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04 aprile 2012

Yutyrannus huali Xu et al. 2012, un grande tyrannosauroide PIUMATO! - Prima Parte

Dettaglio del cranio dell'olotipo di Yutyrannus (da Xu et al. 2012)

"Quanto mi secca avere sempre ragione"
                          (Ian Malcom alla vista di un grande tyrannosauroide)

Ci fu un tempo in cui questo blog riceveva serie di commenti critici e obiezioni contro l'idea che i tyrannosauroidi di grande dimensioni (sopra i 7-8 metri di lunghezza adulta) avessero un qualche rivestimento filopiumoso come i loro parenti di taglia inferiore. Ricordate? Gli argomenti dei miei critici erano sovente riconducibili alla singola frase: "non riesco a immaginarmelo piumato, quindi non poteva esserlo". Io ho cercato, sulla base della logica e del ragionamento supportato dai dati noti, di mostrare che le obiezioni al piumaggio nei grandi theropodi erano più un rigurgito inconscio del BAND latente in molti di noi, piuttosto che un'evidenza scientifica. Molti lettori hanno condiviso questo mio punto di vista.
I critici alle mie argomentazioni, tuttavia, avevano ancora dalla loro l'assenza di evidenze dirette. Per quanto possa essere stringente, e non mi stancherò mai di dirlo, l'assenza di evidenza non è evidenza di assenza, sopratutto in paleontologia dove la frammentarietà pervade ogni ambito, sopratutto quello fragile del rivestimento corporeo. Conviene, se un fenomeno non è osservato ma è logicamente deducibile da una teoria valida, di preferirlo piuttosto che dichiarare l'assenza tout court del fenomeno, nonostante tale posizione sia priva di un sostegno teorico.
Ovviamente, nell'assenza di evidenze, rimaneva una diatriba tra diverse filosofie e modi di vedere il record fossile.
Fino a oggi.

Xu et al. (2012) descrivono oggi i resti di un grande theropode adulto (il femore è lungo 850 mm, analogo alle dimensioni del femore dell'olotipo di Baryonyx e numerosi esemplari di Allosaurus) e due a stadi di sviluppo meno avanzato dal Cretacico inferiore della Cina, ed istituiscono Yutyrannus huali. Il dato più importante di Yutyrannus è la presenza, copiosa e indiscutibile, di strutture filamentose allungate che ricoprono la superficie del corpo. In breve, Yutyrannus è un grande tyrannosauroide piumato. Ripetete l'ultima frase alcune volte, se non riuscite a focalizzare il suo significato. Bene.
Io avevo ragione e i fan della squama torto. 
[Scusate lo sfogo, ma ci voleva, sopratutto considerando i fiumi di parole che hanno invaso la rete, non solo in questo blog, per cercare di giustificare un coelurosauro squamato, come se le nostre iconografie storicamente vincolate valessero più del metodo scientifico e delle evidenze accumulate.]
Nei prossimi post discuterò nel dettaglio le caratteristiche di Yutyrannus, e le sue implicazioni.
Megamatrice sta scalpitando...

Bibliografia:
Xu, X., K. Wang, K. Zhang, Q. Ma, L. Xing, C. Sullivan, D. Hu, S. Cheng, and S. Wang. 2012. A gigantic feathered
dinosaur from the Lower Cretaceous of China. Nature 484: 92-95.

Coming Soon: Kem Kem Wars - Episode VI: Return of Kemkemia

Anche Jabba ha manifestato interesse per Kemkemia
Dopo trepidante attesa da parte dei suoi fan, la saga paleontologica che ha appassionato una dozzina di persone in tutto il mondo giungerà al termine. Un finale degno di questo blog e della paleontologia. Aspettatevi colpi di scena sconvolgenti. O forse solo un piccolo pezzo di scienza nel senso più bello del termine.
Molto prossimamente, su Theropoda!

