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18 settembre 2023

L'eredità di Jurassic Park




In questi giorni, è il trentennale della uscita nella sale cinematografiche italiane del film “Jurassic Park”. Io sono sufficientemente vecchio per ricordare come era il mondo della paleontologia prima di Jurassic Park, poiché nel 1993 ero un adolescente appassionato di fossili e scienza, quindi il target predestinato per la “dinomania” commerciale di quegli anni. Inoltre, da metà del tempo trascorso da allora sono anche gestore di un blog che spesso ha parlato di Jurassic Park e del suo impatto mediatico, in particolare nel plasmare (o trasfigurare) concezioni paleontologiche a livello popolare.

So che molti “addetti ai lavori” nel mondo dinosaurologico hanno espresso commenti, rievocato esperienze personali, e formulato bilanci sull'eredità di Jurassic Park. In questo post, io non mi accodo al (rispettabilissimo) filone agiografico e intimista dentro cui la maggioranza delle testimonianze ha dipinto Jurassic Park come un momento di epifania personale. L'eredità di un prodotto culturale non si misura dalle singole esperienze personali (sovente sovraccariche di retorica emotiva), ma analizzando lucidamente (e distaccatamente) le ricadute a larga scala di un successo cinematografico planetario (sì, c'è anche il romanzo, ma il grosso delle ricadute mediatiche popolari è stato prodotto dal film) su una intera generazione nata e cresciuta dopo il film.

Che ci piaccia o no, Jurassic Park ha influenzato un'intera generazione. L'impatto del film non si limita alla piccola cerchia di appassionati e paleontologi, perché se così fosse non avrebbe senso rievocare tale evento mediatico 30 anni dopo. Quando dico “influenzare” intendo che per la grande maggioranza nata e cresciuta dopo il 1993, è praticamente impossibile pensare ai dinosauri “fuori” dal mondo di Jurassic Park. Sì, sono sicuro che tu che stai leggendo sei un vero appassionato di dinosauri e che penserai che questa frase non si applica a te. Tu hai sicuramente letto e studiato tanti libri di paleontologia, e forse sei persino un giovane paleontologo professionista. Ma ti sbagli a pensare che Jurassic Park non influenzi anche te. Ma prima di arrivare a te, ti ricordo che in questo contesto tu non sei “la persona media” bensì un caso eccezionale (ma che conferma la regola) che non fa testo per dedurre una tendenza generale. Nella grandissima maggioranza dei casi, quando una persona a caso è invitata a parlare di o pensare ai dinosauri, i suoi pensieri e parole sono invariabilmente filtrati ed elaborati alla luce della iconografia cinematografica spielberghiana. E da là non escono.

Oggi, è quasi impossibile pensare ai dinosauri fuori dalla logica di Jurassic Park. E persino quando si riesce a farlo, ciò avviene comunque come reazione, risposta, rigetto o riflusso dal “jurassic-park-pensiero”. Questo post ne è un esempio. Da questa prospettiva, Jurassic Park è una gigantesca gabbia concettuale, una isola per la mente, un vero parco virtuale recintato non con l'elettricità ma con potentissime icone alle quali tutti siamo assoggettati. Jurassic Park ha prodotto una iconografia che, per quanto del tutto particolare, soggettiva e ampiamente discutibile, è divenuta “oggettiva” e quindi “vera”, persino “sacra”.

La prova è data delle innumerevoli situazioni in cui mi sono trovato nelle quali ho dovuto spiegare al mio interlocutore perché “no, i dinosauri non erano come quelli di Jurassic Park” e le altrettanto numerose volte in cui la reazione dell'interlocutore a questa rivelazione è stata di costernazione, delusione, sconcerto, ostilità, fino al fanatico rifiuto. Jurassic Park ha incasellato l'immaginario paleontologico di milioni di persone, le quali non sanno nemmeno di essere ingabbiate dentro quella isola mentale. I “dinomaniaci” oggetto di tanti miei post non sono quindi dei casi patologici marginali, bensì solo la forma più estrema di un fenomeno generazionale di ampia scala, che coinvolge praticamente tutti dal 1993 ad oggi.

Prendete uno spot pubblicitario su un prodotto non legato alla paleontologia: se nello spot è incluso un dinosauro, nella maggioranza dei casi esso è ricalcato più o meno ottusamente sulla iconografia di Jurassic Park. I dinosauri “in vivo”, in quanto iconografia delle specie estinte, sono irrimediabilmente quelli di Jurassic Park, e non importa se noi quattro addetti ai lavori e voi otto appassionati conosciamo a menadito la enorme quantità di evidenze e informazioni accumulate negli ultimi 30 anni e siamo consapevoli di come queste abbiano sostanzialmente falsificato gran parte dei dettagli inclusi nelle icone di Jurassic Park: queste ultime vincono perché sono ormai profondamente innestate nella mente della collettività. E tale processo di innesto radicato è anche esso un prodotto di Jurassic Park.

