17 dicembre 2018

Piumaggio complesso negli pterosauri!

Dettagli delle piume nei nuovi esemplari di pterosauro descritti da Yang et al. (2018).

All'inizio degli anni '70 del secolo scorso, la pubblicazione dello pterosauro kazako Sordes pilosus, rinvenuto in giacimenti ad elevata conservazione di età giurassica, dimostrò la presenza di tegumento filamentoso negli pterosauri. Questi filamenti, detti “picnofibre”, furono poi identificati in altri pterosauri giurassici, provenienti da giacimenti ad elevata conservazione cinese.
Con la scoperta di strutture filamentose in vari dinosauri (prima theropodi, poi anche in ornithischi), si è acceso il dibattito sulla relazione esistente tra i filamenti degli pterosauri e quelli dei dinosauri. Sono strutture omologhe, comparse negli antenati comuni di pterosauri e dinosauri, ed ereditate da ambo i gruppi? Oppure, sono frutto di una convergenza adattativa, e quindi sono comparse indipendentemente, più volte, negli pterosauri, nei theropodi e negli ornithischi, ma non sono un retaggio ereditato dal loro più recente antenato comune?

Il problema nell'affrontare questo problema in modo rigoroso è che la preservazione di queste strutture filamentose è condizionata dalle caratteristiche del deposito sedimentario in cui si fossilizza il corpo dell'animale. Esiste un “filtro tafonomico” che maschera la effettiva distribuzione di queste strutture in tutti i potenziali possessori. Certi animali potrebbero non essere mai morti nel posto giusto per la conservazione delle loro piume, col risultato che potremmo non avere mai traccia del loro piumaggio, ma solo le ossa. Non è un caso, infatti, che l'unico grande gruppo di Ornithodira per il quale attualmente non esiste alcuna traccia di piumaggio, i sauropodomorfi, sia anche quello che non viene mai rinvenuto nei giacimenti ad elevata conservazione in cui abbondano le tracce di piumaggio associate a theropodi e pterosauri. In attesa di avere qualche indicazione sulla presenza o meno di piumaggio nei sauropodomorfi, le due interpretazioni in conflitto persistevano ognuna tenacemente nella propria posizione.

Una soluzione alternativa, avrebbe potuto provenire sempre da questi giacimenti ad elevata conservazione. Il ragionamento è il seguente: se l'ipotesi della “evoluzione convergente” può funzionare per spiegare la presenza di filamenti semplici in pterosauri e dinosauri, la stessa ipotesi non regge molto bene qualora si scopra che sia i dinosauri che gli pterosauri presentavano filamenti complessi. Non è molto credibile che strutture complesse ed elaborate evolvano nel medesimo modo in animali non imparentati, per mero effetto dell'adattamento. I mammiferi ne sono una prova. Dopo tutto, anche i mammiferi hanno filamenti semplici (evolutisi in modo autonomo rispetto a dinosauri e pterosauri) ma non presentano mai i filamenti complessi che formano le piume. Se i filamenti complessi sono una “facile” conseguenza di quelli semplici, come mai i mammiferi non hanno mai evoluto “mammalo-piume” nei 200 milioni di anni della loro storia? Pertanto, qualora trovassimo delle piume complesse anche negli pterosauri, questo sarebbe un robusto argomento a favore della origine comune di queste strutture a partire dall'antenato comune di dinosauri e pterosauri. Ipotizzare che un qualche misterioso fenomeno di convergenza ecologica possa portare le piume in pterosauri e dinosauri è difatti molto più debole del riconoscere che invece questi animali le presentano perché condividono il medesimo meccanismo genetico che produce queste complesse strutture tegumentarie.
Purtroppo, qualora questa eventualità non si verifichi, non possiamo usare tale assenza come prova di alcunché.

Fin qui, i ragionamenti teorici.

