06 dicembre 2018

6th December Death Match

M. rex e H. escuilliei alla stessa scala. I due animali non si incontrarono mai, dato che il primo visse in Tunisia 130 milioni di anni fa, ed il secondo in Mongolia, 75 milioni di anni fa. (Artwork di D. Bonadonna e L. Panzarin).

Il 6 dicembre è un giorno molto fortunato.
Almeno per me.
Esattamente 4 anni fa (6 dicembre 2014), la spedizione di cui facevo parte scopriva lo scheletro del gigantesco crocodilomorfo che poi sarebbe stato definito come olotipo di Machimosaurus rex. Esattamente un anno fa (6 dicembre 2017), era pubblicato l'articolo, di cui sono primo autore, che istituisce Halszkaraptor escuilliei.

Se volete rileggere i post dedicati a questi due eccezionali fossili mesozoici, ecco i link alla serie di Machimosaurus:

Il Re dei Sauri Battaglieri
Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3


ed alla serie di Halszkaraptor:

Lode alla Piccola Halszka
Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3

05 dicembre 2018

Moby Dichthyosaur

L'esemplare studiato da Lindgren et al. (2018).


Lindgren et al. (2018) descrivono un esemplare superbamente conservato dell'ittiosauro Stenopterygius dal Giurassico Inferiore tedesco. L'esemplare conserva dettagli fini ed ultrastrutturali del tegumento, sia a livello del derma profondo che della epidermide superficiale. Utilizzando vari metodi di analisi, tra cui il prelievo ed il trattamento chimico di frammenti della pelle fossilizzata, gli autori identificano elementi lipidici e proteinici del derma, compatibili con uno spesso rivestimento adiposo, e ricostruiscono il pattern generale della colorazione della pelle, priva di squame, che risulta colorata cripticamente per confondere l'animale con lo sfondo, secondo il classico patter "dorso scuro e ventre chiaro". La presenza di uno spesso rivestimento adiposo è interpretabile come adattamento per conservare il calore corporeo prodotto da un metabolismo elevato, in analogia con i cetacei attuali. 

Bibliografia:
Lindgren et al. (2018). Soft-tissue evidence for homeothermy and crypsis in a Jurassic ichthyosaur. Nature https://doi.org/10.1038/s41586-018-0775-x.


03 dicembre 2018

La qualità comunicativa ed il suo senso nell'Era del Copia-e-Incolla


Fotogramma dal film "Idiocracy".

Il mondo della comunicazione scientifica è, semplificando, suddivisibile in 3 popolazioni principali:

  • Popolazione 1. I produttori della informazione scientifica, ovvero, gli “scienziati” (ricercatori che svolgono le indagini scientifiche e che le traducono in letteratura scientifica tecnica, nonché gli autori primi delle comunicazioni ufficiali, qualora siano prodotte, da trasmettere alla stampa).

  • Popolazione 2. I trasportatori e traduttori dell'informazione scientifica, ovvero, i giornalisti scientifici ed i divulgatori, coloro che prendono le informazioni prodotte dalla popolazione 1 e le “trasformano” in un prodotto “vendibile” e “divulgabile” nei mezzi di comunicazione di massa.

  • Popolazione 3. Il pubblico dei potenziali lettori delle informazioni prodotte dalle popolazioni 1 e 2.