Come si sono imposti i dinosauri di Spielberg (ed il film)? Mostrandosi per la prima volta al mondo come iconografia iper-realistica mediata dalle (allora nuovissime e in parte sconosciute) tecniche di grafica computerizzata: in quel modo, i dinosauri di Jurassic Park hanno sbaragliato ogni oppositore, e demolito qualsiasi altra alternativa iconografica. I dinosauri del film, “più veri del vero”, hanno sbancato ai botteghini proprio perché la loro iper-realistica rappresentazione ha facilmente superato qualunque filtro e opposizione razionale dello spettatore. Più realistici di qualunque precedente rappresentazione, quindi “reali”, quindi, veri. Imponendosi senza più opposizione, le icone del film sono divenute “La” Iconografia dei dinosauri, l'unica possibile, la sola pensabile, quindi QUELLA VERA.

Questo processo di radicamento di una sola iconografia ha progressivamente eroso ogni opposizione critica, ha annacquato e sminuito qualsivoglia richiamo alla natura virtuale e soggettiva delle rappresentazioni del film, ed ha reso difficile uscire dalla gabbia iconografica auto-alimentata dal Franchise.

Se lo spettatore medio assume senza troppa critica che una icona iper-realistica è “quella ufficiale”, e ciò viene reiterato e moltiplicato dai sequel e da tutti i prodotti più o meno accodati alla iconografia del film, alla fine non esisterà nemmeno il concetto di “alternativa” a tale iconografia. Ciò spiega lo sconcerto e l'ostilità dello spettatore medio quando gli viene rivelato che le ricostruzioni di Jurassic Park non sono solo obsolete, ma erano soggettive e arbitrarie anche nel 1993.

Ricordo quando, a cavallo dell'anno 2000, furono scoperte le piume nei dromaeosauridi, scoperta che di fatto falsifica l'iconografia del celebre raptor di Jurassic Park. Oggi a noi ciò farebbe ridere, ma 15 anni fa non erano pochi i lettori del mio blog che ostinatamente volevano auto-convincersi che la scoperta di “raptor piumati” non implicasse che quelli “squamati” siano da abbandonare. E questa inerzia nell'accettare i fatti scientifici documentati si spiega solo con la difficoltà di scardinare l'iconografia di Jurassic Park dalla mente di chi è “cresciuto” con tale impostazione. Come può una immagine “più vera che vera” essere falsa? Perché dovrei abbandonare qualcosa di così realistico e vivo solo perché qualche stupido paleontologo dice che un fossile mostra qualcosa di diverso? Sì, a ripensare a questi episodi di oltre un decennio fa, si sorride bonariamente. Ma forse quel comportamento di rifiuto delle evidenze scientifiche non è lo stesso tipo di reazione emotiva che guida in questi giorni i vari sostenitori del “T-rex senza labbra”, palese figlio di Jurassic Park? Non sto qui affrontando il dibattito sulle labbra sul piano tecnico, ma analizzo la reazione di chi, senza essere un anatomista comparato, pare comunque sentirsi legittimato a criticare delle ricerche tecniche al fine di “salvaguardare” una certa iconografia, guarda caso proprio quella di Jurassic Park. Dopo tutto, le labbra in Tyrannosaurus erano una iconografia scientificamente fondata esistente ben prima del 1993, e la rimozione delle labbra avvenuta nella ricostruzione di questo dinosauro è proprio parte della iconografia ufficiale di Jurassic Park: possibile che l'ostilità ad ammettere un “ripristino” delle labbra in questi dinosauri carnivori sia proprio legata alla difficoltà ad abbandonare l'iconografia spielberghiana?

Forse, tu che stai leggendo pensi di non rientrare tra i casi a cui ho fatto riferimento in questa analisi, perché, in fondo, tu non sei lo “spettatore medio”, non sei un passivo fruitore di icone, perché conosci la letteratura paleontologica e forse sei persino un paleontologo che fa ricerca. Non illuderti: anche tu sei ingabbiato dentro Jurassic Park!

Ti faccio una domanda a risposta secca, immediata, a cui rispondere in modo istintivo: come ti immagini un documentario sui dinosauri? Se la prima cosa che hai immaginato nella tua testa è stato qualcosa come “Prehistoric Planet” oppure “Walking with Dinosaurs”, allora sei anche tu un felice e mansueto suddito di Isla Nublar. Se la prima immagine che il tuo cervello ha prodotto alla parola “documentario” equivale ad una scena in grafica computerizzata in cui dinosauri iper-realistici interagiscono in modo (apparentemente) etologico in un contesto naturale, allora significa che nella tua testa la parola “documentario” è un sinonimo di “filmato alla Jurassic Park”. E ciò avviene solo perché Jurassic Park ha plagiato anche il tuo modo di concepire un qualunque sistema di divulgazione della paleontologia dei dinosauri.

Non si può fuggire da Jurassic Park.

Non sei ancora convinto?

