(Rough) Translator

29 novembre 2021

Riflessioni per una Avanguardia Paleoartistica

 L'idea dominante sulla Paleoarte è che essa debba essere una rappresentazione iper-realistica e didascalica della vita del passato.

Tralasciando il fatto che la Paleoarte non rappresenta la "vita del passato" bensì ipotesi paleontologiche storicamente determinate, mi domando se non sia arrivato il tempo di portare la Paleoarte fuori dal ridotto recinto dell'iper-realismo e della didascalica.

Ad esempio, includere nella Paleoarte anche le suggestioni, le emozioni e le istanze private del paleontologo, le sue riflessioni filosofiche, l'intera paleontologia e non solo la parte ricostruttiva.

Può esistere una Paleoarte astratta?

Andrea Cau, 2021 - Tafonomia dell'olotipo di Halszkaraptor escuilliei


07 novembre 2021

Indiana Jones ed il commercio dei fossili

 


Su Internet tutto è estremizzato. "Bianco vs Nero", senza sfumature di grigio, perché "Grigio" significa automaticamente il colore nemico al tuo. Oppure "Buoni vs Cattivi", che generalmente è una forma ipocrita per dire "Noi vs Loro". 

Io sono abbastanza anarchico e senza-dio per poter esprimere le mie opinioni con distacco e leggerezza, dato che non ho una squadra da difendere né un partito da supportare. Sì, sono un paleontologo, termine che per certa gente online significa "uno di quelli che sta nella Torre d'Avorio e tratta i comuni mortali con disprezzo", mentre a casa mia la parola significa "uno che passa un sacco di tempo ad aggiustare un manoscritto su materiale fossile dopo che Reviewer #2, ovviamente anonimo, mi ha chiesto di includere inutili citazioni di un autore che sospetto essere proprio Reviewer #2". Ma non ho la tessera del "Partito dei Paleontologi", qualunque cosa esso possa essere.

Tra le innumerevoli guerre più o meno futili che si combattono online nel nome della "giustizia sociale" (e che nel 90% dei casi non hanno alcuna attinenza con i problemi del mondo fuori da internet), c'è la Guerra Santa dei Paleontologi Duri e Puri contro i Miscredenti Venditori di Fossili. Una guerra talmente ridicola che merita di essere oggetto di un post in questo blog.

Come ho accennato sopra, io sono un paleontologo. Quindi, per quel meccanismo perverso che ci porta a ridurre gli individui alla categoria a cui appartengono, io dovrei essere dalla parte dei Duri e Puri e combattere i Miscredenti. Ma, grazie al Mesozoico, io non ho alcun interesse a partecipare alla "Guerra Santa", per la semplice ragione che non esiste alcuna Guerra Santa tra le forze del Bene e quelle del Male. In realtà, c'è solo una polemica marginale e un pochino pretestuosa tra un certo numero di paleontologi ed un certo numero di commercianti di fossili. Ma siccome su Internet tutto è estremizzato, ecco che il battibecco personale tra una manciata di soggetti viene trasfigurato come se fosse Ragnarok.

Prima che qualcuno legga questo post come "Grigio", ovvero "il colore del mio Nemico", e mi accusi di tradimento, eresia e qualche altra scemenza, chiariamo alcuni punti.

1. I fossili sono solo pezzi di roccia. Se nessuno raccoglie un fossile, esso è destinato ad essere distrutto dall'erosione o dal metamorfismo. Onestamente, se devo scegliere tra un fossile che diventa polvere a causa dell'erosione oppure lo stesso fossile che può dare da lavorare ad un onesto commerciante, preferisco la seconda opzione. So benissimo che c'è invece chi pensa l'esatto opposto, e preferisce un fossile polverizzato dal vento piuttosto che dare da lavorare a qualcuno... ma io continuo a pensare che una persona sia più importante di un pezzo di roccia. 

2. I fossili non hanno diritti naturali inalienabili, non sono persone, ma sono oggetti il cui destino è regolato dalla legislazione pertinente la località di raccolta del fossile. In certi stati, la gestione dei fossili è regolata da certe leggi, in altri stati da leggi differenti, ed in altri stati ancora da nessuna legge. Non esiste una "legge mondiale" sui fossili, quindi se qualcuno pensa di avere la risposta assoluta e definitiva alla faccenda, si sbaglia: sta solamente amplificando il valore della propria opinione personale. Ogni caso, difatti, è diverso, perché diversa è la legge del luogo, il contesto culturale e politico, così come la situazione particolare. Ovvero, se qualcuno ha dei problemi sul destino dei fossili in un determinato stato o nazione, deve risolverla sul piano locale, perché il problema è politico, non etico. Se davvero si ha a cuore il destino di certi fossili, allora si agisca nel modo in cui quello stato legifera per cambiare la legislazione sul materiale fossile. Fare crociate online senza poi approdare al legislatore locale, è stupido.

3. Io sono pragmatico, non moralista. Penso che trovare soluzioni pratiche e tradurle in leggi (sia nazionali che internazionali) sia molto più utile che fare delle crociate moraleggianti sui fossili. Anche perché, onestamente, nessuno può rivendicare una qualche superiorità etica o morale stando seduto davanti ad un computer o smanettando dal proprio smartphone. L'etica è sempre pratica.

4. Non esistono "Buoni vs Cattivi", ma solo situazioni contingenti e particolari. Dipingere la faccenda come una battaglia di tipo manicheistico, con i Paleontologi "tutti Buoni" e i Commercianti di fossili "tutti Cattivi", è una favola che può funzionare per far addormentare i bambini, ma che descrive la realtà con la stessa accuratezza di un cladogramma di Dave Peters. Io conosco numerosi ottimi paleontologi, ma anche paleontologi bastardi a cui non affiderei nemmeno il mio bidone della indifferenziata, e conosco commercianti di fossili che sono persone veramente professionali e generose, così come ci sono i trafugatori di siti paleontologici che piazzano la dinamite dopo che hanno scavato in un sito. Prima la facciamo finita con la divisione del mondo in "Buoni [noi]" e "Cattivi [loro]" e prima aiuteremo le persone di buona volontà in ambo i fronti a far piazza pulita delle rispettive mele marce.

5. Regolare il commercio dei fossili è una fonte di opportunità anche per i paleontologi. In primo luogo, è tempo che si dicano le cose come stanno: non è possibile dare da lavorare nell'Accademia a tutti quelli che si laureano in paleontologia. I posti di ricercatore, docente, curatore sono sempre meno, e la competizione per trovare uno straccio di posizione nel mondo accademico è talmente feroce da essere analoga a quella che esiste nel resto del mondo lavorativo. E allora, invece di creare nuovi dottori disoccupati e cui si fa credere che il paleontologo serio può solo stare dentro l'Università, perché non incentivare la collaborazione tra mondo scientifico e "mondo commerciale", così da dare nuove opportunità di lavoro a tutti quelli che in ogni caso non potranno mai fare il "paleontologo accademico"? 