Il primo errore da correggere, immediatamente, è l'idea che queste 3 popolazioni siano dei compartimenti stagni e non intersecantesi. Vi basti, come esempio, il sottoscritto: io sono un paleontologo dei vertebrati che produce articoli scientifici e comunicati stampa relativi alle mie ricerche (popolazione 1), ma sono anche un blogger che scrive e commenta le notizie relative a nuove scoperte scientifiche (popolazione 2), ma sono anche un avido lettore di pubblicazioni scientifiche e di notizie relative alla scienza (popolazione 3).
La mia condizione privilegiata di “intersezione” tra le 3 popolazioni mi permette, lo spero, di dare una valutazione “sintetica” (nell'accezione etimologica del termine, di “sintesi” tra elementi distinti, e non nel senso di “riassunto”) del complesso fenomeno della divulgazione scientifica nella nostra era di connessioni immediate tramite Internet.
Ognuna delle tre popolazioni non è un blocco monocromatico e uniforme. Nella popolazione 1, ad esempio, abbiamo scienziati poco inclini a comunicare fuori dalla loro popolazione (per abitudine, indole, o semplicemente per la peculiarità delle loro ricerche che le rende “ostiche” ai non addetti ai lavori), così come abbiamo “scienziati pop” che sfumano più nella categoria dei “divulgatori istituzionali” piuttosto che in quella dello “scienziato che divulga le proprie scoperte”. Tra questi due estremi, si sviluppa la ramificata fauna degli scienziati che parlano del loro lavoro. Va sempre considerato che non tutti i rami della scienza sono ugualmente “ex-apted” per la divulgazione, ovvero, sono ugualmente dotati di caratteristiche idonee a permetterne una agevole e “fruttuosa” divulgazione e comunicazione popolare. Parlare a giornalisti e pubblico di un nuovo dinosauro corazzato è sicuramente più facile e promettente del parlare di una nuova funzione d'onda che spiega il comportamento del fenomeno subatomico rilevato al CERN, e questa facilità influisce sul tasso di diffusione delle informazioni verso il pubblico.
La frequenza ed intensità della diffusione di informazioni dalla popolazione 1 alla 2 è anche modulata dai filtri con cui la seconda popolazione capta e seleziona ciò che proviene dalla prima.
Non rivelo alcun terribile mistero se noto che i giornalisti snobberanno sistematicamente un nuovo merluzzo pliocenico rinvenuto nelle colline bolognesi mentre riempiranno i siti di notizie per l'ennesimo dromaeosauride cinese, nonostante che questi studi siano identici se visti dalla popolazione 1: due nuovi taxa paleontologici con identico impatto sulla vita quotidiana del lettore medio. Conosco casi di amici e colleghi le cui ricerche, pur meritevoli di attenzione e ugualmente rigorose delle mie, sono state sistematicamente snobbate dalla popolazione 2 perché considerate “non interessanti” in una ottica giornalistica. La “coolness” di una scoperta, difatti, è una proprietà emergente della interazione tra popolazione 1 e 2, che non dipende dalla qualità intrinseca della ricerca prodotta su tale scoperta. Da questo punto di vista, io sfondo quasi sempre porte aperte, con i miei dinosauri carnivori: sarei un ipocrita se non rimarcassi la fortuna di studiare qualcosa che può essere “venduto” alla popolazione 2 molto più facilmente di altri temi di ricerca.
Anche nella popolazione 2 la fauna è variegata ed eterogenea. Esiste una crescente componente di divulgatori e comunicatori che provengono dalla popolazione 1 (come il sottoscritto): persone che, perlomeno, conoscono direttamente il tema di cui parlano, e quindi non lavorano su “materiale di seconda mano”. Al tempo stesso, la maggioranza della comunicazione giornalistica scientifica è di seconda, terza e quarta mano, con l'inevitabile degradazione e contaminazione del messaggio originario con elementi aggiuntivi e deformanti.
Per “comunicazione di prima mano” intendo la produzione diretta di divulgazione da parte dell'autore della ricerca. Ad esempio, un mio post su Theropoda su una mia pubblicazione scientifica è una divulgazione “di prima mano”: io parlo al pubblico dello studio che ho realizzato.
Esiste poi una “comunicazione di seconda mano”, ovvero, la traduzione per il pubblico di uno studio scientifico, senza mediazione giornalistica. Ad esempio, la scrittura di un post basato direttamente su una pubblicazione tecnica, bypassando i comunicati stampa e le eventuali trasposizioni giornalistiche. Nel mio caso, tutti i post che non sono di prima mano sono comunque di seconda mano: ho letto l'articolo originale e ne ho tratto un post di commento o sintesi.
Per come ho sempre inteso questo blog, non troverete mai su Theropoda dei post “di terza o quarta mano”. Purtroppo, la maggioranza dei siti di divulgazione scientifica è formata da produzioni di terza o quarta mano, ovvero, articoli tratti dalla lettura di comunicati stampa, ma non basati sull'articolo scientifico originario, oppure, nella peggiore delle situazioni, una mera traduzione o copia-incollatura di notizie scientifiche (di seconda o terza mano) prodotte da altri.

