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17 luglio 2021

Halszkaraptor Strikes Back! – Prologo

 

Ricostruzione in vivo di Halszkaraptor escuilliei [(c) E. Willoughby] e dettaglio della ricostruzione scheletrica [(c) M. Auditore]

L'anatomia degli uccelli è bizzarra e in certi casi enigmatica. Buona parte dello scheletro degli uccelli moderni è plasmato per il volo attivo, un tipo di locomozione alimentato dalla spinta propulsiva dell'enorme muscolatura pettorale e manovrato grazie a sofisticati meccanismi di controllo della superficie alare a livello della mano e della coda. Moltissimi elementi di questo raffinato sistema muscolo-scheletrico non si sono originati direttamente in funzione del volo ma furono “rielaborati” a partire da elementi anatomici comparsi nei precursori non-volanti degli uccelli, in particolare tra i dinosauri theropodi triassici e giurassici.

Alla lunga e complessa storia del modello anatomico degli uccelli, di come e quando si sia sviluppato, ho dedicato due decenni di studio, la tesi di laurea, parte di quella del dottorato, decine di pubblicazioni scientifiche e una serie di libri.

Non tutto ciò che caratterizza la biologia degli uccelli ha ancora ricevuto una adeguata spiegazione evoluzionistica. Enigmi e controversie persistono. In alcuni casi, la controversia è alimentata dal messaggio, apparentemente contraddittorio, che si ricava dai diversi ambiti di ricerca. Ad esempio, l'analisi dello sviluppo embrionale degli uccelli può supportare uno scenario particolare che però può non ricevere supporto dall'analisi dei fossili, e viceversa. Il caso più discusso, per decenni, è stato il modello di sviluppo della mano nell'embrione degli uccelli, usato come argomento per negare il messaggio dato dai fossili a sostegno del legame tra uccelli e dinosauri predatori. Varie spiegazioni, sia embriologiche che paleontologiche, sono state proposte per riconciliare le due prospettive, e nuovi esperimenti e scoperte hanno contribuito a raffinare ambo le posizioni.

A volte, un fossile può – inaspettatamente – dare un contributo alla soluzione di una diatriba tra embriologi e paleontologi. Le ricerche che preferisco sono proprio quelle in cui i fossili di dinosauro hanno portato nuove informazioni per comprendere la biologia moderna degli uccelli, per risolvere enigmi e portare nuova linfa a questioni che parevano ad uno stallo. Alcuni dei miei studi si inseriscono in questo esaltante filone di ricerca. Le scoperte tratte da dettagli come la mano di Saltriovenator o l'ischio di Tataouinea sono tra le più emozionanti, proprio per il contributo del tutto inatteso che esse hanno dato alla comprensione della “anima” dinosauriana ancora presente negli uccelli.

Eppure, nonostante tutte queste esaltanti scoperte, a nessun fossile sono più affezionato quanto alla “piccola Halszka”. Paradossalmente, Halszkaraptor è talmente bizzarro e inusuale che, nonostante abbia molti caratteri che ricordano gli uccelli, esso non mi è mai sembrato particolarmente pertinente in relazione alla grande storia che conduce agli uccelli di oggi. Sì, Halszkaraptor è un paraviano, quindi un dinosauro parente molto prossimo degli uccelli, e il suo aspetto generale ricorda molto un uccello acquatico, ma il suo legame evolutivo con gli uccelli non è né più né meno significativo di quelli di Microraptor o Deinonychus, due fossili ormai diventati iconici in virtù del loro contributo "storico" al progresso di quella che chiamo la "teoria fondamentale dell'ornitologia". Dopo tutto, Halszkaraptor non solo è molto peculiare, ma è vissuto quasi 100 milioni di anni dopo i precursori degli uccelli, quindi non parrebbe essere particolarmente pertinente al tema dell'origine della biologia aviana. Quindi, per quanto notevole come scoperta, da un punto di vista “macroevolutivo”, Halszkaraptor non risultava poi tanto speciale, perlomeno nell'ottica di chi studia i dinosauri estinti per capire quelli viventi.

