15 ottobre 2020

Sauroniops non è Carcharodontosaurus


Olotipo di Sauroniops in due viste anterolaterali.


Fin dalla pubblicazione originale di Sauroniops, ho rimarcato che le caratteristiche peculiari del frontale (olotipo di S. pachytholus) lo differenzino dagli altri grandi theropodi del Cretacico.

In particolare, il frontale di Sauroniops è distinguibile dagli altri carcharodontosauridi africani per le proporzioni generali dell'osso (più ampio che lungo rispetto a Carcharodontosaurus saharicus ed il frontale riferito a C. iguidensis), per la posizione della faccetta prefrontale (posta nella parte anteromediale del margine laterale (come in Eocarcharia) e non a ridosso della faccetta postorbitale (come è in Carcharodontosaurus), per la netta separazione delle faccette mediali per i nasali, che formano una profonda “U” rispetto alla più corta separazione presente in Carcharodontosaurus (in cui la faccetta nasale descrive una corta “V”) e per la presenza di una distinta cupola ossea data dall'espansione della regione articolare col lacrimale (al contrario della depressione presente in Carcharodontosaurus). Siccome alcuni di questi caratteri non possono variare lungo la crescita individuale (in particolare, la faccetta prefrontale non può migrare posteriormente “attraverso” la faccetta lacrimale) è altamente improbabile che Sauroniops sia uno stadio di crescita di Carcharodontosaurus.

Nonostante tutte questi elementi siano esplicitamente discussi in Cau et al. (2013), essi vengono ignorati o in alcuni casi persino fraintesi in un recente studio di Ibrahim et al. (2020) nel quale si sostiene che Sauroniops sia un sinonimo di Carcharodontosaurus.

Qui sotto, analizzo gli argomenti portati da Ibrahim et al. (2020):


Gli autori sostengono che il frontale di Sauroniops sia circa il 60% la dimensione di quello adulto di Carcharodontosaurus, e che quindi le differenze tra i due taxa siano riducibili a effetti dimensionali (ed eventualmente di stadio di crescita).

Tuttavia, è improprio affermare che il frontale di Sauroniops sia lungo solo il 60% di Carcharodontosaurus. Innanzitutto, non ci sono motivi per considerare solamente la lunghezza della parte del frontale posteriore alla faccetta nasale di Sauroniops rispetto alla lunghezza della parte esposta del tetto cranico di Carcharodontosaurus, dato che sono due parti non omologhe. In Sauroniops, come ho ricordato sopra, la faccetta nasale è più profonda ed a “U” rispetto alla più corta faccetta nasale di Carcharodontosaurus: di conseguenza, data la diversa estensione del contatto nasale-frontale nei due taxa, usare unicamente la zona posteriore in Sauroniops sottostima la sua dimensione. Siccome i rami nasali in Sauroniops partecipano al tetto cranico esattamente come in Carcharodontosaurus, la parte esposta nel primo è di almeno 19 cm e non solo 12 cm. Inoltre, siccome la parte anteriore del ramo nasale è mancante, la misura di 19 cm è una stima minima, per difetto. In conclusione, non ci sono motivi validi per affermare che Sauroniops sia il 60% di Carcharodontosaurus: i due frontali sono di dimensioni comparabili. A conferma di ciò, lo spessore dell'osso frontale lungo la sutura mediale e a livello della faccetta lacrimale in Sauroniops sono comparabili a quelli riportato per Giganotosaurus.

Paradossalmente, se assumessimo che la parte del frontale esposta dorsalmente nel tetto cranico di Sauroniops sia lunga solo il 60% di quella di Carcharodontosaurus, risulterebbe comunque che esso ha una faccetta lacrimale spessa quanto quella in Giganotosaurus (questa seconda misura è indipendente dalla prima). Quindi, in quel caso, la faccetta lacrimale di Sauroniops sarebbe in proporzione gigantesca rispetto a quella di Carcharodontosaurus: ciò sarebbe un carattere che molto difficilmente potremmo considerare condizione giovanile e che a maggior ragione quindi confermerebbe che si tratta di un taxon distinto da C. saharicus!

