18 agosto 2014

Pillola rossa, pillola blu

L'imprinting è il noto fenomeno etologico per cui i piccoli di varie specie (l'esempio classico sono gli anatroccoli) si legano affettivamente al primo oggetto in movimento che vedono alla nascita. Dato che, nella maggioranza dei casi (e, sopratutto, in quelli in cui il neonato ha qualche speranza di sopravvivere) tale “primo oggetto” è la madre, l'imprinting è un adattamento per instaurare in modo duraturo un legame vantaggioso tra genitore e prole.
L'imprinting è un comportamento istintivo, un programma relativamente semplice ed automatico, plasmato in virtù della sopravvivenza che conferiva agli individui che ne erano dotati.
Dato che è un comportamento “automatico”, l'imprinting è ottuso e stupido. Difatti, se prima della schiusa alla madre biologica sostituite un surrogato di qualunque tipo, i piccoli associeranno il concetto di “madre” al surrogato. La scena degli anatroccoli che seguono Konrad Lorenz come fosse la loro madre può risultare simpatica. Un po' più patetica, perché più evidente nel mostrare l'ottusità del programma automatico celato nell'imprinting, è la scena di un anatroccolo che considera un pezzo di legno colorato come la propria madre. Eppure, in tutti e tre i casi (con mamma anatra, con Konrad Lorenz, con il pezzo di legno) l'anatroccolo sta eseguendo il medesimo programma automatico presente nel suo giovane cervello.
Noi esseri umani siamo ovviamente più raffinati ed avanzati degli anatroccoli. Infatti, i cervelli dei nostri giovani non sono così ottusi e automatici, e non associano ad un pezzo di legno il concetto di madre. Eppure, nemmeno il potente cervello di Homo sapiens è immune dall'imprinting e dalle ottuse trappole del gretto automatismo comportamentale.
Prendete il seguente caso.
Poco dopo la nascita, il cervello del giovane Homo sapiens è immerso in un sistema di informazioni, unico nel regno animale, che tende ad associare a quasi ogni fenomeno percepibile una serie arbitraria di suoni. Li chiamiamo “nomi”. Il sistema è evidentemente un qualche adattamento tipico della specie umana. La straordinaria capacità dei piccoli di Homo sapiens di apprendere nuove parole è infatti molto simile all'imprinting degli anatroccoli: in ambo i casi, avviene nella primissima infanzia e in ambo i casi plasma in modo molto forte il comportamento futuro dell'individuo. Anche se la capacità di apprendere nuove parole persiste per tutta la vita, una volta superato quel breve momento dell'infanzia, diventa molto difficile imparare una nuova lingua, se non al prezzo di un duro esercizio di apprendimento. C'è qualcosa, nel cervello del bambino piccolo, che lo rende idoneo ad imparare una lingua, ad associare in modo automatico una parola ad un fenomeno. E non solo fenomeni, ma anche – e sopratutto – dei concetti. Il cervello umano impara quasi subito a legare a innumerevoli astrazioni una precisa parola. Il cervello umano, difatti, per non sovraccaricare rapidamente, ha la tendenza a categorizzare: crea “generalizzazioni” in cui inserire numerosi fenomeni distinti, generalizazioni alle quali, più che a quei fenomeni singoli, sarà associato un nome.
E così, oltre a “mamma” (nome dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), oltre a “papà” (nome dell'oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione), esiste anche “cibo”, “protezione”, “oggetto semovente”, concetti che si associano a innumerevoli fenomeni in virtù di qualche loro caratteristica ricorrente. L'uso di queste categorie è sicuramente utile, dato che, generalmente, molti di questi oggetti non sono sempre presenti, ed occorre avere in memoria una qualche rappresentazione semplice (una sommaria descrizione, a sua volta basata su altre semplificazioni) di questi fenomeni, rappresentazione da ri-utilizzare ogni qualvolta quel fenomeno si presenta nuovamente. Sarebbe poco adattativo dover imparare ogni volta quale oggetto sia “papà”: meglio avere il concetto chiaro e distinto nel cervello, da applicare ogni qualvolta appaia un oggetto semovente che, per motivi ignoti, tende a disturbare il lavoro dell'oggetto semovente che fornisce al cervello la maggioranza del nutrimento e della protezione.
Di tutti gli oggetti che il cervello del giovane Homo sapiens tende ad avere un'esperienza ricorrente e persistente, ne esiste uno particolare, che, per motivi ignoti, non esce mai dal campo percettivo del cervello: a posteriori, esso è chiamato “il corpo in cui è incluso il cervello”. E come ogni altro fenomeno, a quell'oggetto viene associato un nome, un nome che il cervello impara rapidamente a ricordare, e che altrettanto rapidamente entra nel sistema di simulazioni e rappresentazioni che il cervello elabora per produrre reazioni idonee a sopravvivere: “io”. “Io” e la sua famiglia di concetti associati: “me”, “mio”.
Data la complessità della sua struttura, pare che il cervello umano (e quello di molti altri animali suoi parenti più o meno lontani) sia vincolato ad un periodico processo di disconnessione automatica, ottenuta auto-inducendo lo stato di coma. Non è chiaro se ciò sia necessario alla fisiologia del cervello o sia solamente un vincolo storico di tempi più letargici, sta di fatto che è così: praticamente ogni giorno nella vita di un Homo sapiens, questi va in coma per qualche ora. Questo bizzarro programma comportamentale, detto “sonno”, rende il sistema percettivo umano temporaneamente inattivo. Senza le categorie conservate in memoria, ogni riavvio del sistema dopo la fase di sonno riporterebbe il cervello allo stadio iniziale di assenza di concetti, un'eventualità chiaramente poco adattativa per animali immersi in un mondo informazionale “reale” quanto quello fisico. Pertanto, è probabile che non possa esistere il sonno senza un archivio di concetti abbastanza ampio e articolato. (E, di consequenza, che gli animali privi del sonno siano privi di un sistema rappresentazionale sufficientemente complesso).
Nonostante il valore adattativo della maggioranza delle categorie prodotte e conservate dal cervello, tutte queste sono un'approssimazione grossolana qualora siano analizzate nel dettaglio.
Ad esempio, alla scala molecolare ed atomica, “mamma” come la osservo oggi non è lo stesso oggetto che osservavo nel 1980: tutti gli atomi del corpo chiamato “mamma nel 1980” sono diversi da quelli del corpo chiamato “mamma nel 2014”. Quindi, sono due oggetti o è il medesimo? Dal punto di vista fisico, sono due oggetti distinti, ma la grossolanità del sistema percettivo fa sì che il cervello associ il medesimo nome a quei due oggetti distinti. Ciò avviene anche perché nel cervello esiste un concetto, molto potente, che funge da criterio organizzatore delle informazioni in memoria: il concetto di “tempo”. Solo l'applicazione del concetto di “tempo” fa sì che innumerevoli memorizzazioni distinte siano categorizzate nel medesimo archivio, quindi associate ad un medesimo termine, e, di conseguenza, siano credute essere “una stessa cosa”. La memoria rende due oggetti distinti, formati da atomi differenti, “la stessa cosa”. La memoria rende, quindi, le persone delle “persone”. Non la fisica, né la chimica, né la biologia attuale dei corpi ai quali, in ogni momento, associamo il “nome della persona”.
(Se questa conclusione può sembrarvi assurda, allora perché ad una persona che, improvvisamente, “sia cambiata” e non corrisponda più al concetto presente nel cervello, diciamo che “non sei più tu?”).