Mi sbagliavo?

Sì, mi sono dovuto ricredere.

Il caso ha voluto che la piccola Halszka ci abbia riservato una sorpresa, tenuta celata nel suo sarcofago di roccia, un piccolo grande regalo che non avevamo colto durante il primo studio i cui risultati pubblicammo alla fine del 2017.

Ne parlerò, prossimamente, in esclusiva su Theropoda!



11 luglio 2021

Questi paleontologi hanno misurato il morso di Giganotosaurus e di Tyrannosaurus: quello che è risultato ti lascerà di stucco!

 


Ok, il titolo è pacchianamente un tentativo spudorato di attirare l'attenzione facendo leva sul bimbominkia dinomaniaco che è in te (anche se non lo sai, egli c'è). E vedo che, se stai ancora leggendo, la cosa ha funzionato.

In realtà, lo studio di cui parlo in questo post è interessante a prescindere dalla presenza nell'analisi dei due mega-theropodi menzionati nel titolo (che comunque, ci sono).

Therrien et al. (2021) analizzano la ricca documentazione di mandibole dei tyrannosauridi Albertosaurinae canadesi per stimare la meccanica del morso in questi animali, in particolare al variare delle dimensioni dell'animale. Sulla base di modelli biomeccanici relativamente semplici, e quindi applicabili anche su esemplari frammentari, gli autori calcolano la resistenza alla torsione in vari punti della mandibola di una serie di theropodi ipercarnivori di taglia variabile (in particolare, Dromaeosauridae, Ceratosauria, Allosauroidea, Spinosauridae e Tyrannosauridae) e la comparano con le dimensioni della mandibola stessa e con la morfologia dei denti.

Lo studio mostra che le prestazioni meccaniche delle mandibole di Tyrannosauridae seguono una curva distinta da quella degli altri theropodi. Tuttavia, i valori delle due curve si sovrappongono senza sostanziali differenze per dimensioni della mandibola sotto i 50 cm (corrispondente ad animali lunghi 5-6 metri): sopra quel valore, la curva dei tyrannosauridi devia nettamente da quella degli altri theropodi, producendo resistenze alla torsione 3-4 volte superiori a quelle ottenute da animali della stessa taglia.

Questo risultato è molto interessante, perché suggerisce che il "modello di morso tyrannosauride" non differisca da quello degli altri theropodi quando gli animali hanno dimensioni medio-piccole (ovvero, quando sono giovani e, teoricamente, nelle specie ancestrali di tyrannosauride di dimensioni medie). Ciò non sorprende se prendiamo in considerazione la dentatura dei tyrannosauridi lungo la crescita. Nelle forme giovanili, essa è di tipo "zifodonte", composta da denti relativamente stretti ed affilati, molto simile a quella degli altri theropodi (ad eccezione degli spinosauridi) e ben adatta a lacerare e tagliare tessuti molli. Negli adulti, invece, i denti cambiano forma e si "ispessiscono", passando da una sezione trasversale affilata ad una "incrassata", che ricorda più una banana che un coltello. Questa tipologia di dente è considerata un adattamento per sopportare sollecitazioni meccaniche molto intense, in particolare durante morsi che possono spezzare le ossa. Essa è, ovviamente, meno adatta a lacerare e tagliare i tessuti molli. Dato che il passaggio dai denti zifodonti a quelli incrassati è un momento chiave della crescita dei tyrannosauridi, non sorprende che l'analisi di Therrien et al. (2021) identifichi nel medesimo passaggio di crescita anche una deviazione nelle prestazioni meccaniche del morso: la mandibola si irrobustisce per sopportare le nuove sollecitazioni meccaniche per le quali ha senso dotarsi di denti incrassati.

Questo studio biomeccanico quindi conferma che durante la crescita i tyrannosauridi non solo aumentavano di dimensione, ma mutavano la dieta, puntando nettamente verso prede di dimensioni e robustezza maggiori rispetto alle prede consumate durante la giovinezza.

