22 settembre 2017

Paleoarte: una, nessuna, centomila

Ogni volta che scrivo un post in merito alla valutazione di una opera contenente elementi paleontologici, ricevo (qui o sulla pagina Facebook del blog) commenti variegati che tirano in ballo la paleoarte.
Noto che spesso nascono discussioni anche animate sulla parola "paleoarte", sul suo significato e sui suoi ambiti di competenza.
Sinceramente, a me interessa poco discutere su cosa significhi "paleoarte". Sono un paleontologo, non un analista di sub-culture post-moderne. In ogni caso, ho il sospetto che esistano tante definizioni di paleoarte quanti sono coloro che parlano di paleoarte. Pertanto, è inutile e ripetitivo stare dietro a queste discussioni.
Piuttosto, occorre riconoscere che la parola "paleoarte" è ambigua, e che diversi soggetti, autori e contesti usano quella parole con significati differenti. Non sono qui per imporre la mia personale visione di cosa significhi "paleoarte", ma penso sia doveroso che tutti siano consapevoli del pluralismo esistente nel significato e uso della parola.
Farò un esempio, per mostrare come sia saggio acquisire una concezione "fluida" della parola, così che ognuno possa essere tranquillamente libero di usarla nel modo che meglio preferisce (senza rompere troppo le scatole agli altri).

Prendiamo 6 possibili opere aventi al loro interno, in misura variabile, delle informazioni tratte dalla paleontologia.

1- Un disegno che illustra un osso di dinosauro, così come è preservato.
2- Una ricostruzione scheletrica di un dinosauro, basata sui resti noti ed eventualmente completata in base all'inferenza filogenetica.
3- Una ricostruzione in vivo di un dinosauro in un ambiente mesozoico, basati sui dati paleontologici noti, ed in accordo con le leggi della biologia.
4- Un romanzo in cui il protagonista è un paleontologo che scopre un nuovo fossile. Il romanzo include elementi scientifici, ma non include elementi fantastici (Hard Science Fiction).
5- Un romanzo in cui alcune specie di dinosauro vengono riportate in vita grazie all'ingegneria genetica. Il romanzo include elementi scientifici, ed include elementi fantastici non supportati dalle conoscenze scientifiche (Soft Science Fiction).
6- Un romanzo in cui una razza aliena telepatica convive con i dinosauri.

Spero che sarete tutti concordi che queste 6 opere hanno differenti gradi di scientificità e differenti gradi di finzione. Le ho ordinate già in base alla scientificità (dal massimo al minimo) e di finzione (dal minimo al massimo). Tenete bene a mente che gli esempi usati sono volutamente semplici, per ridurre l'ambiguità nella comprensione di questo esempio: la realtà è molto più variegata e complessa, e difatti ci porta a vedere le diverse sfumature di scienza e finzione come le infinite gradazioni dei colori nello spettro visibile.



Se riconoscete che queste gradazioni esistono, allora sarete concordi che ogni opera possa, anche solo grossolanamente, essere collocata lungo lo "spettro di scienza-finzione". A questo punto del ragionamento, che credo tutti fino a qui concorderete, inizia il grosso della incomprensione reciproca. Infatti, se chiedessi ad ognuno di voi di definire la "estensione" della paleoarte dentro quello gamma di colori, è probabile che ricevere una molteplicità di risposte alternative. Tutte probabilmente legittime, ma ognuna particolare e differente.

Ad esempio, la mia personale idea del campo di applicazione della parole "paleoarte" si restinge esclusivamente alla zona gialla della banda cromatica: le ricostruzioni in vivo di organismi del passato. Ma, attenzione: così come è impossibile e ingenuo cercare a tutti i costi il punto esatto in cui "il rosso finisce ed il verde inizia" per fissare i confini del giallo. così non mi perdo in discussioni su dove inizi e finisca la paleoarte. Personalmente, escludo la parte verde e quella rossa, viola e blu. Chiamo questa concezione: Paleoarte in senso stretto.
Tuttavia, è possibile che altri abbiano una concezione più ampia di cosa sia da considerare "paleoarte". Ad esempio, altri includono nella paleoarte anche le ricostruzioni scheletriche, le rappresentazioni dei fossili così come sono descritti. Questa concezione più ampia della paleoarte è quindi una forma di Paleoarte in senso lato: essa è più inclusiva della precedente, ma non contraddice la Paleoarte in senso stretto, semplicemente ammette una maggiore gamma di forme rappresentative da considerare paleoartistiche.

