(Rough) Translator

02 dicembre 2015

"Maroccanoraptor"

Non è mia abitudine parlare di esemplari non descritti ufficialmente, non depositati in collezioni museali pubbliche, né di riferirmi a taxa non istituiti formalmente. La tassonomia è una scienza che segue una serie di regole formali anche per evitare la proliferazione anarchica di termini privi di validità. Online, può capitare di imbattersi in taxa privi di validità, tecnicamente dei nomina nuda che non sono scientificamente validi poiché non sono stati istituiti nel modo corretto ed universalmente riconosciuto.

Ad esempio, in un sito in lingua polacca sono mostrate le foto di alcuni fossili provenienti dal Cretacico del Marocco (probabilmente, il Cenomaniano del Kem Kem) ai quali l'autore della pagina ha attribuito dei nomi ufficiosi, con tanto di etimologia e diagnosi. L'autore pare essere consapevole che la sua tassonomia è del tutto priva di valore, e difatti racchiude tutti i nuovi nomi eretti tra virgolette. Ciò mi pare contraddittorio: se si è consapevoli che non si sta istituendo delle specie valide, per quale motivo le si istituisce?
Un osso, in particolare, lo prendo come esempio di quanto sia dannoso sul piano tassonomico una pratica di questo genere.
L'osso in questione è un coracoide, al quale l'autore del sito attribuisce il nome di “Maroccanoraptor elbegiensis”, che, secondo l'autore sarebbe riferibile ad Unenlagiinae. L'idea di un unenlagiino nel Cenomaniano del Marocco sarebbe intrigante, dato che ad oggi non abbiamo paraviani mesozoici dal continente africano.

L'osso è allungato prossimodistalmente, con le estremità prossimale e distale espanse anteroposteriormente. La parte intermedia del coracoide è allungata, con i margini anteriore e posteriore sub-paralleli. Il forame del nervo sopracoracoideo è ben visibile sulla superficie laterale della regione prossimale. Il processo posterodistale ha una espansione anteriore.

Dato che questa forma allungata del coracoide è tipica dei paraviani rispetto agli altri dinosauri, e siccome l'autore ritiene che il fossile sia un dinosauro, ecco spiegata l'attribuzione ad un clade di Paraves, sebbene non sia ben chiaro come mai lo riferisca a Unenlagiinae (forse per motivi paleogeografici, dato che Unenlagiinae è il clade di paraviani non-aviali meglio noto nel Gondwana).

Peccato che questo osso non sia riferibile ad un dinosauro. Infatti, esso è molto più prosaicamente un coracoide di Crocodyliformes. Tutti i coccodrilli difatti sono caratterizzati dall'avere i coracoidi espansi prossimodistalmente, con una costrizione intermedia rispetto alle espansioni scapolare e sternale. Ovviamente, se si dimentica che il Kem Kem abbonda di coccodrilli, e non si conosce che il coracoide di quella forma è tipico dei coccodrilli, si può essere tentati di riferire quell'osso ad un dinosauro. Non biasimo l'autore di “Maroccanoraptor” per tale errore, dato che io stesso, sei anni fa, riferii una bizzarra vertebra caudale di un Crocodilyformes ad un ipotetico theropode che chiamai Kemkemia (sì, fu un errore di gioventù, poi corretto, ma dal quale ho imparato molte cose su come si deve ragionare coi fossili frammentari).
Il confronto tra “Maroccanoraptor” ed i coracoidi di Buitreraptor (un unenlagiino) e Simosuchus (un crocodyliforme) è più che sufficiente per mostrare le affinità tra il primo ed il terzo rispetto al secondo.

Questo esempio sia da monito per chi si lascia prendere troppo leggermente dalla tassonomia anarchica.