Da qualche anno, ero a conoscenza dell'esistenza di pterosauri eccezionali, nei quali sarebbe preservato un tipo di tegumento più complesso dei filamenti.
Oggi, Yang et al. (2018) descrivono due pterosauri anurognatidi dall'inizio del Giurassico Superiore cinese. I due esemplari sono quasi completi e squisitamente preservati. In particolare, il corpo risulta ricoperto da almeno 4 tipi di strutture tegumentarie. Abbiamo filamenti semplici, come osservato in altri pterosauri in passato, assieme a filamenti multipli che si irradiano dall'apice di un filamento centrale comune, assieme a ciuffi di filamenti che partono da uno stelo comune, assieme a ciuffi di lunghi filamenti uniti in una base comune. Alcuni di questi filamenti mostrano una differenza di colore lungo l'asse centrale, che indica una cavitazione interna del filamento.

Gli unici altri animali noti per avere filamenti cavi internamente e filamenti a differenti livelli di complessità sono i dinosauri. In particolare, i filamenti complessi di questi pterosauri sono comparabili ai diversi stadi di piumaggio osservato nei coelurosauri. Fossero stati rinvenuti associati alle ossa di un maniraptoro, nessuno avrebbe esitato a chiamare queste strutture col nome di “piume”.

Pertanto, questa scoperta conferma e rafforza l'ipotesi che i filamenti degli pterosauri siano omologhi ai filamenti dei dinosauri, e che quindi pterosauri e dinosauri siano strettamente imparentati in Ornithodira. Inoltre, la presenza negli pterosauri di piume a differenti gradi di complessità supporta l'idea che le piume, non solo i filamenti semplici, siano un carattere ancestrale di tutti i dinosauri.

Restiamo in attesa del primo sauropodomorfo con tracce di piumaggio.

Considerazione tassonomica secondaria, ma forse non troppo banale. Alcuni nomi di clade sono stati definiti in base alla presenza di piumaggio, e a non pochi biologi non dispiacerebbe di usare il termine “Aves” per il clade “degli animali piumati”. Se questo modo di pensare fosse applicato alla nuova scoperta, dovremmo quindi concludere che Ornithodira è un sinonimo junior di Aves, e che quindi dinosauri e pterosauri sono tutti, di fatto, uccelli in quanto animali piumati? So che è il medesimo argomento usato in passato per i maniraptori soltanto, ma se concludessimo che piume complesse compaiono alla base di pan-Aves, perché non riconoscere che allora a tale gruppo va legittimamente dato il nome di “uccelli”?


Bibliografia:
Yang Z. et al., 2018. Pterosaur integumentary structure with complex feather-like branching. Nature Ecology and Evolution https://doi.org/10.1038/s41559-018-0728-7

14 dicembre 2018

Recensione di “Dinosaurs”