6. Non tutti i fossili meritano di essere studiati. Ovviamente, il primo esemplare di una specie fossile deve essere protetto e curato in un museo. E lo stesso vale per qualsivoglia esemplare che onestamente arricchisce la conoscenza scientifica. Ma questo argomento è valido con qualsiasi fossile? Che dire di quelle tonnellate e tonnellate di materiale fossile che non apporta alcun reale contributo al progresso scientifico? Esistono fossili molto abbondanti e che nessuno si sogna di studiare scientificamente, proprio perché nessuno di noi li ritiene meritevoli del lavoro che dedichiamo per analizzare i fossili "fighi". Non facciamo gli ipocriti: se non li studiamo è perché sappiamo che non valgono nemmeno la fatica di metterli sotto un microscopio! Ha senso tenere quel materiale nei musei? Ha senso impedire un uso commerciale di quel materiale? Qualcuno potrebbe dirmi che forse in futuro quel materiale, oggi privo di utilità, potrà diventare utile se analizzato con nuovi metodi che non abbiamo ancora inventato. Forse è così, ma mi pare piuttosto una arrampicata sugli specchi per non ammettere che, oggi, quel materiale è del tutto privo di valore scientifico mentre già ora esso ha un buon potenziale economico. 

Concludendo, la "guerra" tra paleontologi e commercianti di fossili sarebbe conclusa da tempo se si mettesse da parte il moralismo astratto e si usasse un sano pragmatismo. Regolare il commercio dei fossili in modo esplicito, sia a livello locale che internazionale, può dare opportunità di lavoro a tanti paleontologi che non trovano occupazione accademica (o che, onestamente, preferiscono andare a scavare - anche a pagamento - piuttosto che passare il tempo a scrivere post e articoli tecnici), può creare una rete di relazioni tra diverse professionalità, può incentivare una più razionale gestione dei siti fossiliferi, può arginare e combattere in modo virtuoso la depredazione da parte dei tombaroli. 

Io non vedo dove sia il problema che, almeno online, certi miei colleghi sembrano dipingere con i toni della tragedia.

05 novembre 2021

Lettera Aperta ai Puffi

source: https://smurfs.fandom.com/


Tra articoli, libri e conferenze da preparare, ho poco tempo per il blog. Quindi, faccio quello che fa la RAI in estate, ovvero, vado di grandi classici del blog, o del suo precursore ultrazionale, e ri-posto quelli più simpatici (almeno per me, che mica conosco i vostri gusti e comunque difficilmente potrei soddisfarli tutti). Ho ritrovato un vecchio post del 2010, scritto nell'altro blog che ormai non uso più, e noto che in 11 anni certe cose non sono cambiate per niente. Anzi, sono pure peggiorate...

23 ottobre 2021

Homo sapiens (ricetta originale)

 Riposto un mio vecchio scritto di 13 anni fa (di epoca ultrazionale).

Homo sapiens (ricetta originale)

Ecco una ricetta facile e sfiziosa con la quale stupire le vostre divinità ospiti da altri universi.
Ingredienti:

Una stella di tipo G, ancora nella sequenza principale. Un pianeta con asse di rotazione inclinato di una ventina di gradi sull’eclittica, geodinamicamente attivo e con una crosta solida. Acqua in abbondanza. Una manciata scarsa di asteroidi di media grandezza (evitate le comete, tendono a lasciare il piatto troppo umido). Un pesce polmonato con attitudine alle acque basse e limacciose (non usate Eusthenopteron o Acanthostega, troppo derivati).

Tempo di cottura:
350 milioni di anni.

Ricetta:
Togliete il pesce dall’acqua. Ripulitelo bene, sollevatelo in modo che sia tetrapode quanto basta, tirategli il collo (che avete precedentemente formato), togliete lepidotrichi e linea laterale, farcitelo con una fecondazione interna ed annessi embrionali. Tenetelo in umido una settantina di milioni di anni (possibilmente in un forno alimentato a carbonifero).
Allontanate il pesce dalle fascia equatoriale e portatelo in glaciazione per una trentina di milioni di anni. Aprite una finestra sul cranio e stendete la muscolatura del dorso, in modo che smetta di muoversi come un pesce fuor d’acqua. Eliminate le ossa della mandibola in eccesso, riducete la taglia e insaporitelo con un ricoprimento pilifero.
Prendete il pesce e mettetelo a riposare in ombra per circa duecento milioni di anni. Nel frattempo, godetevi il paesaggio.
Quando vedrete che il pesce ha smesso di fare uova, prendete un asteroide e scagliatelo sulla teglia. Attendete che l’asteroide abbia rosolato bene il resto della teglia, ripulitela da penne e scaglie in eccesso e ripassate il pesce nel microonde con una buona dose di radiazioni adattative.
Prendete il pesce e guarnitelo con qualche ramo. Appena il pesce avrà fatto una presa opponibile con i rami, farcitelo con frutta e foglie. Lasciate il tutto rampicare per una cinquantina di milioni di anni. Dopodiché, togliete rami e foglie, stendete il pesce al suolo, sollevatelo in verticale e fatelo seccare all’aperto. Nel frattempo, ripulitelo dal pelo in eccesso e farcite il cranio con cervella e frattaglie mentali assortite.
Prendete il pesce e istruitelo a sufficienza. Non è necessario farlo con spezie pregiate (arte, miti e filosofia), anche una buona dose di calcio e politica andranno bene ai nostri scopi. Battezzatelo e dategli un obiettivo. Non appena l’obiettivo avrà fatto la crosta, sopprimete il pesce con la sua stessa tecnologia e seppellitelo con un rito funebre, senza fossilizzarlo.

Il piatto va servito caldo, appena soppresso, così che il ricordo della sua evoluzione dia un pizzico di gusto in più ad un’esistenza troppo spesso sottovalutata.

Buon appetito!

05 ottobre 2021

Compsognathidi vs Ceratosuchopsini

 


Vi segnalo la mia recente chiacchierata con Willy Guasti di Zoosparkle, durante la quale abbiamo parlato di theropodi italiani, "compsognathidi" e dei nuovi spinosauridi inglesi.

Il video sarà visibile al link per un periodo limitato, per poi essere visibile sulla pagina YouTube di Zoosparkle.

