non cambia la sostanza: la grande maggioranza dei dettagli di un animale estinto è andata perduta, e noi non potremo mai sapere se e quanto le nostre rappresentazioni si avvicinino all'originale vissuto milioni di anni fa.

Non disponendo di una macchina del tempo, non possiamo andare nel Mesozoico per verificare se il dinosauro da noi illustrato fosse effettivamente con quella postura, con quel tegumento, con quel colore, con quella corporatura, né se il suo occhio fosse acceso, oppure spento, vivo, oppure apatico, freddo, oppure emotivo, feroce oppure ottuso, né possiamo sapere se e come correggere errori che se fossero commessi nell'illustrare un animale vivente considereremmo piuttosto grossolani.

Per un ricercatore con una formazione scientifica come me, questo elemento di "non testabilità" della paleoarte è molto frustrante, specialmente nei casi di opere molto ben eseguite, così dette "accurate" e accattivanti da illuderci di essere "reali". Mi domando, quanto è effettivamente realistica una rappresentazione "iper-realistica"? Esiste un modo per testare il grado di "affidabilità" di una ricostruzione paleoartistica se non abbiamo modo di osservare l'oggetto della rappresentazione?

Ripeto, dal mio punto di vista, tutto questo è molto frustrante. E proprio riflettendo su quello che appare come un limite invalicabile e insuperabile della paleoarte mi sono domandato se sia possibile simulare la paleoarte in modo da "testarne" l'accuratezza in modo indiretto. Ovvero, mi sono chiesto se esista un modo per testare la capacità predittiva e la potenziale accuratezza della paleoarte, un modo che ci permetta di confrontare la ricostruzione con l'oggetto della ricostruzione. Badate bene, questa non è solo una domanda astratta e teorica, perché qualora fosse possibile realizzare questo tipo di "test", ne ricaveremmo un utile strumento per identificare i nostri limiti e per correggere eventuali errori ricorrenti.

Alla fine di questa riflessione, ho realizzato che un modo per testare la paleoarte esiste, ed è molto meno astratto e astruso di quanto si possa pensare: molto semplicemente, se applicassimo l'approccio paleoartistico ad uno scheletro di animale ancora esistente, senza conoscere le fattezze "in vita" dell'animale, avremmo simulato la tecnica paleoartistica e la nostra "qualità paleoartistica" su un soggetto biologico reale, quindi verificabile.

Non potendo chiedere a colleghi paleoartisti di sprecare il loro tempo nello svolgere un simile test, ho deciso di "testarlo" su me stesso. Ovvero, usando me stesso come "cavia paleoartistica" (pur non essendo io un vero paleoartista) ho scelto tre crani di tetrapodi viventi, da un archivio online, senza verificare a quale specie appartengano né cercando foto delle specie in vita. Partendo da queste tre foto di crani, e niente altro, ho realizzato tre ricostruzioni "pseudo-paleoartistiche" di queste specie. Ripeto: mentre realizzavo le ricostruzioni non avevo la minima idea a quali animali le specie appartenessero. Sì, ho colto a grandi linee i gruppi di appartenenza, ma non sono in grado di risalire alle loro specie (cosa che, sospetto, sia competenza solo degli zoologi specializzati proprio su quelle specie). 

Infine, una volta realizzate le "ricostruzioni", ho controllato a quale specie appartenevano i tre crani e ho confrontato le mie opere con le immagini reali di questi animali.

Questi sono i tre crani:

Tre crani di tetrapodi "misteriosi": quale era il loro aspetto in vita? (fonte: Digimorph)


Ecco i risultati:

Il primo cranio appartiene ad uno squamato, Pogona vitticeps


Notare che nella mia ricostruzione ho sottostimato le dimensioni di narice e meato auricolare, e non abbia considerato la possibilità che la pelle fosse "spinosa", mentre ho speculato una colorazione più vistosa di quella reale.


