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12 febbraio 2009

Darwin Day 2009 - 1: Aniksosaurus darwini

In honor of the great naturalist Charles Darwin, who visited Patagonia in 1832-1833, inspiring him to reach clearer interpretations of the evolution of life that changed human thought forever (Martinez & Novas, 2006)


Aniksosaurus darwini (Martinez & Novas, 2006) è un theropode di taglia medio-piccola (lunghezza stimata in circa 2 metri stimati), dalla Formazione Bajo Barreal (Cenomaniano-Turoniano) dell’Argentina.

Questo theropode si distingue dagli altri per la seguente combinazione di caratteri: peduncoli neurali cervicali molto alti, canale neurale presacrale espanso, caudali prossimali con carena ventrale, unguali della mano robusti, fossa breve iliaca espansa, una marcata depressione craniolaterale della regione prossimale del femore, il quarto dito del piede relativamente gracile.

Quali sono le affinità di Aniksosaurus? Martinez & Novas (2006) lo attribuiscono a Coelurosauria, ma non specificano eventuali parentele con gruppi particolari di coelurosauri, affermando che esso è probabilmente una forma basale. Tuttavia, alcuni dei caratteri citati sopra, ed altri presenti nel suo scheletro, sono presenti in altri coelurosauri gondwaniani, e suggeriscono una stretta affinità. Infatti, immesso in Megamatrice, Aniksosaurus risulta un rappresentante basale di Alvarezsauria. Risultato ancora più interessante, Aniksosaurus condivide questa posizione con l’enigmatico Nqwebasaurus del Sudafrica, un coelurosauro di “grado compsognathide”. Questo risultato è in accordo con l’origine gondwaniana degli alvarezsauri, ed estende il record fossile di questa linea fino all’inizio del Cretacico.

Alcuni dei caratteri che avvalorano questa ipotesi sono: unguali ampi e robusti, omero robusto con ampia cresta deltopettorale, caudali prossimali carenate, fossa breve espansa caudalmente, robusto peduncolo ischiatico dell’ileo. Inoltre, Aniksosaurus è simile agli alvarezsauridi nella presenza di cervicali con un ampio canale neurale e nella riduzione nel diametro del centro.

Aniksosaurus ci richiama Charles Darwin anche a prescindere dal nome specifico che gli è stato attribuito per onorare il grande naturalista. L’inclusione di Aniksosaurus in Megamatrice rafforza l’ipotesi che le similitudini tra gli alverzsauridi mononykini e gli uccelli siano convergenze, e che gli alvarezsauri siano meno derivati, meno “uccelli”, di quanto ipotizzato negli anni ’90. Numerosi caratteri “ornithici” presenti in questi animali sono pertanto interpretabili come prodotto di processi di parallelismo evolutivo. Ciò suggerisce che nei theropodi esistevano dei vincoli, probabilmente nel sistema di sviluppo embrionale, che incanalavano l’evoluzione a seguire alcune linee preferenziali, riproponendole indipendentemente una dall’altra. Il risultato è la comparsa di caratteristiche che, negli animali attuali, osserviamo solo negli uccelli, e che sono state spesso citate come prova di stretti legami tra alcuni theropodi (Avimimus, Troodontidae, Mononykinae) e gli uccelli (barra postorbitale aperta, riduzione della fibula, seconda cresta cnemiale, ampio canale neurale, opistopube). In realtà, è più probabile che esse siano il frutto di distinti eventi evolutivi tra linee prossime ma separate, probabilmente indotti da un qualche vincolo evolutivo condiviso tra questi maniraptori.

Questo concetto, apparentemente, sembrerebbe in contrasto con la “libertà creativa” attribuita (spesso in modo ingenuo) alla selezione naturale, in quanto implica l’esistenza di processi interni agli organismi che ne plasmano, in parte, la morfologia, “opponendosi” alla cieca casualità dell’evoluzione: in realtà, il vincolo interno non è una qualche “forza mistica”, bensì è uno dei meccanismi biologici che si accompagnano alla selezione adattativa per produrre la diversità naturale. Entrambi i processi coesistono e si intrecciano, senza drammi concettuali, all’interno del sistema teorico fondato da Darwin, e che oggi, giustamente, porta il suo nome.

BUON DARWIN DAY A TUTTI!

Bibliografia:

Martinez R.D. & Novas F.E., 2006 - Aniksosaurus darwini gen. et sp. nov., a new coelurosaurian theropod from the Early Late Cretaceous of Central Patagonia, Argentina. Rev. Mus. Argentino Cienc. Nat., n.s.m, 8(2): 243-259.