01 dicembre 2015

Nel Cenomaniano, nessuno può sentirti urlare

Il Tempo Profondo è sfuggente, e molti faticano a comprendere la sua logica.
Per mostrarvi quanto sia sfuggente, proviamo a riflettere su una della associazioni fossili più discusse in questo blog: i grandi theropodi del “Cretacico medio” del Nord Africa.
Quando diciamo che “Spinosaurus è esistito nel Cretacico” facciamo una affermazione sicuramente vera, ma altrettanto enormemente grossolana. E non pensate che raffinare l'affermazione dicendo “Spinosaurus è esistito nel Cenomaniano” aumenti di molto la risoluzione. La parola “Cenomaniano” significa contemporaneamente due concetti parzialmente connessi tra loro. Sul piano concreto, “Cenomaniano” è il nome di un insieme di strati di rocce sedimentarie distribuite in modo disomogeneo in tutto il mondo. Quelle rocce tendono ad avere caratteristiche simili, generalmente la presenza di una qualche particolare associazione di fossili, ed è tale tratto comune che sancisce la loro denominazione comune. Inoltre, ma ad un livello teorico, “Cenomaniano” è il nome dell'intervallo di tempo in cui riteniamo che, nel passato, si formarono quegli strati di rocce che chiamiamo “Cenomaniano”. Quindi, esiste sia il “Cenomaniano-strati” che il “Cenomaniano-tempi”. I due concetti sono ovviamente connessi, ma tale connessione non è del tutto automatica. Per molti, “il Cenomaniano” è probabilmente (ed esclusivamente) il secondo dei due concetti (l'intervallo di tempo nel passato), nonostante che, dei due, solo il primo “esista”. Esistono le rocce, non i momenti del passato. Questi ultimi sono ipotizzati per giustificare in modo razionale e naturalistico l'esistenza delle rocce. Qualora voi siate dei creazionisti, non occorre ipotizzare lunghe estensioni di tempo passato per produrre stratificazioni a livello mondiale, vi basta l'onnipotenza divina. Ma né io, ne spero la maggioranza dei miei lettori, vuole ricorrere ad un dio dei gap per spiegare le rocce, e dobbiamo quindi ammettere milioni e milioni di anni di processi naturali che, letteralmente, sedimentano le enormi successioni di rocce alle quali diamo i vari nomi stratigrafici. Da qui nasce il “Tempo Profondo”.
Tornando al Cenomaniano, noi sappiamo che (o meglio, abbiamo concluso che) i fossili chiamati “Spinosaurus” siano localizzati all'interno di successioni rocciose che, sulla base di vari argomenti testabili scientificamente, sono parte del “Cenomaniano”. Sulla base di altri argomenti, più o meno diretti, abbiamo concluso che l'intervallo di tempo del passato chiamato “Cenomaniano” si colloca approssimativamente tra circa 100 e 94 milioni di anni fa. Le due affermazioni sono slegate, non sono frutto di un medesimo studio o metodo di indagine, ma siccome riteniamo che il “Cenomaniano” (inteso come intervallo cronologico) rappresenta il momento del passato in cui si accumularono i sedimenti che formano ciò che oggi sono gli strati chiamati “Cenomaniano”, dobbiamo concludere che l'entità tassonomica che chiamiamo Spinosaurus sia collocabile cronologicamente da qualche parte tra 100 e 94 milioni di anni fa.
Notate che questo complesso ragionamento è ben più sfuggente ed articolato della frase “Spinosaurus è esistito nel Cenomaniano”.
La sfuggevolezza diventa quasi nebulosità quando ci fermiamo a riflettere su cosa “sia” Spinosaurus. Non parlo qui della ricostruzione anatomica dell'animale che tanto sta appassionando le discussioni theropodologiche, parlo del “taxon Spinosaurus”. Né più né meno che il Cenomaniano, anche Spinosaurus è riferibile a due concetti. Il primo è il nome dell'esemplare descritto da Stromer nel 1915. Quell'esemplare, per definizione, è Spinosaurus. Siccome quell'esemplare è ritenuto essere parte di una popolazione di esseri viventi esistita nel passato (per un intervallo di tempo e su un'areale entrambi ignoti), noi applichiamo il concetto di popolazione così come lo abbiamo dedotto dallo studio degli animali viventi per dedurre che, nel passato, è esistita una specie di animale vertebrato gnatostoma rettile dinosauro theropode al quale diamo il nome di Spinosaurus aegyptiacus, specie della quale noi conosciamo almeno un esemplare, per l'appunto l'esemplare di Stromer (1915). Questo è il secondo concetto al quale associare la parola Spinosaurus, ovvero l'ipotetica specie esistita nel passato. Notare bene che la validità della prima accezione di Spinosaurus è solo in parte legata alla validità della seconda. La presenza di un esemplare chiamato Spinosaurus non ci da alcuna informazione sulla durata ed estensione della specie chiamata Spinosaurus aegyptiacus. Tale durata dipende da quanto raffinata o grossolana è la nostra attribuzione di altri fossili al medesimo taxon, e quanto raffinata o grossolana è la datazione di ciascuno di quegli esemplari.
Partiamo dall'unico esemplare al quale con totale certezza possiamo dare il nome di Spinosaurus. Noi collochiamo l'esemplare di Stromer in livelli cenomaniani, quindi concludiamo che Spinosaurus è un fossile rinvenuto in rocce cenomaniane, quindi a sua volta deduciamo che la specie Spinosaurus aegyptiacus è esistita (almeno) nel intervallo di tempo chiamato “Cenomaniano”. Ma siccome noi abbiamo solo una grossolana ed imprecisa misura della posizione stratigrafica dell'esemplare di Stromer dentro i livelli cenomaniani, noi possiamo solo dire che quell'esemplare è vissuto in qualche momento del Cenomaniano. E siccome la durata ed estensione della specie Spinosaurus aegyptiacus alla quale riferiamo quell'individuo è del tutto ignota, noi possiamo solo affermare che la specie è esistita per un qualche intervallo di tempo che, in base alla posizione stratigrafica dell'esemplare di Stromer, è da collocare (almeno) nel Cenomaniano.