Il secondo appartiene ad un anfibio ceciliano, Typhonectes natans:


Qui devo lamentarmi solo con me stesso, perché pur avendo riconosciuto che l'animale avesse occhi ridotti (come tutti i ceciliani) ho voluto dargli un occhio "funzionale" a differenza dell'occhio vestigiale dell'animale reale. Anche la pelle appare più "rettiliana" che da anfibio. In complesso, ho dato all'animale un aspetto troppo da serpente e poco da anfibio.


Il terzo appartiene ad uno squamato, Rhacodactylus auricolatus:


In questo caso, ho sottostimato le dimensioni del bulbo oculare (e non ho considerato la possibilità di una pupilla verticale), ho immaginato una qualche ornamentazione nasale, ma non ho immaginato le creste della zona postorbitale che danno alla specie il nome "auricolatus", ed ho immaginato una sacca golare inesistente. Come nel primo squamato, ho sottostimato le dimensioni del meato acustico. Notare che anche questo, come l'altro squamato, ha una geometria delle squame differente rispetto all'originale.


Che conclusioni trarne? Mi pare presto per trarre conclusioni. Il numero di "test" è troppo piccolo per fare delle generalizzazioni, ed inoltre tutte le opere sono state realizzate dalla stessa persona (il sottoscritto) quindi non è chiaro quanto di questi risultati sia manifestazione di "bias" personali tipici di Andrea Cau e quanto sia invece una genuina tendenza generale della paleoarte attuale. Ad esempio, la ricostruzione dell'anfibio potrebbe essere in parte "viziata" dal fatto che io non sono abituato a ricostruire anfibi, e quindi tendo più o meno consciamente a "rettilizzare" ogni specie. Cosa sarebbe successo se il test fosse stato svolto da altri?

Sarebbe molto interessante avere altri test, realizzati da altri autori (sia paleoartisti professionisti che non) così da avere un qualche campione diffuso da cui poter ricavare qualche informazione interessante.

Se qualcuno vuole cimentarsi, è benvenuto: vi basta ripetere l'esperimento su voi stessi, ovviamente usando crani di altre specie (e comunque, specie che non possiate associare immediatamente ad un aspetto in vita, altrimenti il risultato sarebbe falsato). L'importante è non barare, non è una gara a chi ricostruisce in modo più corretto, ma piuttosto un modo per individuare eventuali bias ricorrenti nelle nostre rappresentazioni.

20 gennaio 2023

MAKE ORNITHISCHIANS TERRIBLE LIZARDS AGAIN

Parasaurolophus e Triceratops: non come giocattoli pucciosi, ma come Lucertole Terribilmente Grandi


Dinosauria è il Clade che amo. Lì ho le mie pubblicazioni, le mie ricerche, i miei orizzonti. Lì ho imparato, dallo studio e dalla vita, il mio mestiere di paleontologo. Lì ho appreso la passione per il metodo scientifico.

Ho scelto di scendere nel campo paleoartistico e di occuparmi della ricostruzione dei dinosauri perché non voglio vedere una Paleoarte demagogica, soggetta ad interessi economici e ad autori legati a doppio filo con un filone scientificamente e artisticamente fallimentare.

Per poter compiere questa nuova scelta di vita, ho fondato oggi stesso un Movimento dedicato a combattere nel nome della Scienza la Mistificazione.

Dedico dunque il mio ruolo di blogger e di paleontologo per mettere la mia esperienza e tutto il mio impegno a disposizione di una battaglia in cui credo con assoluta convinzione e con la più grande fermezza.

So quel che non voglio e, insieme con i molti appassionati che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze scientifiche e paleoartistiche che sentono il dovere morale di offrire alla Paleontologia una alternativa credibile alla propaganda dei dinomaniaci e dei jurassicparkiani.

La vecchia generazione paleontologica degli anni '70 e '80 è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento delle loro iconografie, schiacciate dal peso delle evidenze e da nuovi metodi di analisi, lascia la Paleontologia impreparata e incerta nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio a un nuovo Paradigma. Mai come in questo momento la Paleoarte, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare il Sistema.