Infine, c'è chi, legittimamente, considera paleoarte qualsiasi rappresentazione culturale che includa elementi paleontologici. Questa concezione comprende quindi anche i romanzi, i film, i giocattoli, i meme, i videogiochi, e qualsiasi prodotto della mente umana che usi ed elabori i risultati della paleontologia. Chiamo questa concezione: Paleoarte in senso latissimo.

Sia chiaro, anche i tre esempi che ho mostrato sono a loro volta solo esempi della ampia gamma di modi con cui si può concepire la parola "Paleoarte". Ognuno ha la propria: quello che è importante è sapere che ci sono molteplici visioni e interpretazioni della parola.

Pertanto, quando si parla di paleoarte, è sempre saggio chiedere al proprio interlocutore quale sia la sua definizione di paleoarte, e cosa vi includa. Ciò, probabilmente, ridurrà di molto le incomprensioni ed i fraintendimenti.

Per la cronaca, ripeto: la mia concezione di paleoarte è sensu stricto (la zona gialla). Sappiatelo, per il futuro, qualora commentiate qui o sulla pagina Facebook del blog.

PS: siccome non ho interesse a conoscere le varie definizioni personali di paleoarte dei vari lettori, né voglio impantanarmi in una discussione sulla discussione, i commenti in questo particolare post sono disattivati.













21 settembre 2017

Perché Allosaurus non è Aquila

"Allosaurus and Young"(c) J. Gurney


Navigando online, mi sono imbattuto in una illustrazione raffigurante un adulto di Allosaurus (riconoscibile, tra l'altro, dalla forma delle creste lacrimali) che sta portando (o rigurgitando?) del cibo a tre piccoli theropodi lanuginosi, che evidentemente devono essere i suoi figli. Lo stile dell'opera non lascia dubbi sull'autore, e difatti una rapidissima ricerca online conferma che si tratta di un'opera di James Gurney, uno dei più famosi illustratori (non limitato alla illustrazione paleontologica) americani.

Nonostante la pregevolezza artistica dell'opera, e la mia simpatia verso l'autore di opere come Dinotopia, sul piano biologico generale questa particolare immagine è completamente priva di fondamento, oltre che smentita da una ampia serie di prove paleontologiche. I motivi di questa definitiva stroncatura scientifica sono di due tipi: paleontologici e biologici.
Tutti i dati fossili noti, e le teorie generali della biologia, concordano nel dirci che Allosaurus non aveva prole inetta.

Gurney ci rappresenta i giovani pulcini di Allosaurus con fattezze da "pulcino di uccello con prole inetta". L'impressione è che egli abbia preso spunto dai grandi uccelli rapaci, ed abbia semplicemente "allosaurizzato" un'aquila con i suoi pulcini. Lo deduciamo dalla colorazione rosata della pelle che traspare da zone nude del piumaggio, che allude ad una condizione "implume". Lo deduciamo dal fatto che l'artista si sia premunito di rendere le palpebre parzialmente chiuse (notare i bulbi oculari sportenti del pulcino nel mezzo: in tutto e per tutto simili ai bulbi di un merlo appena schiuso). Lo deduciamo dal fatto che l'adulto sta portando del cibo a tre pulcini accoccolati dentro un nido "a scodella" formato da materiale vegetale.

Tutti questi dettagli indicano una prole inetta, anzi, iper-inetta, dato che le palpebre sono parzialmente chiuse e i pulcini vengono letteralmente imboccati, cure parentali intense e costruzione di un nido vegetale aperto per consentire all'adulto di interagire con la prole.

Per quanto amorevole e accattivante, questa immagine è smentita totalmente da quello che sappiamo dai fossili di theropodi mesozoici.

1- Tutti gli esemplari giovanili di dinosauro Mesozoico noti sono animali precoci o iper-precoci, ovvero, animali che fin dalla schiusa erano in grado di nutrirsi autonomamente e uscire dal nido.
Nessun dinosauro mesozoico noto mostra caratteri compatibili con l'avere prole inetta. Gli olotipi di Scipionyx e Sciurimumus, morti appena dopo la schiusa, mostrano una piena ossificazione delle articolazioni degli arti e una dentatura pienamente funzionante. Questi animali erano capaci di muoversi e mangiare autonomamente fin dalla schiusa (Dal Sasso e Maganuco 2011). I resti isolati di giovani allosauroidi noti sono tutti di dimensioni e grado di ossificazione comparabile a Scipionyx e Sciurumimus: non ci sono motivi per considerarli inetti (Rauhut e Fechner 2005). Dato che la prole è precoce anche negli uccelli moderni più basali (paleognati, galliformi ed anseriformi: tutti con prole precoce, che si muove e nutre autonomamente ed abbandona il nido poco dopo la schiusa) deduciamo che l'avere prole inetta come quella di un'aquila sia una novità evolutiva avvenuta esclusivamente dentro un sottogruppo degli uccelli moderni. Pertanto, non ci sono ragioni (e motivazioni scientifiche) per attribuire prole inetta a qualche dinosauro mesozoico. Ipotizzare che Allosaurus fosse diverso, e che avesse prole inetta, è pura fantascienza, dato che non ci sono prove (né motivi) per cui avrebbe dovuto evolvere una strategia riproduttiva diversa da quella che così efficacemente era seguita dagli altri grandi theropodi.