29 settembre 2021

L'origine degli Spinosauridi e l'ascesa dei Ceratosuchopsini


Nell'ambito della paleontologia dei dinosauri, l'Isola di Wight è ricordata soprattutto per le ricche faune della prima metà del Cretacico Inferiore, note fin dalla fine dell'Ottocento, e che includono forme come il tyrannosauroide Eotyrannus, l'allosauroide Neovenator, vari resti isolati riferibili a spinosauridi, oltre a taxa di dimensioni medio-piccole (alcuni in fase di revisione). Oggi è pubblicato un nuovo studio, di cui sono uno degli autori (Barker et al. 2021), nel quale descriviamo resti di theropodi dalla Formazione Wessex dell'isola di Wight (Barresiano-Barremiano), scoperti di recente. 
Lo studio introduce due nuovi spinosauridi:

Ceratosuchops inferodios e Riparovenator milnerae*.

Ricostruzione in vivo di Riparovenator (il nero) e Ceratosuchops (il bianco), basate sulle ricostruzioni scheletriche di Dan Folkes incluse in Barker et al. (2021).


* la specie R. milnerae onora la paleontologia britannica Angela Milner, recentemente scomparsa, autrice di innumerevoli studi sui dinosauri, tra cui la descrizione di Baryonyx walkeri

Ceratosuchops è basato su resti disarticolati ma associati del cranio di un esemplare, comprendente i due premascellari fusi tra loro, buona parte del tetto cranico e della scatola cranica. Riparovenator comprende resti sia del cranio che postcraniali, tra cui i due premascellari fusi tra loro, parte del tetto cranico e della scatola cranica (sebbene meno preservati dei resti di Ceratosuchops) e una serie semi-articolata di vertebre della coda.

Elementi ossei più significativi dei due nuovi spinosauridi. Ricostruzioni scheletriche di Dan Folkes (modificato da Barker et al., 2021).

Ceratosuchops e Riparovenator si differenziano tra loro e dall'altro spinosauride britannico, Baryonyx, per numerosi tratti anatomici a livello del premascellare, del tetto cranico e della regione basisfenoidea e occipitale. In particolare, Ceratosuchops si distingue da Baryonyx poiché presenta una tuberosità sul margine anteriore della narice esterna, una diversa inclinazione dei processi paroccipitali e per una serie di modifiche nel basisfenoide correlate con l'inserzione di prominenti muscoli della base del collo. Riparovenator si distingue dagli altri spinosauridi per presentare una marcata incisione a livello della regione orbitale del frontale, per la peculiare posizione del VII nervo cranico e per alcuni caratteri della regione del basisfenoide. L'esemplare di Riparovenator è leggermente più grande e robusto di quello di Ceratosuchops, ed entrambi sono comunque comparabili alle dimensioni dell'olotipo di Baryonyx. Le differenze morfologiche tra i tre taxa non paiono quindi legate a differenze di dimensione o eventualmente ad un diverso stato di crescita degli esemplari. 

Caratteristiche del cranio che distinguono i due nuovi spinosauridi (descrizione in Barker et al. 2021).

Una volta confrontati con gli altri spinosauridi noti, sia Ceratosuchops che Riparovenator sono collocabili in Baryonychinae, sebbene non strettamente affini a Baryonyx: piuttosto, essi mostrano una maggiore affinità con i baryonychini del Niger (la cui tassonomia è in parte controversa, e che sono stati variabilmente riferiti a Cristatusaurus e/o Suchomimus: per comodità, noi usiamo il nome Suchomimus per tutti questi esemplari, in attesa di una revisione del materiale). A questo clade, comprendente i due nuovi spinosauridi dell'Isola di Wight e Suchomimus, abbiamo dato il nome di Ceratosuchopsini.

Applicando modelli paleobiogeografici alla filogenesi dei tetanuri da noi ottenuta mostriamo che probabilmente gli spinosauridi compaiono tra la fine del Giurassico e l'inizio del Cretacico nell'arcipelago europeo, per poi espandere il proprio areale in Africa, Asia e Sud America nel corso del Cretacico Inferiore. La nostra analisi mostra inoltre che attualmente non è possibile distinguere statisticamente l'ipotesi "lumper" (= tutti i resti appartengono ad una singola specie) e quella "splitter" (= i resti sono riferibili a più specie) sugli spinosaurini del Cenomaniano del Nord Africa: ambo gli scenari sono una descrizione plausibile delle evidenze note.

Filogenesi Bayesiana calibrata nel tempo ed analisi paleobiogeografica di Spinosauridae. In rosso, i ceratosuchopsini.


La risoluzione stratigrafica che abbiamo per questi esemplari non è sufficientemente fine per permettere di stabilire se le due specie battezzate fossero "contemporanee" (nel senso "neontologico" del termine, quello con cui discutiamo delle specie viventi) o se, piuttosto, essi documentino due momenti differenti del range di tempo rappresentato dalla Formazione Wessex (la quale nell'Isola di Wight si estende per circa 5 milioni di anni: un tempo pari all'intero Plio-Pleistocene!): pertanto, dilungarsi a discutere se i due taxa siano parte di una stessa serie anagenetica (di cui, per ora, non c'è alcune evidenza dalla loro morfologia), oppure siano membri di due linee imparentate ma distinte che coesistettero (per una durata anche questa non determinabile) è del tutto inutile (e fuorviante). Ciò che invece è interessante notare è che sta emergendo un quadro abbastanza regolare in merito alla diversità degli spinosauridi: quando si analizza la diversità morfologica in seno ad una medesima formazione geologica, nel campione si osservano spesso due (o più) morfotipi. Ciò suggerisce che la diversità degli spinosauridi sia più alta di quanto ritenuto in passato, e che sovente più di una linea evolutiva (specie? clade?) occupava la medesima regione spazio-temporale (alla risoluzione stratigrafica disponibile: ripeto, tranne in casi di scheletri chiaramente depositati assieme, o di linee evolutive di cui possiamo dimostrare una sovrapposizione stratigrafica, non è possibile stabilire se due taxa fossili siano stati veramente "contemporanei"). 

Lo studio appena pubblicato è una nota preliminare, prettamente tassonomica: i colleghi britannici stanno preparando una monografia che descrive nel dettaglio questo materiale. Qui, mi limito ad un paio di commenti - non discussi nello studio - su alcune interessanti caratteristiche dei nuovi taxa.

La curiosa tuberosità nel margine anteriore della narice esterna di Ceratosuchops è molto intrigante. 

La tuberosità nel margine anteriore della narice esterna di Ceratosuchops, assente in Baryonyx. Le frecce rosse indicano la direzione anteriore del muso.