Il rinnovamento paleoartistico dell'ultimo decennio ha condotto alla scelta di un nuovo sistema di rappresentazione delle specie estinte. Ma affinché il nuovo sistema funzioni, è indispensabile che al cartello jurassicparkiano si opponga un Movimento che sia capace di attrarre a sé il meglio di una comunità audace, ragionevole, moderna.

Di questo Rinnovamento delle Paleoarte dovranno far parte tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali della scienza paleontologica, a partire da quel caposaldo irrinunciabile che è l'Anatomia Comparata, che ha solidamente contribuito alla Gloriosa Prima Età dell'Oro della Paleontologia nell'Ottocento. L'importante è saper proporre anche agli appassionati del Ventunesimo Secolo gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno consentito lo sviluppo della paleoarte prima della degenerazione commerciale.

Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuna delle iconografie plagiate dalla moda pucciosa e giocattolesca, per quanto riverniciate e riciclate. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione proprio la Nuova Paleoarte. Gli orfani e i nostalgici degli anni '80 e '90, infatti, non sono soltanto impreparati alla gestione della Paleontologia. Portano con sé anche un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di una iconografia che voglia essere accurata in paleontologia e rigorosa in esecuzione.

Le schiere dinomaniacali pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate accurate. Ma non è vero. I loro autori sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nella Scienza, non credono nella ripetibilità dei risultati, non credono nella Documentazione Fossile, non credono nella testabilità degli scenari. Non credono che il paradigma possa migliorare attraverso l'apporto libero di tante personalità tutte diverse l'una dall'altra.

Non sono cambiati. Ascoltateli parlare, guardate i loro video, leggete la loro propaganda. Non credono più in niente. Vorrebbero trasformare la Paleontologia in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna.

Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nella Scienza, nella Paleontologia, nella Qualità, nella Coerenza, figlia della formazione e dell'ingegno.

Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo Movimento, e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi, a tutti voi - ora, subito, prima che sia troppo tardi - è perché sogno, a occhi bene aperti, una Paleoarte Nuova, di paleoartiste e di paleoartisti, dove non ci sia la paura, dove al posto dell'invidia e della competizione stiano la generosità, la dedizione, la solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la Scienza. I1 movimento paleoartistico che vi propongo si chiama, non a caso, Make Ornithischians Terrible Lizards Again, MOTLA.

Ciò che vogliamo farne è una libera organizzazione di paleontologi e di artisti di tipo totalmente nuovo: non l'ennesima community o l'ennesima fazione che nascono per dividere, ma una forza che nasce invece con l'obiettivo opposto; quello di unire, per dare finalmente alla Palaeoarte una coesione e una coerenza all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla base di appassionati.

Ciò che vogliamo offrire è una forza paleontologica fatta di soggetti totalmente nuovi. Ciò che vogliamo offrire alla paleoarte è un programma di metodologie fatto solo di principi concreti e comprensibili. Noi vogliamo rinnovare la comunità paleontologica, noi vogliamo dare sostegno e fiducia a chi crea bellezza e conoscenza, noi vogliamo accettare e vincere le grandi sfide scientifiche e artistiche della Paleontologia Moderna. Noi vogliamo offrire spazio a chiunque ha voglia di fare e di costruire il proprio futuro, in Paleontologia come in Paleoarte vogliamo un criterio e una professionalità che sappiano dare adeguata dignità al nucleo originario della nostra amata disciplina.

La storia della Paleontologia è ad una svolta. Da paleontologo, da blogger e ora da autore che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una paleoarte di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di ciarlatanate senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di una Paleoarte più giusta, più generosa verso chi ha sete di sapere, più prospera e serena, più moderna ed efficiente protagonista nella Divulgazione e Popolarizzazione della scienza. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i paleoartisti di domani, un Nuovo Miracolo Paleoartistico.



PS: ogni riferimento a Silvio e Donald è puramente casuale.

06 gennaio 2023

Musivavis by Loana Riboli



Apro l'anno con un bel regalo paleoartistico dell'amica Loana Riboli, amica ed illustratrice naturalistica italiana con una peculiare e mai banale produzione paleoartistica. Loana ha realizzato una ricostruzione dell'enantiornite Musivavis amabilis, specie che ho pubblicato lo scorso anno in collaborazione con Wang Xuri.