Andiamo allora alla radice del problema. Domandiamoci quale sia lo scopo della paleontologia. Se la tua risposta è “ricostruire la vita e l'aspetto delle specie estinte”, stai sbagliando. Lo scopo della paleontologia è un altro, ed è interpretare la documentazione fossile. No, non sono due modi per dire la stessa cosa. C'è un baratro concettuale che li divide. Per quanto ti possa apparire assurdo, non sempre il lavoro del paleontologo ha come obiettivo quello di “ricostruire la vita del passato”. Nella maggioranza dei casi, il paleontologo cerca di capire perché un fossile esiste, e ciò spesso ha quasi nulla a che vedere con come fosse la vita dell'organismo da cui quel fossile ha tratto la propria forma biologica. Non sempre il paleontologo lavora per “riportare in vita i dinosauri” (anche solo concettualmente). Eppure, quello di “riportare in vita i dinosauri” è proprio il grande pregio di Jurassic Park. Il concetto stesso di Jurassic Park è che i dinosauri non sono estinti del tutto, ma che se si lavora sodo, i dinosauri possono tornare a vivere, anche solo come iconografie iper-realistiche. L'idea, oggi “mainstream”, di ricreare i dinosauri, anche solo virtualmente, è figlia di Jurassic Park. Prima del 1993, nessuno pensava seriamente che questo fosse un obiettivo intelligente di una persona adulta. Già il perder tempo a studiare rocce è considerato ridicolo dalla maggioranza delle persone serie, immaginatevi quello di “ridare vita” a queste rocce... Sì, so benissimo che anche prima del 1993 avevamo già i modelli anatomici, le ricostruzioni in vivo ed i paleoartisti, ma non avevano quel peso e quella rilevanza mediatica che hanno oggi. Oggi è praticamente impossibile immaginare di pubblicare una ricerca paleontologica senza corredarla di qualche “ricostruzione”. Il pubblico post-Jurassic Park la chiede, anzi, la pretende! Prima che qualche fanatico della paleoarte inizi a bestemmiare contro la mia iconoclastia (palesando la classica reazione emotiva da dinomaniaco), preciso che io qui non sto dando un giudizio morale di questo cambio di paradigma, non sto dicendo che “era meglio prima”, sto solo constatando che dopo Jurassic Park l'aspetto iconografico e “ricostruttivo” ha assunto un peso che prima non aveva. E che questo cambio di paradigma ha indebolito la paleontologia – intesa come scienza dei fossili – e rafforzato una diversa idea del paleontologo come “investigatore della vita del passato”.

Questo ultimo elemento è, però, preoccupante, perché va oltre la paleoarte e il Franchise, e ha ricadute proprio sulla ricerca paleontologica. Se nemmeno i paleontologi possono fuggire da Jurassic Park, chi potrà pensare ai dinosauri in modo “scientifico” senza essere plagiato da quel mondo, dalle sue icone, dal suo modus operandi? Quante ipotesi, scenari, modelli, approcci e interpretazioni vengono inconsciamente scartati o evitati perché in qualche modo entrano in conflitto con la paleonto-logica alla Jurassic Park? Faccio solo tre esempi. Quanti ancora non riescono a realizzare che i diversi modelli anatomico-dimensionali dei dinosauri implicano diversi sistemi biomeccanici ed etologici, e non un solo singolo ed uniforme modello ricalcato sui dinosauri del film? Quanti ancora si ostinano a pensare che i dromaeosauridi siano terribili macchine di morte, perché così li dipinge il film? Quanti ancora non riescono a immaginare modelli eco-etologici alternativi a quelli della mucca lobotomizzata quando si riferiscono ai dinosauri non-predatori?

Ritengo un ultimo il problema più impattante di Jurassic Park: se una intera generazione di paleontologi non riesce a immaginare la paleontologia dei dinosauri fuori dal mondo di Jurassic Park (non solo il mondo iconografico, ma anche quello metodologico), come possiamo essere oggettivi e distaccati analisti della documentazione fossile?

Con questa domanda irrisolta, ma che penso sia importante porsi, chiudo questa analisi.

Ci siamo tutti dentro. Che ci piaccia o no. Tutti in qualche modo siamo plagiati da Jurassic Park. Nato con l'obiettivo legittimo di fare un enorme successo al botteghino, il film di Spielberg ha demolito gran parte della concezione popolare dei dinosauri e ha imposto la propria personale e del tutto arbitraria iconografia del Mesozoico, in modi e con mezzi di tale potenza che, ancora oggi, spesso in modo non del tutto consapevole, noi dobbiamo fare i conti con tale successo. Ma, soprattutto, Jurassic Park ha eroso l'idea che la paleontologia sia una analisi scientifica della documentazione fossile, innestando in una intera generazione il feticcio che si possa “riportare in vita i dinosauri”.

No, non si può riportare in vita i dinosauri, e per quanto avvincente possa sembrare tale obiettivo se visto dal filtro del cinema, esso non è nemmeno lo scopo della paleontologia.

In quella illusione tanto falsa quanto ammaliante sta il bilancio finale sulla eredità di Jurassic Park.