Perdonate la brutalità, ma considero il giornalismo scientifico di terza e quarta mano una delle cause del generale declino e abbrutimento della comunicazione scientifica online. Vista la facilità con cui si può copiare e incollare il testo di una pagina online, facilità ed immediatezza che non è possibile quando si produce un articolo di prima o seconda mano (che richiedono la lettura, elaborazione e realizzazione dell'articolo traendolo da materiale prodotto dalla popolazione 1), è evidente che, alla grande scala delle relazioni possibili online, vince sempre la comunicazione di terza e quarta mano. E siccome all'aumentare della “mano” diminuisce la accuratezza del lavoro, è inevitabile un progressivo calo nella qualità della comunicazione col diffondersi del far notizie col “copia-e-incolla”. La qualità perde sempre nella competizione contro la quantità, e l'unico modo per impedire che soccomba è agendo attivamente e intenzionalmente nell'arginare la diffusione della comunicazione di terza e quarta mano.
Come? Boicottando le fonti di terza e quarta mano, e sostenendo economicamente le fonti di prima e seconda mano. Purtroppo, di questo si parla poco, e si agisce ancora meno. La rete appiattisce tutto e amalgama le differenze, a scapito dell'eccellenza e del lavoro serio, anche nella discussione su questo tema.
Questo è un discorso personale, ma vale sicuramente per molti altri in situazioni analoghe alla mia.
Scrivere di scienza in modo rigoroso e accurato (senza perdere di vista la leggerezza ed il tono colloquiale con cui, alla fine, tento di tenere il blog) richiede tempo ed energie. Io stesso, da qualche anno, sto valutando sempre più se abbia senso continuare con un blog che mi prende tempo ed energie e non mi ritorna quasi nulla, a parte il piacere della scrittura e qualche simpatica stretta di mano quando qualcuno mi dichiara di essere "un lettore del suo blog”.
Il calo di produzione del blog è anche un effetto di queste riflessioni. Quando il “chi me lo fa fare?” si insinua nella testa, cresce la voglia di farlo tacere appagando il suo disfattismo. Mi domando se abbia senso persistere nella produzione di testi che poi sono amalgamati e diluiti nel grande mare del copia-e-incolla, popolato da una quantità soverchiante di prodotto immediatamente fruibile ma che è qualitativamente molto più basso di quello che tenti di produrre. Mi soffermo a valutare se non sia più saggio chiudere con questa esperienza, per – forse – aprirne una dove mi senta anche incentivato a lavorare nella divulgazione scientifica con la consapevolezza che il merito e la qualità siano comunque dei criteri di selezione, che siano, detto brutalmente, pagati e appagati. Mi chiedo se e quanto sia giusto che io pretenda un qualche ritorno per il mio lavoro di scrittura, e se questo ritorno sia un prezzo che il lettore di qualità è disposto a pagare.
Temo in risposte negative a tutte le domande.

Se membri della popolazione 3 hanno opinioni interessanti da pubblicare, sono benvenuti.

01 dicembre 2018

Dromaeosauriformipes: i più piccoli dromaeosauridi?

Il nuovo icnotaxon, Dromaeosauriformipes, in (D), confrontato con impronte di Dromaeosauripus (A-C). Da Kim et al. (2018).
 