Nei giorni scorsi, e per un numero limitato di date, nei cinema nostrani è stato proiettato un documentario dal titolo “Dinosaurs”. Dopo una rapida ricerca online, scoprii che si trattava di una produzione italiana. Questo documentario proiettato al cinema ha fatto molta leva sulla promozione online, tranne che per un vistoso dettaglio: la spettacolare esposizione di una copia dell'esemplare di Tyrannosaurus noto come “Stan” nella stazione centrale di Milano (il motivo dell'uso di quell'esemplare come “promotore” del film è chiaro una volta visto il documentario proiettato in questi giorni).
Il trailer che circolava online è molto spettacolare ed enfatico. Si capisce subito che il target del documentario, lo spettatore ideale del film, non è, ovviamente, il paleontologo che vi sta scrivendo. E forse nemmeno voi lettori consueti del blog. Il target è lo spettatore che è sì curioso, ma resta sostanzialmente agnostico verso i dinosauri, non ha particolari atteggiamenti o posizioni in merito al complesso mondo della paleontologia dinosaurologica e delle sue varie ramificazioni nella società. Quel trailer combinava immagini in alta risoluzione, riprese col drone e la reiterata mistica della paleontologia sul campo, in regioni esotiche e lontano dalla civiltà. Già questo faceva sospettare che il documentario fosse poco dedicato ai dinosauri. E forse, pensai, quello potrebbe essere il suo unico punto positivo, sinceramente quello più originale. Vedendolo, notando alcuni dettagli del trailer, e riflettendo anche sulla promozione con “Stan” alla stazione milanese, ebbi il sospetto che questo film, pur intitolandosi “dinosauri”, parlasse poco o nulla di loro. L'impressione, dal trailer, era che fosse un documentario dedicato al mondo dei venditori di scheletri di dinosauro (se non lo sapete, esiste chi di professione vende scheletri – o copie di scheletri – di dinosauro).
Mi rendo perfettamente conto che se un documentario si intitola “Venditori di scheletri di dinosauri” il pubblico potenziale crolla rispetto a quello che vuole vedere il ben più accattivante “Dinosauri” (per giunta, in inglese, persino nella versione italiana), quindi non è certo sulla discutibile scelta di un così banale titolo che avrei basato la mia valutazione, né sulla breve visione di un trailer volutamente enfatico.

[Parentesi sull'esemplare di “Stan” alla stazione milanese. Da circa 20 anni, il Museo di Storia Naturale di Milano espone nella sala dei dinosauri una copia del Tyrannosaurus “Stan”. Ovvero, una copia identica alla copia che in questi giorni è stata mostrata alla stazione della medesima città. Ovvero, per alcuni giorni, Milano è stata l'unica città al mondo ad avere esposti al pubblico due copie identiche del medesimo scheletro di dinosauro. Come spiegare una così bizzarra ridondanza? Credo che, molto semplicemente, gli organizzatori dell'esposizione alla stazione legata al film non fossero al corrente che il medesimo esemplare era già presente in quella città. Purtroppo, sospetto anche che moltissimi tra coloro che transitano quotidianamente per la principale stazione milanese (uno degli snodi chiave del traffico ferroviario nazionale) non fossero minimamente consapevoli che quel superbo scheletro esposto temporaneamente nella stazione si può ammirare da due decenni nel museo della stessa città, distante neanche mezz'ora a piedi dalla stazione. Già questo sarebbe materia per una riflessione sul modo con cui i dinosauri sono “serviti” al pubblico].

Ecco le mie impressioni dopo aver visto il documentario:

13 dicembre 2018

Il casuario è un Velociraptor dei nostri giorni?

"Shoot her! Shoooot heeeer!"