Ibrahim et al. (2020) sollevano poi un'obiezione sulle differenze da noi notate relative alla posizione della faccetta prefrontale in Sauroniops rispetto ai carcharodontosaurini:


Il commento qui sopra però non riporta correttamente quanto scritto in Cau et al. (2013), nel quale non si afferma che la faccetta prefrontale sia assente nel frontale di C. saharicus. Al contrario, noi scrivemmo:

“In the derived carcharodontosaurids, the prefrontal is fused with the lacrimal, forming a medial process of the posterodorsal corner of the latter (Coria and Currie, 2006), and the prefrontal-lacrimal facet is even more posteriorly expanded, approaching the postorbital facet and completely excluding the frontal from participating in the dorsal margin of the lateral orbital rim (Brusatte and Sereno, 2007). In these forms, a deep circular pit along the lateral surface of the frontal indicates the articular surface for the prefrontal process of lacrimal (Brusatte and Sereno, 2007).” 
(Cau et al. 2013)

Paradossalmente, Ibrahim et al. (2020) riconoscono che la condizione in Sauroniops è chiaramente differente da quella in Carcharodontosaurus, ma pare che ne sottostimino l'importanza, senza però portare argomenti su come si possa avere nella stessa specie una così radicale differenza nella topologia delle ossa che formano la barra preorbitale.

Apparentemente, Ibrahim et al. (2020) hanno frainteso quanto riportato nella diagnosi di Sauroniops in Cau et al. (2013):


Infatti, Cau et al. (2013) notano che Sauroniops non presenta le caratteristiche mensole ed invaginazioni nella regione temporale di Carcharodontosaurus. Sebbene il margine anteriore della fossa temporale in Sauroniops sia incompleto, esso è relativamente piatto e privo di invaginazioni nella sua porzione anteromediale, come presente invece in Carcharodontosaurus.

Inoltre, Ibrahim et al. (2020) confondono la presenza/assenza di caratteri nella diagnosi di Sauroniops quando commentano:


Come rimarcato prima, la forma ed estensione della faccetta nasale-frontale nei due taxa è differente, con Sauroniops avente una completa separazione dei due rami nasali, come evidenziato dalla presenza di una lunga faccetta mediale per il nasale e una fossa posterodorsale sul margine anteriore del tetto cranico, entrambi assenti in Carcharodontosaurus. A differenza di quanto scritto da Ibrahim et al. (2020), Cau et al. (2013) esplicitamente riportano che in Sauroniops, il setto interorbitale non è ossificato, e questo difatti contrasta con quanto presente invece in Acrocanthosaurus e nei carcharodontosaurini (e correttamente riportato da Ibrahim et al. 2020). Dato che le dimensioni del frontale di Sauroniops sono comparabili a quelle dei sopra citati taxa (come dimostrato ad inizio post), l'assenza di questo elemento è un ulteriore carattere distintivo che rende dubbia la sua attribuzione a Carcharodontosaurus.

Concludendo:

1) Il frontale di Sauroniops non è il 60% di quello di Carcharodontosaurus, bensì di dimensioni comparabili (e proporzionalmente più tozzo e ampio, ed entrambi sono estesi per oltre 19 cm sopra il tetto cranico).

2) La posizione della faccetta prefrontale di Sauroniops non è omologa a quella in Carcharodontosaurus (anteromediale nel primo, posterolaterale nel secondo).

3) Sauroniops non presente caratteri diagnostici di Carcharodontosaurus a livello della fossa temporale e del setto interorbitale.

4) Carcharodontosaurus non presenta il carattere diagnostico della cupola espansa a livello della zona preorbitale, né la profonda separazione dei rami nasali, diagnostici di Sauroniops.

Pertanto, non ci sono motivi per considerare i due taxa sinonimi (contra Ibrahim et al. 2020).


Bibliografia:

Cau, A; Dalla Vecchia, FM; Fabbri, M. 2013. A thick-skulled theropod (Dinosauria, Saurischia) from the Upper Cretaceous of Morocco with implications for carcharodontosaurid cranial evolution. Cretaceous Research. 40: 251–260.

Ibrahim, N; Sereno, PC; Varricchio, DJ; Martill, DM; Dutheil, DB; Unwin, DM; Baidder, L; Larsson, HCE; Zouhri, S; Kaoukaya, A. 2020. Geology and paleontology of the Upper Cretaceous Kem Kem Group of eastern Morocco. ZooKeys. 928: 1–216

 

13 ottobre 2020

Spectrovenator, un abelisauride "transizionale" dal Brasile


 

