21 agosto 2014

Steli, corolle e Mokele Mbe-Mbe


I termini per definire i cladi viventi e quelli estinti in filogenetica sono relativamente semplici da comprendere ed applicare. Eppure, regolarmente noto un fraintendimento nel loro uso e menzione. Ad esempio, proprio ieri è stato pubblicato su Nature un articolo che, nel titolo, menzionava “earliest stem mammals”. Ora, il termine indica i più antichi rappresentanti dello stelo mammaliano. Pertanto, chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il significato di “stelo” e “corolla” in sistematica, sa che i più antichi rappresentanti dello stelo mammaliano sono i grotteschi caseidi ed edafosauri della fine del Carbonifero. Quelli sono i taxa che la mia mente recupera dalla memoria alla lettura di “earliest stem mammals”. Peccato che, invece, l'articolo in questione parlasse di Morganucodon e altri mammaliaformi del Triassico, i quali sono tra i più recenti stelo-mammiferi, e non proprio i più antichi. L'errore nell'uso di “stelo” e “corolla” nasce appunto dal diffuso fraintendimento della logica operativa che genera questi termini. Eppure, è relativamente semplice applicare i concetti.

Tassonomia filogenetica di 5 specie viventi (a, b, c, d, e) e tre estinte (g, h, i). I nodi corolla (quadrati neri) sono applicabili solo se ambo i rami hanno dei terminali viventi. Gli steli conseguono alle corolle.

Una corolla è un nodo avente specie viventi su ambo le due linee che lo formano. Pertanto, corolla-Mammalia è il nodo che include monotremi ad un ramo e marsupiali+placentali all'altro ramo.
Uno stelo è qualunque linea che congiunge direttamente due nodi corolla. Ad esempio, stelo-Mammalia è la linea che collega corolla-Mammalia al nodo-corolla immediatamente più inclusivo, in questo caso, corolla-Amniota. Pertanto, è un membro di stelo-Mammalia qualunque specie lungo quella linea che dal nodo-corolla-amniotico va al nodo-corolla-mammaliano: quindi, tra i tanti, i caseidi, gli edafosauridi, gli sphenacodonti, i therocephali, i dicinodonti, i gorgonopsidi, i cinognatidi, i probainogranti, ed i morganucodonti. Edaphosaurus e Dimetrodon sono degli stelo-mammiferi, non solo Morganucodon! Pertanto, “i più antichi stelo mammiferi” sono i caseidi e gli edafosauridi carboniferi, non certo i morganucodonti triassici vissuti 70-90 milioni di anni dopo.

I concetti di “stelo” e “corolla” sono quindi legati alla procedura con cui essi sono costruiti. Non sono “realtà assolute”, ma nemmeno etichette arbitrarie, sono strumenti specifici, utili strumenti linguistici, a patto che siano usati nel modo corretto, secondo il criterio con cui sono stati definiti.

Mentre pensavo a questo post, ho ideato questo esperimento mentale, che forse può aiutare a comprendere come i concetti di “stelo e corolla” siano la meccanica applicazione di un semplice algoritmo tassonomico vincolato al contesto reale.

Immaginiamo che oggi, nelle foreste dell'Africa centrale, sia scoperto il fantomatico Mokele Mbe-Mbe, e che questa creatura mitologica risulti essere, effettivamente, un sauropode. Che implicazioni avrebbe sul piano tassonomico? Abbastanza forti, almeno dentro Archosauria.