Kim et al. (2018) descrivono una serie di impronte didattile dal Cretacico Inferiore  della Corea del Sud ed istituiscono l'icnotaxon Dromaeosauriformipes. Le impronte consistono nella traccia di due sole dita, relativamente strette e parallele, lunghe circa 1 cm e ampie mezzo cm. Gli autori riferiscono le impronte a piccoli dromaeosauridi, e valutano l'identificazione dell'autore di tali impronte, proponendo alternativamente sia una specie di dimensioni adulte molto ridotte oppure esemplari immaturi di una specie di dimensioni medio-piccole.
Le dimensioni di Dromaeosauriformipes sono veramente ridotte, persino ammettendo che si tratti di microraptorini: il terzo e quarto dito del piede in vari esemplari di Microraptor zhaoianus è ben 4 volte più lungo rispetto a queste orme (Hwang et al. 2002)! Purtroppo, non conosciamo le dimensioni alla nascita di Microraptor, quindi non è chiaro quanto sia grande il piede di un "pulcino" di questo taxon, e, in generale, di un microraptorino.
Un elemento interessante per identificare l'autore delle impronte è che spesso queste ultime non presentano traccia dell'unguale né del cuscinetto carnoso alla giunzione tra metatarso e falangi. Ovvero, le orme mostrano solamente una parte della effettiva dimensione delle dita. Assumendo che le tracce mostrino circa 1/2-2/3 della lunghezza delle due dita, si riduce il gap tra dimensione delle dita dell'autore e microraptorini, anche se comunque resta una dimensione inferiore a quella degli esemplari noti dai resti scheletrici. Questa linea di ragionamento, sebbene non articolata così, porta gli autori a ipotizzare che Dromaeosauriformipes sia l'impronta di giovani dromaeosauridi (presumibilmente, microraptorini). 
Io suggerisco una possibile interpretazione alternaviva: e se le impronte fossero di aviali? Numerosi enantiornithi vissuti nello stesso periodo in Asia Orientale mostrano dimensioni compatibili con quelle stimate per le impronte (dita del piede lunghe 1-3 cm). Inoltre, spesso il secondo dito è più corto del terzo e del quarto, così che in caso di andatura digitigrada come quella che ha prodotto le impronte Dromaeosauriformipes, il secondo dito, in flessione, potrebbe non lasciare alcuna traccia sul substrato.

Bibliografia:
Hwang, S.H., Norell, M.A., Ji, Q., and Gao, K. (2002). New Specimens of Microraptor zhaoianus (Theropoda: Dromaeosauridae) from Northeastern China. American Museum Novitates 3381:1-44.
Kim S.K. et al. (2018). Smallest known raptor tracks suggest microraptorine activity in lakeshore setting. Scientific Reports 8:16908.

25 novembre 2018

Il più grande theropode conosciuto [aggiornamento nelle figure, vedere discussione nei commenti]

I theropodi giganti sono oggetto di svariate discussioni, sopratutto online e, purtroppo, molto spesso in contesti poco scientifici; con la conseguenza che una domanda legittima come “quale è il più grande esemplare di Theropoda conosciuto?” risulta automaticamente bollata come una paranoia da esagitati fallomarmocchi di qualche forum di invasati paleopornomaniaci (sì, ho molto affetto per certi forum dove combattono e si fa combattere...).

In questo post, voglio riscattare questa legittima curiosità e rispondere a questa domanda, in modo lucido e razionale.
Il problema principale che si affronta con questa domanda è che nessun theropode mesozoico può essere effettivamente comparato agli altri in modo oggettivo: per farlo, dovremmo pesare gli esemplari, così da confrontare le loro masse, ma siccome non disponiamo di alcun esemplare vivente, questo è impossibile. Pertanto, quello che possiamo fare è di approssimare una comparazione diretta usando un criterio oggettivo e ripetibile che sia testabile sui nostri fossili. Questo significa che, a differenza di quanto facciano i più o meno invasati online, non possiamo usare le ricostruzioni scheletriche per confrontare i vari esemplari. Ogni ricostruzione scheletrica è, per definizione, una ri-costruzione, ovvero una costruzione a posteriori basata su una serie molto vaga e molto soggettiva di criteri per completare le parti mancanti, e per dedurre la massa in vivo da queste ricostruzioni. Siccome ogni ricostruzione è quindi fortemente vincolata alle scelte soggettive del suo autore, è impossibile fare una comparazione oggettiva di qualsivoglia ricostruzione scheletrica, nemmeno in quei casi in cui la ricostruzione è stata fatta sforzandosi di essere il più rigorosi possibili: è l'atto stesso di ri-costruire che invalida la possibilità di usare tale ri-costruzione come un datum comparativo (si chiama "epistemologia", cari amici delle silhouette scheletriche).