14 settembre 2023

Considerazioni (poco) paleontologiche sull'alieno messicano

 

Screenshot dalla homepage del sito di uno dei principali quotidiani nazionali [la scritta in rosso è mia, ovviamente]


Sì, lo so, sono un paleontologo, quindi dovrei occuparmi di specie estinte, e non di UFO e alieni. E difatti, il post di oggi è dedicato proprio ad una specie estinta, una specie una volta diffusa su questo pianeta, e la cui scomparsa ha portato alla crisi globale in cui stiamo vivendo: il Giornalismo Serio.

C'era una volta il giornalista serio, anzi, il giornalista vero. Diciamo pure, il giornalista. Il mestiere del giornalista era di scoprire i fatti e raccontare la verità. Il giornalista vero, pilastro fondamentale dello stato di diritto in qualunque società liberale e democratica, inflessibile di fronte ai potenti, guidato solo dalla volontà di essere onesto e rigoroso di fronte ai suoi lettori.

Oggi, il giornalista serio, vero, senza aggettivi, è scomparso. Si è estinto. Al suo posto c'è il raccoglitore di like, il gretto cacciatore di sensazionalismo, il bastone da passeggio della demagogia. A questo nuovo mestierante della comunicazione, al quale fatico a dare il nome di "giornalista", non interessa la verità, non sta a cuore conoscere i fatti, né tanto meno gli importa di informare il lettore.

Un giornalista serio, di fronte alla palese buffonata che si è celebrata al Parlamento messicano, in cui è stato presentato un "alieno mummificato", avrebbe indagato per capire come sia possibile che in un parlamento nazionale ci sia spazio per una pagliacciata tanto ridicola. Invece no, il giornalista 2.0 ti sbatte la panzana in prima pagina, la correda di titolone acchiappa-like e la chiude con il virgolettato attribuito ad un "esperto" (esperto in cosa? in UFO?), un virgolettato talmente vago, banale e fuorviante da rasentare il patetico. Il giornalista vero si domanderebbe come sia possibile che una scoperta del genere - se fosse vera - sia pubblicizzata in una sede politica (il Parlamento del Messico) piuttosto che in una sede scientifica di primissimo livello, si chiederebbe (e ci imporrebbe di chiederci) come sia possibile che una tale scoperta - se fosse vera - non sia sulla copertina delle principali riviste scientifiche mondiali. 

Ma veramente, possiamo credere che la scoperta di una mummia aliena vera e genuina non sia stata contemporaneamente oggetto di un intero numero speciale delle riviste Nature e Science? Ma veramente, possiamo credere che una mummia di una specie intelligente extraterrestre non sia la scoperta scientifica del secolo, e quindi non sia presentata alla sede centrale dell'ONU in collaborazione con le maggiori università mondiali? Ma possiamo credere che, piuttosto, tale scoperta sia presentata da un perfetto sconosciuto che parla da un parlamento nazionale? Da quando un parlamento è divenuto la sede istituzionale per le scoperte scientifiche?

Inutile sottolineare che tutti gli zoologi del mondo si stanno divertendo a identificare le specie di mammifero messicane utilizzate per assemblare lo "scheletro" dell'alieno mostrato da alcune radiografie incluse nella "conferenza stampa". Inutile sottolineare che gli scienziati del Messico si stanno vergognando in tutte le sedi per il comportamento del loro parlamento che partecipa a questa pagliacciata (e noi siamo solidali con gli scienziati messicani, vittime di questa sceneggiata).

Inutile sottolineare che questa non è una "notizia" che meriterebbe una tale enfasi. Qui, di "notizia" c'è solo il fatto che un Parlamento nazionale sia stato coinvolto in una pagliacciata. Non ci sono UFO, né alieni, ma solo cialtroni e buffoni. In primo luogo, i giornalisti che non fanno il loro lavoro ma danno voce alla buffonata degna di siti internet di terzo livello.

01 settembre 2023

Billy e il Clonesauro: I Dinosauri Sono Animali da Zoo?

 

Scena da Jurassic Park (1993).

Da ormai 30 anni, l'idea di un parco-zoo popolato da dinosauri non-aviani vivi e vegeti è divenuta "mainstream", grazie ad un film talmente celebre che non occorre nemmeno menzionarne il titolo. Ed altrettanto "mainstream" è l'idea che un simile progetto sia una pazzia suicida destinata ad un tragico epilogo, con morti e distruzione. C'è persino un intero franchise dedicato a sviluppare questo concetto: un parco con dinosauri è una follia, perché i dinosauri sono impossibili da contenere in un parco, perché "LIFE FINDS A WAY (to destroy everything)". 

Chiamo questo concetto ormai popolarissimo con l'acronimo DANZA: "Dinosaurs Are Not Zoo Animals". Contrapposto a DANZA c'è il peccato originale di John Hammond, Henry Wu, Robert Muldoon e di tutti i loro emuli successivi di cui nessuno (a parte i fanboy) ricorda il nome: DAZA: "Dinosaurs are Zoo Animals".