2- I nidi degli allosauroidi erano chiusi, non erano conformati come scodelle aperte.
Sebbene i nidi tendono difficilmente a fossilizzare, specialmente se formati da materiale vegetale, è possibile dedurre il grado di chiusura del nido (a sua volta legato al grado di cure parentali dell'adulto) analizzando la porosità del guscio delle uova (Tanaka et al. 2015). Le analisi sui gusci di uova allosauroidi dal Giurassico Superiore del Portogallo (Antunes et al. 1998, Deeming 2006) indicano una porosità compatibile con nidi chiudi, ovvero, formati da cumuli di terriccio misto a materiale vegetale. Questi nidi chiusi (ben diversi dal nido "da aquila" mostrato nell'immagine di Gurney) sono tipici di animali che non covano direttamente le proprie uova, la cui maturazione è lasciata alla fermentazione del vegetale formante il cumulo del nido, e che sono dotati di prole precoce o iper-precoce, che non richiede alcuna cura parentale.
Pertanto, non ci sono motivi per ipotizzare un nido "da aquila" in Allosaurus, il quale invece aveva nidi più simili a quelli di coccodrilli e uccelli megapodidi (entrambi con prole iper-precoce).

3- Le nidiate di dinosauri mesozoici sono sempre numerose, tipico di prole precoce.
Gli animali ovipari con prole inetta tendono a produrre meno uova per covata rispetto a quelli con prole precoce. Tutti i nidi di dinosauro mesozoico mostrano un numero di uova più elevato dei nidi di animali con prole inetta, inclusi i nidi di allosauroide noti. Pertanto, una covata di sole tre uova, come quella dell'immagine di Gurney (anche al netto di una alta mortalità delle uova effettivamente deposte, ipotesi ad hoc che rasenta l'arrampicata sugli specchi) è smentita da tutti i nidi fossili noti.

4- La disparità dimensionale tra uova e adulto di Allosaurus rende molto improbabile (e pericolosa) una qualunque interazione diretta tra adulto e giovane.
Le uova di allosauroide note, ed in generale tutte le uova di theropodi non-maniraptori, indicano che i giovani alla nascita pesavano circa 1/1000 dell'adulto (Rauhut e Fechner 2005). Questo implica che una interazione diretta tra un ipotetico "pulcino inetto" (che dobbiamo vedere come un animaletto inetto, quindi fragile, di poco più di un kg) e l'adulto (animale di almeno una tonnellata) era praticamente impossibile. Allosaurus non presenta adattamenti ad una vista stereoscopica, e ciò impedisce all'animale di praticare una qualsiasi forma di "imboccata", né tanto meno qualsiasi attività di gestione o manipolazione di uova e pulcini dentro il nido (nido che, in ogni caso, abbiamo appena visto essere chiuso e quindi non conformato per una interazione tra genitori e pulcini). Non è un caso che qualora ci sia interazione diretta tra giovani e adulti, i primi sono comunque precoci (vedi pulcini di struzzo) oppure l'adulto non ha massa superiore a qualche kg (la massa di tutti gli uccelli con prole inetta). Il mix "prole inetta + adulto gigante" è assente in natura, proprio perché estremamente svantaggiosa in termini di sopravvivenza.


