20 settembre 2021

L'Inferno dei Paleontologi

 Come saprete, il 2021 è l'Anno Dantesco, dedicato al Sommo Poeta e Padre della Lingua Italiana, in occasione del 700° anniversario della sua morte. 

La Commedia è sicuramente l'opera di Dante Alighieri più famosa, e l'Inferno è la Cantica più letta, citata e parodiata. Eppure, non tutti sanno che, in origine, il progetto dantesco non aveva il respiro universalistico che tutti abbiamo imparato dalle lezioni di letteratura ai tempi delle scuole superiori.

Recentemente, il Prof. Barbero ha difatti scoperto un manoscritto inedito di Dante che dimostrerebbe che l'iniziale intenzione del Poeta fosse di descrivere un Inferno meno universale ma non meno terrificante: l'Inferno dei Paleontologi.

Questa è la mappa dell'Inferno Paleontologico, come concepito da Dante.

L'immane budello che penetra fin al centro della Terra è suddiviso in Nove Gironi, e preceduto da un Antinferno collocato dentro una Selva Oscura, al cui interno si trova la Porta infernale.

Nell'Antinferno si aggirano coloro che, pur non avendo peccato attivamente di paleontologia, hanno comunque commesso il male paleontologico col pensiero. Parlo degli appassionati di paleontologia, dei divulgatori paleontologici e dei paleoartisti.

Il vero Inferno paleontologico inizia dopo aver oltrepassato il fiume Archeozoico, oltre il quale, traghettati da Cuvier, si raggiunge il Primo Girone, quello dei Pareidolici. Sono costoro tutti quelli che, in buona o cattiva fede, hanno raccolto o realizzato o diffuso falsi fossili. Essi sono condannati in eterno a costruire fossili con le proprie ossa. Essi non sono comunque da considerare paleontologi nel senso che Dante dà a questo nome, dato che solo coloro che arrivano al Secondo Girone si possono considerare tali. Questo avviene dopo che il dannato ha ricevuto da Mary Anning, Giudice Supremo dell'Inferno, la destinazione finale della propria colpa. 

Nel Secondo Girone incontriamo i venditori di fossili. C'è chi li metterebbe nel più profondo dei gironi, ma vedremo che invece esso è destinato a ben altri peccatori. La loro condanna è di comprare animali morti non ancora fossilizzati, e aspettare che si fossilizzino naturalmente. Nel Terzo Girone ci sono invece coloro che peccarono di avidità e collezionarono privatamente dei fossili. La loro condanna consiste nell'essere invitati all'inaugurazione della Casa del Grande Fratello ed usati come confessionale. Nel Quarto Girone sono condannati i collezionisti pubblici, i direttori dei musei paleontologici. La loro condanna consiste nell'essere assunti nel loro museo come tesisti.

Nel Quinto, vastissimo, Girone, ci sono tutti gli iscritti alle associazioni paleontologiche, sia amatoriali che scientifiche. La loro condanna consiste nell'essere tutti su Zoom nello stesso momento per decidere lo statuto dell'Inferno dei Paleontologi.

Nel Sesto Girone inizia la parte più profonda dell'Inferno, quella dei veri e propri paleontologi professionisti. In questo girone sono condannati i tafonomi. La loro condanna consiste nel guardare tutte le puntate di C.S.I. in eterno, senza poter commentare il modo con cui si svolgono le analisi della scientifica.

Attraversato il fiume Paleozoico, si entra nel Settimo Girone, dove sono condannati i biostratigrafi, i paleoecologi, i paleontologi quaternati e gli archeozoologi. La loro condanna è quella di vivere in eterno, dato che nessuno in vita li ha mai degnati di alcuna considerazione paleontologica seria.

Nell'Ottavo Girone ci sono tutti i paleontologi che non si occupano di rettili mesozoici. La loro condanna è quella di essere interpellati in eterno per parlare di come si sono estinti i dinosauri e di quanto era grande il T-Rex.

Nel Nono Girone ci sono i paleontologi dei rettili mesozoici. La loro condanna è quella di essere inchiodati al sito di Carnivoraforum, dove guarderanno in eterno delle ricostruzioni scheletriche usate per dimostrare che Spinosaurus era lungo 17 metri, 32 centimetri e 4 millimetri, e quindi poteva uccidere il T-rex.

Nel fondo del Nono Girone sono collocati i Peccatori Massimi, gli esperti di Tyrannosaurus rex. La loro condanna è quella di essere trasformati in scheletri completi di Tyrannosaurus per essere venduti ad un esercito di attori famosi, che useranno gli scheletri per abbellire un salone kitsch dove si svolge un festino a base di coca e prostitute.

Al centro del fondo dell'Inferno sta Lucifero. Egli ha tre teste: quella centrale è l'editore della rivista a cui avete sottomesso il vostro articolo paleontologico. Le due teste laterali sono i due revisori ingaggiati per revisionare il vostro articolo: il gestore di Carnivoraforum sotto effetto di anfetamine ed il noto Influencer bestemmiatore che fa video su YouTube vestito come Alan Grant.

Non uscirete a rivedere le stelle.

18 settembre 2021

C.S.I. Djadokhta

 

Elaborazione in falsi colori del dettaglio di una delle scansioni tomografiche realizzate al ESRF su MPC D-102/109. Notare la struttura del sedimento.

Come fanno i paleontologi a identificare la collocazione stratigrafica (e ricostruire il contesto ambientale) di un fossile di cui manchino le informazioni di campagna, ovvero non ci siano a disposizione i dati sulla posizione geografica e sulla formazione geologica nella quale il fossile è stato raccolto?

Anche se nei film si vedono scienziati che mettono i loro campioni dentro una macchina, schiacciano qualche pulsante e dalla macchina esce la risposta bella e pronta dopo pochi secondi, la realtà è un tantino più complessa, e forse molto più affascinante. Si tratta di un lavoro di deduzione che combina i dati geologici sul fossile stesso con le sue caratteristiche tafonomiche (ovvero, le informazioni su come è fossilizzato).

Dato che nel nostro studio su Halszkaraptor ci siamo trovati esattamente in questa situazione, è un ottimo esempio di come si svolge questo tipo di ricostruzioni stratigrafiche (e quindi anche paleoambientali).

 Il dato disponibile era il fossile stesso e il blocco di matrice rocciosa che lo ingloba.

  1. Partiamo dal fossile: esso è lungo meno di un metro, praticamente completo ed articolato tridimensionalmente, privo di compressione delle ossa (se non una ridotta schiacciatura delle ossa del cranio, che però sono ancora in connessione), giace rannicchiato e in parte adagiato su un fianco, non mostra contrazioni post-mortem e non presenta fratture (a parte forse quella del radio sinistro). Le estremità di molte ossa lunghe sono state consumate dalla decomposizione prima della fossilizzazione.
  2. Il blocco di roccia è invece una arenaria rossastra, composta da granuli sabbiosi fittamente cementati. La roccia al suo interno non mostra particolari strutture, né orientazioni preferenziali dei sedimenti, né corpi ulteriori a parte lo scheletro, come ciottoli o diversi tipi di sedimento mescolati.

Tutti questi elementi sono coerenti con i fossili dalla Formazione (o litobiotopo) Djadokhta; nella quale la maggioranza dei fossili è di piccole dimensioni, ed è in eccezionale stato di completezza e preservazione, con ridotta disarticolazione e scarsa compressione. Inoltre, l'erosione delle estremità delle ossa lunghe è frequente in questi fossili, ed è interpretata come l'azione di insetti saprofagi che si sono introdotti nel sedimento durante la decomposizione dei cadaveri ed hanno consumato carne e cartilagine. 

Come osservano Jerzykiewicz et al. (2021), questa modalità di preservazione e completezza, così come le dimensioni del fossile, sono caratteristiche tipiche della Formazione (o litobiotopo) Djadokhta: al contrario, le altre formazioni (o litobiotopi) del Bacino del Nemegt tendono ad avere una più alta frequenza di fossili di dinosauri di dimensioni maggiori e scarsa di animali di piccola mole, i quali comunque raramente si preservano con il grado di preservazione che osserviamo in Halszkaraptor.

Il tipo di roccia, così come le sue caratteristiche, sono compatibili con una particolare facies della Formazione Djadokhta, la "Facies S" (Dingus et al. 2008), descritta come "Arenarie senza struttura prive di orientamento, concrezioni o strati incrociati". Questa facies è quella che tipicamente fornisce i fossili di dinosauro nella Formazione Djadokhta, e questo rafforza ulteriormente l'ipotesi che il fossile proviene da questa unità geologica. Le altre formazioni della Mongolia non soddisfano tutti gli elementi che osserviamo nel nostro fossile.

Tutti gli indizi, quindi, sia geologici che tafonomici, a nostra disposizione, supportano l'attribuzione del fossile alla Formazione Djadokhta (o, eventualmente, ad una formazione nuova ma con le medesime caratteristiche geologiche della Djadokhta).

Il tipo di roccia che ingloba il fossile ci può dare anche informazioni sul processo che ha portato alla morte e fossilizzazione dell'animale. 

Dingus et al. (2008) descrivono due tipi principali di Facies S: le prime sono interpretate come slavine di sabbia dalle pendici di dune sabbiose, mescolate a ciottoli fluviali. (Notate la presenza di ciottoli fluviali). Le seconde sono interpretate come depositi che mescolato materiale derivato da dune sabbiose e da sedimenti del fondale di un torrente. (Notare la presenza di sedimenti derivanti da corsi d'acqua). Anche se il blocco che contiene Halszkaraptor è troppo piccolo per stabilire in modo univoco da quale delle due condizioni è derivato, in ambo i casi notate che la genesi del sedimento inglobante questo dinosauro è una sabbia derivata da dune mescolata a sedimenti di origine fluviale.