04 gennaio 2023

Le più frequenti patologie paleoartistiche dei dinosauri

"Prevenire è meglio che curare"

Questi tre anni sono stati la più esplicita dimostrazione di questa massima. La prevenzione si realizza in primo luogo con l'informazione e la consapevolezza. Perché spesso sono comportamenti inconsapevoli, fatti in buona fede e senza alcuna intenzione di diffondere una epidemia, che purtroppo finiscono per fare il gioco del virus.

Apro il 2023 con un post dedicato ad una serie di luoghi comuni iconografici più o meno ripetuti in modo acritico nelle illustrazioni paleontologiche, in particolare relative ai dinosauri. Lo scopo è di dare al lettore una dose di anticorpi per difenderlo dalla quotidiana esposizione ai virus della iconografia pacchiana.

CELLOFANITE

La prima e più nota patologia paleoartistica è la cellofanite, nota in inglese col termine di "shrink-wrapping". La cellofanite consiste nel ridurre al massimo (letteralmente, all'osso) la parte molle dell'animale, che viene rappresentato in forme che rasentano l'apologia dell'anoressia.

La ricostruzione affetta da cellofanite si riconosce per le forme molto affusolate dell'animale, per l'ostentazione di non-ben-specificati fasci muscolari sottocutanei, spesso più o meno appressati alle sottostanti parti scheletriche. La cellofanite ha una causa storica, dato che è una infiammazione cronica del Rinascimento dei Dinosauri insorto negli anni 70. L'eccessiva ossessione nel riprodurre dinosauri dinamici e energeticamente esuberanti ha prodotto fisionomie ed iconografie grottescamente asciutte e fibrose.


SCHELELATRIA

In parte simile alla cellofanite, è un'altra patologia detta schelelatria. Questa è una forma di ansia da prestazione che porta l'artista a mostrare implicitamente la sottostante base scheletrica dalla quale è partito per la ricostruzione. Il motivo di tale ostentazione, del tutto immotivato, è l'idea che se si palesa lo scheletro di riferimento si dimostra di essere un paleoartista scientificamente accurato. La schelelatria quindi è ossessionata dal mostrare il margine osseo di finestre del cranio, di fosse sulle vertebre, l'angolo di attacco delle inserzioni muscolari, e qualsiasi dettaglio che palesi il rigore scheletrico preso come riferimento. Un tipico dinosauro affetto da schelelatria ha una vistosa ornamentazione della testa che corre proprio lungo il margine delle sottostanti finestre del cranio.


TOYPODISMO

Anche questa patologia è simile alla cellofanite, ma a differenza della schelelatria non è ossessionata dalla sottostante struttura scheletrica. Il toypodismo è la patologia che porta la ricostruzione delle zampe ad essere sostanzialmente un diagramma per la realizzazione di un giocattolo snodabile. La spalle mostrano giunzioni per l'aggancio delle braccia, e le cosce sono bordate completamente dal punto di inserimento al corpo. Gomiti e ginocchia sono nodosi come se dovessero occultare gli snodi di un giocattolo. Il toypodismo è il frutto di una carenza di osservazione zoologica ed è legato ad una dieta eccessivamente ricca di modellismo, che porta l'autore a credere che un animale sia un oggetto rigido e modulare, possibilmente di plastica. 