In conclusione, la pregevole opera di Gurney qui analizzata è pura paleo-fantasy. A differenza di molte opere di paleoarte che si possono prendere delle licenze per dettagli non confermabili dai fossili, in questo caso la maggiorana dei dettagli chiave dell'immagine sono categoricamente smentiti da quello che conosciamo del record paleontologico.
Allosaurus era un animale con strategia riproduttiva caratterizzata da prole precoce o iper-precoce, che lasciava il nido appena dopo la schiusa, che non aveva bisogno di cure parentali e che era in grado di procurarsi il cibo autonomamente. I nidi di allosauroidi sono del tipo chiuso, simile a quelli di coccodrilli e uccelli megapodidi: in ambo i casi, la prole è molto precoce e non richiede assistenza alimentare da parte del genitore. La enorme differenza dimensionale tra uova e adulti di Allosaurus rende biologicamente svantaggioso sviluppare una strategia riproduttiva che richieda una stretta interazione alimentare tra giovani e adulti.

PS: se questi fatti scientifici non vi piacciono e preferite sognare mondi fantastici popolati da dinosauri immaginari che incantano i vostri cuori, potete sempre smettere di interessarvi alla paleontologia e leggere opere di fantasy. Là, tutto è concesso, anche un allosauro che imbocca pulcini. Ma in paleontologia occorre sempre aderire ai fatti ed alla logica. Nel primo caso, l'eccellente eccletismo di Gurney, illustratore scientifico ma anche creatore di mondi fantastici, vi saprà soddisfare con le suggestioni del suo capolavoro, Dinotopia.

Bibliografia:
Antunes MT, Taquet PV, Ribeiro V (1998) Upper Jurassic dinosaur and crocodile eggs from Pai Mogo nesting site (Lourinha-Portugal). Memorias da Academia das Ciencias de Lisboa 37: 83–99.
Dal Sasso C,Maganuco S (2011) Scipionyx samniticus (Theropoda: Compsognathidae) from the Lower Cretaceous of Italy. Mem Soc It Sci Nat Museo Civ Stor Nat Milano 37:1–281.
Deeming DC (2006) Ultrastructural and functional morphology of eggshells supports the idea that
dinosaur eggs were incubated buried in a substrate. Palaeontology 49: 171–185.
Rauhut OWM, Fechner R (2005) Early development of the facial region in a non-avian theropod dinosaur. Proc Biol Sci 272:1179–1183.
Tanaka K, Zelenitsky DK, Therrien F (2015) Eggshell Porosity Provides Insight on Evolution of Nesting in Dinosaurs. PLoS ONE 10(11): e0142829.

18 settembre 2017

Il Grande T. rex, l'Ibrido, e la contrazione iconografica


Le ricostruzioni scheletriche sono, lo dice il nome, delle ricostruzioni: costruzioni a posteriori. Assumere una ricostruzione come un "fatto", un "datum", è pericoloso e fuorviante. Pericoloso perché trasla quella che è solamente una ipotesi della mente dentro il dominio degli oggetti della realtà. Fuorviante perché spesso ci incanala dentro una comoda gabbia mentale: la ricostruzione è infatti una iconografia seducente, la elegante risoluzione di decine di pagine di descrizione anatomica in una sola icona: la gioia dei pigri.
Noto che online c'è ormai una generazione plagiata dalle ricostruzioni scheletriche. Lo noto dal modo con cui spesso i plagiati citato le ricostruzioni, chiamandole "skeletals", ovvero, contraendo "skeletal reconstructions" in "skeletals". Questa apparentemente banale semplificazione linguistica in realtà è una ristrutturazione mentale pericolosa: infatti, essa omette di menzionare il vero soggetto (reconstruction) ed eleva l'aggettivo "skeletal" al rango di nome. Così facendo, una ipotesi grafica (a reconstruction) è trasformata in un dato (a skeleton) che non è.
Mai dubitare della subdola potenza di una contrazione terminologica.

Se pensate che la mania per le ricostruzioni scheletriche sia una moda della nostra epoca ed un feticcio dei dinomaniaci di Internet, state sovrastimando i bei tempi andati. Ho un debole per la letteratura dinosaurologica "vintage", in particolare per il periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, ed è sempre un piacere rileggere le pubblicazioni di quei tempi.
Ad esempio, Osborn (1905 e 1906), è un interessante esempio della pervasività delle iconografie scheletriche fuorvianti. Per comprendere questo fenomeno, occorre confrontare Osborn (1905) con Osborn (1906). Il primo è la breve pubblicazione che istituisce tre taxa di theropodi di grandi dimensioni, il secondo una più articolata descrizione dei medesimi.

Osborn intuisce la portata di quello che sta per scrivere, e parte difatti col botto.
Dopo aver menzionato la scoperta da parte di suoi collaboratori Brown e Lull dello scheletro parziale di un grande rettile carnivoro, Osborn (1905) scrive:

"Propongo di rendere questo animale il tipo del nuovo genere Tyrannosaurus, in riferimento alla sua mole, che supera grandemente quella di qualunque altro animale carnivoro di terraferma finora descritto".