Quali processi possono portare alla morte e fossilizzazione di questo dinosauro (e di altri rinvenuti in questi sedimenti)? Dingus et al. (2008) analizzano i diversi tipi di facies della Formazione Djadokhta e concludono che una serie particolare di cinque fenomeni è la più probabile causa dei letti fossiliferi in questa unità geologica:

1) Si formano grandi sistemi di dune in un bacino sedimentario in subsidenza.

2) Le dune si stabilizzano.

3) Il ciclo di pioggie e tempeste di polvere porta al progressivo accumulo di depositi di carbonato di calcio sotto le pendici delle dune. Notate che il processo richiede la presenza regolare di precipitazioni, alternate a fasi più secche. Un clima lievemente monsonico (alternanza annua di stagione secca e stagione piovosa), come quello che caratterizzava l'Asia centro-orientale durante il Cretacico, è quindi condizione chiave per capire la genesi di questi depositi: difatti, saranno questi depositi di carbonato a innescare i processi che inducono, regolarmente, il collasso delle dune. 

4) La regione fornisce una disponibilità costante di acqua e cibo che attira gli animali in questi siti. 

5) Rari eventi estremi di piogge molto intense portano alla formazione di falde acquifere alla base delle dune. Queste, a loro volta, inducono il collasso delle dune.

Un ulteriore processo che porta alla formazione di questi depositi è legato alla formazione di dighe naturali create dalle dune, che sbarrano il corso dei torrenti e portano alla formazione di veri e propri bacini d'acqua all'interno del sistema di dune. Il collasso delle dighe sabbiose porta poi a vere e proprie valanghe di sabbia e acqua che inondando il sistema di dune e inducono a loro volta il collasso delle dune adiacenti. Un simile fenomeno è documentato anche ai giorni nostri, ad esempio nel sistema di dune lungo la costa della Namibia.

Infine, il tipo e le relazioni tra i depositi descritti in questa formazione sono analoghi a quelli documentati in un sistema di dune fossili che circondava un antico lago pleistocenico cinese (Yang et al. 2003): ciò suggerisce che anche il sistema ambientale del Cretacico Superiore della Mongolia fosse composto da un sistema esteso di dune associate a specchi d'acqua come laghi e torrenti.

Notate che tutti questi scenari richiedono la compresenza di dune e di acqua: le dune senza la presenza di acqua non potrebbero generare i fenomeni che osserviamo a livello di sedimenti e di fossili estratti da queste rocce. Acqua non come elemento accessorio, ma come elemento chiave per produrre la ciclica catena di collassi delle dune e formazione dei fossili: sia acqua sotto forma di precipitazioni piovose sia sotto forma di corsi d'acqua a regime torrentizio o come veri e propri specchi di durata variabile. L'intero ciclo di formazione delle dune, degli eventuali specchi d'acqua e del loro collasso può richiedere dai decenni ai millenni, e quindi può ripetersi ripetutamente per centinaia di volte durante la fase del Cretacico Superiore documentata dalla Formazione Djadokhta.

Possiamo quindi ricostruire il paleoambiente di Halszkaraptor come un ambiente caratterizzato da dune sabbiose e da specchi d'acqua (laghi formati tra i sistemi di dune e corsi d'acqua a regime torrentizio), soggetti periodicamente (con frequenza secolare?) a periodici collassi di alcune dune, specialmente dopo occasionali episodi di pioggie molto intense, che portano alla tracimazione delle dighe sabbiose o alla instabilità della base delle dune. 

Data l'anatomia peculiare di Halszkaraptor, è ragionevole supporre che questo dinosauro fosse perfettamente adatto a sfruttare le risorse di un ambiente che combinava contesti relativamente aridi come le dune assieme agli specchi d'acqua ed ai corsi fluviali che intersecavano l'ampio sistema di dune. La presenza di almeno quattro halszkaraptorini (Halszkaraptor, Hulsanpes, Mahakala ed una nuova forma non ancora descritta ma mostrata ad un congresso alcuni anni fa) in almeno due dei litobiotopi del Bacino del Nemegt conferma che questo gruppo di paraviani era ben adattato a vivere nell'instabile contesto ambientale della Mongolia di fine Cretacico.

Bibliografia:

Dingus L. et al. 2008. The Geology of Ukhaa Tolgod (Djadokhta Formation, Upper Cretaceous, Nemegt Basin, Mongolia). American Museum Novitates 3616:1-40.

Jerzykiewicz T., Currie P.J., Fanti F., Lefeld J. 2021. Lithobiotopes of the Nemegt Gobi Basin. Canadian Journal of Earth Sciences 58(10) DOI: 10.1139/cjes-2020-0148.

Yang, X., T. Liu, and H. Xiao. 2003. Evolution of megadunes and lakes in the Badain Jaran Desert, Inner Mongolia, China during the last 31,000 years. Quaternary International 104: 99–112.

17 settembre 2021

La vera origine del Grifone


 

Sicuramente sarete a conoscenza dell'ipotesi (artistica? storica? geomitologica?) secondo cui la creatura mitologica del Grifone sarebbe stata ispirata dalla scoperta di scheletri di Protoceratops nelle sabbie della Mongolia. Un' ipotesi suggestiva ma che mi pare sia stata ampiamente rigettata dagli esperti di mitologia e arte antica. 

Temo che tutti si siano sbagliati. 

Il Grifone in realtà è una creatura reale, esistita realmente. Ed ora sappiamo anche la sua origine: è nata dall'abominevole rapporto amoroso tra un Protoceratops e un Velociraptor. Ciò spiega il becco e la postura quadrupede da Protoceratops assieme alle ali da paraviano. 

Il celebre fossile chiamato "i dinosauri combattenti" ne è la prova. I due animali abbracciati non stavano lottando uno contro l'altro, bensì stavano amoreggiando. 

Io ci credo quindi secondo me è vero verissimo.

16 settembre 2021

Billistica dell'Antani Prematurato

La voluminosa aggregazione di edifici in muraticciudine e sassi di epoca romanesca dove vivo (tal voluminosa da recar sillaba del suo nome nelle targhe d'auto di una volta) è mutanda d'oro per la legge di Ohm alla Billistica. Proprio nella via dove abito, un giglione di gigliesimi di secolo fa esatto, si fecero le storiche sbellicate contro le squadroccie Billistiche di Padano Bulba, braccio destro del Truce Bollito Billolini. La città alla fine cedette all'ascesa della Billistica, non senza però aver dimostrato il proprio valore.

Su un muro dei palazzi che cingono il fiume che divide la mia città, è presente una scritta, regolarmente cancellata dall'amministrazione comunale e regolarmente riscritta da qualche eroico burlone. Essa recita, in dialetto foodvalleico:

"Bilba, t'è pasè la Urasia mo miga al Gondwena"

Un anno dopo le mitiche sbellicate, con la Decomposta sui Sette Colli, la Billistica diventava Mangime, e lo sarebbe rimasto fino al 21 fruttidoro di ventuno anni dopo. Poi ci furono le due dolorose rivoluzioni solari della opposizione al flusso di corrente, prima di arrivare finalmente al mezzo cinquanta dopo marzo.

Come ci ha insegnato con limpida razionalità e altrettanto lucida ironia Umberto Riflessonoro, la Billistica è Eternia (He-Man). Camaleontica ed endodermica, la Billistica nasce sempre dalle sue scaglia carboniose combuste.

Caratteri diagnostici della Billistica, coi quali la identifichiamo durante una analisi sbellicomica, sono:

  1. Esaltazione della Grafuzione, cioè il mito di una polpettaggine d'una volta quando i tram andavano in orario
  2. Rifiuto del Sbellicanesimo, e di tutto ciò che è nuovesco, oggirecentoso, fatto_mo_proprio.
  3. Mito del gestoquellochecucca ci siamo capiti, quella cosa lì.
  4. Rifiuto della cristina senza stina, insomma quella che inizia in quel modo e finisce in tica, perché colui quello lì che chi la fa è un traditorelluccio, sì, proprio sì. Un anemico senza anemia in casa.
  5. Il no, no, no e poi no, non ti voglio, rivoltucciato verso chi non canticchiola intonato accorato. Brutto brutto chi lo facezia.
  6. L'appello ai mediomediani, quelli che non sono specialini ma mediocrucci. Perché il Billistico perfetto è un piccolo borgellese della categoria linneana sopra l'ordine a metà tra quelli che hanno solo la prole e i tipi tipo Gianni Agnelli.
  7. L'immancabile idea del Polpettopolo, di cui il Truce è il Cappone Suprematico. Itagliopteri, aliamoci e bandite!
  8. L'odiuccitudinerismo per chi ha sbuiato, specialmente se ha gonseguido una frase che apre un film. Se qualcuno ha qualcosa che i Billistici non hanno, quel qualcuno è un Bersaglio del Bang Anello. Bim Bum Bam Patartak dicevano i Passatisti di Montinetti.
  9. Poi c'è quella cosa così che poi non è così come si scrive.
  10. Poi c'è quella altra cosa del aggregare con i sintomi dell'idrospaventia, quella che prende fido se lo bocca un altro fido idrospaventato.
  11. Il mitissimo duro e burro che tutti sono miticosissimi vincitori e a tutti ci va la cosa che si mette alla base della serie presacrale anteriore (ma solo in Tetrapoda) quando conseguentizi per primo i cinquanta due volte passi tipo Marcel Jacobs.
  12. L'ideiuccicuccia che se io sono incapperozzato allora lo sono tutti quelli del mio populorio. Tutti tutti come amme. 
  13. La Neotenolingua. Annoi cipiacciono gli abbreviozzi, gli accroddimucci e le sigle che ci capiendiamo solo i noi tra noialtri ebbasta.

Chiudo con le parole di Umberto Riflessonoro:

L'Ur-Billistica può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarla e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo.



14 settembre 2021

Può la carta ontogenetica aiutare nella soluzione delle diatribe "splitter" vs "lumper"?