Attualmente, corolla-Archosauria include due gruppi: corolla-Crocodylia e corolla-Aves. Il primo include i coccodrilli viventi, il secondo gli uccelli viventi. Tutto ciò che è collocato lungo la linea che collega corolla-Archosauria a corolla-Aves è uno stelo-Aves. Usando la rappresentazione mostrata prima, possiamo immaginare che corolla-Archosauria sia il nodo A, corolla-Crocodylia il nodo B e corolla-Aves il nodo C. I sauropodi fossili sono indicati dall'esagono rosa, e difatti si collocano nello stelo-Aves.
Cosa accadrebbe con la scoperta di Mokele Mbe-Mbe? Di colpo, abbiamo un sauropode vivente! Per definizione di “corolla”, quindi, il nodo Eusaurischia (che unisce uccelli e sauropodomorfi), che prima definiva un clade di importanza puramente paleontologica, diventa ora un clade di rilevanza zoologica avente in ambo le sue due linee almeno una specie vivente: ovvero, Eusaurischia diventa un nodo corolla (= “uccelli viventi + Mokele Mbe-Mbe”)! Automaticamente, stelo-Aves risulta ristretto alla linea che congiunge corolla-Aves a corolla-Eusaurischia (ovvero, la parte che oggi chiamiamo non-corolla-Aves di Theropoda), mentre la linea che collaga corolla-Archosauria e corolla-Eusaurischia diventa stelo-Eusaurischia: a questo punto, pterosauri e ornithischi diventano quindi degli stelo-eusaurischi e non sono più degli stelo-aviani (mentre taxa come Tyrannosaurus e Archaeopteryx restano stelo-aviani).

Il grafico di prima, con l'aggiunta di Mokele Mbe Mbe (j).


Queste fondamentali rivoluzioni tassonomiche sono uno dei motivi più importanti e sociologicamente drammatici per cui dobbiamo sperare che non sia mai scoperto un dinosauro (cioè, uno stelo-aviano) vivente! [sarcasmo]

20 agosto 2014

Vedere i dinosauri, senza bisogno di immagini

Per molti, è quasi impossibile scindere il concetto di “dinosauro” da quello di “rappresentazione paleoartistica di un dinosauro”, come se “rappresentazione paleoartistica di” fosse ridondante con (ed inclusa nel) termine “dinosauro”. Per moltissimi, difatti, un dinosauro deve essere “visualizzato” prima ancora che “pensato”. Scommetto che, alla pubblicazione di un nuovo dinosauro, per prima cosa molti si chiedono “che aspetto aveva?”. Io mi chiedo “dov'è la sua descrizione?”...
Eppure, oltre alla “visualizzazione” esistono anche altri modi di concepire e “pensare” un dinosauro, modi che hanno il pregio di essere più oggettivi e meno contingenti di quello dominante basato sulla iconografia, e che forniscono una quantità e qualità di conoscenza su quel dinosauro ben superiore di qualsiasi illustrazione.
Ad esempio, qui sotto avete una rappresentazione veramente molto fedele di un dinosauro:

Per comprenderla occorre una chiave di lettura, data dalla lista dei caratteri dei quali ogni simbolo in questa stringa è associato. In questo caso specifico, la lista dei caratteri è disponibile online, quindi accessibile ad ogni uomo di buona volontà.
Il taxon corrispondente a quella stringa è Tyrannosaurus.
Probabilmente, più di un lettore troverà questa “rappresentazione” di Tyrannosaurus molto arida e poco interessante. Eppure, essa non è diversa dal modo con cui un musicista concepisce uno spartito: ovvero, una sequenza di simboli che la sua mente è in grado di interpretare come una melodia coerente. Quella stringa, difatti, condensa un'enorme mole di informazioni, che, una volta tradotta, descrive Tyrannosaurus con un dettaglio che nessun paleoartista sarà mai in grado di rendere. Quella stringa, infatti, ci dice moltissimo su Tyrannosaurus: forma e proporzione delle parti del suo scheletro, posizione e relazioni tra ossa, processi muscolari, recessi pneumatici. Nessuna rappresentazione di Tyrannosaurus può includere contemporaneamente così tanta informazione in così poco spazio. Forse, un grande atlante osteologico di Tyrannosaurus potrebbe superare quella stringa in qualità di informazione, ma richiederebbe molte immagini, ed uno spazio informazionale (ad esempio, esprimibile in bit) molto maggiore della stringa qui sopra (che invece richiede solamente 1.5 kbytes). Anche sommando alla stringa la lista dei caratteri, non si va oltre i 240 kbytes, un valore inferiore a quello di una qualsiasi immagine a discreta risoluzione.
Come un musicista è in grado di comprendere lo spartito e di pensare la musica nella sua mente, senza il bisogno di ascoltare la melodia, così il paleontologo è in grado di comprendere la stringa di istruzioni e pensare Tyrannosaurus nella sua mente, senza bisogno di vedere l'animale. Ovviamente, in ambo i casi ciò è possibile solo dopo molti anni di esperienza e conoscenza, studio e allenamento della mente. Ma vi assicuro che è possibile, e permette di “vedere” i dinosauri in una dimensione irraggiungibile dall'occhio, quindi negata alla paleoarte.