Era nato il mito. Tyrannosaurus rex viene introdotto subito con toni da icona pop, che preannunciano l'enorme carisma che questo taxon avrà nei decenni successivi e fino ad oggi.
Il secondo taxon, battezzato un paio di righe sotto Tyrannosaurus, nasce invece già da sfigato. Si capisce subito, da come lo menziona Osborn, che questo è destinato all'oblio:

"Inoltre caratterizzo brevemente un altro dinosauro carnivoro, Dynamosaurus, con piastre dermiche, trovato da B. Brown nel 1900".

Dynamosaurus vivrà un solo anno: Osborn (1906) lo riduce allo status di sinonimo di Tyrannosaurus, in quanto chimera, associazione artificiale di ossa di un Tyrannosaurus con piastre dermiche probabilmente di Ankylosaurus (siccome le piastre dermiche erano l'unico carattere con cui Osborn nel 1905 lo differenziò da Tyrannosaurus, la rimozione delle piastre dallo scheletro fa perdere qualsiasi validità alla distinzione tra i due taxa).

In pratica, nel 1906, Tyrannosaurus ha ucciso e divorato un ibrido formato da parti di theropode con parti di altri dinosauri...

La revisione tassonomica di Dynamosaurus è accompagnata da una ristrutturazione della ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus.
Nel 1905, Osborn aveva incluso nel breve articolo anche la prima ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus. Basandosi sul ridotto numero di ossa preparate dall'olotipo, Osborn (1905) ebbe ampi margini di manovra per ipotizzare forma e dimensioni di Tyrannosaurus. Il risultato fu un colossale mostro altro 19 piedi (5 metri e 70 cm), che chiaramente giustificava il nome dato a questo animale.

Nel 1906, Osborn revisiona la ricostruzione scheletrica di Tyrannosaurus, aggiungendo anche le ossa che prima erano considerate parte di Dynamosaurus (tranne le piastre dermiche, ovviamente). Il risultato è una seconda ricostruzione che "ridimensiona" l'animale, con una altezza di "soli" 5 metri e 30 cm, ovvero, 90% delle dimensioni stimate l'anno precedente.

La rivalutazione critica delle dimensioni di un fossile è parte del mestiere. Più ossa conosciamo, più ridotto risulta il margine di incertezza associato, e quindi più restrittivi divengono i vincoli lasciati alla ricostruzione. Oggi, che di Tyrannosaurus conosciamo vita morte e miracoli, con dozzine di scheletri e praticamente ogni elemento osseo noto, può apparire quasi ovvio ricostruirne dimensioni e forma secondo certi "canoni". Ma nel 1905, con un solo scheletro frammentario e senza alcuna informazione particolare sulle caratteristiche di questo nuovo taxon, la faccenda era sicuramente più complessa e maggiormente rischiosa. Non dovremmo quindi biasimare Osborn se, inizialmente, sovrastimò la sua bestia.

Cosa sarebbe successo se, fin da subito, Osborn avesse separato le piastre dall'animale trovato per primo da Brown (quello che, per un solo anno, fu battezzato Dynamosaurus)? E cosa sarebbe successo se Osborn avesse realizzato immediatamente che l'animale scoperto nel 1902 era il medesimo taxon dello scheletro del 1900? Non sapremo mai se Osborn avrebbe utilizzato comunque il nome Tyrannosaurus qualora fosse stato chiaro fin da subito che l'animale era delle dimensioni di quelle stimate con le ossa dello sfigato Dynamosaurus. Siccome il nome dell'animale fu esplicitamente ispirato dalle colossali dimensioni della ricostruzione originaria, forse il nome Tyrannosaurus non sarebbe mai stato coniato. Dobbiamo forse imputare a quell'errore passeggero, durato un solo anno, la nascita del più grande mito pop-paleontologico.

O forse, nulla sarebbe cambiato, a parte il nome... ed in un universo alternativo, Dynamosaurus è l'eroe di film, fumetti e ricostruzioni scheletriche.

Bibliografia:
Osborn, H. F. 1905. Tyrannosaurus and other Cretaceous carnivorous dinosaurs. Bulletin of the American Museum of Natural History 21:259-265.
Osborn, H. F. 1906. Tyrannosaurus, Upper Cretaceous carnivorous dinosaur (second communication). Bulletin of the American Museum of Natural History 22:781-296.