Sappiamo tutti, dalla visione del film, che Ian Malcolm aveva sempre ragione e Hammond torto marcio: DANZA è un fatto oggettivo e inappellabile! Almeno se vivete dentro il mondo fittizio del film. Ma quale sarebbe l'esito di un simile parco, nella realtà? Ovviamente, dinosauri non-aviani e zooparchi sono due entità separate da 66 milioni di anni di storia planetaria, quindi all'atto pratico non disponiamo di una validazione oggettiva né di DANZA né di DAZA. Tuttavia, possiamo analizzare la faccenda in base a ciò che sappiamo degli zoo e dei dinosauri non-aviani, e provare a dare una risposta plausibile a questo importantissimo quesito su cui si regge un trentennio di narrativa dinomaniacale.

Partiamo dal romanzo/film "Jurassic Park". L'obiettivo degli autori del film/romanzo è sostenere DANZA, e ciò per ovvie ragioni narrative. "Jurassic Park" è una metafora del capitalismo scientifico, della manipolazione della Natura, dei rischi delle biotecnologie, e di tutta la sequela di messaggi pessimistici e antiscientifici che Crichton ha inserito in questa storia. Il parco DEVE fallire altrimenti il messaggio del romanzo non può essere esplicitato, e quindi lo stesso romanzo non avrebbe alcun senso di esistere. Sì, il romanzo è pretestuosamente costruito con l'obiettivo di far andare tutto alla malora, anche perché altrimenti non avrebbe senso mettere come voce dell'autore interna al romanzo proprio il cinico e sarcastico matematico della Teoria del Caos, Ian Malcolm. 

Eppure, ad essere sinceri, il parco non fallisce a causa dei dinosauri, non fallisce perché DANZA è una ineluttabile legge di Nature, ma fallisce a causa di banalissimi eventi legati ai rapporti umani tra alcuni dei protagonisti (in particolare, l'avidità di Hammond e la corruttibilità di Nedry). Sostituite l'odioso Hammond del romanzo con un miliardario più lungimirante e l'altrettanto odioso Nedry con un onesto lavoratore, e non ci sarebbe alcun incidente a Isla Nublar nell'Agosto del 1989 nei modi e con le conseguenze che leggiamo in quel romanzo...

Quindi, appurato che il parco fallisce per motivi umani e non a causa dei dinosauri, andiamo ad analizzare i vari espedienti nella organizzazione e gestione del parco che Crichton elabora proprio al fine di far fallire il parco.

I recinti elettrificati.

Il parco è circondato da una recinzione elettrificata in cui circola una corrente con una tensione di 10 mila volt, il cui scopo è impedire che i dinosauri evadano dalle loro aree di contenimento. Questo accorgimento del romanzo permette di far evadere gli animali semplicemente togliendo corrente alla recinzione. Ha senso usare una recinzione elettrificata (per giunta ad un voltaggio così alto) per impedire ai dinosauri di evadere? No, è solo un espediente spettacolare con cui si può far commettere il proprio crimine a Dennis Nedry semplicemente premendo un tasto del mouse. Per contenere i dinosauri basterebbe una qualunque recinzione non-elettrificata, come quelle che esistono in tutti gli zoo ed i parchi biologici al mondo. Non serve l'alta tensione per contenere un dinosauro, e ve lo spiego introducendo uno dei grafici fondamentali per capire i dinosauri, il rapporto AP, agilità-potenza.

Il rapporto AP mette in relazione l'agilità di un animale (ovvero, l'accelerazione che l'animale può raggiungere quando si muove) rispetto alla potenza che l'animale produce muovendosi. L'agilità è una funzione dell'efficienza muscolare, la quale è legata alla sezione trasversale della muscolatura coinvolta. In breve, negli animali, l'agilità tende a diminuire con l'aumento della massa, a causa di vincoli biomeccanici dovuti alla allometria del lavoro muscolare. La potenza è invece legata alla effettiva energia prodotta dai muscoli, combinata con la resistenza dello scheletro, che non deve rompersi se sottoposto a certe sollecitazioni meccaniche. In breve, la potenza muscolare aumenta con la massa dell'animale, ma anche in questo caso, essa non può andare oltre i limiti biomeccanici delle ossa.

Se confrontiamo agilità e potenza negli animali, vedremo che le specie con massa ridotta hanno maggiore agilità ma minore potenza delle specie di grande massa, e queste, viceversa, hanno minore agilità ma maggiore potenza. Gli animali con le migliori prestazioni meccaniche sono "a metà strada" nello spettro di dimensioni, poiché hanno "ancora" una discreta agilità (rispetto alle specie di grande massa) ma anche un accenno di potenza non indifferente.

Non vi serve una laurea in biomeccanica per sapere che un coniglio è più agile di un cavallo, che è più agile di una giraffa, che è più agile di un elefante, e che, allo stesso tempo, un elefante è più potente di una giraffa, che è più potente di un cavallo, che è più potente di un coniglio. Lo stesso discorso vale per i dinosauri.

Non potendo osservare i dinosauri mesozoici dal vivo, possiamo solo fare delle stime generali sulle prestazioni meccaniche delle varie specie, ma è ragionevole supporre che i dinosauri di dimensioni medio-grandi, con masse di alcune tonnellate, rientrino più nel range di prestazioni degli elefanti che in quelle dei cavalli. Un Tyrannosaurus adulto non correva come un cavallo ma probabilmente aveva la potenza muscolare simile a quella di un elefante africano adulto. I sauropodi, con masse ancora maggiori, erano quindi ancor meno agili degli elefanti, ma avevano sicuramente una potenza muscolare superiore a qualunque animale terrestre vivente.