Il registro fossilifero degli abelisauridi si concentra principalmente nella seconda metà del Cretacico (100-66 milioni di anni fa). Tuttavia, resti frammentari risalenti all'inizio del periodo (130 milioni di anni fa) ed il possibile status abelisauride di Eoabelisaurus (risalente a 160 milioni di anni fa) implicano che la grande maggioranza della storia di questo gruppo sia ancora in larga parte sconosciuta. In particolare, quasi nulla è noto delle tappe che hanno portato gli abelisauroidi non-abelisauridi e le forme con una anatomia simile a quella dei ceratosauri giurassici ad acquisire la serie numerosa di innovazioni nel cranio, nelle vertebre e negli arti che osserviamo negli abelisauridi della fine del Cretacico. Uno studio appena pubblicato colma in parte una lacuna significativa lungo la sequenza evolutiva che porta agli abelisauridi. Spectrovenator ragei (Zaher et al. 2020), è probabilmente il theropode più interessante pubblicato questo anno. Questo theropode di taglia media proviene dal passaggio Barremiano-Aptiano (125 milioni di anni fa) del Brasile, ed è basato su uno scheletro parziale ma articolato (con gli elementi preservati in ottimo stato) rinvenuto in associazione con l'olotipo del titanosauro Tapuiasaurus macedoi. Lo scheletro di Spectrovenator comprende il cranio completo, parte delle vertebre cervicali e dorsali, il bacino, parte della coda e degli arti posteriori. L'animale mostra una combinazione di caratteri tipici degli abelisauridi (ad esempio, ossa dermiche del cranio ornamentate, nasale dotato di due serie di forami dorsali mediali alle creste laterali, regione circum-orbitale rinforzata, processi ossei per i muscoli epiassiali del collo ben sviluppati, coste caudali espanse “ad accetta”, quarto metatarsale divergente) combinate con caratteri più arcaici degli abelisauroidi (lamine paradentali non ornamentate, regione antorbitale allungata, processi per la muscolatura della nuca non eccessivamente prominenti, secondo metatarsale gracile, ungueali del piede con solchi collaterali biforcati). Spectrovenator è quindi il più classico dei taxa “transizionali” che i paleontologi sperano sempre di trovare e porre lungo una serie filogenetica, come risulta dall'analisi svolta dagli autori (e confermato da un'analisi preliminare con Megamatrice) che colloca questo nuovo theropode alla base di Abelisauridae (escludendo, per ora, Eoabelisaurus dalla discussione).

Purtroppo, la descrizione dello scheletro postcraniale è alquanto sintetica e ridotta al minimo, e questo non permette di codificare molti elementi anatomici chiave per la filogenesi abelisauroide: l'augurio è che gli autori stiano preparando una monografia dettagliata e questo sia solo l'articolo di introduzione.

Inoltre, non è chiaro lo stato di crescita dell'esemplare, e quindi se e quanto alcuni dei caratteri plesiomorfici siano piuttosto solamente condizioni giovanili di un individuo immaturo.


Bibliografia:


Zaher H., Pol D., Navarro B. A., Delcourt R. & Carvalho A. B. 2020. — An Early Cretaceous theropod dinosaur from Brazil sheds light on the cranial evolution of the Abelisauridae. Comptes Rendus Palevol 19 (6): 101-115. https://doi. org/10.5852/cr-palevol2020v19a6

01 ottobre 2020

Aprire le braccia come un dromaeosauride

Nandù e struzzo visti dal retro, con gli omeri orientati nella massima abduzione possibile. Questa postura è probabilmente un attributo di tutti i paraviani non-volatori, inclusi dromaeosauridi e troodontidi.


L'ala degli uccelli è un braccio dei theropodi mesozoici altamente specializzato per generare una spinta ascensionale e manovrare in volo. Pertanto, la orientazione e postura dell'ala moderna non rispecchiano fedelmente l'impianto originario delle forme non-volatrici, e prenderla come riferimento potrebbe quindi essere fuorviante per comprendere e ricostruire come gli antichi theropodi muovessero e orientassero le proprie braccia. In particolare, gli uccelli volatori hanno l'articolazione della spalla (glenoide) che è proiettata latero-dorsalmente al corpo, nei confronti della quale l'arto (a livello della testa dell'omero) scorre secondo un arco dorso-ventrale, producendo il battito alare. Gli scheletri articolati dei theropodi non-aviani mostrano che questa conformazione non era presente nei dinosauri non-volatori. La maggioranza delle specie ha il glenoide orientato posteroventralmente, mentre nei paraviani non-volatori (come i dromaeosauridi) la medesima articolazione è orientata lateralmente. In ambo i casi, l'omero non può generare un battito d'ala diretto dorsoventralmente. Novas et al. (2020) analizzano l'articolazione della spalla nei grandi uccelli non-volatori moderni, come struzzi e nandù, e notano che in questi uccelli la faccetta articolare e le ossa corrispondenti sono orientate in maniera molto simile a quello che si osserva nei paraviani non-volatori (come Buitreraptor) e nei primissimi aviali (incluso Archaeopteryx). Dato che i grandi uccelli corridori muovono il braccio secondo un arco anterolaterale-posteromediale (ovvero, spingono l'ala di lato in avanti o indietro contro il torace) ma non possono produrre una spinta dorsoventrale, gli autori concludono che anche i paraviani mesozoici inclusi i primi uccelli non fossero in grado di sbattere le ali secondo la direzione usata dagli uccelli volatori moderni.