L'analisi ha inoltre mostrato che i profili meccanici dei Tyrannosaurinae non differiscono da quelli degli Albertosaurinae: da questo punto di vista, le prestazioni estreme di Tyrannosaurus rex rispetto agli altri tyrannosauridi sono una mera conseguenza delle sue maggiori dimensioni corporee, e non il risultato di qualche speciale adattamento anatomico. 

Inoltre, è interessante notare che se rapportiamo la prestazione meccanica alle dimensioni della mandibola, il valore massimo di resistenza alla torsione non sia nei tyrannosauridi ma negli abelisauridi. Chissà che valori otterremmo se, un giorno, trovassimo un abelisauride con un cranio grande come quello di un grande tyrannosauride... 

05 luglio 2021

Dinosauri di Montagna

 

Dettaglio del celebre murale di R. Zallinger - l'iconografia classica del Mesozoico

Nelle rappresentazioni classiche delle faune a dinosauri mesozoici, gli animali sono inseriti in un contesto climatico e ambientale abbastanza definito: una bassa pianura alluvionale, generalmente prossima al mare o a un grande specchio d'acqua, e con clima tropicale-subtropicale.

Poi è arrivata il Rinascimento dei Dinosauri, negli anni '70-80, e l'iconografia classica dell'ambientazione è cambiata lievemente. I dinosauri non erano più impantanati nelle paludi, bensì erano efficienti camminatori di radure subtropicali, semi-aride ma pur sempre a bassa quota. Pur rimuovendo la palude in primo piano, le montagne restavano al massimo una remota silhouette di sfondo.

(c) G.S. Paul


La scoperta delle faune di dinosauri alle alte latitudini, in Australia e Alaska, fin dagli anni '90, e le indicazioni di un clima temperato freddo per quelle regioni, non pare essersi imposta molto nell'immaginario iconografico dinosauriano. Quelle erano pur sempre condizioni estreme, casi limite della vita dinosauriana, non la "normalità". In ogni caso, anche in quei contesti, i dinosauri erano pur sempre collocati in scenari di pianura, a ridosso del mare, o lievemente collinare, con le alte montagne sullo sfondo.

(c) J. Lacerda


Pare che l'idea di avere dinosauri in ambienti montani veri e propri, sia quasi inconcepibile. Una serie di stereotipi ha influito su questa limitazione iconografica e concettuale, incanalando la nostra capacità immaginativa dentro un binario rigido di opzioni sceniche? 

Temo di sì. In primo luogo, la persistenza, anche solo vestigiale, dello stereotipo "impaludato". I dinosauri li vogliamo vedere più o meno prossimi all'acqua, anche quando i dati paleo-ambientali li collocano in contesti aridi e persino desertici. Lo specchio d'acqua voluminoso pretende la pianura. Le montagne appaiono quindi solo sullo sfondo, e sovente sono vulcani in eruzione (i vulcani che eruttano e le paludi sono due ambienti che, nella iconografia classica, immaginiamo come tipici di contesti "preistorici antichi", sebbene entrambi esistano ancora oggi). 

Ho il sospetto che questa iconografia abbia una causa storica. In particolare, temo che questa tipizzazione "ambientale" sia figlia di una narrazione iper-semplicistica e lineare della storia del pianeta, che dipingeva l'evoluzione biologica e ambientale come un progressivo allontanamento dall'acqua. La vita nasce nel mare archeozoico, esce dall'acqua nel paleozoico, vive in basse paludi nel mesozoico, si adatta a contesti più elevati (anche evolutivamente?) e aridi nel cenozoico, divenendo polare e montana solo nel quaternario. Questa è l'iconografia classica. 

In base a questa tipizzazione, non è ammesso vivere in ambienti freddi e montani prima della fine del Cenozoico. Ergo, i dinosauri non possono essere immaginati in ambienti di alta montagna, con condizioni fredde, pareti rocciose ripide a strapiombo, strette conche fluviali che incidono un contesto invernale, brughiere innevate e pendii erbosi che guardano verso il fondovalle.