Dobbiamo quindi seguire un approccio che non sia soggetto a interpretazioni non testabili o a soggettività troppo nebulose per poter essere falsificate. Questo criterio è la comparazione di elementi scheletrici omologhi disponibili dagli esemplari noti. I taxa fossili sono ossa, e quelle dobbiamo usare. Siccome stiamo cercando di determinare l'esemplare di theropode più grande (più massivo), dovremo scegliere un elemento osseo la cui dimensione corporea sia regolata biomeccanicamente dalle dimensioni corporee, ovvero, un elemento dello scheletro che svolge una funzione diretta di sostegno del peso corporeo. Questo criterio quindi esclude di usare il cranio (la cui forma e dimensione varia anche in funzione di fattori non-dimensionali, come la dieta o la selezione sessuale) né l'arto anteriore (che nei theropodi, tutti bipedi, non funge da elemento si sostegno del peso).
Ad esempio, come ho ampiamente dimostrato in passato, usare alcune ossa del cranio (come il mascellare o il rostro in toto) per stimare le dimensioni di un theropode è estremamente fuorviante, sia perché il cranio, come ho appena scritto, varia in modo molto complesso tra i vari taxa per ragioni non legate alla dimensione corporea, ma sopratutto perché si osserva una ampia variabilità di dimensione per i medesimi elementi del cranio in animali della stessa specie e di dimensioni comparabili!
Ricapitolando, quindi, gli elementi preferibili per confronti dimensionali tra i theropodi sono quelli dello scheletro assiale della regione sacrale oppure quelli dell'arto posteriore. Siccome cerchiamo un singolo elemento osseo, il candidato migliore appartenente a quelle due regioni scheletriche è sicuramente il femore. Tra tutte le parti dello scheletro, il femore è infatti quello che più direttamente varia in funzione della massa dell'animale, dato che esso è il principale osso della gamba e quello che collega arto posteriore e bacino. Altre ossa della gamba (ad esempio, la tibia o il piede), pur avendo meriti per questo quesito che altre parti dello scheletro non hanno, sono invece più maggiormente variabili del femore per fattori non dimensionali, come l'adattamento locomotorio (dalla corsa al nuoto, dall'arrampicata allo scavo) o persino alla predazione.

Bene, una volta concluso che il femore è l'elemento osseo che meglio descrive la dimensione corporea di un theropode e che meglio può essere confrontato tra esemplari e specie differenti, andiamo a cercare il più grande esemplare di femore in Theropoda conosciuto.

L'esemplare con il più grande femore conosciuto in Theropoda è il paratipo di Tyrannotitan chubutensis: il femore è lungo 1410 mm (ad oggi, l'unico theropode noto con un femore più lungo di 140 cm), e con la diafisi che a metà lunghezza è ampia 160 mm (in direzione anteroposteriore) e 295 mm (in direzione trasversale) (fonte: Canale et al. 2015).
Se confrontiamo il femore di questo esemplare con quelli di altri theropodi, appare evidente che esso sia il più grande e robusto, e quindi quello adatto a sostenere il maggior peso corporeo.

Relazione tra lunghezza del femore (asse X), e spessore trasversale della diafisi (asse Y). L'area dei cerchi è proporzionale all'ampiezza perpendicolare allo spessore. Tyrannotitan è il taxon con i due femori più grandi nel campione, per tutti e 3 i parametri.


Anche confrontando le proporzioni delle sezione trasversale della diafisi, osserviamo un progressivo aumento relativo del diametro mediolaterale all'aumentare delle dimensioni assolute. Questo trend allometrico, massimo in Tyrannotitan, è analogo a quanto osserviamo nei sauropodi all'aumentare delle dimensioni corporee.