17 settembre 2017

Billy e il Clonesauro: Sono Letali e Otto Mesi, Letteralmente Letali


Ventiquattro anni fa esatti, usciva nelle sale cinematografiche italiane "Jurassic Park", il più famoso e significativo film avente dei dinosauri non-aviani come protagonisti. Avevo 15 anni quando uscì il film, che vidi al cinema una settimana dopo la prima uscita (ed il cinema era ancora pieno come un uovo...). Ripensando a quel periodo, con la mente del paleontologo del 2017, in un pianeta massivamente connesso da internet e nel quale dinosauri di tutte le forme e rappresentazioni sono fruibili con una rapidità allora del tutto impensabile, si prova una punta di nostalgia, per qualcosa che oggi difficilmente potrebbe suscitare analoghe emozioni. I tempi sono cambiati, ed i quindicenni di oggi possono rivedere ogni singolo fotogramma di dozzine di film con dinosauri in computer grafica semplicemente accedendo alla rete. Ben altra cosa era essere un ragazzino fissato coi dinosauri nel 1993...

Ma non è per gli amarcord personali che oggi parlo di Jurassic Park.

In più occasioni, ho parlato di come Jurassic Park (il film) abbia funzionato da collettore storico, da valvola amplificatrice per una particolare concezione dei dinosauri, maturata negli anni '70 e '80 in seno ad una relativamente ridotta cerchia di studiosi di area anglosassone, ed abbia poi disseminato tale concezione nel mondo intero, al punto che quella particolare visione teorico-iconografica è diventata, negli anni '90, la rappresentazione dominante a scala mondiale, se non l'unica ammissibile.
Chi non è consapevole della particolare serie storica che sta dietro e oltre Jurassic Park vivrà la paleontologia dei dinosauri in maniera molto ottusa, inconsapevole che, qualora la storia fosse ripetuta a partire dagli anni '70, forse il Jurassic Park del 1993 ci avrebbe mostrato ben altri dinosauri, con ben altre caratteristiche, e che questi avrebbero plasmato il nostro immaginario in modi ben differenti da quelli ormai "canonici".

Prendiamo un dettaglio di Jurassic Park, apparentemente marginale.
In una scena, il guardiaparco di Hammond, Robert Muldoon dichiara che i Velociraptor sono "letali ad otto mesi, letteralmente letali". La frase in questione è una esplicita descrizione del tasso di crescita dei Velociraptor (perlomeno di quelli del film). Dichiarare che Velociraptor sia "letale" all'età di otto mesi, significa implicitamente affermare che i Dromaeosauridae sono interpretati come animali con un tasso di crescita molto elevato, che li porterebbe a raggiungere la maturità fisica entro un anno di vita. Non c'è altro modo per interpretare quella frase.
Una simile affermazione, in un film noto per essere stato progettato con una serie di consulenti scientifici, non può essere inventata di sana pianta: essa è chiaramente un dettaglio concordato e ispirato da qualche fonte presa come riferimento.
E, difatti, la fonte è abbastanza facile da reperire: Paul (1988). A pagina 155 di Paul (1988) c'è la frase generale che ispira l'affermazione di Muldoon, e nella pagina successiva l'esempio particolare che ispira il riferimento proprio ai Velociraptor.



Come è noto, i Velociraptor di Jurassic Park sono gli stessi animali che universalmente sono noti come Deinonychus antirrhopus, ma che Paul (1988), secondo la tassonomia idiosincratica di quel particolare autore, riferisce come Velociraptor antirrhopus.

Dimostrata la fonte letteraria da cui è tratta la frase nel film, sicuramente qualcuno si sta chiedendo se essa sia corretta, sul piano empirico. Deinonychus (e in generale, i Dromaeosauridae) crescevano e maturavano al tasso dichiarato da Muldoon (ovvero, da Paul 1988)?
Un simile tasso di crescita nei vertebrati terrestri è noto esclusivamente in un clade: Aves. Solo gli uccelli hanno tassi di crescita così elevati per cui lo stadio adulto è raggiunto prima del primo anno di vita. Non lo avete nei mammiferi né nei rettili odierni. Quindi, dato che gli uccelli sono dinosauri, parrebbe lecito estendere il tasso elevato di crescita degli uccelli anche ai Dromaeosauridae, che sono così prossimi agli uccelli come parentela. Tuttavia, il tasso elevato degli uccelli moderni non è un carattere ancestrale di Aves, quindi non è lecito estenderlo ai non-uccelli. Le analisi istologiche sulle ossa dei dinosauri non-aviani mostrano tassi di crescita più bassi di quelli degli uccelli moderni, e nessun dinosauro non-aviano mostra tassi così elevati come quelli di un moderno piccione o pollo. Ad esempio, l'olotipo di Mahakala, un dromaeosauride, è un esemplare subadulto, prossimo alla cessazione della crescita, le cui sezioni istologiche indicano morto ad almeno due anni di vita (Turner et al. 2007): se l'animale aveva due anni ed era ancora subadulto, è ovvio che non crescesse con il tasso elevatissimo degli uccelli moderni.