11 febbraio 2009

Niente pathos in un piede pathologico

Le impronte fossili sono brevi sequenze di eventi passati, filmate da una angolazione particolare. Se uno scheletro ci trasmette il compimento di un’esistenza, le tracce icnologiche sono istantanee di vita nel pieno svolgimento. La vita dei dinosauri, al pari di quella di tutti gli animali selvatici, è molto più monotona e stereotipata di quella che, generalmente, ci immaginiamo, e che trasmettiamo, sovente, nelle opere di paleoarte. Odio la drammatizzazione e l’antropomorfizzazione delle vite animali. Trasformare la semplice esistenza di un animale in una tragedia umana è, a mio avviso, ingiusto nei confronti della complessità del vissuto umano, ma anche una dimostrazione del disprezzo inconscio che ancora nutriamo verso gli animali. Che vi piaccia o meno, gli animali hanno vite semplici e stereotipate, se paragonate alle nostre. Nondimeno, esse sono meritevoli di essere mostrate per quello che sono, senza facili drammatizzazioni ed “umanizzazioni” che esaltino un pathos molto soggettivo, ma scarsamente oggettivo. Eppure, la tendenza alla drammatizzazione, all’esposizione romanzata, antropomorfizzante, abbonda nelle ricostruzioni paleontologiche (sia pittoriche che narrative scritte o documentaristiche); molto più che in quelle zoologiche (nelle quali il maggior carico di dati previene l’abuso di immaginazione, tanto cara ai drammaturghi).

Tutto questo discorso (che solleverà polemiche e dissensi da parte dei fan del paleo-dramma) per citare un evento reale, fossilizzato, che difficilmente potrà trovare spazio nelle opere pittoriche e nelle narrazioni di paleo-fiction: un theropode di circa 2-3 metri con una lieve patologia ossea a livello dell’articolazione tra la prima e la seconda falange del quarto dito del piede destro, risalente alla fine del Giurassico della Spagna (Avanzini et al., 2008). La patologia, deducibile dall’asimmetria delle orme dei due piedi, produsse una leggera divergenza del dito. Probabilmente, all’epoca in cui le orme furono impresse, la patologia era già presente da molto tempo, senza aver compromesso la meccanica del passo, né, probabilmente, la sopravvivenza dell’animale.

Ovviamente, nessuno potrà impedire agli amanti della drammatizzazione di trasformare questo interessante caso di paleopathologia in una scena carica di paleo-pathos, con il theropode zoppicante che si allontana da una battaglia perduta.

Bibliografia:

Avanzini M., Pinuela L. & Garcia-Ramos J.C., 2008 - Theropod Palaeopathology inferred from a Late Jurassic trackway, Asturias (N. Spain). Oryctos, 8: 71-75.

10 febbraio 2009

Se prima eravamo in 5 a suonare in Tyrannosauroidea, adesso siamo in 24 a suonare in Tyrannosauroidea...

Ho appena fatto un rapido censimento dei generi di theropodi mesozoici appartenenti ai principali gruppi di Theropoda, così come emerge dall'ultimissima analisi di Megamatrice. Nel conteggio non ho incluso tutti i taxa presenti nell'analisi, ma solo i generi già istituiti, non quelli che stanno per essere pubblicati, né linee filetiche basate su esemplari senza nome scientifico (ad esempio, NGCM 91, un Microraptoria indet.).
Ecco i risultati:

Coelophysoidea: 12. Therizinosauria: 11. Ornithomimosauria: 11. Torvosauridae: 12. Oviraptorosauria: 23. Ceratosauria: 27. Alvarezsauria: 10. Compsognathidae: 6. Spinosauridae: 5. Deinonychosauria: 39. Allosauroidea: 19. Avialae: 51. Tyrannosauroidea: 24.

Interessante notare che Avialae sia il clade più numeroso(51 generi), a dimostrazione che:
1) in passato, la documentazione fossile degli uccelli mesozoici era sottostimata da scarsità di ritrovamenti: ciò falsifica l'idea di una reale "povertà" di specie ornitiche nel Mesozoico.
2) i theropodi non sono un gruppo "bizzarro" che segue leggi generali anomale: come nella maggioranza deigli altri cladi di vertebrati, i gruppi di taglia minore tendono ad avere un numero maggiore di generi rispetto ai cladi più grandi.

Il Serpente Arcobaleno

Tra i paleontologi dei dinosauri si possono distinguere due “filosofie tassonomiche”, che si differenziano nel modo di istituire una specie fossile.