Proporzione della sezione trasversale del femore. All'aumentare delle dimensioni assolute, la sezione tende ad essere progressivamente più eccentrica (in senso geometrico, che passa dalla circonferenza all'ellisse schiacciata).


Curiosamente, quando online si leggono le discussioni sulle dimensioni massime nei theropodi, la scena è dominata da Tyrannosaurus e Spinosaurus, con qualche sporadica menzione dei due carcharodontosauridi Carcharodontosaurus e Giganotosaurus, mentre l'altro grande carcharodontosauride, Tyrannotitan, è quasi mai citato. Ho mostrato in numerosi post come Spinosaurus sia stato ampiamente sovrastimato in termini di massa (sebbene possa ragionevolmente risultare il più lungo tra i theropodi), e che quindi la discussione “mega-dimensionale” si riduca a questi contendenti: Tyrannosaurus ed alcuni Carcharodontosauridae.

Concludendo, quando si fa un confronto oggettivo e rigoroso, come quello mostrato qui, e si lascia da parte la tifoseria adolescenziale, non ci sono dubbi su quale sia, ad oggi, il più grande di tutti i theropodi: il paratipo di Tyrannotitan chubutensis.
Interessante, a sostegno di questa conclusione, notare che l'ampiezza (diametro trasversale) della diafisi del femore di questo esemplare sia in assoluto la massima conosciuta tra tutti i theropodi misurati (130% di quella del Tyrannosaurus “Sue”), e che lo stesso incremento relativo sia presente nell'altro esemplare di Tyrannotitan (confermando che non è una deformazione post-mortem dell'osso, ma un carattere genuino della specie): in analogia con il trend osservato nei sauropodi, l'incremento relativo dell'ampiezza trasversale del femore è difatti un esplicito adattamento graviportale, tipico di animali super-massivi.

Biliografia:

Canale, J.I, Novas, F.E, Pol, D. (2015) Osteology and phylogenetic relationships of Tyrannotitan chubutensis Novas, de Valais, Vickers-Rich and Rich, 2005 (Theropoda: Carcharodontosauridae) from the Lower Cretaceous of Patagonia, Argentina. Historical Biology 27:1-32.

22 novembre 2018

Walking with Dycinodonts

Ricostruzione di Lisowicia (da Sulej & Niedźwiedzki 2018).