Spero che un giorno qualcuno vada ad investigare l'origine di questi stereotipi.

Nel frattempo, a partire dalla metà degli anni '90, sono stati scoperti i ricchi giacimenti con dinosauri piumati in Cina nord-orientale. Inoltre, seppur meno ricchi, abbiamo scoperto dinosauri piumati anche in siti tedeschi, canadesi e brasiliani. Nel caso dei siti tedeschi e brasiliani, il contesto deposizionale è lagunare, quindi a ridosso del mare. I fossili canadesi parrebbero provenire da un contesto più continentale, ma pur sempre in un ambiente alluvionale di pianura. Nulla pare intaccare lo stereotipo.

E i siti cinesi? Quale era il contesto ambientale?

Zhang et al. (2021) svolgono analisi isotopiche sui carbonati dei paleosuoli di vari siti fossiliferi del Cretacico Inferiore della zona nord-orientale della Cina, e li combinano con le indicazioni sulla storia tettonica di quella regione. Le analisi indicano che i contesti ambientali da cui provengono i famosi dinosauri piumati avevano una temperatura media annua di 6°C e si collocano in regioni poste tra 3000 e 4000 metri sopra il livello del mare. Dato che questi fossili sono celebri per l'eccezionale preservazione dovuta anche alla presenza di ceneri vulcaniche, la sola spiegazione è che questi animali vivessero proprio in quota, lungo le pendici degli stessi vulcani la cui attività eruttiva dobbiamo ringraziare per l'eccezionale preservazione dei fossili.

I vulcani, e in generale i monti, non erano lo sfondo, erano l'ambiente naturale di questi animali.

Questa scoperta ha numerose implicazioni interessanti:

1- la rarità dei fossili piumati potrebbe in parte spiegarsi anche col fatto che solo sulle pendici dei vulcani è più probabile avere le condizioni idonee alla preservazione del piumaggio

2- i dinosauri erano evidentemente molto abbondanti fino a 3-4000 metri di quota, dato che è irrealistico pensare che questi salissero a quella altezza solo sui vulcani. Dobbiamo quindi sospettare una ricca fauna a dinosauri su tutte le catene montuose mesozoiche. Purtroppo, la fossilizzazione in montagna è un evento molto più raro che in pianura, e questo spiega l'eccezionalità di questi siti. Ciò potrebbe persino spiegare alcune lacune nel registro fossile dei dinosauri.

3- il piumaggio era sicuramente un utile adattamento per vivere ad alta quota, ma non deve essere considerato un elemento esclusivo della vita montana né una conseguenza dell'espansione dei dinosauri sulle catene montuose: i fossili di dinosauri piumati trovati in contesti lagunari dimostrano che questi animali erano piumati a tutte le altitudini, dal mare fino ad altra quota.

4- l'ambientazione montana per i siti cinesi potrebbe spiegare la rarità delle specie di grandi dimensioni trovate finora in questi siti. Gli animali di grande mole generalmente non vivono in contesti montani, ma preferiscono le pianure. Pertanto, l'assenza di specie giganti nei depositi cinesi che preservano le piume non sarebbe un "filtro deposizionale" che renderebbe difficile la fossilizzazione delle grandi specie, bensì un effetto "ecologico-comportamentale" delle condizioni ambientali di alta quota che limitano la presenza e abbondanza delle grandi specie.

Non ci sono più scuse per non rappresentare scenari montani e nevosi con dinosauri (ovviamente, delle dimensioni adatte a quegli ambienti)


30 giugno 2021

Il declino è nel modello, non nei dinosauri

Chenanisaurus se ne frega di quel che accade in Laramidia (foto (c) N. Longrich).