Ontogenesi del cranio di Tyrannosaurus rex. Immagine da Carr (2020)


L'ontogenesi di Tyrannosaurus è probabilmente quella meglio nota e studiata in Theropoda (fossile). L'approccio più o meno implicito che abbiamo quando la descriviamo è che essa sia una forma "estrema", nel senso che la differenza anatomica e morfologica tra giovane e adulto è spinta al massimo. Tuttavia, pur non in forma così estrema, è possibile che questa grande disparità ontogenetica non sia una esclusiva di Tyrannosaurus, ma sia invece una condizione generale di tutti i dinosauri. Il sospetto è che tanto maggiore è la taglia adulta (o la relazione tra massa alla nascita e massa adulta) e tanto maggiore sia la disparità anatomica tra i diversi stadi di crescita. Ciò spiegherebbe come mai Tyrannosaurus ci appaia il caso più estremo tra i theropodi noti. 

Questo scenario ha ovviamente legami con l'ipotesi che i "compsognathidi" possano (almeno in parte) essere stadi giovanili di taxa tetanuri di grande mole. Ma questo scenario ha anche delle implicazioni importanti nella eterna diatriba tra "lumper" e "splitter". Da un lato, questo approccio porta sostegno alla posizione "lumper" (ovvero, quella che ammette una ampia diversità dentro la specie e quindi riduce il numero dei taxa nel campione) rispetto alla "splitter". Da un altro, questo approccio potrebbe essere un criterio "oggettivo" per fare ordine nella tassonomia dei dinosauri.

Si tratta di un tema complesso ma molto intrigante, che merita una riflessione approfondita.


10 settembre 2021

Scipiocalypse

 

Meme simpatico ma fuorviante: a differenza di NanotyrannusScipionyx non cade in sinonimia con alcun altro taxon (*non conosco il nome dell'autore: se avete info, lasciate un commento)

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione del mio articolo di commento sui dinosauri italiani (e del post che lo accompagna) e - in parte previsto - esso ha già generato una serie di reazioni online. Reazioni sia da colleghi (spesso molto positive) sia dal variegato popolo dei "paleofan" (appassionati di paleontologia).

Oltre ai simpatici meme ispirati dall'ipotesi più forte proposta nella mia pubblicazione, e ad alcune discussioni ponderate, devo purtroppo constatare che in certi siti e social network le tematiche affrontate nel mio articolo sono state rapidamente travisare, fraintese e distorte.

Il tema dell'articolo, in particolare l'ipotesi relativa a Scipionyx, è complesso, e non si può ridurre a semplici meme o tweet senza rischiare di stravolgerlo. Non a caso, ho dovuto scrivere un lungo post di accompagnamento all'articolo, per permettere anche al lettore "non specialista" - ma nondimeno interessato - di apprezzare la logica sottostante il mio argomento.

Purtroppo, ho il sospetto che molti dei commentatori online non abbiano letto il mio articolo né il post che lo accompagna, limitandosi a condividere versioni semplificate e distorte dell'ipotesi da me argomentata.

Penso che sia quindi doveroso chiarire una serie di punti, nella speranza che ciò contenga il dilagare di errate rappresentazioni delle mie idee. PREMESSA: quanto scritto sotto è comprensibile solamente avendo prima letto il mio articolo o almeno il post relativo. Non ripeterò qui quanto scritto là.

La natura dell'articolo

L'articolo è un commento su invito. Lo scorso inverno, fui invitato dall'editore degli Atti della Società dei Naturalisti e dei Matematici di Modena, rivista ufficiale di una società scientifica dell'Università di Modena, e scrivere un articolo per la loro rivista. Per coloro che non sono pratici dei vari tipi di articoli che possono comparire su una rivista scientifica, il commento su invito ("invited commentary") è una pubblicazione breve che un autore viene invitato a scrivere per una rivista, in qualità di esperto in un determinato ambito di ricerca. Essendo un paleontologo dei vertebrati che ha studiato principalmente dinosauri theropodi e rettili mesozoici italiani, sono stato invitato a scrivere un breve articolo su questi ambiti.

Certe riviste sottopongono i commenti su invito a revisione paritaria, altri a revisione da parte dell'editore, altre ancora non sottopongono questi manoscritti a revisione. Il mio manoscritto è stato sottoposto a revisione da parte dell'editore, il quale ha chiesto di apportare alcune modifiche per rendere più chiara la logica di alcuni passaggi. Notare che il "target" dell'articolo sono tutti gli studiosi di zoologia, paleontologia e scienze naturali, non solo i paleontologi dei dinosauri predatori. 

Un commento su invito è un tipo di pubblicazione che permette alcune libertà che nei normali articoli sottomessi ad una rivista non è possibile avere. In particolare, l'autore può esporre anche ipotesi controverse, provocatorie, sovente proprio con l'intento esplicito di indurre una discussione, un dibattito, o perlomeno suggerire nuove prospettive e punti di vista. Si tratta, quindi, del modo con cui un autore può stimolare i colleghi a prendere in considerazione un problema sotto una luce alternativa. Esso non si pone necessariamente come "verità" né come "dato di fatto": si tratta sempre della posizione particolare sostenuta da un autore (ovviamente, fondata su basi scientifiche e non su mere speculazioni).

Pertanto, l'invito che ho ricevuto per scrivere questo commento è stata l'occasione perfetta per proporre un punto di vista alternativo, non necessariamente completo o conclusivo, ma sicuramente utile per stimolare il dibattito su come dobbiamo affrontare l'analisi filogenetica di taxa basati solo su esemplari immaturi.

Ci tengo a rimarcare che l'articolo nasce e si è sempre esplicitato come "invited commentary": ciò è esplicito nel titolo dell'articolo ed è rimarcato nei ringraziamenti. Il lettore è libero di ignorare tale pubblicazione per qualsivoglia motivo più o meno formale (o formalistico), ma spero che comunque il contenuto di tale pubblicazione stimoli in tutti una riflessione su come affrontare il problema dei "compsognathidi".

Il tono del mio articolo

Se leggete l'articolo, noterete subito che il tono dell'argomentazione è sempre ipotetico, mai definitivo né tanto meno si dichiara conclusivo. Ho sottolineato alcune parti delle conclusioni, per rimarcare che non sto sostenendo una verità di fede, ma piuttosto una prospettiva originale e potenzialmente utile per affrontare il problema:



La logica della mia ipotesi

L'ipotesi che propongo nel mio articolo è che Compsognathidae possa essere polifiletico. Attenzione! Ho scritto "polifiletico", e non "parafiletico". I due termini non sono sinonimi e non si possono confondere. Polifiletico presuppone una origine multipla e distinta dei vari membri del gruppo, mentre parafiletico implica una origina singola del gruppo ma con omissione di un suo sottoclade. Purtroppo, ho letto online che la mia ipotesi è dipinta come "Compsognathidae è parafiletico", cosa che in parte stravolge (o dipinge in modo errato) il mio argomento. 

La natura polifiletica di Compsognathidae può realizzarsi in due modi: una forma "forte" (l'intero gruppo è polifiletico) oppure "moderata" (una parte di Compsognathidae è un clade genuino, un'altra è invece una serie di taxa non-compsognathidi inclusi artificiosamente in quel clade). 

L'ipotesi che propongo ritiene che la causa della natura polifiletica di Compsognathidae sia l'immissione nelle nostre analisi filogenetiche di taxa noti unicamente per esemplari immaturi (giovani o persino appena nati). Di conseguenza, l'ipotesi si articola in più livelli:

1- come identificare i taxa basati solo su esemplari immaturi

2- come identificare se un clade è un effetto spurio dell'uso di taxa basati su esemplari immaturi.

3- come risolvere il problema ed eventualmente collocare i taxa nei "veri cladi" di appartenenza.

Il primo punto si risolve analizzando gli esemplari per stabilirne l'età individuale (usando l'istologia, l'analisi della texture delle ossa, il grado di ossificazione dello scheletro, la presenza o meno di caratteri sessuali secondari, le dimensioni e proporzioni corporee).

Il secondo punto può essere risolto notando una "anomala" concentrazione di taxa basati su esemplari immaturi dentro un qualche clade: è ciò che accade - a mio avviso - con Compsognathidae, nel quale si osserva un numero insolitamente alto di specie note unicamente per esemplari immaturi.

Il terzo punto è il più difficile da risolvere. Io ho proposto un metodo, che sicuramente è rivedibile e migliorabile, ma perlomeno tenta di aiutarci a risolvere questo controverso grattacapo filogenetico. Ovvero, una volta riconosciuto che un clade ha una anomala abbondanza di specie basate su esemplari immaturi (il punto 2) noi possiamo usare tale metodo per testare cosa accada a "neutralizzare" tale clade. Si tratta di un approccio "bruto" perché rimuove ogni possibile codifica che possa (anche solo potenzialmente) essere stata influenzata dallo stato immaturo degli esemplari codificati. Proprio perché si tratta di un metodo abbastanza "bruto" nei modi, va usato con accortezza e consapevolezza! 

ATTENZIONE: il metodo si basa sull'ipotesi che il punto 2 sia stato identificato. Non ha senso applicarlo a priori, ma richiede che ci sia una ipotesi di partenza su cui lavorare, in questo caso l'ipotesi è che Compsognathidae includa più specie note unicamente per esemplari immaturi.

ATTENZIONE: il metodo non funziona "da solo" ma richiede di avere una filogenesi di confronto ottenuta codificando i taxa basati su esemplari immaturi secondo la così detta "codifica ontogenetica contingente".

Purtroppo, vedo che alcuni commentatori hanno frainteso la logica del punto 3, sostenendo che io usi una qualche forma di codifica contingente "estrema" come soluzione al problema: in realtà, il punto 3 richiede il confronto tra due diverse tecniche di codifica, non la semplice applicazione di una sola.