Non so se riuscite a cogliere quanto sia sfuggente e nebulosa questa conclusione. Eppure, per quanto nebulosa sia, essa è la più solida affermazione che possiamo fare (almeno finora) sull'età di Spinosaurus.

Ora, ripetete questa medesima argomentazione nebulosa per tutti gli altri dinosauri rinvenuti nel Cenomaniano del Marocco sud orientale.

Carcharodontosaurus saharicus è collocabile in un qualche intervallo nel Cenomaniano.
Deltadromeus agilis è collocabile in un qualche intervallo nel Cenomaniano.
Sauroniops pachytholus è collocabile in un qualche intervallo nel Cenomaniano.
Rebbachisaurus garasbae è collocabile in un qualche intervallo nel Cenomaniano.

Anche se tutti provengono approssimativamente dalla medesima località fossilifera, data l'impossibilità di rinvenire esemplari associati, data l'enorme grossolanità della stratigrafia del Cenomaniano continentale marocchino, e data l'impossibilità di stabilire l'estensione cronologica delle specie, non esiste alcuna prova diretta che queste specie siano vissute assieme.

Difatti, il Cenomaniano dura 6 milioni di anni. Tutto ciò che sappiamo è che queste 5 specie sono vissute nel Cenomaniano. Punto. Non è possibile ad oggi provare che siano vissute assieme, dato che non abbiamo alcun indizio sulla loro durata nel tempo né sulla loro coesistenza nel medesimo tempo, nonostante che, generalmente, si assuma che esse siano convissute.

Proviamo, anche solo per gioco, a fare una stima della probabilità di avere queste 5 specie coesistenti, conoscendo solo che sono tutte rinvenute nel Cenomaniano. Per semplificare la stima, assumiamo che la durata media di una specie di dinosauro mesozoico sia di mezzo milione di anni. Questo valore, puramente arbitrario, è comunque ragionevole in base a quanto sappiamo dalle faune a dinosauri dal Campaniano del Canada occidentale, per le quali esiste una discreta risoluzione stratigrafica. Quindi, una specie che dura mezzo milione di anni persiste per solo 1/12 del Cenomaniano (mezzo milione / sei milioni di anni). Pertanto, la probabilità di avere due delle specie sopra citate coesistenti nel medesimo intervallo di tempo è il quadrato di 1/12, ovvero lo 0,69% di probabilità. La probabilità di avere tutte e cinque le specie coesistenti è quindi 1/12 elevato alla quinta, ovvero lo 0,0004%, un valore praticamente nullo. Quindi, fintanto che non si rinvengono prove dirette di associazione tra individui di due o più di queste specie, l'ipotesi più prudente da seguire è che queste specie non siano contemporanee, né che siano vissute assieme.

Nota bene. Questo non implica che le linee evolutive dei vari gruppi di appartenenza delle specie citate non possano essere state coesistenti, tuttavia, anche se siamo sicuri che Spinosauridae, Carcharodontosauridae, Rebbachisauridae e Abelisauridae esistevano ben prima del Cenomaniano, ciò non è una prova automatica che qualche specie di questi gruppi convissero nel medesimo ambiente durante il Cenomaniano del Nord Africa.