03 aprile 2012

I polifosfati organici galleggiano sull'acqua

Opera di Burian della metà del XX secolo, quando tale interpretazione era ritenuta plausibile. Oggi, no, nessun paleontologo considera lontanamente plausibile che Brachiosaurus vivesse sommerso.
Ci voleva questa ventata di aria nuova e fresca, questo liberatorio aprire le finestre per fare uscire lo stantio, il vecchio, la troppa condensa ed il frittume di chi per troppo tempo è rimasto chiuso ed ottuso in sé e nella propria miopia! Viva la primavera!
Un'aria nuova, un vento d'Aprile, spira dentro le muffite stanze della scienza dinosaurologica. Un vento che sa di rinnovamento e freschezza, un cambio deciso che dal nord porta pungente acume e ossigeno libero. Un vento che ci porta una nuova teoria. Anzi, no, una nuova idea. Anzi, no, una nuova congettura. Anzi, no. Solo una vecchia iconografia. Vecchia e defunta. 
Il post di oggi parla di una notizia che in sé non sarebbe una notizia, che in un mondo ideale non verrebbe nemmeno diffusa come barzelletta.
Un cialtrone il cui curriculum è superato in inconstistenza solamente dalla pochezza di prove a sostegno di ciò che vado a descrivere è salito in queste ore nel clamore pandemico ed effimero che caratterizza Internet, dopo che un mediocre giornalista lo ha intervistato in qualità di esponente di una fantomatica nuova controversa teoria che rivoluzionerebbe l'intera nostra concezione dei dinosauri. Notare le iperboli. Tralascio il nome del cialtrone, non ho interesse a fargli pubblicità più del dovuto, basti come nota che egli non è un paleontologo, non ha alcuna formazione accademica nel campo, e pare si sia occupato di autocombustione umana e forse biologia cellulare. Insomma, un po' Giacobbo di Voyager e un po' agente speciale del FBI. Il nostro novello Galileo (così è stato - veramente - irrispettosamente evocato uno dei padri della scienza moderna), solo ed eroico paladino di un nuovo paradigma che in futuro sarà ortodossia (ma quando mai?) contro la muffita lobby dei paleontologi, forte di una base empirica formidabile (ovvero, il fatto che al suo cervello qualcosa dei dinosauri non quadri) è salito nell'agone delle discussioni paleontologiche per aver proposto che i dinosauri fossero troppo massicci per vivere sulla terraferma, e che quindi fossero completamente acquatici.
I dinosauri acquatici. Quelli dipinti da Burian quando l'Asse Roma-Berlino era padrone dell'Europa (più Berlino che Roma, ad esser sinceri). I dinosauri colossali ed enormi, con code pesanti 20 tonnellate (così dichiara il nostro eroe, senza uno straccio di evidenze), che quindi potrebbero muoversi solo grazie alla spinta idrostatica, grazie al principio di Archimede (questo post abbonda di illustri italiani). Attenzione! Il nostro eroe va oltre la vecchia iconografia, e sostiene che TUTTI i grandi dinosauri, compresi theropodi come Tyrannosaurus e Spinosaurus, fossero esclusivamente acquatici! I dinosauri acquatici, come se quaranta anni di rivalutazione critica della loro morfologia appendicolare, il riconoscimento che arti colonnari, dei piedi stretti e non divaricati, delle gabbie toraciche strette ben diverse dalle ampie gabbie degli animali acquatici, dell'impossibilità fisica per il polmone di un animale a collo lungo di pompare l'aria vincendo la pressione dell'acqua sul torace, delle piste fossili formatesi esclusivamente seccando all'asciutto, e della abbondanza di scheletri in formazioni che all'origine erano ambienti aridi o semiaridi, se tutto ciò non fosse più che sufficiente per abbandonare una vecchia iconografia, essa stessa più figlia dei paleoartisti che dei paleontologi. No, ci saremmo sbagliati tutti, ottusi ideologicizzati dal dinosauro terricolo, nonostante la sua assurdità. Forse. Ovviamente, la lista che ho appena mostrato avrebbe un valore se il nostro fantomatico Nuovo Owen fondatore della Nuova Dinosauria acquatica avesse mai letto qualcosa di ciò che ho citato. Nel sito e nella intervista nelle quali il cialtrone "espone" la sua novella ipotesi vintage non è portata alcuna evidenza se non il fatto che, incredibile dictu, il nostro Newton della paleontologia trovi lo spessore delle impronte fossili troppo basso e sottile per essere stato lasciato da animali con code di 20 tonnellate. (Beh, certo, un dinosauro camminando produrrebbe dei crateri!) Forse perché tali animali non pesavano così tanto come Mister Autocombustione dice. Forse perché una coda di 20 tonnellate non è mai esistita. Forse perché un animale terrestre che cammina su un terreno fangoso evita di avventurarsi dove lo spessore del fango potrebbe impantanarlo pericolosamente, e quindi cammina solo dove il fango è spesso pochi centimentri. Forse perché le impronte che rinveniamo sovente non sono l'orma diretta lasciata dal piede, ma la traccia impressa dal sedimento a sua volta compresso dal piede su un sedimento sottostante. Forse perché, semplicemente, l'impossibilità di capire è un limite soggettivo del nostro neofita con la passione per le code obese, e non un vicolo cieco concettuale nel quale, a sentir lui, la disciplina paleontologica si sarebbe impantanata.