La tuberosità potrebbe essere parte di una ornamentazione della zona nariale, o una qualche protezione per impedire l'ingresso di corpi estranei nella narice. In alternativa, essa potrebbe essere un sito di ancoraggio per una valvola deputata alla chiusura della narice carnosa, un adattamento tipicamente associato ad uno stile di vita che comporti l'immersione in acqua: per quanto speculativo, ciò suggerirebbe un qualche adattamento acquatico in Ceratosuchops.

Un secondo elemento peculiare di Ceratosuchops rispetto a Baryonyx (la condizione in Riparovenator è meno chiara, a causa della peggiore preservazione) è la diversa inclinazione dei processi paroccipitali nella parte posteriore del cranio, condizione che in Ceratosuchops è associata alla presenza di fosse molto marcate sulle superfici del basisfenoide, zone che sono deputate per l'inserzione di alcuni muscoli che collegano il collo alla base della testa. 

Ceratosuchops ha delle fosse per l'inserzione di alcuni muscoli che collegano la base del cranio al collo, e i processi paroccipitali proiettati posteriormente (linee gialle): due condizioni assenti in Baryonyx e legate al sistema di leve che muovevano testa e collo.

Tutti questi elementi suggeriscono che Ceratosuchops avesse una conformazione della muscolatura del collo differente rispetto a Baryonyx, e che quindi i due animali si differenziassero per la postura e/o mobilità del collo e della testa. Queste differenze potrebbero essere legate a differenze negli stili di vita o nelle strategie predatorie tra questi baryonychini, differenze ecologiche che - a loro volta - ridurrebbero la competizione e avrebbero permesso la coesistenza di differenti taxa durante la prima metà del Cretacico Inferiore nella zona oggi rappresentata dalle isole britanniche.

Infine, le vertebre della coda di Riparovenator mostrano delle spine neurali alte e strette a livello della parte intermedia della coda, che ricordano, sebbene non raggiungano quella forma estrema, la condizione di Spinosaurus. Questo suggerisce che la bizzarra coda di Spinosaurus si sia evoluta a partire da una condizione che comunque era già incipiente anche negli altri spinosauridi.

La scena guarda a nord verso gli altopiani che costeggiano la pianura alluvionale documentata dalla Formazione Wessex e mostra un Ceratosuchops ed un Riparovenator che si contendono una carcassa di ornitopode che è stata depositata in una depressione a seguito di un'alluvione. Il materiale accumulato a seguito di tali inondazioni avrebbe in seguito formato i "letti di detriti vegetali" trovati in tutta la formazione. Opera realizzata da Anthony Hutchings.

Potete leggere la storia dei nuovi spinosauridi anche su:

ArchosaurMusings

TetrapodZoology

O ascoltare il podcast di Terrible Lizards.


Bibliografia:

Barker C.T., Hone D.W.E., Naish D., Cau A., Lockwood J.A.F., Foster B., Clarkin C.E., Schneider P., Gostling N.J. 2021. New spinosaurids from the Wessex Formation (Early Cretaceous, UK) and the European Origins of Spinosauridae. Scientific Reports 97870:1-15. 

https://www.nature.com/articles/s41598-021-97870-8

26 settembre 2021

La pupilla dei dinosauri

Stellasaurus, opera di Andrey Atuchin. Notare che l'artista ha fornito questo dinosauro di pupille orizzontali.


Nel precedente post, ho parlato dell'occhio dei dinosauri, e di ciò che possiamo dedurre sulle sue caratteristiche, in particolare servendoci dell'inferenza filogenetica.

Istigato da un commento sulla pagina Facebook del blog, scrivo questo secondo post in cui analizzo in modo più ampio un dettaglio dell'occhio dei dinosauri, apparentemente impossibile da determinare dai fossili, ma forse deducibile - in parte - assumendo che i dinosauri fossero soggetti alle medesime leggi generali che influiscono sulla morfologia degli animali attuali (e non ho motivo di negare ciò).

Avvertenza: non abbiamo alcun modo di verificare queste ipotesi, dato che non potremo mai osservare una pupilla fossilizzata (sì, lo so, mai dire mai...), e inoltre non possiamo escludere che innumerevoli fattori - a noi sconosciuti - incidano sull'origine della forma particolare della pupilla in un qualche taxon estinto: questo significa che questo post non si pone come "risposta definitiva" alla questione, ma solo come applicazione logica, quasi come gioco, ispirato da uno studio effettuato sulle specie viventi oggi.

Partiamo quindi dagli animali odierni.

Nei vertebrati terrestri, abbiamo specie con pupilla circolare (come noi), specie con pupille verticali più o meno strette (come i gatti ed i gechi), e specie con pupille di forma rettangolare, allungate in orizzontale (come mucche e capre). Queste forme si distribuiscono a caso nelle specie? Sono caratteristiche di certi cladi, oppure sono legate a qualche stile di vita o ecologia particolare? 

Banks et al. (2015) analizzano un campione di vertebrati terrestri viventi e cercano di identificare quali fattori influiscano sulla forma della pupilla. 

Essi dimostrano che esiste una forte relazione tra la dieta e la forma della pupilla orizzontale, la quale è unicamente presente nelle specie vegetariane. Attenzione! Non tutte le specie vegetariane hanno pupilla orizzontale, ma tutte quelle con pupilla orizzontale sono vegetariane. Ovvero, i predatori non presentano mai pupilla orizzontale.  Risultato simile per le pupille verticali: esse sono praticamente esclusive delle specie carnivore. Anche in questo caso, non tutte le specie carnivore hanno pupilla verticale, ma (praticamente) tutte quelle con pupilla verticale sono carnivore.

Già questo ci permette di fare delle plausibili ipotesi sui dinosauri: i predatori avevano pupille circolari oppure verticali, mai orizzontali, mentre le specie vegetariane avevano probabilmente pupilla orizzontale o al più rotonda, ma mai verticale.

Inoltre, la pupilla verticale è più diffusa nelle specie notturne che diurne. Questo particolare è meno utile per il paleontologo dato la tendenza ad essere un animale notturno o diurno può solo essere dedotta indirettamente (ad esempio dalle dimensioni dell'anello sclerotico) ma resta sempre ipotetica.

Gli autori analizzano poi i fattori ottici che possono indurre la selezione naturale a favorire un tipo di pupilla rispetto ad un altro, e notano che la pupilla orizzontale è utile per aumentare il campo visivo ma non è particolarmente utile per focalizzarsi su un dettaglio, mentre il discorso opposto vale per la pupilla verticale. Ciò spiega come mai la pupilla verticale non sia presente nei vegetariani e sia diffusa nei predatori che cacciano sfruttando agguati, e viceversa, come mai i vegetariani, specialmente con occhi posizionati lateralmente, tendano ad avere pupille orizzontali.