A volte, ho l'impressione che il mondo della paleontologia sia il protagonista de "Il Giorno della Marmotta" (in originale, "Groundhog Day"), e che sia costretto a rivivere ciclicamente sempre il medesimo evento, con i suoi riti, tematiche, dibattiti e diatribe, iterate quasi meccanicamente.

Ci sono "dibattiti" che si trascinano per generazioni. Le estinzioni di massa sono cicliche? Le estinzioni di massa sono graduali o improvvise? I dinosauri erano endotermi? 

Il mio lato epistemologico, schizofrenicamente in lotta con quello paleontologico, di solito si domanda "ha senso porsi queste domande?".

Curiosamente, altre "diatribe" hanno smesso di essere dibattute: nessuno con un minimo di cognizione paleontologica si sogna più di discutere seriamente se gli uccelli siano o no dei dinosauri, nonostante che questo dibattito fosse molto acceso durante gli anni '80 e buona parte dei '90 del secolo ventesimo.

Cosa distingue il dibattito sulle estinzioni o sul metabolismo dei dinosauri rispetto a quello sull'origine degli uccelli?

I primi riguardano sistemi che sono molto complessi e di cui abbiamo un dato relativamente frammentario, nel secondo caso abbiamo un sistema molto più semplice di cui abbiamo moltissimi dati. Di conseguenza, in un caso abbiamo un ampio margine di incertezza, nel secondo non abbiamo quasi margine di incertezza. Mi spiego meglio con esempi.

Stabilire le origini degli uccelli richiede identificare una serie di fossili che mostrano la progressiva accumulazione delle caratteristiche degli uccelli in accordo con la teoria evoluzionistica. Questi fossili sono presenti in abbondanza, e confermano che gli uccelli sono arcosauri dinosauromorfi dinosauri saurischi theropodi tetanuri coelurosauri maniraptoriformi pennaraptori paraviani avialiani. Per demolire questo scenario fondato direttamente su prove fossili occorrerebbe una tale quantità di prove contrarie, ad oggi del tutto assenti, che si può senza problemi considerare la discussione chiusa.

Stabilire se i dinosauri fossero endotermi invece richiede una serie di analisi che non possiamo fare direttamente sui fossili, e quindi si traduce nel cercare nei fossili delle indicazioni indirette dello stato metabolico dell'animale. Queste indicazioni indirette richiedono una serie di modelli matematici che legano le osservazioni nei fossili con i fenomeni che negli animali viventi sono legati al metabolismo. Di conseguenza, dedurre il metabolismo nei dinosauri significa cercare di stimare quanto i fossili si conformino a modelli matematici che abbiamo elaborato per legare metabolismo e fossili. Il cane si morde la coda? Se il modello è sbagliato, qualsiasi misura introduciamo, per quanto accurata e presa in modo meticoloso, il risultato sarà sbagliato. Prima considerazione: un valore numerico, per quanto ottenuto in modo rigoroso matematicamente, è del tutto privo di significato biologico utile per la discussione se si basa su un modello infondato biologicamente. 

Lo studio delle dinamiche della biodiversità nel tempo geologico è ancora più complesso!

Un secondo fattore, che incide sulla correttezza di un modello paleontologico che si proponga di dedurre qualche informazione su fenomeni biologici delle specie estinte, è il filtro geologico che limita a priori l'informazione fossile. Ovvero, quel filtro che porta un fossile a non essere incluso nel registro paleontologico. Partendo dalla morte dell'animale ed arrivando fino al fossile nel museo, il filtro può essere legato alla località geografica in cui l'animale muore, l'ambiente in cui l'animale muore, le condizioni di seppellimento, le condizioni di formazione della roccia dal sedimento, le condizioni che portano la roccia ad essere esposta, le condizioni che portano la roccia ad essere erosa, le condizioni che portano la roccia ad essere identificata, le condizioni che portano la roccia ad essere inclusa nella documentazione scientifica. Basta che si comprometta uno solo di questi fattori, e quel fossile è irreparabilmente perduto: il fenomeno biologico originale non diventerà mai un dato paleontologico.