Queste osservazioni quindi smentiscono l'idea di una postura delle braccia “da uccello volatore” nella maggioranza dei paraviani. Al tempo stesso, almeno per l'articolazione della spalla, è ragionevole usare i grandi uccelli corridori viventi come buon modello di riferimento per ricostruire le posture delle braccia in dromaeosauridi e troodontidi.


Bibliografia:

Novas F. et al. (2020). Pectoral girdle morphology in early-diverging paravians and living ratites: implications for the origin of flights. IN: Pennaraptoran theropod dinosaurs – Past progress and new frontiers. Bulletin of the American Museum of Natural History 440: 345-353.


17 settembre 2020

La chimica dell'Amore al tempo dell'Antropocene


Una commissione internazionale di psicologi e antropologi ha inviato una petizione alla Società Internazionale dei Chimici con la proposta per introdurre un nuovo elemento chimico, chiamato Amorium. L'Amorium (simbolo ♥) ha numero atomico 200, quindi molto al di sopra di qualunque elemento chimico finora scoperto. Ciò spiegherebbe come mai i chimici non siano stati in grado finora di isolarlo in laboratorio. Secondo i promotori, l'Amorium è un sentimento nobile, prima ancora che gas nobile, e come tale in grado di mediare una grande quantità di reazioni chimiche e fisiche. Nonostante ci siano dei critici che sostengono che un tale elemento non solo sia inesistente ma anche fisicamente impossibile in base ai principi quantistici che regolano la natura degli atomi, una simile critica viene rigettata dalle innumerevoli evidenze indirette sull'esistenza di quell'elemento chimico. Difatti, sostengono i promotori della petizione, l'Amorium è un elemento chimico in grado di spiegare una tale quantità di fenomeni, dall'affetto, alla simpatia, dal tifo da stadio alla formazione delle community online, che appare più che fondata la sua esistenza e quindi la sua inclusione nella Tavola Periodica degli Elementi. Dopo tutto, l'amore è sempre stato descritto come una "chimica", e quindi è evidente che sia mediato da un qualche elemento chimico, per l'appunto, l'Amorium.
Siccome così tanti fenomeni si comprendono bene introducendo l'Amorium, le critiche sollevate contro la sua istituzione non paiono rilevanti, dicono i promotori della petizione. Anzi, esse probabilmente rispecchiano una scarsa duttilità e ridotta apertura mentale dei chimici nei confronti delle evidenti rivoluzioni paradigmatiche che l'Amorium apre di fronte alla comunità scientifica. L'auspicio è quindi che non solo l'Amorium sia introdotto e accettato in Chimica, ma - sopratutto - che si avviino interi filoni di ricerca finalizzati a comprendere, interpretare ed applicare l'Amorium. 

Se non avete colto la parodia, non esiste alcuna commissione di psicologi ed antropologi che sostiene la fantomatica esistenza dell'Amorium. La storiella è ovviamente ridicola ed assurda, dato che non avrebbe molto senso che una commissione di esperti di un campo imponga l'introduzione di un concetto radicale in una disciplina che non è quella di loro competenza.

Eppure, nella realtà qualcosa del genere è avvenuto, e noi ne stiamo osservando anche gli effetti.
L'Antropocene è un concetto pseudo-stratigrafico nato in ambito ecologico e conservazionista, ma che si sta diffondendo come nuovo potenziale intervallo della cronologia del pianeta. 
Se pensate che il paragone sia eccessivo ed ingiustificato, vi sbagliate. L'Antropocene, nonostante il nome dia questa illusione, non è un concetto stratigrafico valido, e non è stato definito in modo consistente con la stratigrafia né risulta coerente con gli altri intervalli stratigrafici dei quali dovrebbe essere l'ultimo e più recente rappresentante. Difatti, non esiste alcuno stadio "Antropocene" nella carta cronostratigrafia internazionale, l'unica classificazione stratigrafica ufficialmente riconosciuta dalla comunità geologica, né è in atto tra gli stratigrafi alcuna valutazione sull'introduzione di tale termine.
Nonostante le ovvie e motivate resistenze della comunità stratigrafica all'uso di quel termine, l'Antropocene si sta diffondendo nella letteratura scientifica, nonostante le contraddizioni che esso genera e consolida. Esso è usato in particolare nella letteratura ecologica ed ambientalista. Alla pari dell'Amorium chimico, l'Antropocene è un concetto "di comodo" solo in certi contesti, ma privo di valenza universale, poco (se non per niente) utile ai geologi ed agli stratigrafi, i quali rimarcano che non sussistono motivi geologici validi per introdurre una notazione speciale alla parte più recente dell'Olocene. L'Antropocene "funziona" solo per certi temi (che hanno poco di stratigrafico) come l'ecologismo (notare, non l'ecologia) e il conservazionismo, ma è alquanto ridondante in stratigrafia. E siccome la terminologia stratigrafica ha senso solo se coerente con i principi della Stratigrafia, non ha senso introdurre un termine "pseudo-stratigrafico" che di stratigrafico ha solamente il suffisso nel nome.
Al pari dell'Amorium della mia parodia, l'Antropocene corre il rischio di diventare un brand di moda prima ancora che un potenziale strumento per il progresso della conoscenza. E ciò potrebbe, alla lunga, essere più dannoso che utile, persino per coloro che, in buonissima fede, ritengono che l'uso di questo termine pseudo-stratigrafico possa avere delle positive ricadute per la causa ambientalista ed ecologista. Il punto, purtroppo, è proprio quello: la scienza non può e non deve essere riformata in base a motivazioni ideologiche, anche quando spinte dalle più nobili intenzioni.


