(Rough) Translator

19 marzo 2024

Sei bellissima anche struccata

 

(c) AdobeStock

In questo periodo, sto revisionando una corposa serie di articoli paleontologici che mi sono stati inviati da varie riviste scientifiche internazionali. In alcuni casi, si tratta di riviste con un "Impact Factor" elevato, quel tipo di riviste nelle quali molti desiderano pubblicare perché "fa bene" al curriculum ed alla carriera. Si tratta di riviste che applicano una forte selezione sui manoscritti che ricevono, perché il numero di sottomissioni che ricevono è maggiore dello spazio che possono dedicare alla pubblicazione (o così almeno ti dicono loro). Tutti sappiamo che, in queste riviste, non basta soltanto la qualità scientifica del manoscritto, ma conta anche (e forse, troppo) l'eventuale "impatto globale" dello studio, ovvero, la spettacolarità, la natura del tutto inattesa, l'esito controverso o la carica innovativa dello studio. Tale opera di selezione non è svolta da noi revisori, ma è operata dagli editori che poi inviano a noi revisori i manoscritti "sopravvissuti" alla cernita. Questo (discutibile) criterio di selezione delle pubblicazioni in tali riviste ha generato un acceso dibattito etico ed epistemologico, ma ha anche prodotto un cinico meccanismo di adattamento lamarckiano da parte di molti autori: se il mio articolo deve essere "fico" al fine di essere preso in considerazione, allora farò in modo che esso appaia tale. Chiariamo subito: non sto parlando di frodi scientifiche, né di falsificazioni di dati per creare qualcosa di straordinario. Quelli sono reati e non rientrano in ciò che sto discutendo in questo post. Qui parlo delle varie tecniche retoriche con cui gli autori provano a (sperano di) convincere gli editori della rivista che il loro articolo sia meritevole di essere preso in considerazione (e poi inviato ai revisori). Sto parlando di quegli espedienti linguistici con cui si vuole trasformare un articolo già di per sé scientificamente valido ma forse non sufficientemente "fico" agli occhi della rivista in una "supermodella a cui nessuno può dire no". Chiamo questo atteggiamento "make-up del manoscritto": l'aggiunta di frasi, formule retoriche ed espressioni che non hanno alcuna utilità scientifica, non servono a chiarire alcunché sulla parte scientifica del testo, e che non sono pertinenti allo studio, ma che gli autori sentono il bisogno di includere nel manoscritto affinché così esso appaia "fico" agli occhi degli editori.

Esempi di make-up sono titoli iperbolici al limite della supercazzola monicelliana, in cui si vuole presentare il proprio studio come qualcosa di assolutamente sbalorditivo, oppure gli abstract che dipingono la discussione scientifica come una irrisolvibile controversia ormai impaludata in attesa di qualcosa di innovativo, oppure le formulette retoriche con cui si gonfia l'eccezionalità del proprio studio, oppure le palesi mistificazioni ed omissioni della letteratura al fine di dipingere chi ha già lavorato su quel tema come un mezzo cialtrone incompetente, senza dimenticare l'abuso di superlativi e termini enfatici per abbellire il proprio progetto.

Ci siamo passati tutti per quella fase. Durante il dottorato, io iniziai a sentire che il modo di scrivere gli studi in cui ero coinvolto stava degenerando in quella direzione, e mi sono sentito addosso un senso di sudiciume. Per mia fortuna, riconobbi la malattia incipiente e ho cercato di uscirne sano (e, spero, di averlo fatto). In quei momenti, mi pareva che la qualità dello studio non fosse sufficiente, che fosse necessario rendere lo studio "fico" perché così si poteva sottometterlo su riviste "fiche". Ed il motivo non era la pubblicazione in sé, ma l'eventuale vantaggio in termini di "carriera", "posizione", "finanziamento". Ovvero, il fine era niente che sia intimamente legato alla vera essenza dell'essere uno scienziato. Come accennato sopra, il dibattito su questo fenomeno ha riconosciuto che la causa a monte di questi comportamenti è una spietata competizione per trovare un lavoro decente e stabile dentro l'Accademia, a tutto svantaggio dei giovani scienziati precari. Siccome il principale (ma non unico) metro di valutazione dentro il mondo scientifico è la produttività (numero e significatività delle pubblicazioni), e siccome - purtroppo - gli indici bibliometrici con cui quantifichiamo la produzione letteraria nelle scienze sono mutati geneticamente da semplice misura dell'apprezzamento delle tue opere a vera e propria moneta di scambio e fine ultimo della ricerca scientifica, ecco che il sistema accademico è diventato un mediocre surrogato triste del mondo della finanza, piena di squali assetati di citazioni e di aggiungere impact factor al proprio CV.

Io ora sono fuori dal tunnel del "publish or perish", e sono libero di pubblicare come, dove e quando mi pare (al netto, ovviamente, delle legittime esigenze di eventuali coautori, dentro o fuori tale tunnel, che rispetto quando non sono palesemente patologiche), ma so che molti giovani ricercatori e aspiranti paleontologi stanno per entrare in quel sistema perverso, e forse non sono consapevoli di cosa aspetta loro. 

Pubblicare su Nature o su una rivista scientifica non impattante affiliata ad una università italiana, non fanno più tanta differenza per me. Ciò che conta è che possa dare un contributo interessante allo sviluppo della mia amata disciplina paleontologica.

Un appello ai giovani che stanno entrando nel mondo: se i vostri studi, le vostre ricerche, i vostri progetti sono validi sul piano scientifico, saranno bellissimi anche senza il make-up necessario per finire in chissà quale blasonato giornale fissato con le iperboli. 

Un altro sistema accademico è possibile: liberarsi dalla ossessione dell'Impact Factor è il primo passo per costruire una Scienza libera dalle storture in cui si sta avvitando. Basta solo volerlo.


16 marzo 2024

Trocosmogonia [Recensione di "Tempo Profondo" di Troco, Manucci, Maganuco, Ambasciano, 2024]

 


"Mi contraddico? Va bene, e allora mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini)."