Stimare le dinamiche a larga scala, quelle che coinvolgono intere linee evolutive per milioni di anni a livello globale, richiede un'enorme quantità di dati. Forse, talmente enorme che nessuna civiltà sarebbe in grado di raccoglierla e usarla in modo sensato (notare l'enfasi!). Non fraintendetemi, non sono un disfattista assoluto. Il dato paleontologico è sì enormemente lacunoso, ma questa lacuna ha effetti differenti per lo studio di fenomeni differenti. Come mostra l'esempio della discussione sull'origine degli uccelli, il dato presente nei fossili permette di risolvere delle diatribe evoluzionistiche (non tutte, almeno per ora). Bisogna avere l'onestà di riconoscere cosa possiamo e cosa non possiamo chiedere in modo dignitoso ai fossili. 

Qualcuno forse soffre di una forma di invidia della biologia e vorrebbe usare i fossili come se fossero campioni biologici? Temo che in certi ambienti accademici, questa sia una patologia diffusa.

Il registro fossilifero fornisce un tipo di informazione asimmetrica. Basta un fossile per dimostrare la presenza di una specie dentro l'unità stratigrafica A. Ma se quel fossile manca, non abbiamo modo di sapere se tale mancanza sia legata ad uno dei fattori citati prima, che hanno "cancellato" la documentazione, oppure se tale mancanza sia la prova che effettivamente tale specie era assente al tempo e luogo passato corrispondente all'unità stratigrafica A. Per quanto frustrante, dobbiamo sempre tenere a mente che il destino della grandissima maggioranza degli esseri vissuti nel passato è di non lasciare alcuna traccia della sua esistenza.

Ecco che per tentare di ovviare a questa asimmetria nella interpretazione del registro fossilifero, sono stati introdotti dei modelli matematici che cercano di stimare le dinamiche a larga scala dei fossili al netto del lacunoso registro fossilifero.

Sarò vecchio e all'antica, ma continuo a pensare che questi modelli matematici siano intrinsecamente fallimentari. Non nego l'utilità dei modelli matematici, e non nego il dignitoso tentativo di ricostruire le dinamiche passate usando potenti strumenti di calcolo, ma la sentenza resta tale: questi modelli falliscono per la loro stessa natura di simulatori di informazione a partire da ciò che già conosciamo.

Il peccato originale di questi modelli matematici è l'illusione che il fenomeno che essi pretendono di ricostruire si risolva all'insieme dei parametri inclusi nel modello ed alla mera estra/inter-polazione dei dati a disposizione. 

Ad esempio, dato che in Natura le specie hanno distribuzione e abbondanza eterogenea e spesso fortemente asimmetrica (per cui possiamo avere poche specie abbondanti assieme a tantissime specie relativamente rare in termini di abbondanza), può un modello rendere conto di tale eterogeneità nella stima della preservazione fossile? Temo di no, se non col rischio di imporre a priori al modello di produrre un risultato già incanalato verso ciò che vorremmo determinare.

Prendiamo i modelli che partendo dalla documentazione nota relativa alla distribuzione geografica dei dinosauri alla fine del Cretacico deducono le dinamiche relative alla diversità delle specie nel tempo.

Se il modello si basa sulla distribuzione nota dei fossili, ma si propone di stimare la diversità passata, esso deve in qualche modo tener conto dei fattori che erodono (sia in senso letterale che figurato) l'informazione originaria nel registro fossile. Ma se il modello incorpora questi fattori, esso deve tener conto del fatto che questi fattori sono essi stessi stimati a priori, ovvero, si basano su come noi ci aspettiamo che il registro fossilifero sia stato eroso e risulti incompleto. Il cane torna a mordersi la coda! La stima che cerca di compensare la lacuna si basa su quanto noi intendiamo che la lacuna sia esistente.