Tornando all'imprinting, immaginate ora un giovanissimo cervello di Homo sapiens al quale, fin dalla nascita, sia ripetuto continuamente che il corpo nel quale è incluso sia un qualcosa di stabile, immutabile, sia un oggetto invariante e immodificabile. Né più né meno del pezzo di legno al quale il cervello dell'anatroccolo associa il concetto di “madre”, il cervello del giovane umano si fisserà su quel feticcio concettuale. Continuamente, verrà addestrato ad usare il termine “io”, il concetto di “sé”, il valore di “individuo”, il progetto di una “personalità”, sempre associato ad una rappresentazione grossolana relativa ad un corpo che, invece di essere invariante ed immutabile, cambia continuamente. Per tutta la vita, quel cervello si illuderà dell'esistenza di un “sé” che – invano – cercherà di trovare dentro il corpo che alloggia il cervello, e, al pari del papero che per tutta la vita tenta di accoppiarsi con un pezzo di legno, plasmerà il proprio comportamento in base a quell'imprinting. A rendere tutto ancora più paradossale, è il fatto che anche il cervello stesso non sarà più “lo stesso”: l'illusione data dalla memoria, il processo di archiviazione e copiatura periodica dei concetti, crea difatti anche l'illusione che il “cervello nel 1980” sia il medesimo “cervello nel 2014”. Eppure, a livello fondamentale, quel “io” non esiste dentro il corpo dell'Homo sapiens, così come una “madre” non esiste nel pezzo di legno dell'anatra. Tuttavia, in ambo i casi, la costrizione comportamentale sarà tanto pervasiva da non poter essere evitata nemmeno nel caso (solamente umano) in cui tale finzione sia scoperta. Il sistema di istruzioni programmate, di cause ed effetti, di valori e disvalori, generati dal e conseguenti al feticcio “io” è così forte, permea l'esistenza in modo così penetrante che (anche in questo momento in cui scrivo e voi leggete) è impossibile non farne riferimento per parlarne.
Non si esce dal proprio imprinting.
Non c'è pillola rossa né pillola blu.

