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| Fotogramma dal film "Idiocracy". |
Il mondo della comunicazione
scientifica è, semplificando, suddivisibile in 3 popolazioni
principali:
Popolazione 1. I produttori della
informazione scientifica, ovvero, gli “scienziati” (ricercatori
che svolgono le indagini scientifiche e che le traducono in
letteratura scientifica tecnica, nonché gli autori primi delle
comunicazioni ufficiali, qualora siano prodotte, da trasmettere alla
stampa).
Popolazione 2. I trasportatori e
traduttori dell'informazione scientifica, ovvero, i giornalisti
scientifici ed i divulgatori, coloro che prendono le informazioni
prodotte dalla popolazione 1 e le “trasformano” in un prodotto
“vendibile” e “divulgabile” nei mezzi di comunicazione di
massa.
Il primo errore da correggere,
immediatamente, è l'idea che queste 3 popolazioni siano dei
compartimenti stagni e non intersecantesi. Vi basti, come esempio, il
sottoscritto: io sono un paleontologo dei vertebrati che produce
articoli scientifici e comunicati stampa relativi alle mie ricerche
(popolazione 1), ma sono anche un blogger che scrive e commenta le
notizie relative a nuove scoperte scientifiche (popolazione 2), ma
sono anche un avido lettore di pubblicazioni scientifiche e di
notizie relative alla scienza (popolazione 3).
La mia condizione privilegiata di
“intersezione” tra le 3 popolazioni mi permette, lo spero, di
dare una valutazione “sintetica” (nell'accezione etimologica del
termine, di “sintesi” tra elementi distinti, e non nel senso di
“riassunto”) del complesso fenomeno della divulgazione
scientifica nella nostra era di connessioni immediate tramite
Internet.
Ognuna delle tre popolazioni non è un
blocco monocromatico e uniforme. Nella popolazione 1, ad esempio,
abbiamo scienziati poco inclini a comunicare fuori dalla loro
popolazione (per abitudine, indole, o semplicemente per la
peculiarità delle loro ricerche che le rende “ostiche” ai non
addetti ai lavori), così come abbiamo “scienziati pop” che
sfumano più nella categoria dei “divulgatori istituzionali”
piuttosto che in quella dello “scienziato che divulga le proprie
scoperte”. Tra questi due estremi, si sviluppa la ramificata fauna
degli scienziati che parlano del loro lavoro. Va sempre considerato
che non tutti i rami della scienza sono ugualmente “ex-apted” per
la divulgazione, ovvero, sono ugualmente dotati di caratteristiche
idonee a permetterne una agevole e “fruttuosa” divulgazione e
comunicazione popolare. Parlare a giornalisti e pubblico di un nuovo
dinosauro corazzato è sicuramente più facile e promettente del
parlare di una nuova funzione d'onda che spiega il comportamento del
fenomeno subatomico rilevato al CERN, e questa facilità influisce
sul tasso di diffusione delle informazioni verso il pubblico.
La frequenza ed intensità della
diffusione di informazioni dalla popolazione 1 alla 2 è anche
modulata dai filtri con cui la seconda popolazione capta e seleziona
ciò che proviene dalla prima.
Non rivelo alcun terribile mistero se
noto che i giornalisti snobberanno sistematicamente un nuovo merluzzo
pliocenico rinvenuto nelle colline bolognesi mentre riempiranno i
siti di notizie per l'ennesimo dromaeosauride cinese, nonostante che
questi studi siano identici se visti dalla popolazione 1: due nuovi
taxa paleontologici con identico impatto sulla vita quotidiana del
lettore medio. Conosco casi di amici e colleghi le cui ricerche, pur
meritevoli di attenzione e ugualmente rigorose delle mie, sono state
sistematicamente snobbate dalla popolazione 2 perché considerate
“non interessanti” in una ottica giornalistica. La “coolness”
di una scoperta, difatti, è una proprietà emergente della
interazione tra popolazione 1 e 2, che non dipende dalla qualità
intrinseca della ricerca prodotta su tale scoperta. Da questo punto
di vista, io sfondo quasi sempre porte aperte, con i miei dinosauri
carnivori: sarei un ipocrita se non rimarcassi la fortuna di studiare
qualcosa che può essere “venduto” alla popolazione 2 molto più
facilmente di altri temi di ricerca.
Anche nella popolazione 2 la fauna è
variegata ed eterogenea. Esiste una crescente componente di
divulgatori e comunicatori che provengono dalla popolazione 1 (come
il sottoscritto): persone che, perlomeno, conoscono direttamente il
tema di cui parlano, e quindi non lavorano su “materiale di seconda
mano”. Al tempo stesso, la maggioranza della comunicazione
giornalistica scientifica è di seconda, terza e quarta mano, con
l'inevitabile degradazione e contaminazione del messaggio originario
con elementi aggiuntivi e deformanti.