Infine, gli autori notano che il grado di "verticalità" della pupilla è legato all'altezza dal terreno tenuta normalmente dalla testa (e quindi dagli occhi). Più l'animale predatore ha la testa a livello del terreno, più la pupilla tende ad essere verticale e stretta. Ad esempio, un geco ha pupilla più stretta di un gatto, che ha pupilla più stretta di una lince, che ha pupilla più stretta di un ghepardo. Apparentemente, animali che tengono la testa abitualmente sopra il mezzo metro da terra tendono ad avere solamente pupille rotonde. Gli uccelli, che volando possono andare ben sopra il mezzo metro dal suolo, hanno praticamente tutti la pupilla orizzontale, e l'unico caso di pupilla verticale è un uccello che abitualmente pesca volando a pelo d'acqua.



Se applichiamo questi principi generali ai dinosauri, concludiamo che probabilmente la maggioranza dei sauropodomorfi e degli ornitischi aveva pupille rettangolari orizzontali, mentre nei theropodi avevamo sia pupille rotonde che verticali. Se la regola "del mezzo metro" vale anche nel Mesozoico, dobbiamo concludere che tutti i grandi theropodi avevano pupilla circolare. Tyrannosaurus, Allosaurus e Carnotaurus avevano pupille rotonde. La pupilla verticale era probabilmente presente nelle specie di dimensioni più ridotte, come gli anchiornitidi, gli halszkaraptorini (!), i parvicursorini e i troodontidi di dimensioni più piccole. Alcuni dromaeosauridi, come Velociraptor, sono proprio nella "fascia intermedia" di altezza e forse avevano pupille dritte ed ovali ma non troppo strette, come nelle linci e nelle volpi.

Aldilà di queste ipotesi suggestive, chiudo con questa provocazione: dato che tutti i theropodi nascevano non più grandi di polli, anche quelli con dimensioni adulte gigantesche, dobbiamo quindi immaginare che da pulcini avessero occhi da gatto e che crescendo la forma della pupilla cambiasse progressivamente, per diventare, da adulti, rotonda?

L'occhio dei dinosauri

 

Dettaglio del murale "The Age of Reptiles" di R. Zallinger

Gli occhi degli animali sono costituiti in maggioranza da parti molli, spesso molto delicate, che si decompongono rapidamente con la morte dell'animale, impedendone la fossilizzazione. Ad eccezione di parti ossee, come la cavità oculare e l'anello sclerotico, non abbiamo quindi tracce dirette degli occhi dei dinosauri. Possiamo però dedurre alcune caratteristiche generale degli occhi dei dinosauri avvalendoci della inferenza filogenetica, andando quindi a confrontare gli uccelli con gli altri rettili, con l'ipotesi che quelle caratteristiche degli occhi condivise sia dagli uccelli che dai rettili (in particolare, i coccodrilli) è ragionevole supporre che fossero presenti anche nei dinosauri. Questo, ovviamente, non esclude la possibilità che certi gruppi di dinosauri abbiano evoluto particolarità nei loro occhi, condizioni che, purtroppo, non possiamo identificare nei fossili, e che quindi non conviene discutere.

Gli occhi sono costituiti da una regione scheletrica che li contiene, delimitata da una serie di ossa del cranio (sulle cui superfici è possibile identificare dei correlati osteologici di elementi molli legati all'occhio), dalla traccia del nervo ottico (il secondo nervo cranico) sulle ossa del neurocranio, dal bulbo oculare vero e proprio, e dal sistema di muscoli e tegumenti che permettono il movimento, l'accomodamento, la lubrificazione e la protezione dell'occhio stesso. Ad eccezione delle ossa e della traccia del nervo ottico, quasi tutte queste parti non lasciano tracce fossili.

In generale, sia gli uccelli che gli altri rettili hanno occhi relativamente voluminosi che occupano un'ampia parte della cavità orbitale. Questo è probabilmente vero anche per la maggioranza dei dinosauri, ad eccezione di quei taxa che hanno cavità orbitali molto schiacciate ed ellittiche, come ad esempio la maggioranza dei grandi theropodi: in questi casi, è plausibile che il bulbo oculare occupasse solo la parte dorsale della cavità orbitale. In alcuni taxa, come gli abelisauridi, i carcharodontosauridi e alcuni tyrannosauridi, l'osso postorbitale presenta una proiezione del proprio margine oculare che probabilmente delimitava il margine ventrale del bulbo oculare, e che quindi ci dà informazioni sulla area della cavità orbitale che era occupata dal bulbo. In alcuni di questi theropodi, è presente anche un secondo processo nel margine orbitale dell'osso lacrimale, con funzione analoga.

In molti fossili di dinosauri è conservato anche l'anello sclerotico, costituito da una serie di placche ossee che formavano una cintura protettiva del bulbo oculare: la dimensione della cavità interna descritta da questi anelli ci dà quindi una misura diretta della dimensione massima della parte del bulbo esposta verso l'esterno (al netto delle palpebre).

Sia i rettili che gli uccelli hanno bulbi oculari che non sono perfettamente sferici, ma più schiacciati e appiattiti nella parte esterna. Anche questo è ragionevole fosse il caso nei dinosauri mesozoici. E come nelle specie odierne, è presumibile che vari muscoli permettessero di variare la curvatura della cornea per la messa a fuoco. Dato che sia i rettili che gli uccelli dispongono di muscoli in grado di muovere i due bulbi dentro la cavità orbitaria in modo indipendente (con diversi gradi di mobilità, massima nei camaleonti, minima in molti uccelli), è plausibile che anche i dinosauri fossero in grado di muovere i propri bulbi in modo indipendente. Probabilmente, le specie con crani ampi e pesanti optavano per una maggiore mobilità dei bulbi, rispetto agli uccelli moderni che invece variano la direzione degli occhi in gran parte muovendo l'intera testa. In generale, sia i rettili che gli uccelli hanno bulbi oculari che sporgono rispetto alla cavità orbitaria: è plausibile che lo stesso valesse anche per i dinosauri mesozoici. Questo elemento è dedotto indirettamente anche dalla abbondanza di protezioni ossee sul tetto ed ai lati dell'orbita in molti crani di dinosauri, specialmente le forme dotate di corna o protuberanze: si tratta della risposta adattativa alla presenza di bulbi oculari esposti in animali che andavano incontro a frequenti scontri e ferite sulla testa.