Va bene, noterete che oltre alla polemica l'ho buttata sull'ironia, sulla dissacrazione. Ma come altro reagire? Argomentando pacatamente ciò che conosciamo bene da mezzo secolo? Ripetendo ciò che è ovvio a chiunque abbia un minimo di formazione nella materia? L'ironia è il solo modo per non farmi abbattare dal significato nascosto dietro la buffonata di un'ipotesi così cialtrona.
Ciò che rende la mia invettiva così aspra e tagliente è una doppia constatazione.
Oggi, il valore di una notizia è spesso spogliato dal suo valore "reale" come evento. I giornalisti scientifici non puntano alla divulgazione del sapere, ma allo scoop. E lo scoop scientifico, nel mondo avido di emozioni in cui viviamo, è possibile solo tramite una rivoluzione, anche solo concettuale, uno strepitio di spade e scudi tra una fazione di ribelli iconoclasti (per i quali è facile fare il tifo) e le ottuse elefantiasi dell'Impero (in questo caso, gli zotici paleontologi che nella torre d'avorio credono ai dinosauri che camminano nell'asciutto). Il mare di fango del nostro zombie pseudo-scienziato riemerso dal 1950, senza una laurea (la laurea non rende dei geni, ma sicuramente è qualcosa che attesta un qualche grado di esperienza nel settore, a sua volta prerequisito per dire qualcosa di decente scientificamente), la sua foto farlocca in cui maneggia dei brutti modellini di dinosauro come Newton con la mela del mito, essi sono più che sufficienti ad un mediocre cronista incapace di separare scienza da favola per imbastire lo scoop. La verità, ovvero che non esiste alcuna controversia e che tutto il mondo della paleontologia sostiene i dinosauri pienamente terrestri, è irrilevante. Un albero che cade in acqua fa più rumore della foresta che cresce all'asciutto, ed un singolo eretico senza motivo per motivare l'eresia fa più audiance di migliaia di silenziosi ricercatori che costruiscono il nostro sapere.
Infine, il secondo, e più amaro, motivo. La paleontologia è evidentemente una scienza verginale e indifesa, se basta il primo fesso ubriaco a deflorarla. La paleontologia, sopratutto quella dinosaurologica, è ancora purtroppo una scienza di serie B, una disciplina etichettata come infantile, e pertanto facile e immediata come un gioco per bambini. Se questo pregiudizio infanga la tua capacità critica, ti sarà facile ergerti a persona meritevole di essere ascoltata in paleontologia nonostante l'assenza totale di un curriculum paleontologico alle tue spalle. Tu sbagli a farlo, ma non lo sai, perché sei cresciuto con l'idea che la paleontologia sia una mezza minchiata che chiunque può maneggiare. Nessuno sano di mente oserebbe fare lo stesso con la fisica, la genetica o la biochimica. Diamine: quelle sono cose serie, che si imparano con decenni di studio! Vi immaginate le risa e il bombardamento di ortaggi se io osassi dichiarare in un'intervista che il codice genetico è trasmesso dalle proteine invece che dal DNA (come si riteneva al tempo in cui Burian dipingeva brachiosauri sommersi)? Vi immaginate con quanta veemenza verrei sepolto da motivati insulti verso l'arroganza con la quale ho negato 60 anni di scienza mondiale e riesumato un cadavere di ipotesi falsificata da migliaia di esperimenti e osservazioni? Eppure, in paleontologia è plausibile che un cialtrone possa fare ciò che altrove non è nemmeno tabù, ma puro nonsenso.
Se il cialtrone è solo un avventuriero in cerca di notorietà a tutti i costi (ed io ho evitato di menzionarlo direttamente per non dargli alcunché), la vera costernazione sta per il giornalista. Un buon giornalismo scientifico è il primo tassello della necessaria osmosi tra comunità scientifica e resto della popolazione, la quale fornisce i fondi alla ricerca e acquisce i progressi conoscitivi e tecnologici. Un pessimo giornalismo inceppa il salutare scambio di informazione, conoscenza e rispetto reciproco. Il meccanismo inceppato può quindi girare a vuoto, freneticamente, spinto dal mero sensazionalismo, oppure bloccarsi, incastrarsi per colpa di schegge vaganti, o perché il pubblico, stanco di fuochi di paglia e diatribe sui genitali degli angeli, lo rifiuta e lo ritiene superfluo.