PUBITANESIMO

Affine al toypodismo, poiché prodotta da una eccessiva dose di modellini e giocattoli per bambini prodotti in un'età bigotta fino al ridicolo, è un'altra patologia, più difficile da cogliere ma non per questo meno diffusa: il pubitanesimo. Il pubitanesimo colpisce prettamente i dinosauri e non altri gruppi fossili (ad eccezione, forse, di alcuni pseudosuchi) poiché è una patologia specifica delle specie con ossa pubiche molto allungate e dotate di espansioni distali. Questa patologia porta l'autore (o i suoi committenti) a "censurare" la regione addominale a ridosso dell'estremità del pube. Questa assurda patologia è tutta figlia di logiche di mercato e da paranoie tipiche di questo secolo. L'assurdità di "censurare" l'addome di un animale è accentuata dal fatto che la regione distale del pube non è la zona genitale: come tutti i rettili, difatti, i dinosauri avevano la cloaca e non portavano genitali esterni (o, anche qualora li avessero, sicuramente non erano a livello della parte terminale dell'osso pubico). Inizialmente, il pubitanesimo era una patologia secondaria indotta dal cellofanismo, per poi evolvere a condizione autonoma.


GEOPENTRISMO

Il geopentrismo è un'altra patologia derivata da una infiammazione cronica del Rinascimento dei Dinosauri. Si ritiene che sia causata da patogeni simili a quelli della schelelatria. Il geopentrismo è una forma di ansia patologia che colpisce l'autore dell'opera. Tale ansia impone di mantenersi rigorosamente fedeli ad una concezione della coda il più possibile allineata con uno dei grandi risultati del Rinascimento Dinosauriano, ovvero la postura semi-orizzontale della base della coda, che non era usata come appoggio nella postura bipede. Il geopentrismo, in quanto infiammazione parossistica di una condizione sana, estremizza all'intera coda questa interpretazione e si manifesta con l'impossibilità di toccare il terreno, pena - evidentemente - la morte professionale dell'autore. Il risultato sono posture alquanto ridicole, in cui persino la parte terminale della frustra di una coda di diplodocide, lunga una dozzina di metri, è incapace di avvicinarsi al suolo, quasi che emani un campo antigravitazionale. 


COELOPALATO

Il coelopalato è una patologia che colpisce la zona orale dei rettili fossili, e si ritiene sia provocata da una scarsa premura di comprendere l'interno della bocca di questi animali. Si tratta quindi di una malattia prodotta da una dieta povera di anatomia, e deriva da una assuefazione alla vista laterale dello scheletro (è quindi, spesso, una conseguenza di forme croniche di schelelatria). Conseguenza del coelopalato sono bocche internamente vuote e cavernose del tutto prive di elementi palatali, enormi grotte cave, spesso buie peste nonostante l'animale sia illustrato in pieno giorno.



ENDOFTALMO

L'endoftalmo, detto anche "Morbo di Rexy", è la tendenza a ricostruire la testa dell'animale in modo da accentuare l'incavo della cavità orbitale. Questo morbo si manifesta inoltre con opportuni accorgimenti di colorazione e di chiaro-scuro, volti ad accentuare la profondità della cavità oculare. Questa patologia deriva da una dismorfofobia scatenata da esigenze cinematografiche, che porta l'autore a temere che bulbi oculari troppo esposti sulla testa non rendano l'animale sufficientemente "figo", pauroso, spaventoso e aggressivo. La patologia è accentuata dal fatto che l'animale in cui questa patologia si è manifestata più esplicitamente, il T-rex di Jurassic Park, è una specie dotata di rilievi e mensole sopraorbitali, che in qualche modo esaltano tale aspetto: ciò ha generato, in modo epidemico, l'illusione che quindi il possedere bulbi oculari incassati dentro al cranio sia "la norma", nonostante che coccodrilli, uccelli, tartarughe e la maggioranza dei vertebrati dimostrino il contrario.


ETEROTOPIA OTOTEMPORALE (detta "ETOTO")

Questa patologia paleoartistica è diffusissima, e non si limita ai dinosauri. Essa si manifesta con una localizzazione eterotopica del meato acustico o, quando presente, del padiglione auricolare. In particolare, queste localizzazioni patologiche colpiscono le finestre temporali. La patologia si manifesta in due forme:

Etoto diapside, tipica dei rettili, in cui il meato acustico sbocca dalla finestra infratemporale diapside.

Etoto sinapside, tipica dei sinapsidi, in cui i meati acustici (e i padiglioni auricolari nel caso di mammaliamorfi) sono posizionati sulla finestra temporale sinapside.