Ma c'è anche un altro elemento del problema, spesso del tutto ignorato (o sconosciuto) da una certa parte del mondo paleontologico, elemento che è alla radice stessa della paleontologia, della sua impossibilità ad essere ricondotta unicamente ad una (paleo)biologia. Un elemento che mina alla radice molti di questi modelli sulla biodiversità del passato.

Quanto incide, nella nostra stima della biodiversità fossile, la nostra concezione di unità stratigrafica? Questa, che pare una domanda astrusamente filosofica, in realtà ha una enorme gravità paleontologica.

Se i modelli matematici assumono che una unità stratigrafica sia "corrispondente" ad una associazione biologica, qualora tale corrispondenza venga meno, il modello di stima fallisce miseramente.

Esempio banale: se assumo che due formazioni dalla medesima regione, A e B, documentino due momenti separati nel tempo, posso usare la diversità fossilifera tra le due formazioni per stimare una variazione della diversità nel tempo in quella regione. Ma se in seguito dimostro che A e B non sono due momenti del tempo ma solamente due diversi contesti di fossilizzazione della medesima regione nel medesimo intervallo di tempo (contesti con differenti condizioni di fossilizzazione, spesso specie-specifici), allora l'intera narrazione della variazione di diversità risulta falsificata: a quel punto, nulla vieta che nel medesimo momento geologico siano esistite parte delle specie di A e parte delle specie di B, forse persino nelle medesime zone. Il dato "stratigrafico" preso come analogo di un censimento biologico risulta quindi impossibile da inserire nel modello di stima della diversità biologica. Il modello, così elegante in teoria e così sensato biologicamente, risulta del tutto arbitrario e insostenibile paleontologicamente, ovvero proprio per il contesto per il quale è stato creato.

Infine, qualsivoglia modello biologico applicato ai fossili deve sempre essere coerente con la natura storica della paleontologia. 

Ad esempio, se il tuo modello deduce che i dinosauri fossero in graduale declino di biodiversità da ben 10 milioni di anni prima dell'impatto che chiude il Mesozoico, mi deve anche spiegare perché poi i mammiferi, che prendono il posto dei grandi dinosauri in termini di biodiversità, aumentano esponenzialmente in modo improvviso solo dopo l'impatto che chiude il Mesozoico. Per 10 milioni di anni essi non paiono notare la crisi di coloro a cui poi prenderanno il posto? Qualcosa non mi torna.

Il modello sarà pure matematicamente elegante, ma produce paradossi paleontologici, la cui soluzione deve essere inclusa nel conto da pagare. Se per spiegare l'estinzione dei dinosauri produco il paradosso del ritardo nell'affermazione dei mammiferi, il bilancio netto del tuo modello matematico, per me che sono un palentologo vecchio stampo, è ancora in passivo.

26 giugno 2021

L'ottimismo è solo un film



 [SPOILER!]

Comunque, sono ottimista per Billy World 3. Lo dico seriamente.
Non credo che nel 2022 vedremo dinosauri cinematografici ridotti a delle misere pacchianate. Cosa intendo dire? Beh, pacchianate come, boh, che ne so, ne dico una a caso, la più pacchiana che mi passa per la mente, proprio per fare un esempio estremo di pacchianaggine paleoartistica che nessuno con un minimo di conoscenza dei dinosauri, anche la più basilare, vi metterebbe davanti nell'anno 2021... insomma, non penso che vedremo pacchianate come un oviraptor filamentoso, senza remiganti, con postura delle braccia da coniglio zombie e polsi pronati, mentre cerca di rubare uova da un nido di dinosauro.
Insomma, dai, ragazzi, quei dettagli erano già ampiamente smentiti dai fossili ben 20 anni fa, e non occorre una laurea in Iconografia dei Dinosauri Fighi per sapere queste cose. Quindi, non penso che sarebbero inclusi in un film del genere nel 2021...

PS: ogni riferimento a stralci di video più o meno ufficiosi che circolano online e che ci piovono addosso come la grandine al matrimonio di tuo fratello, è puramente casuale. Il discorso è tutto puramente ipotetico. Ovviamente.