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09 ottobre 2012

Dall'Ambra, predatori sociali del Cretacico

Jurassic Park (1993)
Il monopolio delle tinte ambrate, nonché l'uniformismo culturale post-moderno, si misura anche nella incapacità di andare oltre le rappresentazioni convenzionali.
Il titolo di questo post avrà sicuramente indotto la grandissima maggioranza (se non la totalità) dei lettori a immaginarsi dromaeosauridi clonati di dubbia intelligenza che cacciano in gruppo, come diffusi dalla vulgata popolare hollywoodiana.
Invece, questo post parla di uno studio scientifico, basato su evidenze reali e concrete, non su fantasie, di evidenze dirette a favore di comportamenti predatori sociali nel Cretacico Inferiore, dedotti da materiale organico preservato in ambra fossile.

05 ottobre 2012

Gradini della Scala Naturae

Mi capita di parlare con appassionati di scienze naturali sulla rivoluzione concettuale che sta dietro la "nuova" terminologia filogenetica. Spesso, le discussioni vertono sulla critica, da parte dell'interlocutore, nei confronti delle "riforme terminologiche". Perché dovremmo abbandonare certi nomi tradizionali che usiamo comunque nel linguaggio colloquiale, per usare questi nuovi, astrusi ed apparentemente bizantini termini del linguaggio "cladistico"? Perché non dovremmo continuare a usare la parola "rettile" per i dinosauri del Mesozoico, e lasciare gli uccelli fuori da quel termine? Perché complicarci la vita, perché creare termini astrusi come "dinosauro aviano", "coelurosauro non-aviano", "aviale non-aviano", che sono solo paroloni modaioli ma che di fatto non hanno portato alcuna novità o miglioramento concreto alla disciplina? Dopo tutto, un dinosauro resta un dinosauro, sia che lo chiamiamo "dinosauro" che "stem-Aves".
La risposta è che la rivoluzione terminologica è una conseguenza di una rivoluzione concettuale, e non il contrario. Purtroppo, come spesso accade, le trasformazioni più appariscenti sono quelle secondarie e derivate, non quelle "concrete". E da ciò nasce la risposta "conservatrice" dei mie interlocutori, che criticano la scorza colorata senza vedere l'interno della costruzione.
Per capire il senso del cambiamento concettuale epocale, partiamo dalla differenza tra "Reptilia" tradizionale e "Reptilia" filogenetico (cladistico).
"Reptilia" filogenetico è un clade, ovvero un insieme di specie discendenti da un antenato comune, ricavato da un'indagine di tipo filogenetico, un insieme comprendente tutti i discendenti di quell'antenato, senza arbitrarie definizioni di chi e come debba essere incluso o escluso da quel gruppo.
"Reptilia" tradizionale è un grado, ovvero un insieme di specie imparentate accomunate da una combinazione di caratteristiche scelte in modo arbitrario e dal non presentare altre caratteristiche scartate in modo arbitrario.
Perché "Reptilia" tradizionale sarebbe da evitare? Dopo tutto, i nomi sono comunque categorie arbitarie, forgiate dall'uomo per le sue esigenze di comunicazione: e se quel mix di caratteri usato per stabilire la categoria risponde alle nostre esigenze linguistiche, perché abolirlo?
Il motivo è che le parole sono "vive" ed "attive", almeno nella mente umana. Le parole acquistano potere e possono forgiare le menti, plagiare i modi di vedere e quindi agire come "realtà". Pertanto, una parola non è solamente uno strumento passivo, ma è anche e sopratutto una creatura che interagisce con i suoi simili in quell'ambiente virtuale avente i cervelli umani come hardware. E come un virus informatico fa impallare il computer, un "virus concettuale" può impallare le menti, rendendole inoperative o limitandone le prestazioni. O, peggio, inducendole verso comportamenti negativi.
Torniamo al "Reptilia" tradizionale. Il nome "grado" che definisce proprio le categorie tradizionali, contrapposto a "clade", non è scelto a caso. "Grado", infatti, è etimologicamente e concettualmente legato a "gradino", il quale è una parte di un sistema più ampio, e più chiaramente strutturato, chiamato "scala". Se "Reptilia" tradizionale è accettato come un grado naturale, allora la sua accettazione implica l'accettazione, più o meno inconscia, dell'intera serie dei gradini: la Scala Naturae. 
La Scala Naturae altro non è che la manifestazione tassonomica dell'antropocentrismo e dello sciovinismo insito nella natura umana. La Scala Naturae afferma (e conferma) la superiorità umana in base ad una forzatura interpretativa dei dati. La Scala Naturae è una forma di riduzionismo finalista che colloca ogni forma vivente lungo una singola traiettoria dispiegata linearmente in uno spazio virtuale ed arbitrario ordinato sulla base di una semplice relazione, la quale, fuori dall'ipocrisia, è traducibile come: esiste una "complessità" intrinseca nei viventi la cui misura è data dalla somiglianza con l'uomo. Tanto più una forma è simile all'uomo (meglio se maschio caucasico), tanto più quella forma è in "alto" lungo la Scala Naturae, è "migliore", è "superiore".
Pertanto, la Scala Naturae non è una rappresentazione oggettiva della diversità vivente ma una espressione soggettiva di un desiderio di ordine consolatorio che ci pone all'apice della serie da noi stessi definita. La Scala Natura è quindi una costruzione ideologica, particolarmente violenta (non solo sulle categorie concettuali), perché forza la molteplicità nella linearità.
L'abbandono della Scala Naturae, e quindi di una visione soggettiva della diversità naturale, conduce alla sistematica filogenetica, nella quale la scala viene abbandonata, e quindi i gradini abbandonati, e quindi i Gradi abbandonati.
Questo è il motivo profondo per cui è bene abbandonare la nomenclatura tradizionale gradista (quindi antropocentrista e finalista) per una visione cladista: per liberare noi stessi dalla autoreferente e consolatoria illusione di essere i primi della classe... in base a criteri da noi stessi definiti per risultare tali. In breve, abbattare la Scala (e i gradini che la formano) è un atto fondamentale, anche solo concettuale, per diventare più maturi e responsabili (non solo verso la Natura, ma anche verso noi stessi), qualcosa di cui si ha sempre più bisogno.