18 agosto 2014

Pillola rossa, pillola blu

L'imprinting è il noto fenomeno etologico per cui i piccoli di varie specie (l'esempio classico sono gli anatroccoli) si legano affettivamente al primo oggetto in movimento che vedono alla nascita. Dato che, nella maggioranza dei casi (e, sopratutto, in quelli in cui il neonato ha qualche speranza di sopravvivere) tale “primo oggetto” è la madre, l'imprinting è un adattamento per instaurare in modo duraturo un legame vantaggioso tra genitore e prole.
L'imprinting è un comportamento istintivo, un programma relativamente semplice ed automatico, plasmato in virtù della sopravvivenza che conferiva agli individui che ne erano dotati.
Dato che è un comportamento “automatico”, l'imprinting è ottuso e stupido. Difatti, se prima della schiusa alla madre biologica sostituite un surrogato di qualunque tipo, i piccoli associeranno il concetto di “madre” al surrogato. La scena degli anatroccoli che seguono Konrad Lorenz come fosse la loro madre può risultare simpatica. Un po' più patetica, perché più evidente nel mostrare l'ottusità del programma automatico celato nell'imprinting, è la scena di un anatroccolo che considera un pezzo di legno colorato come la propria madre. Eppure, in tutti e tre i casi (con mamma anatra, con Konrad Lorenz, con il pezzo di legno) l'anatroccolo sta eseguendo il medesimo programma automatico presente nel suo giovane cervello.
Noi esseri umani siamo ovviamente più raffinati ed avanzati degli anatroccoli. Infatti, i cervelli dei nostri giovani non sono così ottusi e automatici, e non associano ad un pezzo di legno il concetto di madre. Eppure, nemmeno il potente cervello di Homo sapiens è immune dall'imprinting e dalle ottuse trappole del gretto automatismo comportamentale.
Prendete il seguente caso.
Poco dopo la nascita, il cervello del giovane Homo sapiens è immerso in un sistema di informazioni, unico nel regno animale, che tende ad associare a quasi ogni fenomeno percepibile una serie arbitraria di suoni. Li chiamiamo “nomi”. Il sistema è evidentemente un qualche adattamento tipico della specie umana. La straordinaria capacità dei piccoli di Homo sapiens di apprendere nuove parole è infatti molto simile all'imprinting degli anatroccoli: in ambo i casi, avviene nella primissima infanzia e in ambo i casi plasma in modo molto forte il comportamento futuro dell'individuo. Anche se la capacità di apprendere nuove parole persiste per tutta la vita, una volta superato quel breve momento dell'infanzia, diventa molto difficile imparare una nuova lingua, se non al prezzo di un duro esercizio di apprendimento. C'è qualcosa, nel cervello del bambino piccolo, che lo rende idoneo ad imparare una lingua, ad associare in modo automatico una parola ad un fenomeno. E non solo fenomeni, ma anche – e sopratutto – dei concetti. Il cervello umano impara quasi subito a legare a innumerevoli astrazioni una precisa parola. Il cervello umano, difatti, per non sovraccaricare rapidamente, ha la tendenza a categorizzare: crea “generalizzazioni” in cui inserire numerosi fenomeni distinti, generalizazioni alle quali, più che a quei fenomeni singoli, sarà associato un nome.
E così, oltre a “mamma” (nome dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), oltre a “papà” (nome dell'oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), esiste anche “cibo”, “protezione”, “oggetto semovente”, concetti che si associano a innumerevoli fenomeni in virtù di qualche loro caratteristica ricorrente. L'uso di queste categorie è sicuramente utile, dato che, generalmente, molti di questi oggetti non sono sempre presenti, ed occorre avere in memoria una qualche rappresentazione semplice (una sommaria descrizione, a sua volta basata su altre semplificazioni) di questi fenomeni, rappresentazione da ri-utilizzare ogni qualvolta quel fenomeno si presenta nuovamente. Sarebbe poco adattativo dover imparare ogni volta quale oggetto sia “papà”: meglio avere il concetto chiaro e distinto nel cervello, da applicare ogni qualvolta appaia un oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione.