03 settembre 2020

Vectaerovenator, un nuovo, enigmatico theropode inglese

Elementi noti di Vectaerovenator (da Barker et al. 2020)


Barker et al. (2020) descrivono alcune vertebre di dinosauro dalla Formazione Ferruginous Sandstone dell'isola di Wight, risalenti a circa 115 milioni di anni fa. I resti di dinosauro europeo, ed in particolare di theropode, di quella età (Aptiano) sono piuttosto rari, e quindi anche la scoperta di pochi elementi ossei (come in questo caso) è significativa.

Le ossa comprendono una serie disarticolata di vertebre non associate, raccolte nella medesima località. Sebbene rinvenute isolate una dall'altra, esse sono interpretabili come parte di un medesimo esemplare per una serie di ragioni:

1. la improbabilità di trovare molti resti di dinosauro in questa formazione composta da sedimenti marini: ciò suggerisce che i resti appartengano ad un singolo animale disarticolato piuttosto che a più animali distinti tutti fossilizzati nel medesimo fondale.

2. l'uniformità di dimensioni, preservazione dei resti e matrice sedimentaria associata.

3. la condivisione di numerosi recessi pneumatici nelle vertebre presacrali, tutti riconducibili ad un teropode particolarmente pneumatizzato.

I resti sono quindi riferiti ad un nuovo taxon, Vectaerovenator inopinatus. 

L'estrema frammentarietà dei resti rende inevitabilmente provvisoria qualsiasi collocazione filogenetica. Usando la mia analisi del 2018 sull'evoluzione del piano corporeo aviano, gli autori collocano l'esemplare in Tetanurae, e valutano alcune posizioni in termini di differenza di eventi evolutivi necessari a descrivere i dati noti: sebbene la posizione più parsimoniosa lo collochi in Megaraptora (e Tyrannosauroidea), la differenza di step per posizioni alternative in Allosauroidea o Megalosauroidea è troppo piccola per poter essere ignorata. 

In attesa di nuovi resti, è quindi saggio considerare Vectaerovenator un Tetanurae incertae sedis.


Bibliografia:

Barker C. et al. 2020. A highly pneumatic ‘mid Cretaceous’ theropod from the British Lower Greensand. Papers in Palaeontology.

27 agosto 2020

"V" come "Teilhard de Chardin"

 

Teilhard de Chardin, il dinosauroide e Jane Badler nel ruolo di "Diana" in V-Visitors



Cosa può legare un gesuita, filosofo e paleontologo della prima metà del XX secolo con la più famosa scultura di zoologia speculativa e con una serie cult degli anni '80?

Se ricordate, 10 anni fa (gasp!) speculai su una ispirazione più o meno diretta della celebre serie tv di fantascienza "V-Visitors" (1983-1985) con il dinosauroide di Russell, pubblicato nel 1982.

Ieri, in un commento su Facebook, il paleontologo Hans Sues ha sottolineato l'influenza del paleontologo e gesuita Teilhard de Chardin (1881-1955), ed in particolare la sua concezione teleologica dell'evoluzione della coscienza, sulle idee evoluzionistiche di Russell in merito alla "inevitabilità" dell'evoluzione dell'autocoscienza, idee che sono alla base dell'ipotesi del dinosauroide come "alternativa cosciente" all'uomo qualora i dinosauri non si fossero estinti.

Un simile nesso non può non affascinare.