Tradotto in un manuale di istruzioni per costruire un parco con dinosauri, questa regola generale ci dice che le recinzioni ottimali per contenere i dinosauri giganti non devono contenere l'agilità (che nelle specie giganti è scarsa) bensì la potenza. Un recinto quindi deve essere robusto, possibilmente in cemento armato, un muro piuttosto che una palizzata. Al tempo stesso, il recinto non ha bisogno di essere troppo alto, dato che, comunque, i dinosauri giganti non hanno l'agilità necessaria a scavalcarli. In conclusione, per contenere i tuoi dinosauri giganti è sufficiente un muro in cemento armato alto un paio di metri e sufficientemente spesso da non poter essere abbattuto da alcun animale (i dinosauri non sono carri armati, e come tutti gli animali non si avventano contro i muri allo scopo di demolirli). Questo muro è sicuramente più efficiente e sicuro di qualunque recinto elettrificato, e continua a funzionare anche senza corrente elettrica (alla faccia di Dennis Nedry!). Inoltre, richiede una spesa energetica infinitamente minore di quella che serve a far andare in continuazione 10 mila volt per chilometri di cavi. 

Un parco giurassico quindi ricorderebbe più un fortino che una staccionata. E Homo sapiens è un maestro nella costruzione di fortificazioni in muratura.

Inutile rimarcare che per le specie di dinosauro con dimensioni analoghe a quelle degli animali moderni che vivono negli zoo, non occorra alcun accorgimento speciale che non sia già quello di costruire un normale zoo.


La produzione di sole femmine.

L'altro espediente introdotto nel romanzo per impedire la proliferazione degli animali è la produzione di soli individui di sesso femminile. Faccio subito notare che se proprio vogliamo una popolazione che non può riprodursi è molto meglio produrla di soli maschi rispetto che di femmine, dato che i maschi non producono uova in grado di svilupparsi per partenogenesi, mentre le femmine sì (come dimostrano i casi di popolazioni, sia naturali che artificiali, di alcune specie composte da sole femmine che si riproducono partenogeneticamente e proliferano senza la presenza di maschi). Inoltre, non è detto (come si accenna nel film) che il "sesso default" nei dinosauri sia quello femminile, dato che non è noto il meccanismo di determinazione del sesso nei dinosauri non-aviani. Negli uccelli, a differenza della maggioranza degli animali (noi compresi), il sesso omogametico è quello maschile, non il femminile, ma non sappiamo se ciò valga anche per i dinosauri non-aviani. Inoltre, in vari rettili, il sesso è determinato dalla temperatura di incubazione. In breve, non sappiamo come nei dinosauri si determinasse il sesso del nascituro. Ma in ogni caso, ciò è del tutto irrilevante, dato che esiste un metodo molto più semplice e pratico per impedire la riproduzione degli animali: la sterilizzazione! Forse che per avere un gatto che non si riproduce voi chiamate in causa l'ingegneria genetica? No, lo portate dal veterinario e risolvete la questione alla radice! Un parco costato milioni di dollari e con solo qualche dozzina di dinosauri al suo interno può permettersi un paio di veterinari che praticano la sterilizzazione agli animali, specialmente se l'operazione è fatta su individui ancora giovani. Un modo pratico, veloce, sicuro, e soprattutto irreversibile, per impedire che il vostro parco divenga una bomba ecologica.


Concludendo, a differenza delle astruse contorsioni narrative con cui è necessariamente costruito Jurassic Park (contorsioni necessarie per i fini esterni alla trama, ma del tutto ridicole se viste da dentro la vicenda), uno zoo con dinosauri mesozoici sarebbe relativamente semplice da gestire, né più né meno di qualunque altro zoo contenente specie moderne. I dinosauri erano animali, non mostri atomici con pelle di adamantio, e la loro gestione in un contesto artificiale sarebbe stata né più né meno analoga a quella con cui, ogni giorno, Homo sapiens tiene sotto controllo e in condizioni sicure i milioni di animali delle centinaia di specie diverse che usa per i propri scopi.


PS: ah, sì, nel film/romanzo c'è anche la storiella dell'aminoacido lisina, la cui sintesi viene manipolata per rendere i dinosauri incapaci di produrla e quindi impossibilitati a vivere autonomamente allo stato selvatico... Quella è una scemenza senza alcun senso biologico! Ognuno di voi (me compreso) è incapace di sintetizzare la lisina, e la assume naturalmente dall'alimentazione. Se non siete morti voi, non morirebbe nemmeno un dinosauro nel parco giurassico...



25 agosto 2023

DISNEY'S HALSZKARAPTOR!