12 commenti:

  1. Interessante, Andrea, certo hai il coraggio di entrare in un campo minato filosofico...
    se riesco a trovare il tempo e la concentrazione provo a postare qualche riflessione :)
    buon lavoro
    Emiliano

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  2. Mi permetto di dare il mio piccolo contributo, sperando di non andare fuori tema.
    Durante il Darwin Day di Parma un relatore ci ha comunicato che nel nostro corpo vivono autonomamente centinaia di specie di batteri. Senza di loro non potremmo vivere. Fanno dunque parte di noi? Fa parte di noi solo ciò che ha il nostro stesso DNA o tutto ciò che ci permette di vivere?
    A mio parere noi siamo la nostra memoria. Ha poca importanza il substrato dove questa viene conservata e che permette di popolarla, ma senza questo substrato la memoria svanisce e noi con essa. Attualmente l'unico substrato disponibile è il nostro corpo con tutto quello che ci permette di tenere viva la memoria. Secondo logica, dunque, potrei essere trasferito sul disco fisso di un PC ed essere comunque me stesso. Secondo logica, ma rimane un forte sottofondo che mi dice che non può essere.

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    1. la nostra memoria non è una collezione di dati richiamabili a piacere in qualsiasi momento, è un processo dinamico. noi non abbiamo memoria nel senso in cui c'è una memoria all'interno di un computer.
      la nostra memoria è selettiva e creativa (così come lo è la nostra percezione....) e varia fortemente da persona a persona.
      tanto per fare un piccolo esempio, prova ad evocare l'immagine del volto di una persona cara: non è assolutamente assimilabile ad una percezione, manca di dettagli, i contorni del viso sono vaghi...(a meno di non possedere una memoria eidetica)
      siamo davvero nel campo dei terreni minati :)
      sono argomenti stimolanti, ma, personalmente, ci vado con i piedi di piombo - Andrea è più coraggioso, ma è anche più giovane :).

      Emiliano

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  3. Emiliano ti ringrazio per l'interessamento. Non voglio utilizzare il blog di Andrea per le mie considerazioni. Ma una cosa voglio precisarla e poi non abuserò più dello spazio altrui.
    Temo che tu confonda il substrato che contiene il dato (cervello o memoria di PC) con il software che lo elabora. Il nostro cervello è immensamente più complicato di qualunque software sia attualmente disponibile.

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    1. lo so che il nostro cervello è infinitamente più complesso di qualsiasi software (ma non è l'hardware il cervello?) :) ma non sono così sicuro che il paragone hardware/software funzioni, nè che ci sia un substrato che conservi i dati in maniera "oggettiva".
      per il resto nemmeno io voglio abusare dello spazio altrui :)

      Emiliano

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    2. Entrambe le vostre interpretazioni hanno a mio avviso una parte corretta. Condivido con Diego che "noi" siamo il flusso di informazione processato dal cervello, prima ancora che il mero cervello. Al tempo stesso, il cervello non è un computer che processa flussi di bit, ma una complessa rete di connessioni, le quali sono esse stesse la memoria (ed è questo il motivo per cui la memoria umana non è trasferibile ed il perché una volta "fissata" la(le) lingua(e) madre(i) nell'infanzia non c'è più posto per una altra lingua ugualmente "complessa".