I risultati della mia analisi 

L'analisi citata nel punto 3 (discussa prima) è stata applicata UNICAMENTE a Scipionyx, Sciurumimus e Juravenator. Al contrario, Sinosauropteryx, Compsognathus e altri taxa di grado compsognathidae non sono stati (per ora) coinvolti nell'analisi. Questo significa che chi legga i cladogrammi mostrati nel mio articolo come "prova" che Compsognathus o Sinosauropteryx siano coelurosauri sta fraintendendo e mal riportando la mia analisi. Per ora, io resto agnostico sullo status di quei taxa. L'obiettivo dell'analisi era unicamente Scipionyx, mentre Juravenator e Sciurumimus sono stati inclusi solo come "test di controllo" poiché ipotizzati in precedenza di appartenere a Megalosauroidea e perché noti per esemplari a stadi di crescita non troppo diversi da quelli di Scipionyx.

Le parti più speculative della mia ipotesi

Alla fine del post (ma solo nel post, non ne parlo nell'articolo!) mi permetto di fare delle speculazioni più azzardate in merito alla posizione filogenetica di altri taxa di grado compsognathide. Notare che ho chiaramente sottolineato nel post che quelle erano delle speculazioni "azzardate". Il lettore intelligente e maturo è in grado di capire se e come prendere tali speculazioni in considerazione.

Quello che la mia ipotesi NON dice

Io NON sostegno che certi compsognathidi siano sinonimi junior di altri taxa. Inutile sottolineare che online molti non hanno ancora capito cosa "sinonimo junior" significhi, e tendando ad abusare del termine anche quando non è pertinente. In ogni caso, ridurre la mia ipotesi ad una nuova diatriba simile a quella sul destino di "Nanotyrannus" è del tutto ridicolo. La questione tassonomica (ovvero, quale nome attribuire a questo o quel taxon) è distinta dalla mia ipotesi. Solo quando sarà stabilita una sicura serie ontogenetica tra taxa coevi avrà senso valutare quale sia il nome formalmente corretto per chiamare tale serie.

Ed ora, come al solito, mi illudo che qualcuno legga questo post e non scriva scemenze su Twitter...

07 settembre 2021

Carcharodontosauri d'Italia

 

Ricostruzione in vivo basata su ricostruzione scheletrica di S. Hartman

Non sempre le scoperte paleontologiche più eccitanti richiedono una campagna di scavo in luoghi esotici o l'impiego di tecnologie fantascientifiche. A volte, la scoperta è sotto il nostro naso da decenni, ma non avevamo ricalibrato la mente per vederla. Può capitare, difatti, che le categorie con le quali analizziamo la documentazione fossile siano incapaci di superare uno scoglio concettuale, o tendano ottusamente ad arenarci su un banco di nozioni consolidato da decenni. Eppure, basta allontanarsi un attimo dalla riva, provare a immaginare un modo leggermente diverso per affrontare il mare, ed ecco che gli ostacoli si dissolvono, e ci immettiamo in nuova corrente virtuosa che ci porta rapidamente oltre l'ostacolo. 

Ad esempio, è possibile che per tradizione abbiamo persistito a considerare certi fossili sotto una certa luce, senza renderci conto che quella luce - da noi usata per osservare quel materiale - in realtà ci stava offuscando la vista, impedendoci di cogliere il vero aspetto di quei fossili. La luce della metafora può essere un sistema di classificazione, oppure un criterio per ricavare tale sistema di classificazione.

Per anni, mi sono domandato se un certo gruppo di theropodi, che quasi universalmente noi paleontologi abbiamo considerato come "valido", in realtà "non esista" ma sia solamente un effetto collaterale del nostro modo di guardare certi fossili, un modo di per sé corretto nella maggioranza dei casi ma che risulta sbagliato, persino dannoso, se applicato inavvertitamente dove non dovrebbe essere usato. 

Andiamo per gradi.

Esce oggi un mio articolo sui theropodi mesozoici italiani (Cau 2021). Si tratta di una recensione delle ricerche svolte su Saltriovenator e Scipionyx, sul perché essi siano dei fossili importanti e in cosa siano significativi. L'articolo non si limita a ripercorrere i lavori principali dedicati a questi fossili, ma porta anche un contributo nuovo ed originale, la possibile soluzione ad una questione su cui rifletto da molto tempo: cosa è Scipionyx? Ovvero, quale è la posizione filogenetica del primo dinosauro mesozoico italiano?

A prima vista, la domanda parrebbe già avere una risposta: la maggioranza dei lavori precedenti che hanno incluso Scipionyx nelle analisi filogenetiche tende a collocarlo consistentemente in un ramo dei coelurosauri basali, quello dei compsognathidi. Ed è proprio questo il punto su cui ho improntato la mia revisione. Se avete letto il primo volume ed il secondo volume de "La Rivoluzione Piumata" saprete che io non ritengo "Compsognathidae" un gruppo zoologico naturale (ovvero, monofiletico) bensì un "falso raggruppamento" (un assemblaggio polifiletico) in cui tendono ad essere collocati (dai paleontologi o dai programmi filogenetici usati dai paleontologi) vari theropodi che non sono realmente imparentati tra loro. L'ipotesi che sostengo ne "La Rivoluzione Piumata" e che elaboro in questo nuovo studio è che "Compsognathidae" - nella sua accezione attuale - sia un artefatto del modo con cui svolgiamo le analisi filogenetiche dei theropodi, un "errore" di metodo in cui cadiamo ogni volta che includiamo certi theropodi, quelli che appunto chiamiamo "compsognathidi".

L'ipotesi che sostengo è che il "tipo anatomico da compsognathide" non sia un vero piano corporeo di un gruppo zoologico bensì sia l'aspetto generale che molti tetanuri basali hanno durante una fase della vita dopo la schiusa. Detto in breve, ritengo che "compsognathide" sia la morfologia dei pulcini dei grandi tetanuri basali. Ovvero, ritengo che i pulcini dei megalosauroidi, degli allosauroidi e forse anche di certi tyrannosauroidi basali siano tutti più o meno conformati "come un compsognathide", e che pertanto questo ultimo nome non si riferisca ad una vera categoria zoologica bensì ad uno stadio di crescita comune a molti tipi di grandi theropodi.

[Sarei tentato di dire che Compsognathidae è un "grado sinontogimorfico" di Tetanurae... ma il neologismo è atroce]

[Notare che questa interpretazione è la medesima per cui concludiamo che Raptorex non sia un taxon valido ma solamente un tyrannosauride molto immaturo. I compsognathidi sarebbero l'equivalente carnosauriano di ciò che Raptorex è per i tyrannosauridi]

Il mio ragionamento parte da alcune intriganti caratteristiche dei "compsognathidi". Nessuna, presa isolatamente, è sufficiente per avvalorare la mia tesi, ma quando si combinano assieme rendono il sospetto sulla correttezza della mia tesi perlomeno legittimo.

1: I compsognathidi sono tutti piccoli (per gli standard theropodi non-maniraptori). In particolare, le dimensioni della maggioranza dei compsognathidi noti sono proprio quelle attese per i giovanissimi individui degli allosauroidi e dei megalosauroidi.

2: I compsognathidi sono vissuti in un preciso intervallo di tempo che equivale a quello dei tetanuri basali. I più antichi compsognathidi noti sono della fine del Giurassico, mentre i più recenti sono della fine del Cretacico Inferiore. Non si conoscono compsognathidi nella prima metà del Giurassico né nella seconda metà del Cretacico. Apparentemente, essi persistono quanto i tetanuri non-coelurosauri, e scompaiono assieme agli ultimi megalosauroidi e allosauroidi.

3: L'anatomia dei compsognathidi è "generalista", ovvero, non mostra peculiarità anatomiche uniche. Semmai, alcuni compsognathidi hanno alcuni caratteri che ricordano gli allosauroidi e i megalosauroidi, mescolati con tratti anatomici "non specializzati" (come la mancanza di ornamentazioni nel cranio).

4: Almeno una parte delle specie di compsognathidi è basata unicamente su esemplari molto immaturi. Oltre a Scipionyx, altre specie di "compsognathidi" (o di taxa considerati simili ai compsognathidi) sono note unicamente per esemplari stimati essere morti a pochi mesi di vita: Juravenator Sciurumimus sono poco più maturi di "Ciro". Lo stesso olotipo di Compsognathus longipes, oltre a quelli di Sinosauropteryx*, Aorun e Haplocheirus*, sono tutti basati su esemplari molto giovani. Sono immaturi anche i due esemplari noti di Huaxiagnathus, così come l'olotipo di Nqwebasaurus e quello di Xunmenglong. Lo stato di crescita degli esemplari di Sinocalliopteryx non è chiaro, ma è significativo che l'olotipo non abbia la sinfisi ischiatica saldata, un tratto tipico dei giovani theropodi. Anche l'olotipo di Dilong è immaturo. Questa abbondanza di esemplari immaturi nei compsognathidi (o in specie attribuite a quel gruppo o considerate essere piccoli coelurosauri basali), spesso fossilizzati in eccellente stato di preservazione, è piuttosto anomala, dato che, solitamente, è molto raro rinvenire dei giovani di theropodi. Notare che interi cladi di Theropoda non hanno ad oggi fornito alcuno scheletro di individui a stadi così immaturi quanto i numerosi casi in Compsognathidae (ad esempio, Abelisauridae, Spinosauridae, Megaraptora). 

La tesi che sostengo qui è che tutti i 4 punti elencati sopra possono trovare una soluzione ammettendo che i compsognathidi non siano necessariamente dei "taxa reali" caratterizzati da una morfologia adulta "generalista" e piccole dimensioni, ma siano piuttosto basati su esemplari immaturi di specie che, da adulte, erano nel range "classico" dei grandi tetanuri basali.

Possiamo elaborare due versioni di questa tesi:

La versione forte: tutti i "compsognathidi" sono esemplari immaturi di grandi tetanuri.