Di tutti gli oggetti che il cervello del giovane Homo sapiens tende ad avere un'esperienza ricorrente e persistente, ne esiste uno particolare, che, per motivi ignoti, non esce mai dal campo percettivo del cervello: a posteriori, esso è chiamato “il corpo in cui è incluso il cervello”. E come ogni altro fenomeno, a quell'oggetto viene associato un nome, un nome che il cervello impara rapidamente a ricordare, e che altrettanto rapidamente entra nel sistema di simulazioni e rappresentazioni che il cervello elabora per produrre reazioni idonee a sopravvivere: “io”. “Io” e la sua famiglia di concetti associati: “me”, “mio”.
Data la complessità della sua struttura, pare che il cervello umano (e quello di molti altri animali suoi parenti più o meno lontani) sia vincolato ad un periodico processo di disconnessione automatica, ottenuta auto-inducendo lo stato di coma. Non è chiaro se ciò sia necessario alla fisiologia del cervello o sia solamente un vincolo storico di tempi più letargici, sta di fatto che è così: praticamente ogni giorno nella vita di un Homo sapiens, questi va in coma per qualche ora. Questo bizzarro programma comportamentale, detto “sonno”, rende il sistema percettivo umano temporaneamente inattivo. Senza le categorie conservate in memoria, ogni riavvio del sistema dopo la fase di sonno riporterebbe il cervello allo stadio iniziale di assenza di concetti, un'eventualità chiaramente poco adattativa per animali immersi in un mondo informazionale “reale” quanto quello fisico. Pertanto, è probabile che non possa esistere il sonno senza un archivio di concetti abbastanza ampio e articolato. (E, di consequenza, che gli animali privi del sonno siano privi di un sistema rappresentazionale sufficientemente complesso).
Nonostante il valore adattativo della maggioranza delle categorie prodotte e conservate dal cervello, tutte queste sono un'approssimazione grossolana qualora siano analizzate nel dettaglio.
Ad esempio, alla scala molecolare ed atomica, “mamma” come la osservo oggi non è lo stesso oggetto che osservavo nel 1980: tutti gli atomi del corpo chiamato “mamma nel 1980” sono diversi da quelli del corpo chiamato “mamma nel 2014”. Quindi, sono due oggetti o è il medesimo? Dal punto di vista fisico, sono due oggetti distinti, ma la grossolanità del sistema percettivo fa sì che il cervello associ il medesimo nome a quei due oggetti distinti. Ciò avviene anche perché nel cervello esiste un concetto, molto potente, che funge da criterio organizzatore delle informazioni in memoria: il concetto di “tempo”. Solo l'applicazione del concetto di “tempo” fa sì che innumerevoli memorizzazioni distinte siano categorizzate nel medesimo archivio, quindi associate ad un medesimo termine, e, di conseguenza, siano credute essere “una stessa cosa”. La memoria rende due oggetti distinti, formati da atomi differenti, “la stessa cosa”. La memoria rende, quindi, le persone delle “persone”. Non la fisica, né la chimica, né la biologia attuale dei corpi ai quali, in ogni momento, associamo il “nome della persona”.
(Se questa conclusione può sembrarvi assurda, allora perché ad una persona che, improvvisamente, “sia cambiata” e non corrisponda più al concetto presente nel cervello, diciamo che “non sei più tu?”).