Questo esempio mostra quanto le nostre rappresentazioni “sceniche”, per quanto plausibili, sono sovente puramente ipotetiche. Il solo fatto di avere qualche esemplare fossile rinvenuto in livelli rocciosi attribuiti alla “stessa età” (in questo caso, l'età Cenomaniana) non implica automaticamente che le specie rappresentate da tali esemplari vissero “contemporaneamente”.
Solo l'associazione diretta di esemplari inequivocabilmente depositati dal medesimo agente fisico (ad esempio, i due dinosauri combattenti mongolici, chiaramente associati) costituisce una prova di “coesistenza” nel passato geologico. Dato che un medesimo pacchetto di strati può essere il risultato di centinaia di migliaia o milioni di anni di sedimentazione, il mero rinvenimento di ossa di animali distinti in un medesimo livello di rocce non costituisce una prova automatica che nel passato le specie di appartenenza di quei taxa vissero nel medesimo momento.

Questo è il Tempo Profondo. Al pari dell'interno dell'atomo, esso è fondamentalmente un enorme vuoto occasionalmente punteggiato dalla materia, la cui “consistenza” è più un'illusione prospettica data dalla scala con cui ci rapportiamo al fenomeno.

29 novembre 2015

DINO e la Restaurazione Paleoartistica

Con il termine di “Rivoluzione Piumata” intendo la radicale revisione della nostra immagine dei dinosauri avvenuta con la scoperta del piumaggio in un numero crescente di dinosauri (non-avialiani) mesozoici. Non esagero se sostengo che la Rivoluzione Piumata sia la più grande discontinuità nella storia della popolarizzazione dei dinosauri. Nemmeno il Rinascimento Dinosauriano degli anni '70 (popolarizzato nel decennio successivo e base concettuale di Jurassic Park) ha prodotto una così radicale trasformazione nel modo con cui – letteralmente – vediamo i dinosauri.
Come tutte le grandi rivoluzioni, anche quella Piumata ha generato una forte opposizione, da parte di chi, vuoi per ignoranza, vuoi per inerzia o chiusura mentale, vuoi per mero opportunismo, è ostile o fortemente refrattario nei confronti di questa (spesso inaspettata e insospettata) immagine dei dinosauri.
Questa “restaurazione contro-piumata” ha varie forme e diversi gradi di intensità.
C'è che accetta tranquillamente i piccoli maniraptori morfologicamente simili a uccelli terricoli come piumati ma non accetta i grandi theropodi piumati, né tanto meno altri dinosauri. Per queste persone, apparentemente, Yutyrannus non esiste...
C'è chi accetta i theropodi piumati, inclusi quelli di grandi dimensioni, ma nega i non-theropodi piumati. La bizzarra logica dietro questo modo di vedere i dinosauri parrebbe vincolare la presenza del piumaggio all'appartenenza a Theropoda. Si tratta, in pratica, del medesimo ragionamento con cui fino al 1996 si negava il piumaggio nei non-uccelli: si vincolava il piumaggio ad un clade specifico, ritenuto “il portatore del piumaggio”, negando automaticamente che altri gruppi potessero essere piumati, nonostante che non ci fossero prove contro le piume in questi ultimi. In realtà, un attributo morfologico (come il piumaggio) non può essere attribuito (o negato) a priori ad una specie solo perché essa appartiene (o non appartiene) ad un qualche gruppo ritenuto speciale. Per queste persone, apparentemente, Tianyulong e Kulindadromeus non esistono...
E poi ci sono quelli che, semplicemente, non sanno di vivere nel 2015, o meglio, continuano a pensare i dinosauri come ce li mostravano i libri per bambini del 1985.