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  4. - Beh, sicuramente noi umani siamo più raffinati ed evoluti rispetto ad un anatroccolo, ma a livello di imprinting anche noi subiamo delle "dipendenze", esemplificate nella definizione di "mammone". Quando nasciamo, almeno nella quasi totalità dei casi, veniamo immediatamente messi (va beh, dopo alcune procedure come ovviamente lo stacco dal cordone ombelicale ecc...) vicino al viso dell'oggetto semovente ecc. chiamato "mamma". Questo crea un legame (imprinting) per cui non solo durante la crescita, ma spesso anche per tutta la vita, ci sentiamo più legati verso la "mamma" rispetto al "papà" (che magari era più discostato perchè stava filmando il parto...). Quello che è interessante è che non è così scontato che tutti diventiamo "mammoni" perchè non sempre ciò accade. E qui mi fermo perchè semplicemente non possiedo conoscienze tali da poter andare oltre.
    - Per il "sonno" il sistema percettivo, soprattutto quello uditivo, in realtà è attivo e funzionante, ovverosia "sentiamo", tuttavia il cervello disconnette parecchi collegamenti in modo da non venire, per così dire, "disturbato". Non a caso per le persone che si trovano in coma, si tende a parlare con loro proprio perchè c'è la possibilità di una reazione a stimoli esterni soprattutto uditivi, visto che, appunto, non smettiamo mai di "sentire", neanche mentre dormiamo o siamo in coma. http://www.medicinalive.com/medicina-tradizionale/ricerca-e-sperimentazione/parlare-pazienti-coma-nuovo-metodo/
    - "Allora perché ad una persona che, improvvisamente, “sia cambiata” e non corrisponda più al concetto presente nel cervello, diciamo che “non sei più tu?”
    Andrea, qui subentrano però implicazioni psicologiche anche piuttosto complesse. Tanto per fare un es., anche relativo al nostro egoismo. Se una persona inizialmente si comportava in maniera da soddisfare i nostri egoismi la consideravamo in un certo modo, poi se questi comportamenti sono cambiati e non ci hanno più soddisfatto, cioè non abbiamo avuto più da lei un egoistico tornaconto, allora ecco che quella persona non la riconosciamo più fino, in molti casi, ad apparire persino deludente (quante volte sentiamo dire: "mi hai deluso"). L'"io", il "sé", esistono, altro che se esitono. Ci sono anche tecniche per fare un vero e proprio percorso verso non solo la conoscenza ma anche l'accettazione del "sé". Siamo noi che ci creiamo dei rifugi fatti di comodità, tornaconti, alibi e scuse in cui interpretiamo dei copioni come degli attori, proiettiamo vedendole negli altri le nostre paure e insicurezze, rifiutandoci qualsiasi idea di presa di consapevolezza, responsabilità ed accettazione preferendo, di fatto, girare la testa dall'altra parte facendo finta di niente o tenerla sotto la sabbia come gli struzzi (come modo di dire) e guai a chi ci dice qualcosa perchè siamo anche presuntuosi e permalosi!!! In realtà non ci illudiamo dell'esistenza di un nostro "sé", bensì ci creiamo delle illusioni per ignorarlo. Anche se è dura da digerire, in realtà siamo dei masochisti che godiamo a farci del male. Questo però è un argomento piuttosto complesso e spinoso che credo esuli dal blog.
    Alessandro (Bologna)

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  5. "L'"io", il "sé", esistono, altro che se esitono."

    Niente è più "sicuro" di esistere di una fede inculcata nell'infanzia.
    Le ue parole confermano l'argomento del post.
    In ogni caso, il post non è psicologico o psicanalitico, ma - per stare nel blog - evoluzionistico e zoologico. La mia idea è che quello che chiamiamo "io" sia un'illusione prodotta dal cervello e consolidata dal sistema sociale nel quale ogni cervello cresce: ovvero, un prodotto dell'evoluzione biologica exattato dall'evoluzione culturale. Ma resta pur sempre un'illusione percettiva, al pari delle illusioni ottiche, dei miraggi per il sistema visivo.

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  6. Ti contraddici se dici che il post è a livello evoluzionistico/zoologico (aggiungo anche "biologico"), per poi dire che "io" è un prodotto del cervello. Se parli di meccanismi chimici è un conto e non è quello a cui in realtà ti riferisci perchè i "prodotti del cervello" sono solo esclusivamente di carattere psicologico. Lo dimostra il fatto che tu dica che "io" sia un illusione. Le illusioni sono di carattere psicologico e non zoologico. Come ti ho accennato sopra, in realtà è il "guscio" (in senso metaforico) in cui ci rifugiamo ad essere un illusione, credendo che sia il nostro "io" o "sé". In realtà noi tendiamo a fuggire e a nasconderci dal nostro vero "sé" e "io". Parlare di "io" o "sé" in termini evoluzionistico/zoologici è una contraddizione in termini o per meglio dire, un non senso. Poi se vogliamo discutere di meccanismi chimici, fisici, evoluzionistici, zoologici o biologici facciamolo pure, basta che non si includa "Io" o "sé", perchè non c'entrano nulla.
    Alessandro (Bologna)

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    1. Mai sentito parlare di studi sull'autoconsapevolezza negli animali (in particolare, nei primati più prossimi all'uomo, negli elefanti e in alcuni passeriformi e psittacidi)? La biologia del "sè" ha basi etologiche, quindi evoluzionistiche, e non richiede concetti "psicologici".
      Mai sentito parlare di mimetismo batesiano? Si tratta di un meccanismo evolutosi in virtù dell'illusione che esso generava in altri animali. Il mondo animale pullula di illusioni e nessuno ha bisogno di includere concetti di psicologia per spiegarli.

      Come vedi, sia le illusioni che il sé hanno basi biologiche ed evoluzionistiche, e non occorre sconfinare nella psicologia per parlarne.

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  7. Ok, non centra niente col post, ma volevo segnalarti questa pagina in cui ci sono evidenze di predazione su teropodi:

    http://www.iflscience.com/plants-and-animals/praying-mantises-can-catch-and-eat-hummingbirds

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  8. Qui c'è un interessante post (in due parti):
    http://www.neuroscienze.net/?p=3371
    Alessandro (Bologna)

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