Tornando all'imprinting, immaginate ora un giovanissimo cervello di Homo sapiens al quale, fin dalla nascita, sia ripetuto continuamente che il corpo nel quale è incluso sia un qualcosa di stabile, immutabile, sia un oggetto invariante e immodificabile. Né più né meno del pezzo di legno al quale il cervello dell'anatroccolo associa il concetto di “madre”, il cervello del giovane umano si fisserà su quel feticcio concettuale. Continuamente, verrà addestrato ad usare il termine “io”, il concetto di “sé”, il valore di “individuo”, il progetto di una “personalità”, sempre associato ad una rappresentazione grossolana relativa ad un corpo che, invece di essere invariante ed immutabile, cambia continuamente. Per tutta la vita, quel cervello si illuderà dell'esistenza di un “sé” che – invano – cercherà di trovare dentro il corpo che alloggia il cervello, e, al pari del papero che per tutta la vita tenta di accoppiarsi con un pezzo di legno, plasmerà il proprio comportamento in base a quell'imprinting. A rendere tutto ancora più paradossale, è il fatto che anche il cervello stesso non sarà più “lo stesso”: l'illusione data dalla memoria, il processo di archiviazione e copiatura periodica dei concetti, crea difatti anche l'illusione che il “cervello nel 1980” sia il medesimo “cervello nel 2014”. Eppure, a livello fondamentale, quel “io” non esiste dentro il corpo dell'Homo sapiens, così come una “madre” non esiste nel pezzo di legno dell'anatra. Tuttavia, in ambo i casi, la costrizione comportamentale sarà tanto pervasiva da non poter essere evitata nemmeno nel caso (solamente umano) in cui tale finzione sia scoperta. Il sistema di istruzioni programmate, di cause ed effetti, di valori e disvalori, generati dal e conseguenti al feticcio “io” è così forte, permea l'esistenza in modo così penetrante che (anche in questo momento in cui scrivo e voi leggete) è impossibile non farne riferimento per parlarne.
Non si esce dal proprio imprinting.
Non c'è pillola rossa né pillola blu.

09 agosto 2014

Coming Soon: Spinosaurus Revolution

Artwork (c) Davide Bonadonna

Pensavo che tutto dovesse rimanere ancora in silenzio per un po', ma noto che il sito della National Geographic Society ha di fatto già aperto la breccia, e quindi si può iniziare a menzionare l'evento (ed ho chiesto conferma in proposito). Il 12 settembre prossimo, a Washington, sarà inaugurata una mostra relativa a Spinosaurus, organizzata proprio dalla National Geographic Society. Questa mostra è legata ad una serie di nuovi studi su Spinosaurus, svolti negli ultimi anni, e di cui ero al corrente. Il motivo di questo mio post introduttivo è che il team che ha svolto questa ricerca, oltre a Paul Sereno (USA) e Nizar Ibrahim (Marocco), ha una importante componente italiana: Cristiano Dal Sasso, Simone Maganuco, Davide Bonadonna e Marco Auditore.
Tutto sarà rivelato da qui ad un mese: abbiate pazienza, ma ci sono buoni motivi per pensare che Spinosaurus sia molto più straordinario di quanto solitamente viene immaginato.

05 agosto 2014

A cosa serve quello che facciamo?