Sia gli uccelli che i coccodrilli hanno tre palpebre: una dorsale, relativamente rigida, una ventrale più mobile, che è quella più impegnata a "chiudere" l'occhio, più una terza palpebra semitrasparente, che scorre lateralmente, inserita sul margine anteriore dell'orbita, e detta "nittitante". Questa ultima è quella che effettivamente lubrifica e "pulisce" l'occhio dell'animale. Pertanto, è plausibile che anche i dinosauri avessero questo insieme di palpebre, con la ventrale a svolgere la principale protezione dell'occhio e la nittitante utilizzata per la pulizia della cornea.

Non è possibile dedurre la forma della pupilla dai fossili. Sebbene gli uccelli tendano ad avere pupille circolari ed ellittiche, i coccodrilli presentano pupille "a fessura", e varie altre forme di pupille sono presenti negli altri rettili: non ci sono quindi motivi per optare una versione rispetto ad un'altra nelle ricostruzioni dei dinosauri. La mera "vicinanza" evolutiva di certi gruppi di theropodi agli uccelli non costituisce una prova che questi avessero pupille "da uccello".

Gli uccelli hanno una visione tetracromatica, ovvero dispongono di ben quattro tipi di pigmento fotosensibile (contro i due della maggioranza dei mammiferi), che permette a questi animali una discriminazione dei colori ben più fine e ampia di quella umana. Nei coccodrilli, è dimostrata la tricromia, con massimo di sensibilità nelle bande del violetto, verde e rosso. Pertanto, è plausibile che tutti i dinosauri fossero almeno tricromatici, se non tetracromatici, e quindi perfettamente in grado di discriminare un'ampia gamma di colori.

Dato che l'acutezza visiva è anche legata alle dimensioni assolute degli occhi, è probabile che gli animali con le orbite in assoluto più ampie, come i sauropodi, gli hadrosauridi e i grandi theropodi, fossero quelli con la vista più acuta e penetrante.


24 settembre 2021

I dinosauri dei bei vecchi tempi

Tyrannosaurus con la postura originale, quella della versione di Osborn del 1917. Per giunta squamato e saprofago. Il peggio del peggio...


 Vi ricordate i dinosauri della nostra infanzia (sto parlando con gli X-gen ed i Boomer)? I bei dinosauroni eretti sulle loro zampe posteriori, con la schiena inclinata di 45 gradi o più da terra, e la loro bella codona trascinata  a terra? Perché i gloriosi eroi della nostra infanzia sono stati sostituiti con i polli giganti con la schiena orizzontale, quelli di Jurassic Park? Perché oggi anche solo immaginare un dinosauro con la "vecchia" postura è marchiato come qualcosa di persino più retrogado ed antiquato degli stessi dinosauri?

Quando è nata questa moda dei dinosauri con la schiena orizzontale, e perché non possiamo più immaginare i bei dinosauri della vecchia scuola, alti anche 5-6 metri, con cui da bambini ci sognavano il mondo preistorico?

Nonostante la vulgata popolare racconti che la "vecchia postura" sia stata abbandonata quando i paleontologi hanno notato che le impronte dei dinosauri non mostravano mai la traccia della coda, in realtà una pista fossile senza traccia della coda potrebbe benissimo essere prodotta anche da un dinosauro con la "vecchia postura": è sufficiente che estenda la coda da terra. E difatti, molte illustrazioni della "vecchia scuola" mostrano dinosauri bipedi con la schiena eretta ed al tempo stesso portano la coda sollevata da terra.

Opera di Z. Burian del 1962. Notate che anche con la "vecchia postura" della schiena si può comunque ottenere un dinosauro che non trascina la coda (freccia rossa).

Quindi, qual'è la ragione della revisione iconografica?

La ragione è anatomica. Se orientate la schiena del dinosauro di circa 45° verso l'alto (ovvero, la estendete rispetto al terreno) dovete inclinare anche il bacino in quel modo, che è solidale alla colonna vertebrale. Così facendo, e mantenendo però la gamba in posizione "naturale" per camminare e sostenere il peso, portate quasi sempre il femore dell'animale ad assumere una posizione non consentita dalla forma della articolazione dell'anca, ovvero, portate il femore in dislocazione. 

La testa del femore è il punto della gamba che articola con il bacino, e che permette il movimento. Essa è anche il punto in cui il peso dell'animale scarica verso terra. Affinché il peso dell'animale non porti il femore a "saltare fuori" dal suo alloggiamento, l'osso è inserito in una cavità (l'acetabolo) e scorre lungo direzioni stabilite da una serie di parti ossee sia nel femore stesso (testa, trocanteri) sia nel bacino (antitrocantere, mensola acetabolare), a sua volta connesse con muscoli e legamenti. Questi elementi sono orientati in vari modi nei diversi dinosauri, ma tutti limitano la posizione che può assumere il femore senza essere dislocato fuori dall'acetabolo per via della forza peso.

L'analisi della "vecchia postura" ha mostrato che essa tende a far dislocare il femore, in particolare quando porta la testa dell'osso a non essere più in relazione con l'antitrocantere e la mensola sopracetabolare dell'ileo. 

In breve, la postura orizzontale è quella che garantisce lo scarico della forza peso rispetto agli elementi ossei che formano l'articolazione dell'anca. La "vecchia postura" non lo permette, e quindi non è la spiegazione più probabile dell'anatomia dei dinosauri.

20 settembre 2021

L'Inferno dei Paleontologi

 Come saprete, il 2021 è l'Anno Dantesco, dedicato al Sommo Poeta e Padre della Lingua Italiana, in occasione del 700° anniversario della sua morte. 

La Commedia è sicuramente l'opera di Dante Alighieri più famosa, e l'Inferno è la Cantica più letta, citata e parodiata. Eppure, non tutti sanno che, in origine, il progetto dantesco non aveva il respiro universalistico che tutti abbiamo imparato dalle lezioni di letteratura ai tempi delle scuole superiori.

Recentemente, il Prof. Barbero ha difatti scoperto un manoscritto inedito di Dante che dimostrerebbe che l'iniziale intenzione del Poeta fosse di descrivere un Inferno meno universale ma non meno terrificante: l'Inferno dei Paleontologi.

Questa è la mappa dell'Inferno Paleontologico, come concepito da Dante.

L'immane budello che penetra fin al centro della Terra è suddiviso in Nove Gironi, e preceduto da un Antinferno collocato dentro una Selva Oscura, al cui interno si trova la Porta infernale.

Nell'Antinferno si aggirano coloro che, pur non avendo peccato attivamente di paleontologia, hanno comunque commesso il male paleontologico col pensiero. Parlo degli appassionati di paleontologia, dei divulgatori paleontologici e dei paleoartisti.