Gli slogan sono immediati e spesso incisivi; sono ottimi mezzi per veicolare un concetto. Ma sono anche molto subdoli. Prendiamo il concetto che lega a sua volta i due concetti di “uccello” e “dinosauro”. Sebbene la frase “gli uccelli sono dinosauri” sia vera allo stesso modo con cui lo è la frase “le balene sono mammiferi”, essa è fuorviante nel semplificare eccessivamente l'entità di quello status tassonomico. Lo slogan è subdolo perché rimuovendo una parte fondamentale della più chiara e corretta frase “gli uccelli sono un sottogruppo dei dinosauri”, esso è ambiguo per coloro che non dispongono dell'intero bagaglio concettuale che permette di riconoscere la gerarchia che include Aves in Dinosauria.
Sono fiducioso che il lettore medio di Theropoda (esso stesso una astrazione) sia consapevole del senso della frase “gli uccelli sono dinosauri”. Perlomeno, voglio essere ottimista. Tuttavia, non sono così ottimista per un altro slogan legato al legame tra dinosauri e uccelli, e che sospetto sia più o meno implicitamente ritenuto valido dalla maggioranza degli appassionati. Lo slogan è quello che individuerebbe in alcuni uccelli moderni degli “analoghi” dei dinosauri non-aviani, analoghi migliori degli altri uccelli, poiché ritenuti più “arcaici” o “plesiomorfici” sia anatomicamente che ecologicamente. Sono sicuro che almeno una volta nella vita avrete sentito dire oppure letto da qualche parte che “il casuario è un moderno Velociraptor”, o frasi simili. Una rapida ricerca con Google mi dice che “Cassowary+Velociraptor” compare almeno 50 mila volte online.
Il casuario (o meglio, le varie specie di casuario) è uno dei più grandi uccelli viventi, il secondo per massa dopo lo struzzo. I casuari sono animali molto affascinanti, sia anatomicamente che etologicamente. In quanto grandi animali piumati non-volatori, essi ricorderebbero vagamente i theropodi maniraptori non-aviali, anche questi grandi animali piumati non-volatori.
Eppure, nessuno di noi ha mai visto dal vivo un Velociraptor (o qualunque altro theropode mesozoico), quindi non abbiamo alcun modo di stabilire se l'eco-etologia di Velociraptor fosse più o meno simile a quella di Casuarius. Il fatto che Casuarius sia vagamente “preistorico” è innanzittuto una pura invenzione della nostra mente. Non esiste uno status “arcaico” per un animale vivente, dato che ogni specie esistente ha seguito la propria storia evolutiva che lo ha portato inevitabilmente ad "allontanarsi" dallo status ancestrale. Persino i così detti “fossili viventi” sono il prodotto di storie evolutive particolari e divergenti, e non sono “relitti” immutati da un passato remoto. Ma anche ammettendo che esistano dei “relitti evolutivi”, Casuarius non è affatto un relitto, dato che presenta numerose specializzazioni anatomiche tutte proprie, mentre non conserva alcuna condizione ancestrale da “dinosauro non-aviano”. Se analizzate nel dettaglio Casuarius, e lo confrontate con varie specie di dinosauri mesozoici (ovviamente, a livello delle parti fossilizzabili), vedrete che nella grandissima maggioranza delle sue caratteristiche esso è un uccello moderno a tutti gli effetti, e che i tratti in comune con gli altri dinosauri sono frequenti tanto quanto si osserva negli altri uccelli. La “primitività” o “arcaicità” è puramente illusoria, e spesso è un puro prodotto della ignoranza anatomica sull'animale in questione.

Probabilmente, i lettori a questo punto avranno anche concesso che Casuarius non sia “preistorico” o “arcaico”, ma continueranno a pensare che, perlomeno, esso abbia evoluto delle caratteristiche che “mimano” le caratteristiche ancestrali dei dinosauri non-aviani. Dopo tutto, essere bipede incapace di volare e pesare più di 20 kg sono la norma nei theropodi non-aviani, mentre sono una rara eccezione negli uccelli viventi. Perché non dovremmo ammettere che Casuarius sia un uccello convergente con i dinosauri non-aviani? Ammettere ciò implica far rientrare il concetto di “arcaico” dalla finestra, camuffandolo da “ecomorfologia convergente con quella dei dinosauri non-aviani”.

Nelle scienze naturali non basta sostenere una somiglianza, occorre anche dimostrare che essa regge alla prova di un test statistico. Se si sostiene che Casuarius è ecomorfologicamente più simile ad un theropode mesozoico rispetto agli altri uccelli moderni, occorre sviluppare una analisi quantitativa che produca come risultato una misura di tale somiglianza, e che tale somiglianza sia statisticamente significativa. Questo può essere fatto, ad esempio, svolgendo delle analisi morfometriche, e calcolando come i diversi uccelli e dinosauri si distribuiscano in un morfospazio definito dalle misure ottenute da regioni standardizzate del loro corpo. Se il casuario (ed altri uccelli) sono analoghi ai dinosauri non-aviani, un test morfometrico devrebbe collocarli dentro la distribuzione data dai dinosauri non-aviani, mentre gli altri uccelli risulterebbero fuori da tale distribuzione.