Anche se è improbabile che il lettore medio di questo blog mi ponga questo tipo di domanda, ed anche se nessuno finora mi ha mai posto questo interrogativo, ogni volta che qualche mia ricerca riceve un riscontro mediatico, come nel caso del recente articolo sull'evoluzione dimensionale lungo lo stelo-aviano, io mi immedesimo nel fantomatico “uomo qualunque” e mi domando: a cosa serve quello che facciamo? Ovvero, a cosa “serve”, in termini di utilità sociale, la paleontologia dei dinosauri? Cosa porta questa disciplina alla maggioranza del genere umano, quasi del tutto fuori dal nostro circolo di appassionati e ricercatori? Dopo tutto, una ricerca pubblicata su riviste di ampio livello, lette non solo dai paleontologi, implica che quella scoperta, in qualche modo, debba avere delle implicazioni e ricadute “universali”. Di che tipo?
Altri prima di me hanno formulato la domanda – in vari modi – e si sono dati una qualche risposta. In molti casi, ho letto risposte secondo cui la paleontologia dei dinosauri “fornisce informazioni sul posto dell'uomo nella storia naturale” oppure che “avvicina i giovani alla scienza”, ed altre risposte che identificherebbero una qualche “utilità sociale” nella nostra ricerca paleontologica concentrata sui dinosauri.

Penso che, in maggioranza, quelle risposte siano ridicole.
Trovo che sia ridicolo pensare (e scrivere) che la paleontologia dei dinosauri sia perseguita per rispondere a domande esistenziali come “il posto dell'uomo nella Natura”. Quel genere di domande esistenziali, ammesso che abbiano senso, sono semmai perseguite dall'antropologia, non dalla paleontologia dei dinosauri. Nessun paleontologo dei dinosauri cerca fossili, fa analisi, pubblica studi, con il motivo recondito di rispondere a quella domanda. Inoltre, nessuno di noi fa ricerca paleontologica perché così facendo avvicinerebbe i giovani alla scienza. Non mi risulta che la paleontologia nasca con un intento cripto-pedagogico. Inoltre, assumere che i dinosauri “servano” alla causa della scienza (per i giovani) ridurrebbe la disciplina ad un “cavallo di Troia” per bambini. Quanti di noi vorrebbero dedicare la loro vita a creare feticci con cui plagiare i giovani in modo così subdolo? In ogni caso, l'esperienza mi mostra che se un giovane è appassionato di scienza, lo sarà a prescindere dai dinosauri. La passione scientifica è ciò che avvicina i ragazzi ai dinosauri, non il contrario. E se la scienza non interessa, i dinosauri non funzioneranno da traino, come dimostra la proliferazione dei “dinosauri-mostri” nei videogiochi, nei film e nei fumetti, in cui di scientifico c'è ben poco. Un appassionato di mostri (dalla vaga forma di dinosauro) non diventerà uno scienziato a causa dei mostri. Inoltre, come spiegherò sotto, se davvero quello fosse il motivo recondito della nostra ricerca, e la causa trainante la passione scientifica dei giovani, ci troveremmo in una situazione veramente triste.

Penso che quelle risposte siano un (patetico?) tentativo di accontentare in qualche modo una domanda nascosta, una motivazione implicita più sottile di quella esplicita nelle domande elencate sopra.
Ovvero, ogni volta che qualcuno chiede “a cosa serva” una ricerca o scoperta paleontologica, implicitamente sta chiedendo “quanto denaro porta?”. La domanda sul “servizio” è quindi un'ipocrisia per nascondere una domanda sul “guadagno”.
Viviamo nell'Era del Dio Denaro. Misuriamo il valore delle persone in base al loro reddito, l'importanza delle nazioni in base al loro PIL o al “rating” calcolato dalle società finanziarie, e persino il destino di una specie animale è tarato in base al prezzo delle sue corna al mercato nero. Tutto è misurato col Denaro, al punto che potremmo dire che esso abbia sostituito l'Uomo nella massima su cosa sia la Misura di Tutte le Cose. Se qualcosa non è monetizzabile, è come se non esistesse.
Inevitabilmente, in un mondo che idolatra il denaro, per il quale milioni di persone si immolano e spesso al “prezzo” (quello vero) dell'esistenza, è inevitabile che ogni altra passione, interesse e attività debba essere “convertita” (sia nel senso economico che religioso). Perché “non avrai altro Dio all'infuori di Me”, evidentemente, è un precetto non solo del dio biblico, ma anche e sopratutto del dio pecuniario.