W. Whitman

Se è vero che le donne hanno il monopolio sulla Creazione della Vita, agli uomini è stato concesso il diritto di Creare gli Universi. Anche solo a parole. Miti, leggende, modelli cosmologici, cupole affrescate, scimmie di celluloide che toccano monoliti. La volontà di potenza (anche solo immaginifica) del demiurgo caratterizza gli uomini dalla mente più acuta e visionaria, oltre che inquieta. Non ci basta vivere, dobbiamo dare un senso all'incessante fluire delle cose materiali e spirituali. Un senso che si possa cantare, narrare, per il quale si possa infiammare il cuore e che ci induca la pelle d'oca.

Generalmente, si attribuisce la creazione dell'Universo ad un singolo autore, oppure ad un consorzio di demiurghi minori che hanno ricevuto l'appalto dal Grande Capo. Qualcosa del genere accade anche con le opere cosmogoniche che ci narrano tale creazione. Non sappiamo quanti siano gli autori della Genesi biblica, la cosmologia ufficiale del mondo occidentale per numerosi secoli, mentre conosciamo chi ha scritto il Silmarillion, chi ha tentato di editarlo, chi ha provato a pubblicarlo. In ogni caso, dietro la pura narrazione di eventi, l'elenco di gesta e dinastie, l'enumerare delle Ere e degli Eoni, c'è una particolare concezione religiosa, o spirituale, anche quando dichiaratamente atea e laica. 

Il libro che ho letto in questi giorni si pone l'ambizioso obiettivo di narrare il Tutto, si proietta come Cosmogonia e Mitologia Laica, pur provando un'invidia palese per i suoi illustri antecedenti religiosi. Dato che gli autori dell'opera sono tutti personaggi che conosco da ormai 15-25 anni, e che posso considerare amici nel senso più onesto del termine, intelligenze di cui stimo la personalità e creatività, posso (anzi, devo!) permettermi di essere schietto ed onesto con il loro libro, come deve essere un amico sincero.

"Tempo Profondo", sottotitolo "La storia della vita sulla Terra", edito da Tip.Le.Co., è un'opera a otto mani dell'artista Emiliano Troco, del paleoartista Fabio Manucci, del paleontologo Simone Maganuco, e dello storico Leonardo Ambasciano. Se otto sono le mani degli autori, due sono quelle che hanno plasmato e forgiato la Creatura, quelle di Troco, che è autore delle immagini, del testo, del "concept generale" e supervisore stilistico. Manucci ha contribuito nei testi e nella ricerca iconografica. Maganuco ed Ambasciano sono stati i supervisori scientifico e storico. Non credo si offenderanno gli altri tre se quindi concludo che il Creatore dell'Opera, Demiurgo e Primo Motore del libro è principalmente (e sostanzialmente) Troco. La mia ossessione per coniare neologismi mi porta a ribattezzare l'opera con il nome di Trocosmogonia (da pronunciare con la voce di Luigio Guastardo della Radica). 

 

"Ah! La Trocosmogonia!"


Alla fine della lettura, la mia impressione è come un gatto dentro una scatola contenente una fialetta di veleno collegata ad un rilevatore dello stato quantico di un elettrone. Ambiguamente positiva e negativa. L'opera è notevole e coraggiosa, ma simultaneamente incompleta e vittima delle proprie paure. Umana, molto umana, prima ancora che opera di un Dio Creatore. Dall'inizio alla fine, traspare l'egemonia del primo autore, la sua indole di artista, il suo carattere ruvido, e le sue umanissime contraddizioni.

Nonostante l'anticipazione dell'opera abbia fatto credere a tutti noi bramosi di leggerla che essa affrontasse l'epica lotta tra uomo e dinosauri per il dominio del mondo (cit.), o che perlomeno fosse una sorta di remake di "Quando l'Uomo non c'era", libro che tutti noi paleo-addicted over-40 abbiamo amato da bambini, in realtà la Trocosmogonia non è quello che il titolo potrebbe erroneamente (ma implicitamente) far credere.

Operazione nostalgia?


Ovvero, essa non è un libro di paleontologia. Gli autori lo chiariscono subito nella introduzione: non è un trattato scientifico (indipendentemente da quanto annacquato sul piano divulgativo). Non troverete fossili, non troverete ipotesi o teorie, modelli o metodi, in questo volume. La Scienza fa da ispiratrice, forse persino da Musa a cui gli autori si sono rivolti con devozione, ma non è la protagonista né l'ambientazione. Dal mio punto di vista di paleontologo, questa scelta non è un problema, dato che non è da un libro come questo che traggo informazioni o elementi teorici. Il protagonista dell'opera è la Storia, la suggestione che scaturisce dagli eventi, l'epica associata alle catastrofi ed alle dinastie, e non c'è spazio per l'argomentazione, l'analisi, l'elaborazione. Sarebbe superficiale credere che trattandosi di un libro dedicato in larga parte a ipotesi cosmologiche e paleontologiche, esso sia da classificare nella letteratura scientifica: ciò che definisce la scienza non è l'oggetto di studio bensì il metodo di studio, e questo libro non affronta alcun elemento del metodo scientifico. E, ripeto, ciò non è un difetto, poiché è una scelta esplicitamente dichiarata dagli autori. Volendo essere radicale, potrei dire che l'oggetto del libro è la mente di Troco, la sua visione particolare ed idiosincratica del rapporto tra uomo, scienza, evoluzione e realtà. Mente di Troco puntellata in più parti dai contributi dei coautori.

Troco vi prende per mano, vi strattona in alcuni momenti per destarvi dal vostro torpore, e vi racconta la sua personalissima visione della Storia Cosmica sotto forma di immagini potenti e suggestive. Sì, ci sono anche i contributi scritti, ma quello che muove la sequenza è lo scorrere delle immagini. La spettacolare sequenza di visioni vi trasporta dai confini ancestrali dell'Universo, lungo galassie e sistemi planetari, vi fa collidere con pianeti embrionali, apre il sipario con esplosioni titaniche che distruggono mondi arcaici e forgiano ambienti improbabili eppure necessari, fino alla genesi della vita su questo pianeta. Il cammino verso il presente continua, come la successione di faune, flore ed ambienti, scandito da date che fanno da titolo di ciascun capitolo, a ricordarci che il tempo fisico è sì relativo, ma quello della Storia Cosmica è irreversibile e ordinato, lineare ma non uniforme, e non richiede parole per essere espresso. Basta il numero.