Da un lato, abbiamo studiosi che ritengono che solamente un esemplare sufficientemente completo, che conserva parti anatomiche “altamente diagnostiche” (come il cranio), chiaramente confrontabile con gli altri già noti, possa essere la base per l’istituzione di una nuova specie. Dall’altro, abbiamo studiosi che ritengono invece che il grado di completezza del fossile non sia un vincolo: solamente la presenza o meno di caratteri diagnostici è il giudice della validità di una specie. Pertanto, in base a questo secondo gruppo, anche un singolo osso, se dimostra di essere distinguibile dalle ossa omologhe delle specie note sulla base di caratteri derivati, è meritevole di fondare una nuova specie. Non mi nascondo dietro discorsi teorici, e dichiaro subito di appartenere a questo secondo gruppo. La presenza di autapomorfie è ciò che fonda un taxon, e non ha senso stabilire arbitrarie soglie di completezza sotto le quali non esisterebbe la possibilità di identificare una nuova specie. Dopo tutto, mi chiedo, quale sarebbe il criterio per definire una simile soglia? Evidentemente, ogni caso è unico e non può essere ricondotto ad un arbitrario grado minimo di completezza. Dico questo non solo per difendere un lavoro che sto per terminare, ma anche per non ridurre la paleontologia ad una spasmodica ricerca di esemplari completi, e, inoltre, in una sottovalutazione della documentazione fossile. Se solo le specie basate su esemplari “sufficientemente” completi fossero valide, la nostra comprensione della diversità del passato risulterebbe molto compromessa. Ovviamente, l’accettazione degli esemplari frammentari nel gruppo dei taxa validi impone un maggiore criterio e una più precisa definizione delle procedure per l’istituzione di una specie fossile. Non basta dare un nome ad un osso, ma occorre dimostrare che esso non sia sinonimo di qualche altra specie già presente in quella formazione.

Ne riparleremo, spero, tra qualche mese...

In questo post voglio invece parlare di una tibia di opale, proveniente dalla fine del Cretacico Inferiore dell’Australia. Questa tibia è chiaramente di theropode, e presenta una combinazione unica di caratteri derivati che ne permettono (a mio avviso) l’attribuzione ad una specie valida. Questa tibia, descritta da Molnar & Pledge (1980) è stata dagli stessi autori battezzata con un nome che fa riferimento al mitico “Serpente Arcobaleno” presente nei miti aborigeni: Kakuru kujani.

Che theropode è Kakuru?

Paul (1988) e Molnar (in Norman, 1990) lo attribuiscono agli oviraptorosauri, in particolare lo accomunano a Avimimus, sulla base di caratteristiche che, a mio avviso, sono diffuse in molte linee di coelurosauri e quindi non sono esclusive degli oviraptorosauri. Rauhut (2005) nota la somiglianza esistente tra la faccetta per l’astragalo di Kakuru e quella di alcuni abelisauroidi, e propone un possibile status noasauridae per questo theropode. Faccio notare che quello stesso carattere è presente anche in Coelurus. Quindi, cos’è Kakuru? Data la scarsità di theropodi australiani, la sua attribuzione ha profonde implicazioni...

Immesso in Megamatrice, Kakuru risulta un coelurosauro, avente una stretta affinità con Coelurus. Quindi, Kakuru sarebbe un Coeluridae. Ciò potrebbe risultare deludente per chi conserva una concezione pre-cladistica di Coeluridae, inteso quindi come un raccoglitore eterogeneo di tutti i coleurosauri “primitivi”. In realtà, nella nuova accezione, Coeluridae è un clade ben definito, che probabilmente riserva alcune sorprese... In particolare, dato che Megamatrice conferma la posizione di Coeluridae ottenuta da Senter (2007), ovvero, alla base di Tyrannosauroidea, risulta che Kakuru è il primo tyrannosauroide australiano.

Attenzione, non immaginatevi un Tyrannosaurus australiano! Kakuru e Coelurus, lunghi entrambi meno di 2 metri, sono molto più basali di Guanlong e Dilong, e nell’aspetto esteriore non dovevano essere molto diversi da altri coelurosauri basali come Huaxiagnathus e Sinocalliopteryx. Nondimeno, se questo risultato verrà confermato, avremo la prova di una linea di tyrannosauroidi basali che si diffuse nel Gondwana, permanendo per tutto il Cretacico Inferiore. Come spiegherò in un futuro post, abbiamo buone ragioni per attribuire a Tyrannosauroidea anche un altro coelurosauro gondwaniano...

Bibliografia:

Molnar R.E. & Pledge N.S., 1980 - A new theropod dinosaur from South Australia. Alcheringa 4: 281-287.

Paul G.S., 1988. Predatory Dinosaurs of the World. Simon & Schuster, New York.
Norman D., 1990. Problematic Theropoda: "Coelurosaurs". in Weishampel, et al. (eds.), The Dinosauria. University of California Press, Berkeley, Los Angeles, Oxford.: 280-305.
Rauhut O.W.M., 2005. Post-cranial remains of ‘coelurosaurs’ (Dinosauria, Theropoda) from the Late Jurassic of Tanzania. Geol. Mag. 142(1): 97-107.

Senter P., 2007 - A New Phylogeny of Coelurosauria. Journal of Systematic Palaeontology. doi:10.1017/S1477201907002143.