03 ottobre 2012

Lucertole coi denti differenti... e mani simili

Ricostruzione in vivo della testa di Heterodontosaurus (da Sereno 2012)

L'attuale versione di Megamatrice, la mia analisi filogenetica dei theropodi Mesozoici, include anche un doveroso corpus di generi di dinosauromorfi non-theropodi il cui scopo è quello di polarizzare nel modo più robusto possibile le trasformazioni delle condizioni nei 1523 caratteri attualmente inclusi. Inoltre, data l'incertezza su quali taxa siano alla base di Theropoda, la radice dell'analisi è stata posta molto in basso (fuori da crown-Archosauria), per non influenzare aprioristicamente la composizione del gruppo oggetto dell'analisi. Nel contingente dei non-theropodi sono presenti 3 generi di ornithischi, a doverosa rappresentanza diplomatica dell'altro lato di Dinosauria. Questi generi sono stati scelti sulla base di criteri quali la completezza morfologica e la posizione prossima alla base di Ornithischia. Attualmente, il contingente ornithischiano include Pisanosaurus, quasi universalmente riconosciuto come il più antico e basale tra gli ornithischi noti, Heterodontosaurus, per la sua quasi completezza e ampia descrizione della morfologia, ma anche perché relativamente basale, e Tianyulong, incluso sia per le sue valenze nella codifica di caratteri tegumentari, sia per la sua probabile affinità con Heterodontosaurus: una scelta, questa ultima, finalizzata a stemperare l'importanza di Heterodontosaurus nell'analisi come "ornithischio basale tipo". In futuro, è possibile che includerò altri ornithischi basali.
I tre ornithischi citati sopra sono tra gli argomenti della corposa monografia su Heterodontosauridae pubblicata da Sereno (2012). In particolare, nuove immagini e dati su Tianyulong mi hanno permesso di aumentare le codifiche per questo taxon in Megamatrice. Tra le nuove informazioni, rilevanti per le mie esigenze filogenetiche spicca un arto anteriore quasi completo, veramente inusuale nella sua morfologia. L'arto anteriore di Tianyulong è infatti relativamente corto, e presenta un terzo dito (e corrispettivo metacarpo) più corto del secondo dito, un carattere vagamente "neotheropode", che si associa ad altri caratteri simili ai neotheropodi presenti negli heterodontosauridi, come la possibile presenza di un recesso premascellare nella fossa antorbitale, e la fibula ridotta in diametro.
Le nuove codifiche non cambieranno la posizione dei 3 ornithischi rispetto al resto dei taxa inclusi, ma sicuramente incideranno sulle interrelazioni in quella zona relativamente instabile quale è la base di Saurischia e di Theropoda...

Bibliografia:
Sereno PC (2012) Taxonomy, morphology, masticatory function and phylogeny of heterodontosaurid dinosaurs. ZooKeys 226: 1–225.