 

Schermata dell'episodio di Disney Junior con Hal l'Halszkaraptor

Che Halszkaraptor sia il dinosauro più mitico di sempre, ovvio che non posso dirlo io che a questo dinosauro ho dato il nome e ne ho studiato anatomia e paleo-ecologia. Dopo tutto, come si dice a Napoli, "ogni scarrafonyx è bello a paleontologo sojo".

Il successo mediatico di questo piccolo paraviano è sancito dalle innumerevoli comparsate in fumetti, vignette e meme, nonostante che questa specie sia stata istituita nemmeno 6 anni fa.

Io stesso uso come icona del profilo social una immagine della ricostruzione di Halszkaraptor realizzata da Lukas Panzarin, modificata con indosso un cappello da marinaio come quello di Paperino (Donald Duck).



Il legame tra Halszkaraptor e Paperino non si limita alla mia personalissima predilezione per questo "mio" dinosauro.

Matt Martyniuk mi segnala che in un episodio della serie "Disney Junior", Paperino e company incontrano un suo "antenato" preistorico, di nome "Hal". Hal ha le fattezze di un papero preistorico con lunga coda e braccia simili a pinne, ed è chiaramente una caricatura di Halszkaraptor, come confermato anche da questo sito dedicato alla Disney.

Ora sì che il mio dinosauro è QUALCUNO che conta!

19 agosto 2023

Miti e leggende sui dinosauri mesozoici: la mancanza di studi sul tegumento facciale dei dinosauri

Due testi sconosciuti di due autori di nicchia che nessuno nel mio campo ha mai letto prima d'ora...


Il principale difetto che abbiamo tutti quando siamo giovani è che pensiamo di essere i primi ad affrontare i problemi dalla vita. E tutti pensiamo che nessuno prima di noi abbia dovuto sobbarcarsi dei fardelli gravosi come i nostri.  

Ci passiamo tutti, senza esclusione. Poi si cresce. E si scopre che non siamo stati i primi (né saremo gli ultimi) a trovarci in quella situazione, e che tutti prima di noi hanno affrontato situazioni analoghe alle nostre. Non solo, spesso scopriamo che chi c'era prima di noi aveva già risolto quel nostro problema... e che se invece di piangerci addosso avessimo provato a leggere un poco la Storia, ci saremmo risparmiati una serie di inutili preoccupazioni.

Questa legge generale della vita ha una sua declinazione recente nel piccolo mondo della paleontologia dei dinosauri, una declinazione che, amplificata dalla rete, è diventata una sorta di tara esistenziale degli anni '10 e '20 del secolo XXI, specialmente per le giovani generazioni di nerd appassionati di dinosauri: la Questione delle Questioni, il Dibattito dei Dibattiti, il Problema Numero Uno della paleontologia.

Le labbra nei dinosauri.

Se provate a navigare online e fare una rapida visita ai siti di appassionati di paleontologia e paleoarte, scoprirete che la discussione sul tegumento orale dei dinosauri (in particolare, dei theropodi, in particolarissimo, di Tyrannosaurus) è diventata il problema più assillante e gravoso di tutti i tempi. Questo problema è oggetto di annosi dibattiti, in gran parte dedicati a elementi e dettagli non pertinenti la questione, dettagli spesso citati in modo acritico, denotando una scarsissima attenzione alla Anatomia Comparata ed una ancor più grave mancanza di logica. Ma non è della questione anatomica che oggi vi parlo (ne ho già parlato a sufficienza in passato). Bensì, oggi mi soffermo su un concetto che è collegato a questo dibattito, un concetto che alimenta il dibattito online e dal dibattito online trova a sua volta alimento, e che, alla pari della scarsa conoscenza della Anatomia Comparata, è figlio della generale grossolanità con cui si affrontano questi temi online.

Il concetto è il seguente:

"La questione sulla ricostruzione della regione facciale dei dinosauri è un argomento nuovo, un problema affrontato scientificamente solo negli ultimissimi anni, mai affrontato in passato dai paleontologi, e quindi solo ora, finalmente, divenuto tema di pubblicazioni paleontologiche".

Questo concetto circola nei video, nelle chat, nelle discussioni online, nelle "live", nei blog e in tutti i media dove si discute della ricostruzione facciale dei dinosauri. 

Bene, forse non lo sapete, ma quel concetto è FALSO!

Forse voi non siete informati, ma la questione sulla ricostruzione facciale dei dinosauri è un argomento che è stato affrontato in letteratura molte volte, e che ha anche una soluzione ben consolidata ormai da decenni. Peccato che chi ne parla online non sia informato su questo fatto e continui a ripetere meccanicamente il falso mito che ho riportato in grassetto qui sopra.

La ricostruzione facciale dei dinosauri è affrontata in letteratura paleontologica da decenni. Nonostante Cullen et al. (2023) sia visto da molti appassionati come il "primo" studio tecnico su questo tema, in realtà esiste una lunga serie di studi precedenti che hanno già affrontato questo tema, studi che, apparentemente, nessuno di quelli che discutono online sul tema pare aver mai letto (o anche solo sentito nominare).

Vi elenco i lavori principali, andando progressivamente indietro nel tempo.