La versione moderata: alcuni "compsognathidi" sono comunque genuini, sono specie con gli adulti di anatomia generalista e piccole dimensioni (e formano "Compsognathidae in senso stretto"), mentre altri sono "falsi compsognathidi" poiché basati su esemplari immaturi di grandi tetanuri che noi interpretiamo erroneamente come membri di "Compsognathidae in senso stretto".

Indipendentemente dalla versione che preferite, questa tesi genera una obiezione lecita: se questa interpretazione è valida, come mai le analisi filogenetiche tendono invece quasi universalmente a collocare questi theropodi dentro un medesimo ramo alla base di Coelurosauria invece che nei "rispettivi" gruppi di appartenenza? Il motivo è che stiamo sbagliando il modo con cui analizziamo filogeneticamente questi piccoli theropodi. Fintanto che includiamo questi theropodi dentro matrici filogenetiche costruite per analizzare le morfologie adulte, le analisi continueranno a produrre un risultato falsato dal modo stesso con cui immettiamo questi theropodi nell'indagine. Ovvero, se includiamo questi taxa dando per scontato che gli esemplari "compsognathidi" mostrino una genuina morfologia adulta (o comunque, prossima alla forma adulta), le analisi saranno inevitabilmente "viziate" da questa impostazione e "interpreteranno" la loro morfologia come una genuina forma di theropode adulto, raggruppando i vari esemplari immaturi dentro un clade basato proprio sui caratteri che li distinguono dagli altri tetanuri, ovvero, proprio la loro morfologia immatura! Questa ipotesi non è nuova, dato che altri autori in passato avevano colto il rischio di codificare esemplari immaturi nelle analisi tarate sulle morfologie adulte. Eppure, anche seguendo le raccomandazioni sollevate da quegli autori, i "compsognathidi" tendono a formare un clade. Come mai? In quei casi, gli autori si erano focalizzati sull'effetto di includere nelle filogenesi un singolo esemplare immaturo alla volta. Il problema però è che i "compsognathidi" sono tanti, e quando più esemplari "mal-codificati" sono immessi nella stessa analisi, la loro "mal-codifica" tende a rinforzare l'errore prodotto dal singolo esemplare, producendo "Compsognathidae". La novità del mio argomento è nel ritenere che Compsognathidae in toto sia un artefatto, non la mera collocazione dei singoli esemplari, e che tale artefatto derivi dalla inclusione simultanea di più esemplari immaturi, i quali "convergerebbero" in una posizione spuria (la base di Coelurosauria) formando un "falso clade", che per l'appunto è proprio Compsognathidae.

Se questa ipotesi è corretta, come possiamo risolvere l'inghippo? Se includere i taxa basati solo su esemplari immaturi nella analisi filogenetiche produce un risultato inevitabilmente falsato, allora come possiamo stabilire le effettive relazioni filogenetiche di questi esemplari? Nello studio pubblicato oggi, propongo un criterio per testare le affinità di questi fossili aggirando l'inghippo dato dalla loro condizione immatura, usando una procedura che "filtra" il segnale filogenetico "depurandolo" dalla immaturità dei compsognathidi pur mantenendoli dentro l'analisi (vi risparmio la trattazione tecnica). Ho applicato questo criterio a Juravenator, Scipionyx e Sciurimumus, ottenendo una possibile posizione filogenetica per questi taxa che non sia viziata dalla immaturità degli esemplari: Juravenator e Sciurumimus risultano dei megalosauroidi, mentre Scipionyx risulta un allosauroide carcharodontosauride. Mentre l'ipotesi che Juravenator e Sciurumimus siano megalosauroidi non è nuova (e, difatti, la mia analisi conferma tali suggestioni), l'ipotesi che "Ciro" non sia né un coelurosauro né un compsognathide, ma bensì un Carcharodontosauridae, è del tutto nuova, e non era mai stata proposta in passato.

Le posizioni filogenetiche di Juravenator, Scipionyx e Sciurumumus ottenute usando la procedura che descrivo nel mio nuovo studio volta a eliminare l'impatto delle loro morfologie immature. In rosso, la posizione che i tre occuperebbero seguendo la procedura "tradizionale": in quel caso, essi convergono tutti a formare un clade con Compsognathus.


La mia analisi ha identificato numerosi caratteri peculiari di Scipionyx, in varie parti dello scheletro, che lo distinguono dagli altri "compsognathidi" e che sono compatibili con uno status allosauroide. Ad esempio, la presenza di cinque denti premascellari (come Allosaurus e Neovenator), varie caratteristiche nel mascellare, nasale, postorbitale, frontoparietale e squamoso, una peculiare laminazione nelle vertebre del collo, la possibile pneumatizzazione delle caudali prossimali, ed alcuni elementi del bacino.



Scipionyx... un Carcharodontosauridae?

Sono sicuro che molti di voi stanno storcendo il naso. Insomma, da quando "Ciro" è stato scoperto, abbiamo sempre immaginato il primo dinosauro italiano come un piccolo carnivoro dall'aria agile e furtiva, affine ai parenti più prossimi degli uccelli; mentre i Carcharodontosauridi sono giganteschi super-predatori graviportali ben lontani come relazioni ed ecologia dall'origine degli uccelli. A prima vista, non pare proprio che, tra i theropodi, Scipionyx somigli ad un carcharodontosauride. Anche al non addetto ai lavori, la differenza di dimensioni tra il piccolo Scipionyx (lungo meno di mezzo metro) ed un allosauroide di 10 metri pare insormontabile. Tuttavia, il problema delle dimensioni è solo apparente.

Ribaltiamo la questione: quanto era grande un pulcino di allosauroide? Dato che in quel gruppo abbiamo specie i cui adulti variavano dai 7 ai 13 metri, quanto è realistico immaginare che il pulcino di questi animali fosse delle dimensioni di "Ciro"? Forse Scipionyx è troppo piccolo per essere interpretato in quel modo. Se potessimo stabilire che alla nascita un allosauroide era ben più grande di "Ciro", allora questo ultimo non sarebbe un valido candidato al ruolo di "pulcino allosauroide".

Abbiamo una prova diretta che "Ciro" ha le dimensioni giuste per essere il pulcino che cerchiamo. Per quanto rari e frammentari, esistono alcuni esemplari molto immaturi di allosauroidi che ci danno indicazioni sulle dimensioni dei loro pulcini nei primi mesi di vita. In particolare, esiste un mascellare dal Giurassico Superiore del Portogallo (Rauhut e Fechner, 2005) che è riferibile con grande sicurezza ad Allosaurus, dato che mostra caratteristiche tipiche di quel genere. Quel mascellare ha la texture tipica delle ossa molto giovani, ed è della stessa dimensione del mascellare di "Ciro" (lunghezza, 23 mm vs i 23.2 mm del mascellare di "Ciro"): ciò dimostra che nei primi mesi di vita, i pulcini di Allosaurus avevano le stesse dimensioni del piccolo dinosauro campano. Dato che Allosaurus ha dimensioni adulte intorno ai 10 metri, nulla vieta che anche gli adulti di Scipionyx raggiungessero dimensioni "allosauroidi".

Il mascellare dell'olotipo di Scipionyx (giallo) ha le stesse dimensioni di quelle di un esemplare molto giovane di Allosaurus (da Dal Sasso e Maganuco, 2012, e Rauhut e Fechner, 2005).

Da notare che Dal Sasso e Maganuco (2011) ipotizzano per Scipionyx una lunghezza adulta intorno a 2 metri, prendendo come riferimento altri "compsognathidi" come Sinocalliopteryx (i quali, come detto sopra, potrebbero essere esemplari immaturi a loro volta). Tuttavia, questa ipotesi contrasta con le dimensioni che gli stessi autori ricostruiscono per le uova di Scipionyx. Difatti, seguendo tale interpretazione, essi devono concludere che Scipionyx producesse uova relativamente voluminose per la sua taglia, una biologia riproduttiva che ricorderebbe alcuni uccelli moderni come il Kiwi, ma che non ha alcun equivalente tra i dinosauri mesozoici, i quali - specialmente i non-pennaraptori - tendono a produrre uova relativamente piccole rispetto alla mole adulta. Inoltre, questa ipotesi è difficilmente compatibile con l'anatomia della regione pelvica dei theropodi non-aviani, in particolare per la dimensione del canale pelvico a livello della base di pube e ischio e per la presenza di una sinfisi saldata sia tra i pubi che tra gli ischi che non permetterebbe alcuna dilatazione del canale pelvico al passaggio di un uovo di quella dimensione (negli uccelli moderni, ambo le sinfisi sono aperte).

La rivalutazione delle dimensioni adulte di Scipionyx nella "taglia allosauroide" risolve questo paradosso e riporta il rapporto tra taglia adulta e dimensione delle uova nel dinosauro italiano dentro il range usuale dei dinosauri mesozoici. Le dimensioni "allosauroidi" di Scipionyx implicano difatti un ovidotto e una cloaca con le dimensioni idonee per contenere un uovo come quello ipotizzato da Dal Sasso e Maganuco (2011), e permettono la produzione in contemporanea di più uova, in linea con la strategia riproduttiva "r-orientata" tipica dei dinosauri non-aviani.

(A) dimensioni di "Ciro" e dell'uovo di Scipionyx ricostruite da Dal Sasso e Maganuco (2011). (B) dimensioni adulte di Scipionyx ipotizzate da Dal Sasso e Maganuco (2011): notare il grande spazio occupato da un singolo uovo (giallo), una condizione che implicherebbe un'allentamento della sinfisi ischiatica ed una strategia riproduttiva "K-estrema" mai documentata finora in un dinosauro non-aviano. (C) rivalutazione della dimensione adulta di Scipionyx proposta nel mio studio: notare che in questo caso l'uovo (giallo) alloggia senza problemi nella regione cloacale, e permette la produzione simultanea di più uova, in accordo con la strategia riproduttiva "r" tipica dei dinosauri mesozoici. Silhouette in (C) modificata da una ricostruzione scheletrica di S. Hartman. 