Seguendo questo ragionamento, Gold e Watanabe (2018) hanno analizzato morfometricamente i calchi endocranici di alcuni theropodi non-aviani e di verie specie di uccelli moderne, per determinare come queste specie si distribuiscano in un morfospazio dato dalle caratteristiche geometriche dei loro endocrani. L'ipotesi è che se i grandi uccelli non-volatori sono analoghi ai theropodi non-aviani, i loro cervelli dovrebbero avere una morfologia più simile a quella dei loro parenti mesozoici non-volatori rispetto a quella degli uccelli volatori. Sappiamo che le diverse regioni del cervello si espandono o riducono in relazione alle specializzazioni locomotorie ed ecologiche, quindi è ragionevole supporre che, qualora i grandi uccelli atteri siano “tornati” a vivere alla maniera dei theropodi mesozoici, avranno evoluto cervelli conformi a tali stili di vita, o perlomeno, avranno modificato i loro cervelli rispetto alla morfologia “classica” degli uccelli volatori. Qualora tale “modifica” sposti i grandi uccelli atteri verso la regione del morfospazio occupata dai dinosauri non-aviani, potremmo sostenere che, effettivamente, Casuarius e company siano a livello neuronale degli analoghi eco-morfologici o funzionali dei dinosauri classici.

L'analisi di Gold e Watanabe (2018) smentisce questa idea. Le caratteristiche geometriche del cervello dei grandi uccelli non-volatori moderni rientrano nel range di variazione degli altri uccelli, mentre i theropodi non-aviani analizzati si collocano in una differente regione del morfospazio. Il cervello di Casuarius (o di struzzo) è un cervello da uccello moderno, e non somiglia al cervello di un paraviano basale.

Questo risultato è interessante da due punti di vista.
Smentisce il mito che i grandi uccelli non-volatori siano degli animali “preistorici”, o comunque “simil-preistorici”. Ma, sopratutto, smentisce l'idea che i theropodi piumati più simili agli uccelli fossero “in toto” più simili agli uccelli rispetto agli altri theropodi. Questo è, probabilmente, un errore concettuale molto più radicato e difficile da demolire rispetto a quello del “casuario preistorico”. Il fatto che dromaeosauridi e troodontidi siano filogeneticamente più vicini agli uccelli rispetto ad altri theropodi non implica necessariamente che essi fossero “più uccelli” degli altri dinosauri. Il fatto che questi theropodi siano copiosamente ricoperti di piume non significa che anche la loro anatomia interna sia sempre e comunque “più da uccello” rispetto ad altri cladi. L'evoluzione, lo ripetiamo sempre, non è un processo lineare né graduale né semplice. Il solo fatto di stabilire una parentela stretta di un taxon fossile con un gruppo moderno non implica automaticamente che quel taxon fossile sia una “versione incipiente” del taxon moderno, né che tutto il suo corpo e la sua biologia siano automaticamente uno “stadio intermedio” lungo la trasformazione che porta alla forma vivente.
Probabilmente, i grandi theropodi piumati del passato avevano comportamenti ed ecologie che difficilmente ricadrebbero dentro gli schemi stabiliti osservando le specie di uccelli viventi. Dopo tutto, se elencassimo le caratteristiche anatomiche che Velociraptor NON ha in comune con gli uccelli moderni, avremmo una lista lunga quanto quella delle caratteristiche che lo rendono più simile ad un uccello rispetto ad un coccodrillo. E siccome nessun animale esiste per svolgere il ruolo di “stadio evolutivo intermedio”, ma esiste perché è funzionale al proprio stile di vita, non c'è motivo per ridurre Velociraptor al ruolo di “uccello al 60% dell'upgrading”, così come non c'è motivo per vedere in Casuarius un “Velociraptor al 40% del reloading”.