Nabavizadeh (2018) analizza nel dettaglio la ricostruzione facciale negli ornitischi.

Delcourt (2018) discute il tegumento facciale abelisauride.

Carr et al. (2017) discute la possibilità di tegumenti facciali simili a quelli dei coccodrilli nei tyrannosauridi.

La tesi magistrale della Morhardt (2009) discute la relazione tra densità dei forami neurovascolari facciali e tegumento negli amnioti, con riferimento ai dinosauri.

Hieronymus et al. (2009), la più dettagliata analisi sui correlati osteologici del tegumento facciale nei dinosauri.

Knoll (2008) sulla ricostruzione del tegumento facciale in Lesothosaurus, analisi che smentisce l'argomentazione principale di Galton (1973).

Sampson e Witmer (2007) sul tegumento facciale in Majungasaurus.

Ford (1997) pubblica un pamphlet contro l'argomento di Bakker (1986).

Witmer (1995) solleva in modo rigoroso la questione sulla validità dell'ipotesi di Galton (1973). 

Paul (1988: "Predatory Dinosaurs of the World") a sostegno di labbra "lacertiliane" nella maggioranza dei dinosauri.

Estratto da Paul (1988).


Bakker (1986: "The Dinosaur Heresies") a sostegno di labbra "lacertiliane" nella maggioranza dei dinosauri.

Estratto da Bakker (1986).


Galton (1973) elabora l'ipotesi delle guance negli ornitischi, estendendo gli argomenti proposti fin dall'inizio del secolo da vari autori.

Brown e Schlaikjer (1940) analizzano nel dettaglio e rigettano l'ipotesi di Lull (1905) per i ceratopsi.

Lull (1905) propone che la parte posteriore della bocca nei ceratopsi fosse dotata di guance analoghe a quelle dei mammiferi.


Come vedete, la discussione sul tegumento facciale dei dinosauri è presente in letteratura da almeno 50 anni, e nel caso specifico delle guance ornitischiane risale ad oltre un secolo fa. In particolare, l'ipotesi che la maggioranza dei dinosauri abbia labbra lacertiliane è quella che trova la maggiore fondazione in letteratura, dato che è sostenuta da Bakker (1986), Paul (1988), Knoll (2007), Delcourt (2018), Nabavizadeh (2018) e Cullen et al. (2023). Le argomentazione di Ford (1997) e Carr et al. (2017) sono falsificate da Cullen et al. (2023). L'ipotesi di Galton (1973) è falsificata da Witmer (1995), Knoll (2007) e Nabavizadeh (2018).

Al di là della questione anatomica, che non è l'oggetto del post, trovo bizzarro che chi parla di questo tema online sia sovente ignorante sulla letteratura esistente, e finisca con l'alimentare il mito della mancanza di lavori scientifici su questo tema. In particolare, l'ipotesi che labbra di tipo lacertiliano siano presenti nei theropodi non è una novità di Cullen et al. (2023) dato che è già stata proposta e argomentata sia da Bakker che da Paul negli anni '80, ovvero più di trenta anni fa! E non sto parlando di oscure pubblicazioni tecniche scritte su irreperibili riviste di settore precluse agli appassionati, sto parlando di due dei più famosi libri sui dinosauri che siano mai stati scritti: "The Dinosaur Heresies" e "Predatory Dinosaurs of The World", due testi che hanno fondato gran parte delle nozioni degli appassionati degli ultimi 3 decenni! 

Quindi, mi domando, perché circola ancora questo falso mito sulla mancanza di studi tecnici? Perché si continua a dipingere il dibattito come "prematuro" quando in realtà esiste una corposa letteratura che ha analizzato il tegumento facciale dei principali gruppi di dinosauri, ed ha già discusso la questione da vari punti di vista e secondo differenti tecniche di indagine (dalla anatomia comparata per identificare i correlati osteologici alla inferenza filogenetica per definire il contesto evoluzionistico per la evoluzione di queste strutture)? Perché si dipinge la ricostruzione scientifica dei dinosauri come "ancora incerta" quando in realtà l'ipotesi che la maggioranza dei dinosauri avesse labbra "lacertiliane" è l'interpretazione più robusta e con la maggiore fondazione in letteratura tecnica? Ovvero, perché si dà una rappresentazione falsata e distorta delle conoscenze scientifiche in questo ambito?

Temo che la risposta sia duplice. Da un lato, penso (e spero) che chi parla di questi temi sia ignorante sulla letterature esistente, e quindi, ingenuamente, pensi veramente che non ci siano ancora argomenti scientifici a disposizione. Dall'altro, temo che chi parla di questi temi non abbia veramente a cuore la conoscenza paleontologica ma voglia solamente ridurre la questione ad una chiacchiera da bar in cui il "tifo" per una o l'altra ricostruzione è basato più sui propri gusti personali piuttosto che su un criterio scientifico di inferenza anatomica. 

Fintanto che si alimenta il mito della mancanza di studi tecnici sul tema, ci sarà il terreno per alimentare uno pseudo-dibattito molto fumoso e poco oggettivo, più simile al bar dello sport che ad una discussione scientifica.