Una volta risolto il "paradosso dimensionale", confrontiamo il mascellare di "Ciro" con quello del piccolo Allosaurus

A sinistra, su sfondo nero, il mascellare del pulcino di Allosaurus e quello dell'adulto. A destra, su sfondo bianco, il mascellare di Scipionyx e quello del carcharodontosauridae Acrocanthosaurus. Gli asterischi verdi indicano i caratteri che accomunano Scipionyx ed il pulcino di Allosaurus. Le lettere in rosso indicano i caratteri che accomunano tra loro i due esemplari di Allosaurus. Notare che questi caratteri distinguono Allosaurus dal carcharodontosauridae. I numeri in blu indicano i caratteri che accomunano Scipionyx e il carcharodontosauridae. Notare che questi caratteri distinguono il carcharodontosauridae da Allosaurus. Immagini modificate da Eddy e Clarke, 2011Dal Sasso e Maganuco, 2012, Rauhut e Fechner, 2005, e Chure, 2020.

Il mascellare del pulcino di Allosaurus ha una ampia finestra pneumatica nella fossa antorbitale (a), mentre Scipionyx ha una ridotta pneumatizzazione della stessa fossa, limitata all'angolo anteriore (1). Questi stessi caratteri distinguono i mascellari di molti carcharodontosauridi da Allosaurus. Interessante notare che il grado di pneumatizzazione del mascellare di Scipionyx ricorda più i carcharodontosaurini (come ShaochilongCarcharodontosaurus e Giganotosaurus) che gli altri carcharodontosauridi (come Acrocanthosaurus o il mascellare riferito ad Eocarcharia).

Il mascellare del pulcino di Allosaurus ha un ramo rostrale ben squadrato e distinto (b), mentre quello di Scipionyx ha una più graduale transizione dal ramo ascendente al ramo rostrale (2). Questa stessa condizione distingue i carcharodontosauridi da Allosaurus.

Il mascellare del pulcino di Allosaurus ha i denti estesi quasi fino alla fine del mascellare (c), mentre in Scipionyx i denti terminano più anteriormente (3). Nel pulcino di Allosaurus, i denti hanno dimensioni più omogenee, mentre in Scipionyx i denti anteriori sono ben più grandi di quelli posteriori. Inoltre, la faccetta jugale del mascellare nel pulcino di Allosaurus è più corta e spessa (d), mentre in Scipionyx è più lunga e bassa (4). Questi stessi caratteri distinguono i carcharodontosauridi (ad esempio, Acrocanthosaurus e Concavenator) da Allosaurus. Da notare che in Scipionyx la parte del ramo posteriore del mascellare priva di denti si estenda ben oltre la barra lacrimale, proprio come in certi carcharodontosauridi (Acrocanthosaurus e Concavenator), a differenza degli altri allosauroidi (come Allosaurus) in cui il ramo posteriore del mascellare non si estende significativamente oltre la barra lacrimale.

Il mascellare del pulcino di Allosaurus ha un ramo ascendente più largo e robusto e una fossa antorbitale più ampia (e), mentre in Scipionyx il ramo ascendente è più stretto e la fossa antorbitale più corta (5). Questi stessi caratteri distinguono i carcharodontosauridi da Allosaurus.

Ovvero, tutti i caratteri che distinguono Scipionyx dal pulcino di Allosaurus sono anche caratteri che distinguono i carcharodontosauridi da Allosaurus! Inoltre, gli unici caratteri che distinguono Scipionyx dai carcharodontosauridi (l'inclinazione [*] e la pneumatizzazione [**] del ramo ascendente del mascellare) sono anche caratteri che distinguono il pulcino di Allosaurus dall'adulto di Allosaurus.

La sola spiegazione di queste combinazioni di caratteri è che Scipionyx sia un pulcino di carcharodontosauride! 

Nota bene: l'attribuzione di Scipionyx ad Allosauroidea e Carcharodontosauridae si basa su una serie di dettagli anatomici, sia nel cranio che nel postcranio, non solo sul mascellare. Il mascellare è stato discusso più nel dettaglio poiché, fino ad ora, è l'unico osso di un pulcino allosauroide che sia stato analizzato nel dettaglio e confrontato con l'adulto (Allosaurus). Esso rappresenta la "stele di Rosetta" per confrontare "Ciro" con il pulcino di Allosaurus: la comparazione tra pulcino di Allosaurus con il suo adulto permettere di "calibrare" il confronto tra Scipionyx e carcharodontosauridi, svelando il legame "ontogenetico" tra questi ultimi.


Conclusioni

Riassumendo:

  • Scipionyx è noto unicamente per un esemplare molto immaturo: tale immaturità "maschera" larga parte delle sue caratteristiche adulte e rende difficile collocarlo filogeneticamente.
  • Compsognathidae potrebbe essere un "falso clade" in cui si collocano erroneamente esemplari immaturi di grandi tetanuri.
  • Una volta "filtrato" dalle caratteristiche immature, Scipionyx mostra caratteristiche allosauroidi e carcharodontosauridi.
  • L'olotipo di Scipionyx ha dimensioni e morfologia compatibili con un pulcino di carcharodontosauride.

La rivalutazione di Scipionyx come carcharodontosauride ha importanti implicazioni: esso è ora il più completo esemplare immaturo di quel clade, e fornisce una insostituibile fonte di informazioni per ricostruire la crescita di questi theropodi giganti. In particolare, l'eccezionale preservazione delle parti molli in questo fossile può diventare uno standard per l'anatomia interna di buona parte dei tetanuri, e non solo dei coelurosauri. Disporre degli organi interni di un theropode che non è prossimo agli aviani permette di estendere le nostre indagini e interpretazioni anche al di là della cornice sull'origine degli uccelli. Inoltre, la rivalutazione del fossile italiano è anche un invito ad essere molto cauti nella interpretazione filogenetica degli altri "compsognathidi".

Notate che questa ipotesi è perfettamente coerente con la documentazione fossile dei carcharodontosauridi: sia la collocazione geografica che quella stratigrafica di Scipionyx sono difatti pienamente compatibili con quelle dei carcharodontosauri, i quali sono ben documentati nel Cretacico Inferiore sia in Europa (ConcavenatorNeovenator) che Nord Africa (Eocarcharia). Scipionyx rappresenta quindi per i carcharodontosauridi la prova di un ponte biogeografico tra i due lati della Tetide.

Sempre più evidenze geologiche e paleontologiche supportano l'ipotesi che almeno per una parte del Mesozoico, i territori da cui discende la penisola italiana fossero in gran parte emersi, e che probabilmente essi formavano un grande promontorio del Nord Africa. In particolare, sempre più evidenze supportano l'esistenza di una ampia estensione di territorio emerso nella seconda metà del Cretacico Inferiore, estensione che comprendeva almeno parte degli odierni Lazio, Campania e Sicilia. La presenza di titanosauri in Italia durante quel periodo è ormai un fatto. E nonostante persista l'idea che occorra interpretare questi fossili come casi di nanismo insulare, necessità logica per spiegare l'inaccettabile presenza di dinosauri in quello che, tradizionalmente, è visto come poco più che un arcipelago di isolette carbonacee, è ugualmente probabile che questi fossili siano esemplari immaturi, giovani di specie con dimensioni adulte medio-grandi, abitanti su grandi estensioni vegetate. 

Scipionyx e il titanosauro laziale erano specie animali di dimensioni significative, non dei nani. Questi animali testimoniano popolazioni che vissero e interagirono nello stesso momento geologico e sulla stessa grande estensione di terraferma. Essi sono le prove inequivocabili di una fauna italica in età Aptiano-Albiana composta almeno da Carcharodontosauridae e Titanosauria, del tutto analoga alle faune nordafricane note nel medesimo intervallo geologico, e con le quali era probabilmente in connessione diretta. Questo risultato ci fa ben sperare che anche altri membri di quelle associazioni nordafricane siano un giorno scoperti nella nostra penisola. La presenza di rebbachisauridi come Histriasaurus in livelli istriani un poco più antichi di quelli dell'Italia meridionale conferma questo scenario, e supporta la persistenza per un lungo intervallo di tempo di scambi faunistici tra queste zone con ambo i lati della Tetide.

Non mi stupirò il giorno in cui troveremo spinosauridi, abelisauridi e rebbachisauridi made in Italy.


Ringrazio la Società dei Naturalisti e dei Matematici di Modena per l'invito a pubblicare un contributo paleontologico sui loro Atti: è stata l'occasione per tradurre in una pubblicazione la lunga serie di appunti e riflessioni su Scipionyx che ho maturato negli ultimi 10 anni. La monografia di Dal Sasso e Maganuco (2011) è stata la ricchissima fonte di dati da cui "estrarre" il segnale allosauroide celato in "Ciro". Ringrazio anche Marco Auditore per l'uso delle sue ricostruzioni scheletriche nell'articolo.

Bibliografia:

Cau A. 2021 - Comments on the Mesozoic theropod dinosaurs from Italy. Atti della Società dei Naturalisti e dei Matematici di Modena 152:81-95.

Dal Sasso C., and Maganuco S. 2011 - Scipionyx samniticus (Theropoda: Compsognathidae) from the Lower Cretaceous of Italy: Osteology, ontogenetic assessment, phylogeny, soft tissue anatomy, taphonomy, and palaeobiology. Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano. 281 pp.