L'aver chiamato ogni capitolo con una data del tempo, con un grezzo numero privo di fronzoli artistici, ha inevitabilmente stuzzicato la mia mente analitica. Mi sono chiesto se l'impegno e l'approfondimento con cui l'opera affronta la sequenza dei molteplici eventi narrati fosse descrivibile da una curva semplice. Regna il Caos nella Trocosmogonia? Oppure il Demiurgo, per quanto orgogliosamente anti-accademico, l'artista anarcoide e volitivo, abbia alla fine dovuto piegarsi - anche solo inconsciamente - al linguaggio matematico che da 4 secoli definisce il sapere scientifico? Per verificarlo, basta plottare le date che intitolano i vari capitoli con il numero di pagina di ciascun capitolo. Se la distribuzione è casuale o caotica, avrà vinto l'estro anarchico dell'artista, ed il libro non sarà descrivibile da una formula matematica. Ma se la distribuzione segue una curva matematizzabile in modo semplice, allora avrà vinto Galileo Galilei. Quindi, c'è un ordine matematico nella Storia Cosmica concepita da Troco? 

Sì, ed è descrivibile da una curva semplice ed elegante, che chiamo TMMA in onore delle iniziali dei quattro autori. 

Distribuzione del tempo cosmico lungo le pagine del libro

La distribuzione degli eventi nel libro segue una curva esponenziale, la cui uniformità è interrotta da solo due discontinuità: una a 4 miliardi e 570 milioni di anni fa (origine della Terra), l'altra a 530 milioni di anni fa (inizio del Fanerozoico). Per Troco, l'Universo ha attraversato solo 3 grandi fasi: la storia cosmica (lentissima e lineare), la storia precambriana (lenta e blandamente sigmoide), il fanerozoico (in accelerazione perpetua). Dal Cambriano fino al 2024, ci sta dicendo Troco, la Storia è sempre stata la medesima, unica e uniforme nelle sue tappe. Sono cambiati gli attori, ma non la spinta generale. Quello che accade nel Medioevo e quello che accade nel Mesozoico sono solo espressioni particolari di un singolo andamento, elegantemente illustrato dalla curva qui sopra. Non sappiamo se ciò sia vero, ma sicuramente è così che l'Autore e Demiurgo ci vuole trasmettere la sua visione del divenire cosmico, perché è così che il Libro risulta organizzato. 

Dato che il volume non si propone di essere un trattato di Scienza, non mi soffermo troppo su alcune sviste nei dati citati, né sulle licenze artistiche in alcune ricostruzioni o nelle scene illustrate. Non è la coda mozzata di un Tyrannosaurus vivo ed in piedi sulle sue gambe (qualcosa di impossibile sul piano sia anatomico che statico, e difatti privo di qualunque base scientifica in letteratura) che può intaccare la potenza suggestiva delle immagini. Se una parte delle rappresentazioni è abbastanza convenzionale e "canonica", alcune opere invece si candidano a "canone" per le prossime generazioni: intriganti ed inattese, sia nel contenuto (specie ammesse per la prima volta nel mondo della paleoarte) che nella composizione. Credo che questo mix di "conservazione e innovazione" risenta anche della peculiare storia che ha prodotto la collezione di opere mostrate: una parte (penso maggioritaria) fu concepita e realizzata ben prima della ideazione di questo progetto. Difatti, sarà interessante capire quanto la struttura interna del volume sia stata adattata alle opere già esistenti, e quanto le opere esistenti siano state selezionate e inserite in funzione della logica interna dell'opera.

Il penultimo punto di questa recensione lo dedico all'unico elemento del libro che non ho apprezzato per niente. Sarò diretto e forse brutale, proprio per rendere chiaro quanto quello che sto per descrivere lo senta stonato col resto di un libro altresì lodevole per il coraggio espresso ed il lavoro prodotto. Al termine della Epica Serie di eventi ed immagini, gli autori (ma sospetto che qui a parlare sia solo Troco) hanno sentito il bisogno di introdurre una manciata di pagine di testo "esplicativo", con un paio di annotazioni ed una "riflessione". Trovo che questa decisione sia molto infelice ed approssimativa. Per due motivi. Le annotazioni trasmettono un'immagine dell'autore palesemente "difensiva", quasi "giustificativa". Se gli autori hanno deciso di non includere note e riferimenti bibliografici, non devono spiegarlo, né "giustificarsi". L'aver "spiegato" la mancanza di bibliografia, e con una affermazione abbastanza infelice (le citazioni bibliografiche non sono "noiose", e dispiace dover leggere una simile affermazione in un testo così profondamente ispirato da innumerevoli fonti esterne) stona con la risolutezza incontrata fino a quel momento, ed appare più la manifestazione di una insicurezza malcelata con un tono sprezzante. Inoltre, gli autori non paiono cogliere la palese contraddizione esistente tra ciò che dichiarano nelle note sul testo e la riflessione aperta nella pagina immediatamente successiva. Se si sostiene che la scienza aiuti ad ovviare a "preconcetti intuitivi" quali la dicotomia tra "noi e loro", allora perché poi si ridicolizza la stessa scienza che ha abolito i termini parafiletici, questi ultimi proprio l'espressione in sistematica di ormai superati preconcetti intuitivi che classificavano a forza la molteplicità delle forme viventi dentro false categorie dicotomiche come "primitivo ed evoluto"? Un gruppo parafiletico è, per definizione, una falsa categoria fondata sull'idea che la primitività sia una condizione distintiva. L'aver abbandonato i termini parafiletici non è una "complicazione del tutto superflua" (come sostenuto dagli autori) bensì proprio l'affermazione di una visione scientificamente matura della complessità biologica che non si piega alle semplificazioni dicotomiche tipiche dei preconcetti intuitivi umani. Il fatto che all'intuito preconcetto dell'autore la parola "prosauropode" appaia divulgativamente utile, non la rende scientificamente valida né tanto meno portatrice di un significato evolutivamente sensato. Essa è e resta l'espressione di un modo contradditorio - e proprio per questo superato - di concepire l'evoluzione biologica. Si può rispettare la scelta stilistica di usare certi termini anche senza condividerla, ma la palese contraddizione di predicare bene dopo aver razzolato male intorno ai "preconcetti intuitivi" è qualcosa che fa stonare fragorosamente quelle due pagine con il resto dell'opera.  

Chiudo con l'elemento che più ho apprezzato ed ammirato dell'opera, forse perché del tutto inatteso: la serie di immagini incluse nella sezione finale ("schemi mappe e tabelle"). Alcune sono prodotti sublimi e superbi, alle quali il formato di impaginazione forse non rende pienamente giustizia. Nella loro fattura si coglie il punto di forza di questa opera così suggestiva e trascinante, e traspare tutta la passione che ha guidato Troco e tutti gli altri autori nella produzione di questo originale ed idiosincratico racconto cosmico.

Voto complessivo: 9

PS: non includo immagini del volume perché dovete acquistarlo, sfogliarlo, così da annusarne la carta, soppesarne il volume e la massa, coglierne la fisicità.











08 marzo 2024

Theropoda alla radio ed un pensiero sullo scorrere del tempo

 


Ieri, sono stato a Milano, ospite di Radio Statale, la radio della omonima Università del capoluogo lombardo. Ho partecipato al programma Breaking Lab, in veste di paleontologo e dispensatore di consigli musicali. Non avevo mai partecipato ad un programma radiofonico in studio (generalmente, le mie comparsate radiofoniche avvengono telefonicamente [esempio]), quindi è stata una simpatica novità. L'occasione mi ha permesso di conoscere alcuni giovani studenti dell'ateneo milanese che organizzano e gestiscono questa realtà radiofonica. Nei prossimi giorni, la registrazione della puntata sarà disponibile online, quindi non mi soffermo sui dettagli di ciò di cui abbiamo parlato (non ci vuole un premio Nobel per intuire che si è parlato di dinosauri).

Mi sarebbe piaciuto essere in un team radiofonico universitario, ai tempi ormai remoti quando fui studente di Scienze Naturali, ma non mi risulta che il mio ateneo abbia mai avuto un simile mezzo di comunicazione. Dopo la puntata in diretta, ho passato un paio d'ore con alcuni dei ragazzi del programma (l'unico che conoscevo già è Gabriele Bindellini, che fa parte da anni del team che studia il famigerato spinosauro dal Marocco pubblicato nel 2014). Li chiamo "ragazzi" perché questo sono ai miei occhi: la loro differenza di età rispetto a me va da 13 a 25 anni in meno, quindi rispetto a me sono, letteralmente, un'altra generazione. Un paio di loro sono nati negli anni in cui mi stavo laureando (con una tesi sull'evoluzione degli uccelli dai dinosauri, tanto per cambiare), e questa coincidenza di eventi (nascita per alcuni, laurea per me), devo ammetterlo, mi ha fatto un certo effetto. Ho sentito molto (ma non troppo) la differenza di età. Questo è inevitabile, é nella natura delle cose, e chi meglio di un paleontologo può sentire (ma anche apprezzare) il peso, la stratificazione ed il succedersi delle generazioni biologiche? 

L'errore che non dobbiamo commettere noi anzianotti è di atteggiarci a dispensatori di verità. So che per il giovane ventenne appassionato di dinosauri, il paleontologo di cui legge i libri e segue il blog può apparire come chissà quale luminare della saggezza, ma non è così, e la cosa più sciocca e vanesia che un uomo della mia età può fare è giocare sulla differenza di età per costruirsi una piccola e mediocre nicchia di notorietà costruita sulla sincera e spontanea passione dei giovani. Anche perché questo atteggiamento ha come effetto collaterale la inevitabile constatazione che tu NON sei più giovane, che quell'età è andata, e che il testimone sta per passare ad altri.

In realtà, se mi soffermo sulla mia formazione, ho ancora molto da imparare, e questo ha due conseguenze rilevanti: che non ho alcun diritto né autorità per atteggiarmi a "saggio", e che sono ancora (almeno in parte) giovane. Fintanto che c'è qualcosa di nuovo da imparare, non si è mai vecchi.

29 febbraio 2024

In lode del Jurassic Trash



Ma come ho potuto essere così stolto?

Tutti questi anni sprecati a fare recensioni critiche, analisi paleontologiche, digressioni extrascientifiche, argomentazioni post-moderniste sul Franchise Jurassico, tutta una perdita di tempo aggravata dall'effetto di sorbirmi le assurde lamentele ed i piagnistei risentiti degli auto-proclamati fanboy giurassici, quando potevo dedicarmi a questi assoluti capolavori!

Guardate anche solo le locandine!

Esiste un'intera schiera di film di serie B (o Z) ispirati più o meno direttamente dalla saga di Jurassic Park, film a basso costo sfornati regolarmente da case di produzione minori per accodarsi al regolare carrozzone globale della jurassic-mania indotta dall'ennesimo nuovo episodio del Sacro Franchise di Jurassic Park/World. Ho fatto una rapida esplorazione di questi film su YouTube. Essi sono uno più assurdo, dozzinale e trash dell'altro! Ed è questo a renderli sublimi: a differenza dei celeberrimi film da cui traggono motivazione per esistere, queste pellicole non hanno alcuna pretesa di essere capolavori, ma anzi ostentano una totale assurdità nella trama, la più pacchiana grossolanità delle sceneggiature, gli attori peggio assortiti, e gli effetti speciali più commoventi. Ovvero, sono come Jurassic World ma senza la presunzione maleducata di Jurassic World.

Non so cosa darei per essere una comparsa in uno di questi film. Una scenetta, breve e ridicola, a recitare un personaggio secondario che fa una morte stupida e ridicola condita con effetti speciali degni di Jerry Calà.  

28 febbraio 2024

L'oggettiva inconsistenza pratica dell'Antropocene

I "sedimenti dell'Antropocene" non sono distinguibili da quelli pre-antropocenici (fonte).


L'Antropocene è un termine controverso che indicherebbe una nuova età della Terra, nella quale stiamo entrando. Il termine, ormai divenuto di moda, specialmente in ambiti conservazionistici, è criticato da molti geologici e paleontologi, poiché ha una discutibile consistenza sul piano geologico e stratigrafico, ovvero proprio quello in cui si sostiene debba essere introdotto. Sebbene i sostenitori dell'Antropocene ora insistano che il termine sia più utile in ambiti non-geologici che stratigraficamente, resta il fatto che essi vogliano comunque definirlo secondo rigorose logiche stratigrafiche, così da poterlo mettere in relazioni cronologica con le età della Terra.

Ho spiegato le ragioni per cui "Antropocene" non solo è ambiguo dal punto di vista metodologico, ma persino dannoso proprio nei confronti della causa ambientalista che tenderebbe a citarlo.

Oltre che essere improprio da un punto di vista epistemologico, e ambiguo sul piano metodologico, il fantomatico "Antropocene" potrebbe essere anche del tutto indefinibile sul piano pratico! Lo dimostra uno studio svolto su sedimenti lacustri del Nord Europa. Gli autori hanno campionato le microplastiche accumulate sui sedimenti recenti depositati sul fondale di questi laghi, per stabilire il momento in cui queste iniziano ad accumulare sulla sequenza stratigrafica, segnando l'avvento dell'Antropocene come epoca in cui le attività umane hanno iniziato a lasciare una traccia geologica analoga ad un livello stratigrafico. Il ragionamento alla base è apparentemente semplice ed ovvio: siccome la plastica è un prodotto dell'attività umana recente (successiva al 1950), il suo accumulo sui sedimenti è un ottimo marcatore del passaggio dall'Olocene all'Antropocene.

Ma come spesso succede nella scienza, una cosa è la teoria ed un'altra è la pratica. Gli studiosi hanno analizzato l'età dei sedimenti campionati utilizzando metodi di datazione assoluta che permettono di determinare gli anni passati dalla deposizione del sedimento, ed hanno scoperto che le microplastiche sono presenti anche in sedimenti vecchi 250 anni! Dato che la plastica è stata inventata a metà del XX Secolo, la presenza di microplastiche in sedimenti di secoli precedenti non è una vera documentazione bensì un artefatto della deposizione. Badate bene che questo fenomeno non coinvolge i sedimenti naturali, i quali invece si depositano in modo regolare senza mescolarsi tra loro (ed è proprio questo che li rende ottimi per l'analisi stratigrafica). Ovvero, le microplastiche sprofondano sotto il sedimento recente in cui si sono depositate, e lo fanno in base alla loro forma e granulometria, finendo per depositare in livelli più profondi di quelli effettivi che indicherebbero la loro età reale. Gli autori concludono che la microplastica, la tanto osannata traccia dell'Antropocene e dell'attività umana nell'epoca del petrolio, è un pessimo marcatore per l'Antropocene, dato che può depositarsi anche in sedimenti pre-antropocenici.

Ma se non possiamo usare la posizione stratigrafica delle microplastiche (uno dei più citati indicatori dell'antropocenico) per zonare l'Antropocene, questo significa, sul piano pratico, che l'Antropocene non è di fatto distinguibile dall'Olocene. Chiunque abbia una minima base di geologia non è sorpreso da questi risultati. Non è la prima volta che si è cercato di imporre a priori un qualche "marcatore" dell'Antropocene per scoprire che, una volta messo di fronte ai rigorosi metodi della stratigrafia, esso è risultato inapplicabile, fuorviante o, banalmente, privo di senso. Molti sostenitori di "indicatori dell'Antropocene" non hanno una robusta esperienza stratigrafica, e pensano che sia sufficiente immaginare che qualcosa si sedimenti per avere automaticamente un valido indicatore stratigrafico. La realtà dei processi geologici che usiamo per stabilire la storia del pianeta è ben diversa, è più complessa delle teorizzazioni ingenue, specialmente nei casi, come quelli "antropocenici", di depositi non ancora del tutto trasformati in stratificazioni rocciose.

Concludo, come sempre quando parlo di Antropocene, per rimarcare un concetto fondamentale: nessuno qui sta negando l'impatto antropogenico (con la G), l'impatto umano sul pianeta Terra, né i problemi legati all'attività umana. Ma tale impatto non è una novità dell'ultimo secolo e non indica l'inizio di una nuova età geologica. In misura proporzionale alla sua abbondanza numerica, la specie Homo sapiens è un agente geomorfologico fin dalla sua comparsa e diffusione a scala planetaria, ovvero fin dalla fine del Pleistocene. Pertanto, l'Antropocene è solo un modo pomposo per parlare della fase parossistica dell'attività umana nell'Olocene, ma è pur sempre Olocene, ne è in piena continuità e coerenza, e non richiede una arbitraria e modaiola discontinuità cronologica. 

Abbandonare il feticcio dell'Antropocene e fare maggiore divulgazione su come e quanto la nostra specie è impattante fin dall'inizio dell'Olocene, sono opzioni molto più sagge e utili che continuare ad usare un termine del tutto virtuale.

24 febbraio 2024

Una farfalla grande come un sauropode

Ren et al. (2024) descrivono un nuovo sauropode mamenchisauride dal Giurassico Superiore della Cina, ed istituiscono Jingia dongxingensis.

Perché l'immagine mostra Mothra? Un lettore della pagina Facebook del Blog, Pietro Benvegnù, mi segnala che il genere Jingia è già occupato da un lepidottero: Jingia (Chen, 1983).

Ho già contattato l'editor di Historical Biology per segnalare questa omonimia: il sauropode deve quindi cambiare nome del genere (atto che spetta a Ren e coautori).


Ringrazio Pietro Benvegnù per la segnalazione.





Bibliografia:

Xin-Xin Ren, Xu-Ri Wang, Yan-Nan Ji, Zhen Guo & Qiang Ji (22 Feb 2024): The first mamenchisaurid from the Upper Jurassic Dongxing Formation of Guangxi, southernmost China, Historical Biology, DOI: 10.1080/08912963.2024.2309287

22 febbraio 2024

Theropoda vs Gemini (aka Rise of the Dumb Machines)

 Ho chattato con la nuova AI di Google, Gemini.

Le ho chiesto informazioni sul blog Theropoda.

Godetevi tutta la diatriba...





Possiamo stare tranquilli, per ora le macchine non sono ancora in grado di sostituirci, ma sicuramente sono capaci di sostituirmi con Maganuco o Marzola.

20 febbraio 2024

200 anni nell'Era dei Dinosauri!



Sono passati 200 anni esatti dal 20 Febbraio del 1824, quando il Reverendo William Buckland espose alla Geological Society la scoperta di resti fossili appartenenti ad un animale estinto dalle fattezze incredibili: un gigantesco rettile terrestre carnivoro, lungo una decina di metri, al quale Buckland ed il suo amico e collaboratore, il Reverendo Conybeare, diedero il nome di Megalosaurus. Era il primo fossile di dinosauro riconosciuto tale dalla scienza.



Anche se il termine sarebbe stato coniato solo una quindicina di anni dopo, ed anche se il megalosauro concepito da Buckland per spiegare quei resti fossili era più simile ad un enorme varano che all'animale mesozoico a noi ormai familiare, quel giorno era cominciata l'epoca più meravigliosa e appassionante della civiltà umana, l'Era dei Dinosauri [in quanto fatto scientifico].

Buon 200° compleanno, Megalosaurus

Felice bicentenario della pubblicazione dei dinosauri!


13 febbraio 2024

T-rex vs Lion: which would win in a fight?

Fotogramma da "Jurassic World - Fallen Kingdom" (c) Universal. Silhouette da PhyloPic.org

La rete abbonda di domande assurde dedicate a ipotetici combattimenti tra animali (una mentalità che denota un decadimento mentale da tardo impero, ma senza il Colosseo in cui sfogarsi), e siti apposta coltivano questa perversa passione per la zoologia lobotomizzata.

Ma questo blog è diverso. Se propongo domande idiote e pacchiane, non è fine a sé stesso, ma si propone (spera, si illude) di suscitare una riflessione più profonda. Direte: "cosa può esserci di profondo nel domandarsi chi vinca in uno scontro tra un leone ed un Tyrannosaurus rex, domanda impossibile da verificare, e comunque, è ovvio che vince il dinosauro, pesa 30 volte più di un leone, una sua sola gamba genera una potenza di varie tonnellate, il morso produce una pressione che se immessa in un sistema idraulico solleverebbe un'automobile (la lista di iperboli può andare avanti)...". 

Ok, la soluzione è semplice solo perché chi commenta in quel modo non pensa nel modo giusto, in modo quadrimensionale



Ma se immettiamo il fattore tempo, l'ontogenesi, la faccenda è più complessa ed interessante.

Ovvero, immaginiamo di avere un esemplare di Tyrannosaurus rex ad uno di Panthera leo coetanei, nati lo stesso giorno. Domandiamoci: mano a mano che crescono, in quali momenti la domanda avrebbe come risposta una specie e quando invece l'altra? Prima di procedere con l'esperimento mentale, è bene rimarcare un concetto fondamentale che molti ignorano o fraintendono: mentre l'ontogenesi del leone è un FATTO, quella del tyrannosauro è una IPOTESI. L'ontogenesi (lo sviluppo individuale) di un leone può essere osservata direttamente, basta seguire la vita del cucciolo e documentarne le caratteristiche. Questo non è possibile con un fossile di dinosauro, per l'ovvia ragione che voi avete solo il fossile dell'animale nel momento della sua morte. Se muore a 3 anni, avete solo il corpo di 3 anni, se muore a 30 anni, avete solo il corpo di 30 anni: in ambo i casi (o qualunque altro) voi avete solo l'esemplare in quel preciso momento della morte, ma non avete modo di osservare tutta la sequenza, tutta la sua ontogenesi. Per ricostruire l'ontogenesi di un dinosauro occorre collegare diversi esemplari di età diverse sotto l'ipotesi che essi appartengano alla stessa specie. E questo nel caso che siate tutti concordi su cosa sia quella specie... Dato che ci sono alcuni paleontologi che litigano ancora su cosa sia Nanotyrannus, capite che "l'ontogenesi di Tyrannosaurus" è a maggior ragione una ipotesi e non sarà mai un fatto. Quindi, confrontare l'ontogenesi del leone con quella del T-rex presuppone che abbiamo un qualche consenso generale su come sia stata l'ontogenesi di Tyrannosaurus. Lo studio più dettagliato in proposito è Carr (2020), ed esso (e relative citazioni) sarà il mio riferimento per l'ontogenesi di questo dinosauro.

Bene, abbiamo il leone appena partorito ed il Tyrannosaurus appena uscito dall'uovo. Proviamo a confrontarli. Il leone alla nascita è inetto, cieco e pesa circa 2 kg. Il tyrannosauro alla nascita pesa circa 5-6 kg, è pienamente attivo e capace di nutrirsi autonomamente. Probabilmente non si nutre di animali grossi come un neonato di leone, ma è comunque in grado di morderlo (mentre il leone non è ancora capace di fare nulla), quindi nel primo scontro (tra neonati... mi faccio schifo da solo), vincerebbe Tyrannosaurus.

Lo svezzamento di un leone non avviene prima di 4-5 mesi, mentre in quel periodo il nostro giovane Tyrannosaurus si nutre e caccia in autonomia: anche in questo caso, nello scontro vincerebbe il dinosauro.

La crescita del leone è però in proporzione più rapida di quella del tyrannosauro, e l'animale raggiunge la maturità intorno ai 3 anni, pesando circa 150 kg. Nello stesso intervallo di tempo, il Tyrannosaurus è ancora un esemplare molto giovane, cresce in proporzione meno velocemente del leone e probabilmente raggiunge una massa intorno ai 50-100 kg. In questa fase della loro vita, i due animali sono quindi simili come dimensioni e prestazioni fisiche. Il theropode è però in proporzione più gracile e affusolato. Pertanto, tra 1 e 5 anni, è probabile che il leone abbia la meglio.

Dopo i 5 anni, il leone rallenta la crescita e raggiunge la maturità fisica. Il Tyrannosaurus entra nella "pre-adolescenza" e supera in massa il felino, mantenendo proporzioni molto affusolate. In questa fase, i due animali probabilmente se la giocano alla pari.

Dopo i 10 anni, il leone entra nella vecchiaia, mentre il Tyrannosaurus è appena entrato nella vera fase di crescita rapida. Il felide perde gradualmente forze ed efficienza, mentre il dinosauro inizia proprio ora a divertirsi, a diventare gigantesco, superando la tonnellata. Da questo momento in poi, nello scontro tra i due animali non c'è storia.

Il leone (specialmente se maschio) difficilmente arriverà a vivere oltre i 15 anni, raramente si avvicina a 20 anni, età in cui il Tyrannosaurus raggiunge invece la taglia adulta, pesando anche 40 volte più del felide.

Riassumendo, nello scontro tra i due animali equiparati per età, Tyrannosaurus ha la meglio da 0 a 1 anno, per poi essere battuto dal felino nei successivi 4 anni. Nel lustro successivo, i due animali se la giocano alla pari, ma dopo il decimo anno, vincerà sempre il dinosauro.


Mamma mia, ho scritto un post degno di Carnivoraforum...



09 febbraio 2024

Un Ruggito di Verità: L' Accuratezza dei Dinosauri in Jurassic World



Saluti, amanti dei dinosauri! Benvenuti a un nuovo post su Theropoda Blogspot, dove ci immergiamo nell'affascinante mondo dei rettili preistorici. Oggi metteremo sotto la lente d'ingrandimento la accurata rappresentazione dei dinosauri nel mondo cinematografico, con un focus particolare sulla serie di film di Jurassic World.

La saga di Jurassic Park, iniziata negli anni '90 con l'opera pionieristica di Steven Spielberg, ha catturato l'immaginazione di milioni di persone in tutto il mondo, portando i dinosauri dal passato remoto direttamente sul grande schermo. Tuttavia, con l'avanzare della tecnologia e delle conoscenze scientifiche, è emersa una crescente preoccupazione riguardo alla precisione delle rappresentazioni dei dinosauri in questi film.

Jurassic World, la serie più recente nella franchise di Jurassic Park, ha portato la nostra amata fauna preistorica a nuovi livelli di realismo visivo. Tuttavia, quanto accurata è questa rappresentazione?

Iniziamo con i punti positivi. Gli effetti speciali utilizzati per portare in vita i dinosauri sono senza dubbio impressionanti. La cura nei dettagli, i movimenti fluidi e le espressioni realistiche dei dinosauri sono sorprendenti. Tuttavia, quando si tratta di accuratezza scientifica, ci sono alcune questioni da considerare.

Uno dei principali punti di discussione riguarda la piumatura. È ampiamente accettato tra gli scienziati che molti dinosauri, in particolare i teropodi come il Velociraptor e il Tyrannosaurus rex, avessero piumaggio o strutture simili alle piume. Tuttavia, nei film di Jurassic World, questi dinosauri sono rappresentati come squamati o privi di piumaggio. Questa scelta estetica, sebbene comprensibile per motivi di riconoscibilità e coerenza con i film precedenti, non rispecchia le attuali conoscenze scientifiche.

Inoltre, c'è la questione delle dimensioni. Alcuni dinosauri nei film sembrano essere esageratamente grandi rispetto alle loro controparti reali. Questo è particolarmente evidente con il Velociraptor, che nel mondo reale era significativamente più piccolo di come viene mostrato nei film.

Tuttavia, non tutto è perduto. I film di Jurassic World hanno anche fatto alcune scelte coraggiose e interessanti che meritano lode. Ad esempio, l'introduzione del Indominus rex, un ibrido genetico creato in laboratorio, ha aperto la porta a interessanti dibattiti etici e scientifici sulla manipolazione genetica e sulle implicazioni di creare creature che non esistono più.

In conclusione, mentre i film di Jurassic World offrono un'esperienza cinematografica emozionante e coinvolgente, è importante ricordare che sono opere di finzione e non documentari scientifici. Sebbene abbiano contribuito a diffondere la passione per i dinosauri in tutto il mondo, è sempre consigliabile approfondire la nostra comprensione scientifica consultando fonti affidabili e aggiornate.

Continuate a seguire Theropoda Blogspot per ulteriori discussioni affascinanti sul mondo dei dinosauri e della paleontologia. Fino alla prossima volta, che il vostro ruggito sia fiero e la vostra curiosità infinita!

Nota dell'autore: Vorrei chiarire che il post sopra non è stato scritto da me, ma è stato generato da una IA chiamata ChatGPT. Tuttavia, come autore umano, approvo pienamente il suo contenuto e lo trovo informativo e stimolante. È importante riconoscere il ruolo delle tecnologie come questa nel fornire contenuti interessanti e di qualità su una vasta gamma di argomenti. Continuate a seguire Theropoda Blogspot per ulteriori contenuti appassionanti sulla paleontologia e sui dinosauri!

No, neanche la nota in rosso è opera mia. Anche quella è stata prodotta usando ChatGPT... Se siete lettori "storici" del blog, dovreste aver sicuramente notato qualcosa che non quadrava nel post, fin dal titolo. Il tono, la parole, ma soprattutto, le opinioni espresse nel post non sono propriamente quelle tipiche dei miei post. Trovo inquietante che in pochi secondi si possa produrre un post apparentemente intelligente, sebbene del tutto privo di anima (e palesemente nel torto sul contenuto)...

Stupide macchine prive di emozioni! Come si fa a pensare che Jurassic World meriti un qualche commento positivo?

24 gennaio 2024

BILLY E IL CLONESAURO - EPISODIO 7 E 3/4

 

Il cameo di David Koepp in "Il Mondo Perduto - Jurassic Park" (1997) 

Dove saremmo noi paleontologi dei dinosauri se non esistesse il Sacro Franchise? Probabilmente nello stesso posto dove siamo ora, ma solamente un poco più sobri. In tempi non sospetti, moltissimi anni di internet fa, scrissi un post in cui consideravo il Franchise di Billy come una sorta di religione. Uno dei temi ricorrenti di questa religione è l'Eterno Ritorno del Franchise stesso, che si rigenera dalla propria combustione e risorge splendente come nel Primo Inarrivabile Unico Splendente Jurassic Park del 1993.

E come tutte le religioni, anche il Sacro Franchise è una macchina per fare soldi a spese della ingenuità dei fedeli. Beati i puri di cuore. Beati i fanciulli, perché a loro è destinato il Regno dei Cieli, il Paradiso che verrà e che riporterà tutto alla Purezza delle Origini.

Ecco, il rumor che circola su un fantomatico (ed a tratti imbarazzante) Episodio 7 del Franchise è esattamente questo, l'ennesima ripetizione del rito su cui si regge l'intera esalogia (prossima ettalogia): l'attesa per un Ritorno alle Origini. Non stupisce quindi che l'elemento più vistoso del nuovo rumor sia il ritorno dello sceneggiatore storico del Primo ed Unico Jurassic Park, David Koepp, sceneggiatore che fu anche l'autore dello script del secondo film (primo sequel, e quindi, sempre secondo la Legge di Decadimento Graduale del Franchise, il migliore seguito secondo tutti i parametri oggettivi).

Ci auguriamo che in questo Episodio VII, Koepp scriva anche un epico cameo per Trevorrow...

A differenza dei vari hater del Franchise, e a differenza dei vari hater di questo blog, io sarò felice per l'uscita di un prossimo film... nuovo materiale per post divertenti, meme ed allegre trollate varie. Perché questo è il Sacro Franchise: una minestra riscaldata vecchia 30 anni, sceneggiature beone adatte ai bambini, una macchina per fare soldi sfruttando il fanatismo dei devoti, ed un pretesto per noi saccenti snob antipatici senza cuore per fare pedanti annotazioni paleontologiche del tutto fuori luogo.

11 gennaio 2024

Tyrannolatria

(c) AMNH

 

Tyrannosaurus rex è l'unica specie di dinosauro, ed una delle pochissime nel regno animale, ad essere universalmente nota anche al grande pubblico con l'intero nome scientifico, sia col nome rex che col cognome Tyrannosaurus. Nessuno, a parte noi quattro paleontologi che ci occupiamo di questi fossili, dice mai "Triceratops prorsus" o "Diplodocus longus" quando menziona altri celebri dinosauri.

Tyrannosaurus rex è l'unico dinosauro ad avere un soprannome ufficiale, "T-Rex".

Tyrannosaurus rex è l'unico dinosauro ad aver ispirato il nome di una band musicale.

Tyrannosaurus rex è il più grande bipede di tutti i tempi.

Tyrannosaurus rex è il più grande predatore terrestre di tutti i tempi.

Tyrannosaurus rex aveva il morso più potente del regno animale. Più potente dello squalo. Più potente dell'alligatore.

Tyrannosaurus rex aveva una vista stereoscopica eccezionale, capace di cogliere dettagli a chilometri di distanza.

Tyrannosaurus rex aveva un olfatto eccezionale, grazie all'enorme sviluppo dei suoi bulbi olfattori.

Tyrannosaurus rex aveva lo stesso numero di neuroni telencefalici di una scimmia.

Tyrannosaurus rex occupava tutte le nicchie ecologiche predatorie del suo ecosistema.

Tyrannosaurus rex era più agile degli altri dinosauri carnivori giganti.

Tyrannosaurus rex aveva un tasso di crescita più rapido degli altri dinosauri carnivori giganti.

Tyrannosaurus rex aveva denti più grandi e spessi di quelli di ogni altro dinosauro.

Tyrannosaurus rex è stato il culmine dell'evoluzione dei tyrannosauridi, il più grande e l'ultimo dei grandi dinosauri predatori.

Tyrannosaurus rex poteva battere un campione olimpionico nella corsa.

Tyrannosaurus rex poteva generare una pressione con le mandibole pari al peso di un'automobile.

Tyrannosaurus rex è l'autore del coprolite più grande al mondo.

Tyrannosaurus rex è il predatore apicale definitivo.

Tyrannosaurus rex è "the Great One". Esso combina la taglia di un elefante africano e la velocità di una tigre con un'ineguagliabile potenza di fuoco.

Il T. rex è un mostro di dieci tonnellate, dalla faccia spaventosa ornato di cornetti e scaglie e di una striscia rossa davanti agli occhi. Il camuffamento verde e marrone screziato la fa sembrare un carro armato NATO in agguato nella boscaglia. All'improvviso lei ed il suo consorte si lanciano in una corsa al galoppo, spaventando il Triceratopo, simile al rinoceronte delle dimensioni di un elefante, in una fuga precipitosa al galoppo che espone le sue estremità posteriori sensibili agli attacchi, proprio come voleva il T. rex. Le mascelle lunghe un metro e mezzo e i denti da 7 pollici del tirannosauro aprono uno squarcio nel ventre dell'erbivoro, versandone una parte delle sue viscere umide sul terreno polveroso. Soddisfatto del suo lavoro, il T. rex trotterella lentamente fino a fermarsi.

MA BASTAAAA! 

Non se ne può più di tutta questa marea di superlativi! Ma cos'è tutta questa esaltazione fanatica per un taxon fossile?

Vi rendente conto che tutto quello che ho scritto sopra è basato su documenti reali, articoli tecnici, libri paleontologici, tutti infarciti di superlativi, comparazioni al limite del grottesco, analogie forzatamente iperboliche degne del più bimbominkia dei fanboy?

Ma perché non vogliamo ritornare dentro la scienza paleontologica e rimettere il taxon Tyrannosaurus rex sullo stesso piano ontologico di tutti gli altri taxa fossili? Non ci rendiamo conto che la idolatria di Tyrannosaurus, la sua elevazione allo status di super-eroe della Marvel, di icona pop e di Re dei Dinosauri ha ormai ammorbato le menti persino dei paleontologi, al punto che non sembra quasi possibile interpretare questo taxon con le medesime categorie con cui si analizza qualunque altro fossile? Possibile che non si riesca più ad uscire dalla dimensione mitica, dalla cortina di inevitabile eccezionalità, dallo status speciale dentro cui lo abbiamo infilato noi in cento anni di continua narrazione distorta?

Tyrannosaurus rex era un animale come qualunque altro. Come tutti gli animali, anche Tyrannosaurus aveva delle sue specializzazioni e peculiarità. Ma queste non sono "speciali", né richiedono narrazioni e interpretazioni speciali per essere comprese scientificamente. Perché non si riesce a fare a meno dei superlativi, degli aggettivi esaltanti, delle analogie ipertrofiche, delle comparazioni grottesche ed esagerate? Perché gli stessi paleontologi non riescono ad essere lucidi, oggettivi, imparziali e distaccati nell'analizzare questo taxon?

Perché una ipotesi paleoecologica come quella di Horner in merito allo status saprofago di Tyrannosaurus, ipotesi del tutto legittima (non importa se poi valida oppure no, resta il fatto che proporla è del tutto legittimo) che non avrebbe scandalizzato nessuno se fosse applicata a qualsiasi altro fossile, ha rischiato di trasformare Horner in una sorta di criminale bestemmiatore nemico pubblico numero uno agli occhi di orde di fanatici dinomaniaci? Perché ipotesi che ridimensionano l'eccezionalità dei Tyrannosaurus sul piano anatomico, locomotorio, ecologico generano sempre reazioni critiche del tutto spropositate, che non si osservano mai in centinaia di casi analoghi discussi per altre specie fossili?

Siamo tutti vittime di un culto non dichiarato, di una Tyrannolatria che impedisce di svelare la nudità del falso Re da noi stessi incoronato?