A coloro che (s)ragionano in quel modo, quindi, non risponderò con la loro stessa moneta. La paleontologia dei dinosauri viene perseguita per qualcosa di monetizzabile? No, la paleontologia dei dinosauri NON serve a niente che non sia la paleontologia dei dinosauri.
Qui è bene una precisazione, per non apparire ingenuo. Ovvio, come ogni altra attività umana, anche la paleontologia può avere delle ricadute extra-paleontologiche, può essere usata per un'attività economica o commerciale, può fungere da ispirazione e fonte di guadagno in emanazioni extra-scientifiche come la divulgazione, l'arte o il commercio. Ma la paleontologia dei dinosauri resta comunque auto-referenziale. Noi facciamo scienza per la scienza, per accrescere la conoscenza, per imparare di più sui dinosauri. Non facciamo ricerca per altri motivi, perché altri motivi non esistono. Non è un caso, infatti, che a fare paleontologia non si diventi ricco.
Pertanto, evitiamo di abbassarci al livello di chi vuole tutto ridotto a denaro, guadagno e profitto, e non cadiamo nell'ipocrisia di cercare un qualche “motivo” socio-economico “popolare”: la ricerca paleontologica nasce e vive per una sola cosa, per la paleontologia, ovvero, “la conoscenza dei fossili”.

Siccome il discorso di qui sopra potrà sembrare retorico e naive, riformulo tutto sostituendo la mia passione (la paleontologia dei dinosauri) con una passione più popolare e diffusa: il gioco del calcio (football).
Qual'è lo scopo del calcio? Perché milioni di persone si appassionano alle partite di pallone, ai Mondiali di calcio, seguono la squadra del cuore, si disperano per un rigore, piangono come se quella rete fosse stata segnata da loro stessi? Perché il calcio è la loro passione. Lo so, il gioco del football fa girare miliardi di dollari, ed è per questo che è considerato più “utile” della paleontologia dei dinosauri. Ma, e non ho dubbi, la grandissima maggioranza delle persone appassionate di calcio non riceve nulla di “economicamente concreto” dal calcio, semmai, spesso perde tempo (e denaro) per quello sport senza ricavarne nulla indietro (in termini economici). Come la paleontologia dei dinosauri, la passione per il calcio nasce spesso nell'infanzia. La maggioranza dei paleontologi professionisti sono ex-bambini che hanno avuto la fortuna e la tenacia (e le capacità) di perseguire per anni nella loro passione, spesso con sacrifici e al prezzo di molte rinuncie. I calciatori professionisti sono il prodotto del medesimo fenomeno. La sola differenza tra paleontologia e calcio (aldilà del fatto che una sia una scienza ed una uno sport) è nel numero delle persone che le seguono e, di conseguenza, nella ricaduta socio-economica che le due passioni generano attorno a sé. Ma, nella sostanza “antropologica” profonda, sono figlie del medesimo impulso: una passione slegata da interessi economici.
Pertanto, chiedere ad un paleontologo per quale motivo faccia la sua ricerca è uguale a chiedere perché un calciatore faccia la sua partita: perché ama farlo, perché è lo scopo della sua esistenza, perché ciò lo realizza ed appaga. So benissimo che esistono dei calciatori pagati milioni di dollari, ma quelli sono la minoranza figlia benedetta dal Dio Denaro, l'inevitabile prodotto del mega-businness innestato da qualche decennio al corpo calcistico, ma non sono rappresentanti della maggioranza di coloro che amano e praticano il football in tutto il mondo.