Bibliografia:
M.E.L. Gold and A. Watanabe. 2018. Flightless birds are not neuroanatomical analogs of non-avian dinosaurs. BMC Evolutionary Biology (2018) 18:190 https://doi.org/10.1186/s12862-018-1312-0

06 dicembre 2018

6th December Death Match

M. rex e H. escuilliei alla stessa scala. I due animali non si incontrarono mai, dato che il primo visse in Tunisia 130 milioni di anni fa, ed il secondo in Mongolia, 75 milioni di anni fa. (Artwork di D. Bonadonna e L. Panzarin).

Il 6 dicembre è un giorno molto fortunato.
Almeno per me.
Esattamente 4 anni fa (6 dicembre 2014), la spedizione di cui facevo parte scopriva lo scheletro del gigantesco crocodilomorfo che poi sarebbe stato definito come olotipo di Machimosaurus rex. Esattamente un anno fa (6 dicembre 2017), era pubblicato l'articolo, di cui sono primo autore, che istituisce Halszkaraptor escuilliei.

Se volete rileggere i post dedicati a questi due eccezionali fossili mesozoici, ecco i link alla serie di Machimosaurus:

Il Re dei Sauri Battaglieri
Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3


ed alla serie di Halszkaraptor:

Lode alla Piccola Halszka
Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3

05 dicembre 2018

Moby Dichthyosaur

L'esemplare studiato da Lindgren et al. (2018).


Lindgren et al. (2018) descrivono un esemplare superbamente conservato dell'ittiosauro Stenopterygius dal Giurassico Inferiore tedesco. L'esemplare conserva dettagli fini ed ultrastrutturali del tegumento, sia a livello del derma profondo che della epidermide superficiale. Utilizzando vari metodi di analisi, tra cui il prelievo ed il trattamento chimico di frammenti della pelle fossilizzata, gli autori identificano elementi lipidici e proteinici del derma, compatibili con uno spesso rivestimento adiposo, e ricostruiscono il pattern generale della colorazione della pelle, priva di squame, che risulta colorata cripticamente per confondere l'animale con lo sfondo, secondo il classico patter "dorso scuro e ventre chiaro". La presenza di uno spesso rivestimento adiposo è interpretabile come adattamento per conservare il calore corporeo prodotto da un metabolismo elevato, in analogia con i cetacei attuali. 

Bibliografia:
Lindgren et al. (2018). Soft-tissue evidence for homeothermy and crypsis in a Jurassic ichthyosaur. Nature https://doi.org/10.1038/s41586-018-0775-x.


03 dicembre 2018

La qualità comunicativa ed il suo senso nell'Era del Copia-e-Incolla


Fotogramma dal film "Idiocracy".

Il mondo della comunicazione scientifica è, semplificando, suddivisibile in 3 popolazioni principali:

  • Popolazione 1. I produttori della informazione scientifica, ovvero, gli “scienziati” (ricercatori che svolgono le indagini scientifiche e che le traducono in letteratura scientifica tecnica, nonché gli autori primi delle comunicazioni ufficiali, qualora siano prodotte, da trasmettere alla stampa).

  • Popolazione 2. I trasportatori e traduttori dell'informazione scientifica, ovvero, i giornalisti scientifici ed i divulgatori, coloro che prendono le informazioni prodotte dalla popolazione 1 e le “trasformano” in un prodotto “vendibile” e “divulgabile” nei mezzi di comunicazione di massa.

  • Popolazione 3. Il pubblico dei potenziali lettori delle informazioni prodotte dalle popolazioni 1 e 2.