Il cinema ha uno straordinario potere di diffusione di un'iconografica. Un'immagine vale più di mille parole, ed un'immagine in movimento vale più di centomila parole. Non stupisce quindi che ciò che viene veicolato dal cinema possa avere una presa ed un impatto sul pubblico generico ben più forte di una dozzina di noiose lastre mesozoiche con tracce carboniose. Quello che però mi stupisce e in parte rattrista è constatare che il grande cinema pare essere molto restio ad accogliere la straordinaria bellezza dei dinosauri che ci sta fornendo la Rivoluzione Piumata. Piuttosto, il grande cinema appare essere il principale caposaldo della Restaurazione, continuando a proporre una immagine obsoleta dei dinosauri, del tutto falsificata dalla Rivoluzione Piumata.
Film come Jurassic World, ma anche il recente film Pixar con protagonisti dei (così chiamati) dinosauri, sono palesi espressioni della Restaurazione. A parte le tecnice digitali, i dinosauri in quei film avrebbero potuto tranquillamente essere creati negli anni '80.
Invocare la libertà creativa quale giustificazione dell'immagine trasmessa dai film è contradditorio e ingenuo. Si dice: il cinema non deve essere costretto ad essere scientificamente corretto, e può mostrarci i dinosauri nel modo più libero possibile. Non regge come argomentazione, per due motivi: 1) i dinosauri non sono creature di fantasia, e se si vuole mostrare “un dinosauro” si deve mostrare ciò che sappiamo essere un dinosauro. Altrimenti, è una creatura fantastica, un mostro, e non può essere chiamato "dinosauro". Ma sopratutto, 2) quella che ci propone il cinema non è una rappresentazione totalmente di fantasia, bensì un'iconografia espressamente aderente alla vecchia concezione dei dinosauri (per niente aderente a ciò che oggi sappiamo essere l'aspetto dei dinosauri). Dove sarebbe la “libertà creativa” nel mostrare nel 2015 un dinosauro del 1985? Dato che la libertà creativa implica una totale anarchia e fantasia, una piena indipendenza dal fattuale, una completa dissociazione da vincoli di canone e norma, come mai i dinosauri dei film sopra citati restano invece pervicacemente ancorati alla vecchia immagine di 30 anni fa? Ripeto, dove sta la libertà creativa nel restare ottusamente fermi all'iconografia del 1985? Per questo, penso che la “scusa” della libertà creativa che certi commentatori di questo blog sono soliti sollevare sia del tutto infondata. Non è la libertà creativa che spinge i creatori di film a negare il piumaggio, bensì la miope e ottusa aderenza ad un canone retrò. Ovvero, tutto il contrario della libertà: è il conservativismo.

E tale conservativismo può solo avere due cause. Una è l'ignoranza: il non sapere che oggi i dinosauri hanno ben altro aspetto. Tale causa si risolve con la conoscenza e la divulgazione. La seconda, purtroppo, è invece l'ostilità verso la nuova immagine piumata. Questa seconda causa è ciò che, più propriamente, fonda la Restaurazione che osserviamo.

Per chiudere, proporrei un termine per riferirci, da oggi in poi, a tutti quei “dinosauri” che vediamo nei film ma che non sono aggiornati alla conoscenza scientifica degli ultimissimi anni. In analogia col termine creato per il “Godzilla” del film del 1997, propongo di chiamare questi “dinosauri” che non sono affatto dinosauri con il termine DINO: Dinosaur In Name Only.
Dinosauri solo di nome. Non di fatto.

26 novembre 2015

Spinosaurus Geometricus


Una delle parti più controverse delle varie ricostruzioni di Spinosaurus è la posizione delle spine neurali allungate illustrate da Stromer (1915). Tutti concordano che queste spine neurali siano collocate nella parte post-cervicale della serie, ma non tutti concordano se queste siano limitate alle vertebre dorsali, se includano le vertebre sacrali ed eventualmente anche le prime vertebre caudali. Nella recente ricostruzione di Ibrahim et al. (2014) le spine neurali allungate di Stromer (1915) sono posizionate nella regione toracica, seguendo la ricostruzione originaria di Stromer. In base a questa ricostruzione, il punto più elevato delle spine neurali sarebbe nella parte intermedia-posteriore della regione presacrale. Le spine neurali post-cervicali della serie olotipica di Stromer (1915) sono nominate “c”, “d”, “e”, “f”, “g”, “h” ed “i”. 
Le prime tre sono inclinate anteriormente, rispettivamente di circa 65°, 67° e 68° (misura dell'angolo formato dal punto medio dell'apice con la fossa infradiapofiseale in vista laterale). Queste spine aumentano in altezza progressiva. Tale progressione è molto precisa, al punto che se i tre archi neurali sono allineati ed articolati, descrivono una serie di triangoli sovrapposti aventi un apice in comune e i lati opposti a quel vertice paralleli tra loro. 
 