La prossima volta che qualcuno vi chiederà cosa “porti” la scoperta del nuovo dinosauro all'umanità, rispondetegli che non porta nulla. Perché non deve portare altro se non conoscenza paleontologica. Esattamente come la vittoria di una coppa di calcio non “porta” nulla all'umanità, a parte, forse, un grande momento di sport, il cui significato è evidente per coloro che a quegli eventi attribuiscono un valore.


01 agosto 2014

Tempo e topologia per la filogenesi di Theropoda

Il nostro studio pubblicato ieri su Science (Lee et al. 2014) ha suscitato interesse e commenti.
In questo post, ripropongo la filogenesi di Theropoda che risulta dall'analisi del dataset principale del nostro studio – quello estratto da Megamatrice – ad una scala maggiore e con tutti i taxa indicati (per esigenze di spazio, nell'articolo su Science l'immagine è presente invece in forma semplificata).

Dato il modello di cladogenesi adottato, i taxa inclusi e le loro età geocronologica, questo è il diagramma tempo-tipologia (un cladogramma classico è invece un diagramma solo-tipologia) con la più alta probabilità di essere vero.



I valori sopra i rami indicano la probabilità a posteriori che tale clade sia vero dato il modello. Le età in milioni di anni dal presente sono indicate in basso. Per chi fosse poco pratico di età geocronologiche, il limite Trias-Giurassico è a circa 200 milioni di anni fa, il limite Giurassico-Cretacico è a circa 145 milioni di anni fa. I nodi sono collocati cronologicamente nella mediana della distribuzione delle età risultate dalle varie analisi.
Notare che l'analisi supporta la monofilia di un “Grande Ceratosauria” comprendente i coelophysoidi, e quindi una lunga radice triassica per Tetanurae. La linea che porta a Majungasaurus (Abelisauridae) si separa da quella di Limusaurus e Masiakasaurus (Noasauridae) intorno a 180 milioni di anni fa: questa età molto antica per gli abelisauridi è corroborata dall'età medio-Giurassica per Eoabelisaurus. Nei tetanuri, il nodo Orionides, da cui derivano megalosauroidi e neotetanuri, risale alla base del Giurassico: ciò è compatibile con una generale radiazione adattativa successiva all'estizione di fine Triassico, in questo caso, forse, favorita dalla liberazione di nicchie superpredatorie dopo l'estinzione degli pseudosuchi non-crocodylomorfi di grado rauisuco.
Tra 180 e 170 milioni di anni fa avviene quello che io chiamo il “Big Bang di Tetanurae”, l'improvvisa comparsa nel record fossile di forme basali di allosauroidi, tyrannosauroidi, alvarezsauroidi e paraviani che, di conseguenza, implica anche la comparsa di forme basali di ornithomimosauri, therizinosauroidi e oviraptorosauri. Sebbene questo “Big Bang” possa essere un artefatto della scarsa documentazione nel Giurassico Inferiore, è improbabile che questa serie di cladogenesi sia comunque arretrata a prima del Giurassico: pur diluita in ulteriori 20 milioni di anni, questa fase di cladogenesi resta molto rapida.
Risultato originale, che non mi risulta sia stato proposto in precedenza, è il nodo “Alvarezsauroidea + Therizinosauria”. Tuttavia, la sua probabilità è moderata (77%), quindi potrebbe essere un artefatto del campionamento tassonomico.
Come nell'analisi per Aurornis, Troodontidae risulta sister-taxon di Avialae. A differenza di quello studio, tuttavia, Eosinopteryx non è un paraviano basale, così come Scansoriopterygidae è collocato in Avialae e più derivato dei taxa di “grado archaeopterygide”. Rahonavis risulta un Jeholornithidae derivato. Come nell'analisi di massima parsimonia per lo studio su Anchiornis, Balaur è confermato un Avialae anche secondo questa analisi bayesiana, sebbene la combinazione omoplastica di caratteri presente nel taxon rumeno renda quel nodo moderatamente robusto.

Bibliografia: