Tethyshadros insularis è il secondo dinosauro mesozoico italiano descritto,
ufficialmente battezzato nel 2009 da Fabio Dalla Vecchia. Questo hadrosauroide è molto peculiare, e si discosta dai suoi più celebri parenti asiatici ed americani per una serie di specializzazioni nel cranio, negli arti e nella coda.
La coda, in particolare, è molto inusuale per un iguanodontiano, ed in alcuni elementi ricorda invece un theropode.
Negli anni, ho avuto modo in varie occasioni di discutere con l'amico Fabio Dalla Vecchia proprio di queste curiose caratteristiche nella coda di
Tethyshadros. Erano queste caratteristiche semplicemente il prodotto di una bizzarra evoluzione in condizioni di isolamento geografico, oppure furono adattamenti specifici del particolare ambiente carsico nel quale questo dinosauro viveva? Come nel caso di
Balaur, vissuto nel medesimo momento in un'altra zona dell'antico arcipelago europeo di fine Cretacico, l'ipotesi della "bizzarria insulare" mi era sempre parsa una "non-spiegazione"
ad hoc: se un animale mostra elaborate specializzazioni in più distretti anatomici del suo corpo, è plausibile che essi siano parte di un adattamento funzionale, e non la mera sommatoria di mutazioni casuali fissate in popolazioni ridotte.
In uno studio pubblicato oggi,
Dalla Vecchia (2020) descrive nel dettaglio la coda di
Tethyshadros, la confronta con quelle degli altri dinosauri (in particolare, iguanodontiani) e ricostruisce l'estensione dei principali muscoli confrontando la sua anatomia con quella dei rettili moderni.
Tethyshadros risulta dotato di enormi muscoli caudofemorali, i quali, combinati con la coda assottigliata distalmente, le proporzioni delle zampe posteriori e la specializzazione della mano, sono coerenti con uno stile di vita cursorio, con capacità locomotorie sostenute. Inoltre, la morfologia della parte prossimale della coda e dell'ischio implicano un marcato allungamento della parte terminale della zona viscerale e della cloaca, le quali possono indicare un ampliamento dell'intestino e della zona urogenitale. Queste due condizioni potrebbero essere adattamenti ad un ambiente carsico e quindi povero d'acqua superficiale: l'aumento della lunghezza del tratto retto-cloacale è difatti uno dei principali adattamenti per prevenire la disidratazione nei rettili che vivono in ambienti con ridotte disponibilità di acqua.
Penso quindi che sia ragionevole immaginare questo dinosauro italiano come una forma adatta a muoversi a lungo e senza sforzo in condizioni carsiche e/o aride, alla ricerca di cibo relativamente poco ricco d'acqua: il bizzarro mix dei suoi adattamenti estremi risulta quindi coerente con l'ambiente estremo documentato dai livelli fossiliferi della regione peri-adriatica del Cretacico Superiore.