Questa elegante geometria mi induce spontaneamente una domanda: e se questa geometria fosse la chiave per collocare le altre spine neurali? Ovvero, se le prime tre vertebre dorsali seguono questa geometria, in cui altezza ed inclinazione delle spine è regolare, potrebbe questa medesima geometria predire la posizione delle altre spine, conoscendone altezza e/o inclinazione?
Anche solo per curiosità, proviamo ad applicare questa ipotesi.
L'inclinazione delle prime tre spine è descritta approssimativamente dalla seguente formula:

I = 1.5 X + 65

I è l'inclinazione della spina, X è la posizione della vertebra relativamente alla prima dorsale.
Risolvendo questa formula rispetto all'inclinazione, abbiamo:

X = (I-65)/1.5

Questa seconda formula predice la posizione della vertebra rispetto alla prima dorsale, conoscendo l'inclinazione.
Applicando la formula per le altre quattro vertebre di Stromer (1915) abbiamo che:

La vertebra “f” ha la spina neurale inclinata di circa 82°, quindi risulta distante 11 posizioni dalla prima dorsale, quindi è l'undicesima dorsale.
La vertebra “g” ha la spina neurale inclinata di circa 80°, quindi risulta distante 10 posizioni dalla prima dorsale, quindi è la decima dorsale.
(Queste due vertebre hanno inclinazioni molto simili e potrebbero eventualmente scambiarsi di posizione senza alterare il risultato).
La vertebra “h” ha la spina neurale inclinata di circa 77°, quindi risulta distante 8 posizioni dalla prima dorsale, quindi è l'ottava dorsale.
La vertebra “i” ha la spina neurale inclinata di circa 96°, quindi risulta distante 20 posizioni dalla prima dorsale, quindi è la prima caudale.

Graficamente, risulta così:



Un risultato molto interessante è che se imponiamo alla formula di predire in quale posizione è collocata la vertebra avente la spina neurale perfettamente verticale (ovvero, con un angolo di 90°) otteniamo la terza sacrale, ovvero esattamente il centro del sacro e del bacino, che è il punto di massimo scarico della forza peso. Questo risultato avvalorerebbe l'idea che l'inclinazione delle spine sia legata a motivi biomeccanici (in particolare, la direzione delle principali forze muscolari deputate al mantenimento della postura bipede).

24 novembre 2015

Cosa è Lepidocheirosaurus?

Alifanov e Saveliev (2015) descrivono i resti frammentari di un dinosauro di taglia medio-piccola dal Giurassico Superiore di Kulinda (Siberia orientale), la medesima località da cui proviene il neornithischio basale “squamato-piumato” Kulindadromeus. I resti descritti includono la parte terminale di un arto (metapodiali e falangi), che gli autori interpretano come resti di una mano, ed alcune vertebre caudali. In entrambi i resti, sono presenti tracce della scutellatura e squamatura della pelle. Alifanov e Saveliev (2015) riferiscono questi resti ad un nuovo theropode, Lepidocheirosaurus natalitis (letteralmente “il rettile nuotatore con la mano squamata”) che collocano in Ornithomimosauria come sister-group di Nqwebasaurus (ricordo che questo genere si pronuncia schioccando la lingua prima di dire “basaurus”, senza dire “Nqwe”) nella nuova famiglia Nqwebasauridae.
L'ipotesi di un ornithomimosauro basale dal Giurassico Superiore russo, con squamature sulla coda e sulle mani, è molto intrigante. Putroppo, chiunque con un minimo di competenza in dinosauri noterà subito che questa ipotesi è molto probabilmente errata.
Questo post nasce da una conversazione online avvenuta oggi tra me, Pascal Godefroit (che in quanto autore dello studio su Kulindadromeus conosce molto bene i fossili da Kulinda), Mickey Mortimer, Jaime Headden e Thomas Holtz. Tutti concordiamo che:

– La “mano” di Lepidocheirosaurus non mostra caratteristiche tipiche di una mano di theropode.
Secondo l'interpretazione di Alifanov e Saveliev (2015), nel fossile è presente la parte distale del primo metacarpale, la prima falange del primo dito e la parte prossimale del primo ungueale (nell'immagine sotto, li ho colorati in verde); la parte distale del secondo metacarpale, parte della prima falange ed un frammento della seconda falange del secondo dito (li ho colorati in blu); la parte distale del terzo metacarpale, la prima falange, parte della seconda, l'intera terza falange ed il terzo ungueale (li ho colorati in rosa). Il primo metacarpale non mostra la marcata asimmetria tra i condili distali. Questo è bizzarro per un parente prossimo di Nqwebasaurus, dato che in quel taxon la faccetta distale del primo metacarpale è molto asimmetrica. La prima falange del primo dito pare essere subeguale in lunghezza al primo metacarpale, carattere molto raro in Theropoda, dove quella falange è generalmente ben più lunga del primo metacarpale. Nel terzo dito, la penultima falange è subeguale alla prima, carattere inusuale nei theropodi dove, a parte alcune eccezioni, la penultima falange è ben più lunga della prima.
A questo punto, potremmo ipotizzare che Lepidocheirosaurus sia un bizzarro theropode con una mano inusuale avente proporzioni peculiari. Questa ipotesi di per sé non è impossibile, ma fa nascere un sospetto: come è sempre bene ricordare, quando un fossile frammentario mostra una combinazione bizzarra di caratteri ciò può indicare che stiamo interpretando in modo errato un fossile “normale” che appare inusuale per via della sua frammentarietà. In altri termini, se questa mano fosse completa ed associata ad un braccio, non avrei problemi ad ammettere che sia effettivamente bizzarra. Ma essendo incompleta e non associabile ad un braccio, viene il sospetto che quella che stiamo osservando non sia una mano, bensì un piede. Infatti, se rivalutiamo tutte le ossa come falangi di un piede (piuttosto che metacarpali frammentari e falangi di una mano, e quindi come il secondo, terzo e quarto dito del piede), abbiamo proporzioni abbastanza “normali” per un piede di un dinosauro bipede funzionalmente tridattilo (theropode oppure ornithischio). Quindi, è una mano aberrante oppure un piede?
Il mio istinto mi dice che è probabilmente un piede “classico” di dinosauro bipede (forse theropode ma più plausibilmente un ornithischio) che è stato interpretato erroneamente come una mano “aberrante”.
A): I resti dell'arto di Lepidocheirosaurus. B): ricostruito come una mano. C): piede di Heterodontosaurus con indicate le parti corrispondenti in Lepidocheirosaurus.

– Le vertebre caudali di Lepidocheirosaurus hanno un comparabile sviluppo delle pre- e post-zigapofisi (frecce verdi). Questo carattere è inusuale per un theropode (in particolare, coelurosauro), nel quale le prezigapofisi sono sempre ben più sviluppate delle postzigapofisi (frecce azzurre nel disegno). Difatti, la morfologia in Lepidocheirosaurus è molto più simile a quello che osserviamo negli ornithischi basali, come Heterodontosaurus (frecce rosse).

Vertebre caudali di theropodi (frecce blu), Lepidocheirosaurus (freccie verdi) e Heterodontosaurus (frecce rosse).


Pertanto, ci troviamo di fronte a due alternative:

  • Lepidocheirosaurus è un bizzarro coelurosauro con mani dalle proporzioni inusuali e con vertebre caudali che ricordano un ornithischio basale, e con sia le mani che la coda ricoperte da ampie squame.
  • Lepidocheirosaurus non è un theropode, bensì un ornithischio basale. La “mano” è in realtà un piede, e le caudali sono tipiche caudali da ornithischio. Siccome la diagnosi di Lepidocheirosaurus è basata sulle caratteristiche inusuali della mano, se questa ultima non è altro che un piede, la diagnosi di questo taxon perde di validità (e con essa, lo stesso Lepidocheirosaurus).

La seconda ipotesi è più plausibile perché non richiede di ipotizzare l'esistenza di un bizzarro theropode con mani e coda squamata e vertebre caudali da ornithischio, bensì un ornithischio basale bipede con mani e coda squamate. Infatti, dato che nel sito di Kulinda abbiamo già (e documentato da numerosi esemplari) un ornithischio basale con squamatue della mano e della coda (Kulindadromeus) la seconda ipotesi è perfettamente coerente con quanto già conosciamo dal record fossile, e si risolve semplicemente riferendo Lepidocheirosaurus a Kulindadromeus.

Conclusione: Lepidocheirosaurus non esiste, e le ossa riferite a questo taxon sono resti di Kulindadromeus.

Bibliografia:
Alifanov VR, Saveliev SV. 2015. The Most Ancient Ornithomomisaur (Theropoda, Dinosauria) with Cover Imprints from the Upper Cretaceous of Russia. Paleontological Journal 49: 636-650.