Il vero Inferno paleontologico inizia dopo aver oltrepassato il fiume Archeozoico, oltre il quale, traghettati da Cuvier, si raggiunge il Primo Girone, quello dei Pareidolici. Sono costoro tutti quelli che, in buona o cattiva fede, hanno raccolto o realizzato o diffuso falsi fossili. Essi sono condannati in eterno a costruire fossili con le proprie ossa. Essi non sono comunque da considerare paleontologi nel senso che Dante dà a questo nome, dato che solo coloro che arrivano al Secondo Girone si possono considerare tali. Questo avviene dopo che il dannato ha ricevuto da Mary Anning, Giudice Supremo dell'Inferno, la destinazione finale della propria colpa. 

Nel Secondo Girone incontriamo i venditori di fossili. C'è chi li metterebbe nel più profondo dei gironi, ma vedremo che invece esso è destinato a ben altri peccatori. La loro condanna è di comprare animali morti non ancora fossilizzati, e aspettare che si fossilizzino naturalmente. Nel Terzo Girone ci sono invece coloro che peccarono di avidità e collezionarono privatamente dei fossili. La loro condanna consiste nell'essere invitati all'inaugurazione della Casa del Grande Fratello ed usati come confessionale. Nel Quarto Girone sono condannati i collezionisti pubblici, i direttori dei musei paleontologici. La loro condanna consiste nell'essere assunti nel loro museo come tesisti.

Nel Quinto, vastissimo, Girone, ci sono tutti gli iscritti alle associazioni paleontologiche, sia amatoriali che scientifiche. La loro condanna consiste nell'essere tutti su Zoom nello stesso momento per decidere lo statuto dell'Inferno dei Paleontologi.

Nel Sesto Girone inizia la parte più profonda dell'Inferno, quella dei veri e propri paleontologi professionisti. In questo girone sono condannati i tafonomi. La loro condanna consiste nel guardare tutte le puntate di C.S.I. in eterno, senza poter commentare il modo con cui si svolgono le analisi della scientifica.

Attraversato il fiume Paleozoico, si entra nel Settimo Girone, dove sono condannati i biostratigrafi, i paleoecologi, i paleontologi quaternati e gli archeozoologi. La loro condanna è quella di vivere in eterno, dato che nessuno in vita li ha mai degnati di alcuna considerazione paleontologica seria.

Nell'Ottavo Girone ci sono tutti i paleontologi che non si occupano di rettili mesozoici. La loro condanna è quella di essere interpellati in eterno per parlare di come si sono estinti i dinosauri e di quanto era grande il T-Rex.

Nel Nono Girone ci sono i paleontologi dei rettili mesozoici. La loro condanna è quella di essere inchiodati al sito di Carnivoraforum, dove guarderanno in eterno delle ricostruzioni scheletriche usate per dimostrare che Spinosaurus era lungo 17 metri, 32 centimetri e 4 millimetri, e quindi poteva uccidere il T-rex.

Nel fondo del Nono Girone sono collocati i Peccatori Massimi, gli esperti di Tyrannosaurus rex. La loro condanna è quella di essere trasformati in scheletri completi di Tyrannosaurus per essere venduti ad un esercito di attori famosi, che useranno gli scheletri per abbellire un salone kitsch dove si svolge un festino a base di coca e prostitute.

Al centro del fondo dell'Inferno sta Lucifero. Egli ha tre teste: quella centrale è l'editore della rivista a cui avete sottomesso il vostro articolo paleontologico. Le due teste laterali sono i due revisori ingaggiati per revisionare il vostro articolo: il gestore di Carnivoraforum sotto effetto di anfetamine ed il noto Influencer bestemmiatore che fa video su YouTube vestito come Alan Grant.

Non uscirete a rivedere le stelle.

18 settembre 2021

C.S.I. Djadokhta

 

Elaborazione in falsi colori del dettaglio di una delle scansioni tomografiche realizzate al ESRF su MPC D-102/109. Notare la struttura del sedimento.

Come fanno i paleontologi a identificare la collocazione stratigrafica (e ricostruire il contesto ambientale) di un fossile di cui manchino le informazioni di campagna, ovvero non ci siano a disposizione i dati sulla posizione geografica e sulla formazione geologica nella quale il fossile è stato raccolto?

Anche se nei film si vedono scienziati che mettono i loro campioni dentro una macchina, schiacciano qualche pulsante e dalla macchina esce la risposta bella e pronta dopo pochi secondi, la realtà è un tantino più complessa, e forse molto più affascinante. Si tratta di un lavoro di deduzione che combina i dati geologici sul fossile stesso con le sue caratteristiche tafonomiche (ovvero, le informazioni su come è fossilizzato).

Dato che nel nostro studio su Halszkaraptor ci siamo trovati esattamente in questa situazione, è un ottimo esempio di come si svolge questo tipo di ricostruzioni stratigrafiche (e quindi anche paleoambientali).

 Il dato disponibile era il fossile stesso e il blocco di matrice rocciosa che lo ingloba.

  1. Partiamo dal fossile: esso è lungo meno di un metro, praticamente completo ed articolato tridimensionalmente, privo di compressione delle ossa (se non una ridotta schiacciatura delle ossa del cranio, che però sono ancora in connessione), giace rannicchiato e in parte adagiato su un fianco, non mostra contrazioni post-mortem e non presenta fratture (a parte forse quella del radio sinistro). Le estremità di molte ossa lunghe sono state consumate dalla decomposizione prima della fossilizzazione.
  2. Il blocco di roccia è invece una arenaria rossastra, composta da granuli sabbiosi fittamente cementati. La roccia al suo interno non mostra particolari strutture, né orientazioni preferenziali dei sedimenti, né corpi ulteriori a parte lo scheletro, come ciottoli o diversi tipi di sedimento mescolati.

Tutti questi elementi sono coerenti con i fossili dalla Formazione (o litobiotopo) Djadokhta; nella quale la maggioranza dei fossili è di piccole dimensioni, ed è in eccezionale stato di completezza e preservazione, con ridotta disarticolazione e scarsa compressione. Inoltre, l'erosione delle estremità delle ossa lunghe è frequente in questi fossili, ed è interpretata come l'azione di insetti saprofagi che si sono introdotti nel sedimento durante la decomposizione dei cadaveri ed hanno consumato carne e cartilagine. 

Come osservano Jerzykiewicz et al. (2021), questa modalità di preservazione e completezza, così come le dimensioni del fossile, sono caratteristiche tipiche della Formazione (o litobiotopo) Djadokhta: al contrario, le altre formazioni (o litobiotopi) del Bacino del Nemegt tendono ad avere una più alta frequenza di fossili di dinosauri di dimensioni maggiori e scarsa di animali di piccola mole, i quali comunque raramente si preservano con il grado di preservazione che osserviamo in Halszkaraptor.