*Note su due theropodi di "grado compsognathide" 
Haplocheirus. Questo probabile alvarezsauroide basale mostra numerosi caratteri simili ai compsognathidi. Recentemente, l'olotipo - ed unico esemplare noto - di Haplocheirus è stato ri-valutato come esemplare molto giovane e non più come un subadulto. L'immaturità dell'esemplare potrebbe spiegare le somiglianze con i "compsognathidi". L'analisi che ho pubblicato nel mio nuovo studio è stata sviluppata prima della pubblicazione di tale studio e quindi si basava sull'interpretazione originale che l'olotipo di Haplocheirus fosse subadulto. Questa revisione dell'esemplare non incide particolarmente sulla discussione dello stato compsognathide di Scipionyx, ma sarà inclusa in future iterazioni dell'analisi. 
Sinosauropteryx. Questo taxon mostra un intrigante mix di caratteri carnosauriani in una morfologia generale da "compsognathide". Nell'addome del più grande esemplare di Sinosauropteryx sono presenti delle strutture ovoidali interpretate come uova: in attesa di un'analisi dettagliata sulla natura di queste strutture, alcuni elementi mettono in discussione l'ipotesi che siano uova. Va notato in primis che la texture delle ossa di quell'esemplare è quella tipica dei giovani, e che le due "uova" sono posizionate distanti dal bacino, a ridosso dei gastrali, in una zona che probabilmente era occupata dall'intestino (usando Scipionyx come riferimento). Strutture simili sono presenti in un esemplare di Huaxiagnathus, in cui sono interpretate come contenuti stomacali. L'olotipo di Sinocalliopteryx presenta alcuni ciottoli all'interno della cavità addominale, nella medesima posizione. Un'ipotesi alternativa è quindi che queste "uova" siano dei resti di pasto (o dell'intestino stesso). In particolare, non sarebbe la prima volta che materiale ingerito e visibile nella cavità corporea di un theropode sia stato erroneamente interpretato come uova o follicoli ovarici. Pertanto, è plausibile che anche Sinosauropteryx sia basato solo su esemplari immaturi.
Alcune speculazioni (molto?) azzardate
Dilong potrebbe essere un sinonimo senior di Yutyrannus (oppure di Sinotyrannus)?
Nqwebasaurus e Santanaraptor potrebbero essere pulcini di megaraptori?
Huaxiagnathus-Sinocalliopteryx-Dilong potrebbero essere stadi della serie ontogenetica dei proceratosauridi (non necessariamente tutti taxa sinonimi, ma comunque manifestare diversi stadi della stessa serie di crescita)? 
Mirischia potrebbe essere un pulcino di Irritator

 C'è a sufficienza per riflettere sulla consistenza delle nostre ipotesi filogenetiche incentrate sui "compsognathidi"...





Biting with Dinosaurs

Artwork di J. Csotonyi (da Brown et al. 2021)

La Paleontologia è la scienza dei fossili. Lo ripeto spesso, quasi alla noia, perché è un concetto fondamentale che sembra essere ignorato (o dimenticato) dai vari sostenitori del "Illuminismo dei Dinosauri", fautori di una libertà speculativa e "anarchia creativa" (spesso volutamente eccessiva) nei discorsi sulla vita del passato. Essere la "scienza dei fossili" significa che la paleontologia ha come obiettivo quello di spiegare i fossili, e non di speculare sulla "vita di epoche passate". Se un fenomeno non lascia tracce fossili, da un punto di vista rigorosamente paleontologico esso non esiste, ed è saggio non parlarne. Pertanto, senza evidenze fossili, non ha alcun senso speculare su qualche elemento biologico di un determinato taxon estinto. Questa rigorosa delimitazione del campo paleontologico sicuramente deluderà i tanti amanti della scienza speculativa. Ma così stanno le cose. Non vedo niente di male a fare zoologia speculativa, ma essa non è paleontologia, e non deve essere confusa con questa ultima.

Chi pensa che la paleontologia rigorosa sia noiosa e frustrante in quanto limitata nel suo campo di applicazione, probabilmente non è veramente appassionato di paleontologia, e non conosce l'enorme piacere che, invece, noialtri proviamo nell'accettare la dura sfida lanciata dai fossili. 

Un esempio di come la scienza dei fossili possa illuminarci sulla vita delle creature estinte senza scadere nella speculazione sempliciotta è dato dal recente studio di Brown et al. (2021). 

Brown et al. (2021) presentano un dettagliato censimento delle lesioni ossee (più o meno rimarginate) presenti sulle ossa del cranio di un ampio campione di Tyrannosauridae dal Cretacico Superiore del Canada, in larga parte riferibili ad Albertosaurus, Daspletosaurus e Gorgosaurus. Gli autori analizzano la posizione, orientazione e profondità delle lesioni sulle ossa, le distribuiscono in base alle dimensioni dell'animale, il tipo di osso e l'eventuale grado di rimarginazione. Essi poi confrontano questi dati con le dimensioni dell'animale a cui appartengono, stimano le dimensioni minime dell'autore delle ferite (deducibile dalle dimensioni dei solchi prodotti dai loro denti), e comparano le due distribuzioni dei dati. Infine, essi calcolano la robustezza statistica di questi risultati e li confrontano con studi analoghi svolti su vertebrati viventi oggi.



Le analisi indicano che le lesioni facciali si manifestano quando gli animali hanno raggiunto circa la metà della dimensione adulta, una taglia corporea che corrisponde alla fase della crescita in cui si ritiene questi animali raggiungevano la maturità sessuale. Con l'aumentare delle dimensioni corporee (e quindi l'età dell'animale) aumenta la frequenza e abbondanza di lesioni rimarginate. Le lesioni si osservano su circa il 60% degli esemplari campionati, secondo una distribuzione non omogenea sulle ossa del cranio. Le regioni più ricche di lesioni sono il mascellare ed il dentale, ovvero i lati del muso. Le lesioni mostrano anche una diversa distribuzione in base alla loro forma: lesioni più "puntiformi" si ritrovano soprattutto lungo la superficie dorsale del muso e ventrale della mandibola, mentre le lesioni allungate si distribuiscono maggiormente lungo i lati del muso. L'orientazione dei solchi lungo il mascellare è diretta principalmente dall'alto verso il basso e leggermente all'indietro, mentre lungo la mandibola è principalmente dal basso verso l'alto e leggermente in avanti. Infine, l'autore delle lesioni è quasi sempre un animale della stessa classe dimensionale dell'animale ferito.

Se confrontiamo queste caratteristiche con gli studi sugli animali odierni, vediamo che l'analogo più simile è nei coccodrilli, sia nella frequenza e distribuzione delle lesioni a seconda delle dimensioni dell'animale e dello stadio di crescita, sia nella diversa distribuzione del tipo di lesione sulla testa.

Brown et al. (2021) concludono quindi che la causa principale delle lesioni sul muso dei tyrannosauridi fosse la competizione sessuale tra individui maturi della stessa specie. Gli animali tendevano ad assumere un comportamento stereotipato, che li portava a fronteggiare altri animali della stessa taglia, contro cui era ingaggiato uno scontro a morsi, durante i quali si tentava di afferrare la mandibola dell'altro trattenendola tra le proprie mandibole. Gli autori notano che la frequenza dei morsi nella popolazione possa indicare che un sesso era più attivo dell'altro nel produrre ferite, anche se non è possibile stabilire se siano i maschi o le femmine. Tuttavia, questa ultima ipotesi è statisticamente debole e potrebbe essere influenzata da errori di campionamento.

Infine, gli autori notano che le lesioni sul cranio sono presenti in un gran numero di grandi theropodi, ma che siano quasi del tutto assenti tra i taxa di taglia minore, in particolare i maniraptoriformi. Non si può escludere che la rarità di tracce sui giovani tyrannosauridi sia almeno in parte dovuta al medesimo fattore. Ovvero, non è chiaro se ciò sia in parte legato ad un effetto di scala (animali più piccoli producono morsi più deboli che quindi non lasciano tracce sulle ossa) o sia una prova effettiva di un diverso comportamento nei dinosauri a seconda delle dimensioni corporee: non possiamo escludere che la differenza tra specie di grande e di piccola taglia sia solamente nella possibilità di lasciare tracce sulle ossa, e non sia legata a un diverso comportamento. 

Una nota finale su questo interessante studio. Noi non abbiamo modo di osservare direttamente il comportamento dei dinosauri, ma solo quelle tracce che possono diventare documentazione fossile: se un animale non ha le dimensioni (e quindi la forza) tali per lasciare tracce di morsi sulle ossa, quel comportamento è destinato a non entrare nel registro fossilifero. Di conseguenza, è possibile che le valide considerazioni fatte da Brown et al. (2021) dentro il range di dimensioni che lascia tracce di morsi non siano applicabili fuori da tale range.

Perché alla fine, in paleontologia, l'ultima parola spetta sempre e solo ai fossili.

Bibliografia:

Brown C.B., Currie P.J., Therrien F. 2021 - Intraspecific facial bite marks in tyrannosaurids provide insight into sexual maturity and evolution of bird-like intersexual display. Paleobiology https://doi.org/10.1017/pab.2021.29: 1-32.

06 settembre 2021

There is a Jurassic Lagerstatte in my apartment!

Come i lettori più affezionati di questo blog sanno bene, ogni 25 Dicembre io chiedo a Babbo Natale che mi regali un Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio, un sito fossilifero ad elevata conservazione, possibilmente esposto sulle montagne della mia provincia. 

Finora, a parte una manciata di ossa di ittiosauro, Babbo Natale non ha esaudito le mie preghiere. Forse, è tempo che abbandoni l'inutile San Nicola e passi a ben più potenti Santi Protettori. Ad esempio, potrei iniziare a scrivere la letterina natalizia a Dave Peters

Sì, lo so, avevo promesso di non menzionare più quella persona nel mio blog... ma poi capitano episodi come quello che ha ispirato il post odierno, e non posso fare a meno di citare colui che, ormai, è universalmente riconosciuto come il Galileo Galilei della Paleontologia.

Il motivo di tale menzione è che il Galilei di Vertebrata non solo è il più grande paleontologo e filogenetista degli ultimi 200 anni [sarcasmo], ma è anche un Santo capace di esaudire il mio più bramato dei desideri. Sì, signori, Dave Peters ha realizzato il mio sogno! Il suo Potere Miracoloso ha reso possibile la realizzazione del più agognato dei desideri: c'è un Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio proprio in questa provincia! 