01 aprile 2012

Nel Giardino con Tyrannosaurus

Flora della fine del Cretacico Canadese (artwork di A. Tait da McIver 2002)
La paleobotanica è una disciplina estremamente affascinante e spesso bistrattata rispetto alla sorella paleozoologica. Trattando di theropodi, è raro che questo blog si soffermi sulle questioni paleobotaniche, nonostante che sovente sia indissolubile il legame tra animali e piante del medesimo ambiente. La ragione principale della scarsa inclusione delle discussioni botaniche in aspetti della paleontologia dei dinosauri è che raramente è possibile rinvenire evidenze dirette di interazione tra animali e piante fossili. La semplice constatazione che il cranio di Edmontosaurus è morfofunzionalmente quello di un erbivoro non ci permette di dire quali fossero le piante che l'animale consumava. La scoperta di resti di pasto vegetale è spesso l'unica, rara, occasione di determinare in modo sicuro le interazioni tra dinosauri e piante. Siccome la maggioranza dei theropodi mesozoici non si nutriva di piante (in base a varie linee di evidenze, tra cui la dentatura da carnivoro), i resti di pasto non saranno costituiti da vegetali, quindi non possono aiutare a stabilire un qualche legame tra piante e dinosauro.
Un rarissimo caso, tuttavia, ci mostra una connessione molto stretta tra piante e un theropode. Guarda caso, è Tyrannosaurus rex. Nella maggioranza dei casi, le condizioni chimiche favorevoli alla fossilizzazione delle piante non coincidono con quelle adatte alla conservazione dei resti ossei. In un caso, tuttavia, McIver (2002) descrive un sito dalla fine del Cretacico dal Saskatchewan (Canada), nel quale i resti di un Tyrannosaurus sono intimamente associati a vari resti vegetali. Dalla stessa località, sebbene non intimamente associati a resti vegetali, sono noti i fossili dei tipici dinosauri della fine del Cretacico Nordamericano, come Triceratops, Edmontosaurus e Thescelosaurus. Ciò ha permesso di ricostruire la flora che circondava l'animale, almeno alla sua morte, nonché fare delle inferenze sulle condizioni climatiche esistenti. I resti vegetali includono resti di foglie, rami e frutti, attribuibili a piante molto simili alle Vitaceae arboree di oggi ed altre piante a fiori, piante erbacee come felci, equiseti, canneti, alberi di Cipresso o forme simili a questi ultimi, nonché Gingko e Cicas.
McIver (2002) nota che la flora da questo sito del Canada si differenzia da quella contemporanea dalla formazione Hell Creek (più meridionale) nel mancare di alberi sempreverdi a latifoglie, e nell'abbondare invece in piante che perdevano periodicamente le foglie. Ciò indica che l'ambiente era caratterizzato da stagionalità marcata, che comprendeva una stagione invernale che, sebbene non fosse fredda, era comunque poco luminosa e indiceva la perdita della foglie nelle piante. Al contrario, la flora dell'Hell Creek appare più uniforme lungo l'anno, senza una stagione "invernale" così marcata da indurre la caduta delle foglie.
Questo sito pertanto, oltre a mostrare in modo diretto la flora in cui si aggiravano i dinosauri della fine del Cretacico Canadese, mostra che l'ambiente dell'Hell Creek, così blasonato e studiato, non rapprentava l'unico tipo di condizione climatica-ambientale in cui i famosi Tyrannosaurus, Triceratops ed Edmontosaurus vivevano: nel nord del continente, le condizioni erano fortemente stagionali, e gli animali dovevano affrontare una stagione invernale poco illuminata e priva di fogliame fresco.

Bibliografia:
McIver E.E. 2002. The paleoenvironment of Tyrannosaurus rex from southwestern Saskatchewan, Canada. Canadian Journal of Earth Sciences. 39: 207–221.