Pertanto, nessun Dromaeosauridae era "letale a otto mesi, letteralmente letale", né più ne meno di quanto lo possano essere un lupacchiotto o un coccodrillino di 8 mesi.
Ecco come una particolare concezione paleontologica del 1988, rivelatasi errata alla luce degli studi successivi, è nondimeno diventata parte della visione mainstream dei dinosauri nella prima parte del XXI secolo.

PS: il primo che commenta "ma è solo un film" è un idiota. Senza se e senza ma.

Bibliografia:

Paul, G.S. 1988. Predatory Dinosaurs of the World. Simon and Schuster eds.

Turner, A.H., D. Pol, J.A. Clarke, G.M. Erickson, and M.A. Norell. 2007. A basal dromaeosaurid and size evolution preceding avian flight. Science 317: 1378–1381.



12 settembre 2017

Innominabili debolezze mosasauroidi


La filogenetica è una complessa disciplina evoluzionistica. La ricostruzione delle relazioni filetiche tra organismi è un processo di indagine perlopiù arcano e ignoto anche alla maggioranza degli appassionati di scienze naturali. Quello che sovente è noto a molti è solamente la superficie nominalistica dell'edificio sistematico. Lo noto sopratutto a livello di appassionati online. Molti destreggiano nomi di cladi e li citano nei più disparati contesti. Ma quanti di questi taxo-nominalisti sono anche consapevoli di ciò che sta a monte dei termini che menzionano? A monte di ogni termine tassonomico ci sono i motori di ogni ricerca scientifica: i materiali ed i metodi. L'ignoranza dei materiali e dei metodi è ciò che caratterizza di solito il profano che parla di taxa, rispetto all'esperto. Non basta sapere che l'insieme di organismi X è chiamato "Taxon A", per essere conoscitori di tale insieme. Bisogna conoscere il perché ed il come tale insieme è stato riconosciuto come taxon.
La banalità dell'ultima frase è più apparente che reale, ed è più generale di quanto possa sembrare. Difatti, esistono differenti livelli di consapevolezza della "materialità e metodocità" di un clade. La frase che ho scritto in grassetto non è rivolta solo ai profani, ai taxo-nominalisti ed ai nomencla-troll, ma anche ai ricercatori. Ad esempio, quanto spesso lo studio sulla validità di un taxon è corredato da una serie di indagini volte a scovare la debolezza di tale clade? Di solito, noi ci soffermiamo sulla robustezza del clade, piuttosto che sulla sua debolezza. Esprimiamo tale robustezza in termini quantitativi, misurando quanto tale ipotesi sia confermata dai dati. Sul piano epistemologico (molto grezzo, lo ammetto), questo approccio equivale a misurare la verificabilità dell'ipotesi in base ai dati. Quanto spesso, invece, ci soffermiamo sul grado di falsificabilità di un'ipotesi? La faccenda in questo caso diventa molto sottile, a tratti sfuggente. Valutare la falsificabilità di qualcosa in scienze naturali è spesso rischioso. Orde di filosofi possono infatti discutere per giorni sul mero significato della parola "falsificabile". Ed io non voglio impelagarmi in tale palude (sia chiaro fin da ora a certi lettori, che a volte commentano convinti di essere su un blog di filosofia della scienza). Infatti, piuttosto che arrogare una pretesa epistemologica così forte, quale è il discutere di falsificabilità filogenetica, vi propongo un approccio molto più umile, modesto e pragmatico, sebbene collegato: indagare sui punti deboli di uno scenario filogenetico. Ovvero, propongo di indagare se e come un insieme di materiali-e-metodi usato per sostenere una struttuta filogenetica sia dotato di debolezze interne. Notate che sto parlando dell'insieme dei materiali-e-metodi, non dei soli materiali.
Tutta questa lunga premessa per introdurvi un articolo, pubblicato oggi su PeerJ, ed avente come autori Daniel Madzia (Istituto di Paleobiologia dell'Accademia delle Scienze di Varsavia) ed il vostro paleo-blogger (Madzia e Cau 2017). In questo studio, focalizzato sulla filogenetica, sistematica e tassonomia di Mosasauroidea, abbiamo indagato le debolezze del sistema di materiali-e-metodi attualmente in uso per sostenere Mosasauroidea. L'articolo è un esempio di come si possa analizzare la struttura filogenetica di un clade cercando di scovare quelle aree più deboli e quindi più interessanti, in quanto potenziali fonti di revisione significativa. Alla luce di questa indagine, noi proponiamo una revisione tassonomica e nomenclaturale di Mosasauroidea, che sia coerente con la storia tassonomica dei cladi finora definiti ma al contempo non sia eccessivamente suscettibile verso i "punti deboli" che abbiamo identificato nella struttura sistematica.
L'articolo è scaricabile liberamente dal sito di PeerJ.