Per “comunicazione di prima mano”
intendo la produzione diretta di divulgazione da parte dell'autore
della ricerca. Ad esempio, un mio post su Theropoda su una mia
pubblicazione scientifica è una divulgazione “di prima mano”: io
parlo al pubblico dello studio che ho realizzato.
Esiste poi una “comunicazione di
seconda mano”, ovvero, la traduzione per il pubblico di uno studio
scientifico, senza mediazione giornalistica. Ad esempio, la scrittura
di un post basato direttamente su una pubblicazione tecnica,
bypassando i comunicati stampa e le eventuali trasposizioni
giornalistiche. Nel mio caso, tutti i post che non sono di prima mano
sono comunque di seconda mano: ho letto l'articolo originale e ne ho
tratto un post di commento o sintesi.
Per come ho sempre inteso questo blog,
non troverete mai su Theropoda dei post “di terza o quarta mano”.
Purtroppo, la maggioranza dei siti di divulgazione scientifica è
formata da produzioni di terza o quarta mano, ovvero, articoli tratti
dalla lettura di comunicati stampa, ma non basati sull'articolo
scientifico originario, oppure, nella peggiore delle situazioni, una
mera traduzione o copia-incollatura di notizie scientifiche (di
seconda o terza mano) prodotte da altri.
Perdonate la brutalità, ma considero
il giornalismo scientifico di terza e quarta mano una delle cause del
generale declino e abbrutimento della comunicazione scientifica
online. Vista la facilità con cui si può copiare e incollare il
testo di una pagina online, facilità ed immediatezza che non è
possibile quando si produce un articolo di prima o seconda mano (che
richiedono la lettura, elaborazione e realizzazione dell'articolo
traendolo da materiale prodotto dalla popolazione 1), è evidente
che, alla grande scala delle relazioni possibili online, vince sempre
la comunicazione di terza e quarta mano. E siccome all'aumentare
della “mano” diminuisce la accuratezza del lavoro, è inevitabile
un progressivo calo nella qualità della comunicazione col
diffondersi del far notizie col “copia-e-incolla”. La qualità
perde sempre nella competizione contro la quantità, e l'unico modo
per impedire che soccomba è agendo attivamente e intenzionalmente
nell'arginare la diffusione della comunicazione di terza e quarta
mano.
Come? Boicottando le fonti di terza e
quarta mano, e sostenendo economicamente le fonti di prima e seconda
mano. Purtroppo, di questo si parla poco, e si agisce ancora meno. La
rete appiattisce tutto e amalgama le differenze, a scapito
dell'eccellenza e del lavoro serio, anche nella discussione su questo
tema.
Questo è un discorso personale, ma
vale sicuramente per molti altri in situazioni analoghe alla mia.
Scrivere di scienza in modo rigoroso e
accurato (senza perdere di vista la leggerezza ed il tono colloquiale con cui, alla fine, tento di tenere il blog) richiede tempo ed energie. Io stesso, da qualche anno, sto
valutando sempre più se abbia senso continuare con un blog che mi
prende tempo ed energie e non mi ritorna quasi nulla, a parte il
piacere della scrittura e qualche simpatica stretta di mano quando
qualcuno mi dichiara di essere "un lettore del suo blog”.
Il calo di produzione del blog è anche
un effetto di queste riflessioni. Quando il “chi me lo fa fare?”
si insinua nella testa, cresce la voglia di farlo tacere appagando il
suo disfattismo. Mi domando se abbia senso persistere nella
produzione di testi che poi sono amalgamati e diluiti nel grande mare
del copia-e-incolla, popolato da una quantità soverchiante di
prodotto immediatamente fruibile ma che è qualitativamente molto più
basso di quello che tenti di produrre. Mi soffermo a valutare se non
sia più saggio chiudere con questa esperienza, per – forse –
aprirne una dove mi senta anche incentivato a lavorare nella
divulgazione scientifica con la consapevolezza che il merito e la
qualità siano comunque dei criteri di selezione, che siano, detto
brutalmente, pagati e appagati. Mi chiedo se e quanto sia giusto che
io pretenda un qualche ritorno per il mio lavoro di scrittura, e se
questo ritorno sia un prezzo che il lettore di qualità è disposto a
pagare.
Temo in risposte negative a tutte le
domande.
Se membri della popolazione 3 hanno opinioni interessanti da pubblicare, sono benvenuti.