Il primo errore da correggere, immediatamente, è l'idea che queste 3 popolazioni siano dei compartimenti stagni e non intersecantesi. Vi basti, come esempio, il sottoscritto: io sono un paleontologo dei vertebrati che produce articoli scientifici e comunicati stampa relativi alle mie ricerche (popolazione 1), ma sono anche un blogger che scrive e commenta le notizie relative a nuove scoperte scientifiche (popolazione 2), ma sono anche un avido lettore di pubblicazioni scientifiche e di notizie relative alla scienza (popolazione 3).
La mia condizione privilegiata di “intersezione” tra le 3 popolazioni mi permette, lo spero, di dare una valutazione “sintetica” (nell'accezione etimologica del termine, di “sintesi” tra elementi distinti, e non nel senso di “riassunto”) del complesso fenomeno della divulgazione scientifica nella nostra era di connessioni immediate tramite Internet.
Ognuna delle tre popolazioni non è un blocco monocromatico e uniforme. Nella popolazione 1, ad esempio, abbiamo scienziati poco inclini a comunicare fuori dalla loro popolazione (per abitudine, indole, o semplicemente per la peculiarità delle loro ricerche che le rende “ostiche” ai non addetti ai lavori), così come abbiamo “scienziati pop” che sfumano più nella categoria dei “divulgatori istituzionali” piuttosto che in quella dello “scienziato che divulga le proprie scoperte”. Tra questi due estremi, si sviluppa la ramificata fauna degli scienziati che parlano del loro lavoro. Va sempre considerato che non tutti i rami della scienza sono ugualmente “ex-apted” per la divulgazione, ovvero, sono ugualmente dotati di caratteristiche idonee a permetterne una agevole e “fruttuosa” divulgazione e comunicazione popolare. Parlare a giornalisti e pubblico di un nuovo dinosauro corazzato è sicuramente più facile e promettente del parlare di una nuova funzione d'onda che spiega il comportamento del fenomeno subatomico rilevato al CERN, e questa facilità influisce sul tasso di diffusione delle informazioni verso il pubblico.
La frequenza ed intensità della diffusione di informazioni dalla popolazione 1 alla 2 è anche modulata dai filtri con cui la seconda popolazione capta e seleziona ciò che proviene dalla prima.
Non rivelo alcun terribile mistero se noto che i giornalisti snobberanno sistematicamente un nuovo merluzzo pliocenico rinvenuto nelle colline bolognesi mentre riempiranno i siti di notizie per l'ennesimo dromaeosauride cinese, nonostante che questi studi siano identici se visti dalla popolazione 1: due nuovi taxa paleontologici con identico impatto sulla vita quotidiana del lettore medio. Conosco casi di amici e colleghi le cui ricerche, pur meritevoli di attenzione e ugualmente rigorose delle mie, sono state sistematicamente snobbate dalla popolazione 2 perché considerate “non interessanti” in una ottica giornalistica. La “coolness” di una scoperta, difatti, è una proprietà emergente della interazione tra popolazione 1 e 2, che non dipende dalla qualità intrinseca della ricerca prodotta su tale scoperta. Da questo punto di vista, io sfondo quasi sempre porte aperte, con i miei dinosauri carnivori: sarei un ipocrita se non rimarcassi la fortuna di studiare qualcosa che può essere “venduto” alla popolazione 2 molto più facilmente di altri temi di ricerca.
Anche nella popolazione 2 la fauna è variegata ed eterogenea. Esiste una crescente componente di divulgatori e comunicatori che provengono dalla popolazione 1 (come il sottoscritto): persone che, perlomeno, conoscono direttamente il tema di cui parlano, e quindi non lavorano su “materiale di seconda mano”. Al tempo stesso, la maggioranza della comunicazione giornalistica scientifica è di seconda, terza e quarta mano, con l'inevitabile degradazione e contaminazione del messaggio originario con elementi aggiuntivi e deformanti.
Per “comunicazione di prima mano” intendo la produzione diretta di divulgazione da parte dell'autore della ricerca. Ad esempio, un mio post su Theropoda su una mia pubblicazione scientifica è una divulgazione “di prima mano”: io parlo al pubblico dello studio che ho realizzato.
Esiste poi una “comunicazione di seconda mano”, ovvero, la traduzione per il pubblico di uno studio scientifico, senza mediazione giornalistica. Ad esempio, la scrittura di un post basato direttamente su una pubblicazione tecnica, bypassando i comunicati stampa e le eventuali trasposizioni giornalistiche. Nel mio caso, tutti i post che non sono di prima mano sono comunque di seconda mano: ho letto l'articolo originale e ne ho tratto un post di commento o sintesi.
Per come ho sempre inteso questo blog, non troverete mai su Theropoda dei post “di terza o quarta mano”. Purtroppo, la maggioranza dei siti di divulgazione scientifica è formata da produzioni di terza o quarta mano, ovvero, articoli tratti dalla lettura di comunicati stampa, ma non basati sull'articolo scientifico originario, oppure, nella peggiore delle situazioni, una mera traduzione o copia-incollatura di notizie scientifiche (di seconda o terza mano) prodotte da altri.