Ringrazio Daniel, che mi propose questo progetto un paio di anni fa, con cui ho attraversato la lunga e laboriosa elaborazione e revisione di questo articolo.

Bibliografia:
Madzia D., Cau A. 2017 - Inferring ‘weak spots’ in phylogenetic trees: application to mosasauroid
nomenclature. PeerJ 5:e3782. DOI:10.7717/peerj.3782

01 settembre 2017

Ecco finalmente qualcuno che sa fare il suo dannato lavoro



Sì, lo so: sono snob, intollerante e ipercritico in merito alla paleoarte.
Resto dell'idea che il 90% della paleoarte che si vede di questi tempi sia brutta, inaccurata, triste e fastidiosa. Di quel 10% che si salva, il 7% manca di originalità, ma almeno si salva come realizzazione.
Ma quando mi capita di vedere della BELLA paleoarte, ecco che il mio cuore si apre.
Ecco un caso che mi è capitato di scoprire per puro caso.
Questa composizione di Jed Taylor intitolata "Dromaeosaurids" è sublime.
L'artista ha realizzato una gloriosa celebrazione della diversità dromeosauride, combinando taxa di dimensioni e morfologie differenti e scegliendo colorazioni e piumaggio estremamente realistici.
Guardate! Nessuno ha la bocca spalancata! Nessuno ruggisce, sbava o sgrana gli occhi!
Nessuno sembra un dinosauro nudo ricoperto di piume: questi sono animali genuinamente piumati. L'artista non ha dovuto immolarsi con quelle ostentate arruffature del piumaggio che molti suoi "colleghi" sentono il bisogno di realizzare (probabilmente indotti dall'ossessione di "ricoprire di piume" i loro animali), ed ha lasciato spazio a naturali livree analoghe a quelle che possiamo osservare negli uccelli odierni. Al tempo stesso, gli animali non sono stati appiattiti sullo stereotipo del "passerotto-raptor" con cui, purtroppo, una certa maniera paleoartistica ci sta abituando a vedere i paraviani.

Ma, sopratutto, questa opera ha il mio plauso perché rispetta fedelmente la Legge di Cau sulla Paleoarte dei Dinosauri! Cosa recita la Legge? La ripeto per l'ennesima volta:

SE NON SAI ILLUSTRARE LE MANI, EVITA DI ILLUSTRARE TUTTO IL RESTO!

Sì, la mani dei dinosauri (di tutti i dinosauri, non solo i theropodi), sono la parte peggio illustrata, più bistrattata e più costantemente sbagliata nella paleoarte dei dinosauri. Tutti si fissano a fare le teste più sbalorditive, le posture più esuberanti, e poi cadono rovinosamente quando si tratta di rappresentare tutto ciò che sta distalmente al gomito. Ho ormai la nausea dei vari ippopotamosauri, elefantopodi, coccodropodi, pupazzotitani e antropocheiri che vengono nascosti nelle braccia dei dinosauri illustrati...

Le mani dei dinosauri sono il più immediato e chiaro indicatore della competenza sia scientifica che artistica dell'illustratore. Ed è nei minimi dettagli posturali, composizionali e tegumentari che si coglie la bravura di questa ricostruzione di dromaeosauridi. Ciò è particolarmente vero considerando che l'artista ha mostrato gli animali frontalmente e non di lato.

Ma perché mi dilungo a spiegare queste cose? Non serve a nulla... Per ogni piccolo capolavoro come questo, ci sono montagne di dinosauri dozzinali, che sbavano, sgranano occhi, dimenano zampe prive di senso e di decenza...

Quindi, godetevi questo piccolo gioiello in un mare di cialtronaggine.