Il Triassico è stato una delle fasi più complesse della storia dei vertebrati. Esso si apre con la più importante estinzione di massa del Fanerozoico, e nei suoi 50 milioni di anni di durata (quasi quanto l'intera Era Cenozoica) è teatro di un'enorme ristrutturazione faunistica globale. Solo alla fine del Triassico, inizia la vera età dei dinosauri, da quel momento quasi esclusivi occupanti delle dimensioni corporee medie e grandi, insieme a qualche crocodilomorfo. Il lungo passaggio dalle faune superstiti della fine del Permiano alla dominazione dinosauriana giurassica non fu lineare. In analogia con quanto accade all'inizio del Cenozoico, i primi gruppi a diversificare nell'immediata fase successiva all'estinzione di massa non saranno i medesimi a dominare alla fine del periodo. Ad esempio, il principale gruppo di vertebrati terrestri erbivori della fine del Permiano, i dicinodonti, riprende slancio durante il Triassico, anche se non produce più la grande diversità di forme del periodo precedente. In compenso, produce qualcosa di nuovo: i primi sinapsidi giganti. Sebbene alla fine del Permiano ci siano alcuni sinapsidi che superano la tonnellata, sia dicinodonti che terocefaliani, nessuno di questi animali andrà oltre le dimensioni di un rinoceronte attuale. E fino ad oggi, era opinione consolidata che per vedere sinapsidi sopra le 2 tonnellate sarebbe stato necessario aspettare l'Eocene, 10 milioni di anni dopo la fine del dominio dei dinosauri. In uno studio pubblicato oggi, Sulej & Niedźwiedzki (2018) descrivono i resti di un nuovo dicinodonte polacco della fine del Triassico, uno degli ultimi sinapsidi non-mammiferi, e battezzano Lisowicia bojani.
Il primo elemento di Lisowicia che spicca è la sua mole: è enorme! Gli autori stimano la massa di questo dicinodonte intorno alle 9 tonnellate, pari a quella di un grande elefante, e 5 volte maggiore di quella stimata finora per i dicinodonti triassici. Di fatto, Lisowicia era grande come i più grandi dinosauri della fine del Triassico. A confermare il gigantismo di questo animale sono gli adattamenti negli arti, in particolare quelli anteriori, per permettere una postura più eretta e colonnare rispetto a quella tipica dei dicinodonti: un evidente adattamento a sorreggere efficacemente l'enorme massa dell'animale.
Lisowicia racconta una storia inattesa ed intrigante sulla fine del Triassico. Mentre i dinosauri sauropodomorfi stavano rapidamente radiando e generande forme sempre più grandi a scala mondiale, almeno in Europa i dicinodonti avevano preso la strada verso il gigantismo e una postura più eretta e parasagittale. Quasi un presagio di Cenozoico stava per avviarsi, 160 milioni di anni prima del previsto. Cosa avrebbero potuto produrre i dicinodonti se non si fossero estinti? Poi, alla fine del Triassico, essi scompaiono del tutto (è dibattuto se un dicinodonte relitto sia presente nel Cretacico dell'Australia), parte di una serie di estinzioni ravvicinate che coinvolge molti altri tetrapodi del periodo, compresi quasi tutti i sinapsidi e pseudosuchi, e che apre la volata ai dinosauri, allora in piena radiazione adattativa.
La coesistenza di grandi sinapsidi e grandi dinosauri per un breve intervallo di tempo alla fine del Triassico suggerisce che il dominio dei dinosauri giurassici non fu solamente il risultato opportunistico dato dalla liberazione di nicchie triassiche. Se avessimo grandi dinosauri e grandi dicinodonti in intervalli distinti e successivi, potremmo parlare di opportunismo dei primi dopo la scomparsa dei secondi. Ma la coesistenza implica un diverso modello. Non si può ignorare che i dicinodonti fossero progressivamente in diminuzione sia come specie che come distribuzione per tutto il Triassico Medio e Superiore, mentre nel medesimo intervallo i sauropodomorfi mostrano una netta e rapida radiazione globale. Dato che, nel Triassico, non abbiamo ornithischi di grandi dimensioni, si può sospettare che questi ultimi abbiano effettivamente giovato della scomparsa dei dicinodonti (e degli altri tetrapodi erbivori triassici), mentre non si può parlare di opportunismo per i sauropodomorfi, già in rapida ascesa mentre vivevano i dicinodonti. Il mio sospetto è che, alla pari dei mammiferi che arriveranno molto dopo, anche i dicinodonti avessero un piano anatomico che, per quanto potenzialmente promettente nel produrre grandi erbivori, risultasse alla lunga meno vincente di quello sauropodomorfo. Ad oggi, non si conosce nessun altro gruppo animale così ben progettato per costruire giganti terrestri al pari di Sauropodomorpha.
Per quanto Lisowicia ci intrighi per le sue inattese dimensioni giganti, è forte in me il sospetto che esso rappresenti una forma estrema di specializzazione al gigantismo, una mosca bianca nel mondo dei sinapsidi triassici. Non è plausibile immaginare una ucronia post-Triassica, un mondo alternativo al vero Giurassico, in cui i dicinodonti producono una grande radiazione di giganti analoga a quella dei sauropodi. Non è avvenuto coi mammiferi cenozoici, non ci sono motivi per dare ai dicinodonti qualche jolly assente nel più prolifico clade di sinapsidi. Al contrario, il gigantismo pare essere il bacino preferenziale dove i sauropodomorfi immetteranno sempre più specie, per i 150 milioni di anni successivi agli ultimi dicinodonti, la loro vera "nicchia ecologica".

Bibliografia:
Tomasz Sulej, Grzegorz Niedźwiedzki. 2018. An elephant-sized Late Triassic synapsid with erect limbs. Science eaal4853 DOI: 10.1126/science.aal4853