02 ottobre 2012

Audacia arcosauriana

Vi azzardereste a disturbare un leone mentre sta mangiando?
Sarebbe un'azione molto stupida, o molto audace. 
Immaginate allora di disturbare ben cinque leoni nello stesso momento, per giunta con i propri cuccioli. Un'azione totalmente incosciente e votata al suicidio, pensereste. Forse per un essere umano, ma non per un grosso coccodrillo.
Copyright: Oli Dreike (2012)

Questa foto è sicuramente impressionante. Ma il video è ancora più spettacolare! Un coccodrillo si fa beffe di ben cinque leonesse. Se non fosse solo una meschina antropomorfizzazione, verrebbe quasi da interpretare il gesto del rettile come una dimostrazione di grande audacia: ed in effetti, il modo sornione con cui il coccodrillo si getta nella mischia, e la sufficienza con cui si ritira paiono quasi un oltraggio al "re degli animali". 
Dal nostro punto di vista umano, occorre grande audacia, totale assenza di paura, per affrontare cinque leoni, o forse la paura è un sentimento troppo "nostro" ed al più consono per un cervello di tipo mammaliano. Ed anche se un coccodrillo è forse più una bellissima macchina da guerra che un eroico guerriero, tutta la mia stima e simpatia va al rettile, solo contro cinque...

La scena non può che farmi pensare che se un singolo arcosauro può tenere testa a cinque grossi mammiferi predatori, immaginatevi un intero pianeta popolato di bellicosi arcosauri di tutte le forme e dimensioni. E forse sarà più chiaro come mai i mammiferi rimasero piccoli e relativamente poco importanti (perlomeno alla scala dimensionale che noi riteniamo più importante e meritevole) per tutto il Mesozoico.

01 ottobre 2012

Barbarie visiva

Paradosso (per noi Classici): il Bello ed il Falso coesi
Nella nota favola del corvo e dei cigni, un corvo muore nell'ostinazione di essere un cigno, di vivere come un cigno. La morale della favola è che non si può andare contro la propria natura: se sei corvo non puoi vivere da cigno. In Occidente probabilmente questa favola ha accenti più negativi (non puoi essere ciò che non sei), mentre in Oriente la stessa verità probabilmente avrebbe l'accento più Zen del "segui il corso del tuo fiume, senza opporvi resistenza". Ovvero, sii corvo e lasciati guidare da ciò.
Se siamo scimmie, non ha molto senso, quindi, opporsi al nostro fiume scimmiesco. Come scimmie, siamo pervicacemente attratti da tutto ciò che è formoso, colorato, appariscente, che attrae il nostro occhio, quindi la mano, che cercherà di afferrare la fonte della visione. E se a guidare la mano è il cervello, è pur sempre l'occhio ad indurre il cervello.
Prima ancora che "Uomo sapiente", ognuno di noi è un "Uomo vedente" (mi scuso se la frase può discriminare una donna affetta da cecità, non è quella la mia intenzione), una creatura che si rapporta con un universo percettivo innanzitutto tarato su immagini. Ciò è vero anche in paleontologia. Purtroppo, in paleontologia, scienza della ricostruzione del passato, la visione è necessariamente subordinata alla sapienza. Non esiste un'immagine paleontologica che preceda una concezione paleontologica. In questo, quindi, la paleontologia è paradossale, nel senso etimologico di para-doxa. La paleontologia quindi è una disciplina in cui i canoni "naturali" del rapporto tra uomo e fenomeno sono invertiti, quindi sono "contro-naturali". Se fossimo vulcaniani o meri elaboratori di bit, ciò non sarebbe un problema, dato che applicheremmo il programma logico paleontologico nel suo contesto e secondo le due precise (per quanto invertite) polarità. Ma non siamo vulcaniani né elaboratori elettronici, bensì esseri umani, ovvero, come rimarcato all'inizio, scimmie. Scimmie, quindi animali ottusamente vincolati (perlomeno a livello subconscio) all'universo visivo prima ancora che logico e razionale, alle categorie dell'occhio prima ancora che a quelle del cervello. E se, quindi, siamo pur sempre scimmie, è vano ostinarsi ad essere altro, ad essere "para-doxali", come invece imporrebbe la paleonto-logica.
Da questa irrisolvibile contraddizione tra paleonto-logica (che subordinerebbe il visivo al concettuale) e antropo(simio)-logica (che subordina il concettuale al visivo) deriva la feroce dittatura della paleoarte sulla paleontologia.
Un'immagine paleoartistica vale più di mille parole. Purtroppo, la paleontologia dovrebbe essere quelle mille parole, e non l'immagine. Da qui, e lo dico con rammarico, l'utopia di una paleontologia logicamente rigorosa, scientificamente razionale, svincolata dall'invasione massiccia dei Vandali e dei Visigoti provenienti dall'arte. Essi avrebbero tutto il diritto di vivere fuori dal Limes paleontoLogico, e sarebbero perfetti vicini con i quali intrattenere proficui scambi e interessanti baratti. Noi amiamo le loro donne dallo zigomo altero e l'occhio di ghiaccio. Peccato che essi siano sempre più massicciamente entrati nelle nostre provincie, dapprima con accampamenti appena trasbordati, ora con velleità di comando. Temo il giorno in cui uno di loro salirà al seggio imperiale e detterà legge. La legge dell'immaginifico dove prima si incideva, su bronzee lastre, la Ius Palaeontologica.
Chi ha occhi per intendere intenda.