Perdonate la brutalità, ma considero il giornalismo scientifico di terza e quarta mano una delle cause del generale declino e abbrutimento della comunicazione scientifica online. Vista la facilità con cui si può copiare e incollare il testo di una pagina online, facilità ed immediatezza che non è possibile quando si produce un articolo di prima o seconda mano (che richiedono la lettura, elaborazione e realizzazione dell'articolo traendolo da materiale prodotto dalla popolazione 1), è evidente che, alla grande scala delle relazioni possibili online, vince sempre la comunicazione di terza e quarta mano. E siccome all'aumentare della “mano” diminuisce la accuratezza del lavoro, è inevitabile un progressivo calo nella qualità della comunicazione col diffondersi del far notizie col “copia-e-incolla”. La qualità perde sempre nella competizione contro la quantità, e l'unico modo per impedire che soccomba è agendo attivamente e intenzionalmente nell'arginare la diffusione della comunicazione di terza e quarta mano.
Come? Boicottando le fonti di terza e quarta mano, e sostenendo economicamente le fonti di prima e seconda mano. Purtroppo, di questo si parla poco, e si agisce ancora meno. La rete appiattisce tutto e amalgama le differenze, a scapito dell'eccellenza e del lavoro serio, anche nella discussione su questo tema.
Questo è un discorso personale, ma vale sicuramente per molti altri in situazioni analoghe alla mia.
Scrivere di scienza in modo rigoroso e accurato (senza perdere di vista la leggerezza ed il tono colloquiale con cui, alla fine, tento di tenere il blog) richiede tempo ed energie. Io stesso, da qualche anno, sto valutando sempre più se abbia senso continuare con un blog che mi prende tempo ed energie e non mi ritorna quasi nulla, a parte il piacere della scrittura e qualche simpatica stretta di mano quando qualcuno mi dichiara di essere "un lettore del suo blog”.
Il calo di produzione del blog è anche un effetto di queste riflessioni. Quando il “chi me lo fa fare?” si insinua nella testa, cresce la voglia di farlo tacere appagando il suo disfattismo. Mi domando se abbia senso persistere nella produzione di testi che poi sono amalgamati e diluiti nel grande mare del copia-e-incolla, popolato da una quantità soverchiante di prodotto immediatamente fruibile ma che è qualitativamente molto più basso di quello che tenti di produrre. Mi soffermo a valutare se non sia più saggio chiudere con questa esperienza, per – forse – aprirne una dove mi senta anche incentivato a lavorare nella divulgazione scientifica con la consapevolezza che il merito e la qualità siano comunque dei criteri di selezione, che siano, detto brutalmente, pagati e appagati. Mi chiedo se e quanto sia giusto che io pretenda un qualche ritorno per il mio lavoro di scrittura, e se questo ritorno sia un prezzo che il lettore di qualità è disposto a pagare.
Temo in risposte negative a tutte le domande.

Se membri della popolazione 3 hanno opinioni interessanti da pubblicare, sono benvenuti.