Il tipo di roccia, così come le sue caratteristiche, sono compatibili con una particolare facies della Formazione Djadokhta, la "Facies S" (Dingus et al. 2008), descritta come "Arenarie senza struttura prive di orientamento, concrezioni o strati incrociati". Questa facies è quella che tipicamente fornisce i fossili di dinosauro nella Formazione Djadokhta, e questo rafforza ulteriormente l'ipotesi che il fossile proviene da questa unità geologica. Le altre formazioni della Mongolia non soddisfano tutti gli elementi che osserviamo nel nostro fossile.

Tutti gli indizi, quindi, sia geologici che tafonomici, a nostra disposizione, supportano l'attribuzione del fossile alla Formazione Djadokhta (o, eventualmente, ad una formazione nuova ma con le medesime caratteristiche geologiche della Djadokhta).

Il tipo di roccia che ingloba il fossile ci può dare anche informazioni sul processo che ha portato alla morte e fossilizzazione dell'animale. 

Dingus et al. (2008) descrivono due tipi principali di Facies S: le prime sono interpretate come slavine di sabbia dalle pendici di dune sabbiose, mescolate a ciottoli fluviali. (Notate la presenza di ciottoli fluviali). Le seconde sono interpretate come depositi che mescolato materiale derivato da dune sabbiose e da sedimenti del fondale di un torrente. (Notare la presenza di sedimenti derivanti da corsi d'acqua). Anche se il blocco che contiene Halszkaraptor è troppo piccolo per stabilire in modo univoco da quale delle due condizioni è derivato, in ambo i casi notate che la genesi del sedimento inglobante questo dinosauro è una sabbia derivata da dune mescolata a sedimenti di origine fluviale.

Quali processi possono portare alla morte e fossilizzazione di questo dinosauro (e di altri rinvenuti in questi sedimenti)? Dingus et al. (2008) analizzano i diversi tipi di facies della Formazione Djadokhta e concludono che una serie particolare di cinque fenomeni è la più probabile causa dei letti fossiliferi in questa unità geologica:

1) Si formano grandi sistemi di dune in un bacino sedimentario in subsidenza.

2) Le dune si stabilizzano.

3) Il ciclo di pioggie e tempeste di polvere porta al progressivo accumulo di depositi di carbonato di calcio sotto le pendici delle dune. Notate che il processo richiede la presenza regolare di precipitazioni, alternate a fasi più secche. Un clima lievemente monsonico (alternanza annua di stagione secca e stagione piovosa), come quello che caratterizzava l'Asia centro-orientale durante il Cretacico, è quindi condizione chiave per capire la genesi di questi depositi: difatti, saranno questi depositi di carbonato a innescare i processi che inducono, regolarmente, il collasso delle dune. 

4) La regione fornisce una disponibilità costante di acqua e cibo che attira gli animali in questi siti. 

5) Rari eventi estremi di piogge molto intense portano alla formazione di falde acquifere alla base delle dune. Queste, a loro volta, inducono il collasso delle dune.

Un ulteriore processo che porta alla formazione di questi depositi è legato alla formazione di dighe naturali create dalle dune, che sbarrano il corso dei torrenti e portano alla formazione di veri e propri bacini d'acqua all'interno del sistema di dune. Il collasso delle dighe sabbiose porta poi a vere e proprie valanghe di sabbia e acqua che inondando il sistema di dune e inducono a loro volta il collasso delle dune adiacenti. Un simile fenomeno è documentato anche ai giorni nostri, ad esempio nel sistema di dune lungo la costa della Namibia.

Infine, il tipo e le relazioni tra i depositi descritti in questa formazione sono analoghi a quelli documentati in un sistema di dune fossili che circondava un antico lago pleistocenico cinese (Yang et al. 2003): ciò suggerisce che anche il sistema ambientale del Cretacico Superiore della Mongolia fosse composto da un sistema esteso di dune associate a specchi d'acqua come laghi e torrenti.

Notate che tutti questi scenari richiedono la compresenza di dune e di acqua: le dune senza la presenza di acqua non potrebbero generare i fenomeni che osserviamo a livello di sedimenti e di fossili estratti da queste rocce. Acqua non come elemento accessorio, ma come elemento chiave per produrre la ciclica catena di collassi delle dune e formazione dei fossili: sia acqua sotto forma di precipitazioni piovose sia sotto forma di corsi d'acqua a regime torrentizio o come veri e propri specchi di durata variabile. L'intero ciclo di formazione delle dune, degli eventuali specchi d'acqua e del loro collasso può richiedere dai decenni ai millenni, e quindi può ripetersi ripetutamente per centinaia di volte durante la fase del Cretacico Superiore documentata dalla Formazione Djadokhta.

Possiamo quindi ricostruire il paleoambiente di Halszkaraptor come un ambiente caratterizzato da dune sabbiose e da specchi d'acqua (laghi formati tra i sistemi di dune e corsi d'acqua a regime torrentizio), soggetti periodicamente (con frequenza secolare?) a periodici collassi di alcune dune, specialmente dopo occasionali episodi di pioggie molto intense, che portano alla tracimazione delle dighe sabbiose o alla instabilità della base delle dune. 

Data l'anatomia peculiare di Halszkaraptor, è ragionevole supporre che questo dinosauro fosse perfettamente adatto a sfruttare le risorse di un ambiente che combinava contesti relativamente aridi come le dune assieme agli specchi d'acqua ed ai corsi fluviali che intersecavano l'ampio sistema di dune. La presenza di almeno quattro halszkaraptorini (Halszkaraptor, Hulsanpes, Mahakala ed una nuova forma non ancora descritta ma mostrata ad un congresso alcuni anni fa) in almeno due dei litobiotopi del Bacino del Nemegt conferma che questo gruppo di paraviani era ben adattato a vivere nell'instabile contesto ambientale della Mongolia di fine Cretacico.

Bibliografia:

Dingus L. et al. 2008. The Geology of Ukhaa Tolgod (Djadokhta Formation, Upper Cretaceous, Nemegt Basin, Mongolia). American Museum Novitates 3616:1-40.

Jerzykiewicz T., Currie P.J., Fanti F., Lefeld J. 2021. Lithobiotopes of the Nemegt Gobi Basin. Canadian Journal of Earth Sciences 58(10) DOI: 10.1139/cjes-2020-0148.

Yang, X., T. Liu, and H. Xiao. 2003. Evolution of megadunes and lakes in the Badain Jaran Desert, Inner Mongolia, China during the last 31,000 years. Quaternary International 104: 99–112.