Non solo il Lagerstatte è nella stessa provincia dove io vivo, ma è persino ubicato in una posizione comodissima per le mie ricerche! Non devo nemmeno lasciare la città, anzi, non devo nemmeno lasciare casa mia! Sì, signori, il Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio è situato dentro casa mia! Grazie Santa Dave! Se non fosse stato per i magici poteri del Galilei della Paleontologia, io non avrei mai potuto scoprirlo!

No, non sono impazzito:

Oggi, sul blog del Galileo dei Vertebrati è pubblicato un post su Serikornis, il piccolo anchiornithide perfettamente conservato che ho pubblicato assieme a Ulysse Lefevre, Pascal Godefroit ed altri nel 2017. Inutile rimarcare che, ancora una volta, Peters scrive una serie di assurdità su Serikornis. Ma non è delle sue panzane pseudo-scientifiche che voglio parlare, bensì di una immagine presente nel suo post.

Il Galileo della Filogenetica pubblica sul suo blog questa foto di Serikornis:

Screenshot dal post odierno di Dave Peters.

La foto non è accreditata, ma escludo al 100% che Peters ne sia l'autore, per le ovvie ragioni che espongo sotto. Notate che nella foto è ben visibile l'esemplare e, dietro di lui, si intravede una tenda e il bordo di un davanzale (frecce rosse).

Dove è stata scattata quella foto, e soprattutto, cosa rappresenta? Se clicco sulla foto, mi compare il nome del file: "serikornis_insitu588-2021": (https://pterosaurheresies.files.wordpress.com/2021/08/serikornis_insitu588-2021.jpg). Ovvero, Peters la considera, e ce la presenta, come essere la foto dell'esemplare originale, foto scattata nel sito di scavo.

Questo è due volte falso.

Quella non è la foto dell'olotipo di Serikornis e non è stata scattata sul sito di scavo. Quella è la foto del mio calco di Serikornis ed è stata scattata (da me) sul davanzale di una delle finestre della mia casa

Screenshot dal mio post del 22 Agosto 2017. Notate la didascalia.


Questa qui sopra è la versione originale della foto, che Peters ha preso dal blog che state leggendo, senza accreditarla e tagliando parte del margine sinistro della foto. Notate che la foto mostra la tenda ed il bordo del davanzale (frecce rosse). A parte la zona sinistra rimossa essa è la stessa immagine usata da Peters.

Tralasciamo per un attimo il fatto che egli abbia preso una foto dal mio blog senza accreditarla (cosa che, onestamente, non mi scompone gran che, sebbene sia alquanto poco professionale), e mi chiedo: potrebbe Peters essere stato ingannato dalla mia fotografia e della grande accuratezza del calco (realizzato a Bruxelles da Jonica Dos Remedios, come riportato sul retro del calco), ed essersi confuso, pensando che la foto mostrasse l'esemplare fossile originale? NO, NO e ancora NO: la foto è accompagnata da una didascalia che dice esplicitamente "mio calco", cosa che si legge anche nella versione in inglese tradotta automaticamente con la funzione di Google posta ad inizio pagina (e che Peters conosce, dato che in passato l'ha usata per commentare alcuni miei post):

"My Silky cast", Dave, not "Serikornis in situ"!

Pertanto, Peters ha preso dal mio blog la foto del mio calco di Silky e l'ha usata nel suo blog senza accreditarla, spacciandola per una foto dell'esemplare originale scattata nel sito di scavo.  

Chiarisco subito che questo post, molto ironico, non è stato scritto per rimarcare il mio diritto di proprietà su una foto di un calco. Il motivo è più alto: l'episodio di oggi è uno dei tanti casi che dimostrano perché il sito di Peters sia un danno per la Scienza. Non solo quel blog diffonde pseudo-scienza e assurdità paleontologiche prive di fondamento, e non solo diffama sistematicamente un gran numero di paleontologi sgraditi a Peters, ma si basa anche su discutibili abusi delle fotografie e delle immagini altrui, sovente riportate senza accreditamento o manipolate in modo falso ed arbitrario.

Per quanto mi piacerebbe molto avere un Lagerstatte a theropodi del Giurassico così a portata di mano, la realtà è purtroppo ben più prosaica...

Potete trovare una esaustiva narrazione delle gesta del Galilei della Paleontologia su Tetrapod Zoology.

PS: Nota paleontologica seria: Dave, ma veramente pensi che un fossile appena estratto dal sito di scavo sia già bello e preparato come si vede nella foto, con la matrice rimossa dalle ossa e i vari pezzi della lastra incollati tra loro?

01 settembre 2021

Il Morfospazio e la Sistematica di Megarette (e dei suoi Creatori)

Visione tridimensionale dello spazio dato dalle 3 coordinate principali che descrivono la variabilità nei principali morfotipi di "Megarette". In nero, Homo; in rosso, i Miti Bestiali; in rosa, Megarette; in blu, i Roborette.

Ogni Cosmologia richiede un Creatore che dà forma al caos, fondando la struttura dell'Universo.

Alcuni anni fa, fui contattato dall'amico Andrea Pirondini, grafico bolognese con una profonda passione e conoscenza per tutte le emanazioni pop della paleontologia, per una "consulenza paleontologica" su un progetto che stava sviluppando. Il progetto era il canovaccio di un fumetto che mescolava tematiche scientifiche (in particolare, paleontologiche ed evoluzionistiche) con gli elementi del genere super-eroistico. Da quel canovaccio è nata la serie in tre volumi di Megarette

Nella serie di Megarette incontriamo una serie di creature, alcune delle quali ispirate da elementi della paleontologia quaternaria, come Homo neanderthalensis, Bos primigenius, Anancus, trasfigurati e rielaborati secondo la peculiare "cosmogonia" del fumetto. 

Il processo di creazione dei personaggi di Megarette non deve essere stato casuale. Nonostante le libertà creative e l'immaginazione artistica a monte del progetto, il team di Megarette non si è limitato a prendere qualche elemento paleontologico a caso per costruire delle mostruosità "gratuite". C'è una struttura di fondo, un pattern che regola la morfologia delle creature, pattern che denota una logica nascosta, un "senso" nella scelta iconografica.

Innanzitutto, gli autori stabiliscono una sistematica delle creature megarettiane: c'è l'umanità (in senso lato, comprendente anche i neandertaliani), ci sono le creature tratte più o meno esplicitamente dalla scienza naturale e in particolare dalla paleontologia, dette "Miti Bestiali", e ci sono gli antagonisti dei Miti Bestiali, i "Roborette". La protagonista ed eponima della storia, Megarette, si pone come creatura a sé stante.

La morfologia delle creature rispecchia la sistematica definita dai loro creatori? Pirondini e co. si possono considerare come dei mediocri demiurghi che hanno assemblato a casaccio dei mostri e delle chimere più o meno biologiche e tecnologiche, oppure sono i legittimi Creatori del Cosmo Megarettiano, creatori nel senso classico di "Logos", la Ragione esterna al mondo che precede ontologicamente le creature, dando loro una struttura che è appunto razionale? Se il Cosmo Megarettiano è frutto di una opera di Creazione Razionale, la sua Struttura Logica deve emergere dalla apparente contingenza e casualità delle sue creature particolari, deve essere deducibile logicamente, e quindi matematicamente. Se le categorie sistematiche che regolano l'universo di Megarette sono reali e non mere convenzioni linguistiche, noi dovremmo essere in grado di estrarle logicamente dalla analisi delle creature particolari.

Ho quindi rovesciato la logica che spinse Pirondini a chiedermi una consulenza paleontologica per la sua Creazione, prendendo la Creatura di Pirondini ed analizzandola secondo le mie (paleonto)logiche.


Le creature di Megarette sono descrivibili morfologicamente. Esse mostrano similarità più o meno ricorrenti, caratteri condivisi, elementi diagnostici. Sono quindi (pseudo)-taxa. Dato che il meccanismo che le ha generate non è darwiniano, non ha senso dedurre una filogenesi dalla distribuzione delle caratteristiche morfologiche. Ha invece senso stabilire se le loro morfologie si distribuiscano casualmente nello spazio delle caratteristiche. In particolare,  se la loro distribuzione nel morfospazio rispecchia la struttura sistematica imposta dai loro creatori. Se gli spazi occupati dai "Miti Bestiali" e dai "Roborette" si sovrappongono in modo significativo, allora la sistematica definita da Pirondini e co. è del tutto arbitraria e naive, ma qualora i due gruppi fossero distinguibili a posteriori dalla morfologia dei loro componenti, potremmo riconoscere in questo Universo fittizio una sua legittima coerenza (ed ai suoi autori lo status di Creatori).

Così accade.


L'analisi delle due coordinate principali dedotte dalla distribuzione delle caratteristiche morfologiche dei personaggi mostra che Roborette e Miti Bestiali occupano regioni distinte e solo marginalmente sovrapponibili del morfospazio: pur contigui (quindi legati tra loro), nessuno dei due gruppi include alcuno dei membri dell'altro gruppo. Di questi due gruppi, quello dei Miti Bestiali include al suo interno anche gli esseri umani e la stessa Megarette: tradotto in senso "evoluzionistico", i Miti Bestiali sono una categoria fondata su elementi ancestrali da cui anche gli esseri umani e la stessa Megarette traggono origine. I Roborette appaiono invece come "innovazioni" che trascendono la condizione (biologica?) condivisa da esseri umani, Megarette e Miti Bestiali, e si collocano in una zona distinta dello spazio delle forme. Quando l'analisi delle coordinate principali include le prime tre (producendo lo spazio tridimensionale mostrato nella animazione in alto), Megarette si palesa come forma di congiunzione tra Miti Bestiali e Roborette, tramite per collegare le due categorie sistematiche in opposizione.

C'è quindi una Logica sottostante l'Universo di Megarette, una struttura profonda che precede e sostiene la diversità delle forme particolari.

I Creatori di quell'Universo hanno fatto un buon lavoro.