15 settembre 2013

Miti e Leggende Post-Moderne sui Dinosauri Mesozoici: l'intelligenza dei dinosauri


Post (pseudo) filosofico, quindi non molto intelligente.
L'intelligenza è uno strano concetto. Difficile da definire, ancora più difficile da determinare. Qualunque sia la sua definizione, va chiarito subito un equivoco molto diffuso: l'intelligenza è una proprietà degli individui, non delle specie né dei cladi. Pertanto, già il titolo del post è scorretto: non esiste "l'intelligenza dei dinosauri", dato che i dinosauri sono un clade, e tale categoria non ha una "intelligenza" che la caratterizzi in toto. Comparazioni tra "intelligenze di specie" sono quindi delle grossolane - se non inconsapevoli - comparazioni tra individui estrapolate al rango di attributi di specie (o peggio, di cladi). Un altro dettaglio tanto grande quanto ripetutamente frainteso, se non del tutto rimosso da molti, è che l'intelligenza è una proprietà degli individui viventi. Un morto non ha intelligenza. Pertanto, qualsiasi sia la definizione di intelligenza che preferite, e qualsiasi sia il criterio di valutazione che scegliete per "stabilire" o "misurare" l'intelligenza, esso è del tutto inutile quando si parla di animali estinti. Non ha senso, e non è possibile, valutare l'intelligenza di un animale morto milioni di anni fa. Senza un dinosauro mesozoico vivo e vegeto col quale interagire, non è possibile stabilire la sua intelligenza. Le ossa non sono intelligenti, né le orme. Di conseguenza, l'intelligenza è un concetto inutile in paleontologia. Non potendo osservare l'intelligenza di un animale non più vivente, e del quale abbiamo solo qualche osso e qualche traccia fossilizzati, chiedersi quale fosse "la sua intelligenza" è futile e vano. 
Un altro errore molto diffuso è quello di mescolare il concetto di intelligenza con quello di comportamento, e ritenere che il comportamento sia una qualche "misura" dell'intelligenza. Tuttavia, in assenza di individui viventi, non è possibile stabilire se le tracce fossili di comportamento che osserviamo abbiano una matrice genetica (quindi siano comportamenti innati, automatici), culturale (siano comportamenti appresi, sovente stereotipati) o "personale" (quindi siano espressione della peculiare intelligenza di quell'individuo). E dato che il numero di tracce fossili di comportamento è basso, è molto difficile fare delle indagini e delle generalizzazioni su un campione così esiguo. Pertanto, discutere sull'intelligenza (presunta) dei dinosauri mesozoici sulla base della (rare) tracce del loro comportamento è una pura speculazione, spesso poco più che un'ingenua analogia dettata più dai desideri inconsci di chi la propone piuttosto che un "fatto scientifico".
In conclusione, l'intelligenza è sopratutto un feticcio tipico della specie umana. Noi siamo ossessionati dall'intelligenza, se non altro perché è un valore molto antropocentrico. Moltissimi animali non hanno alcuna intelligenza, sono programmati geneticamente per eseguire determinati comportamenti a seconda di specifiche condizioni. In moltissimi casi, questi comportamenti si rivelano molto efficaci, in quanto il risultato di milioni di anni di selezione. Questi animali vivono senza intelligenza, e vivono bene, prosperano e si riproducono con successo. Questo "modo" di vivere a noi pare assurdo, dato che in noi è radicata una forte spinta all'individualismo (sebbene bilanciata da una uguale dipendenza dai consimili che ci porta ad essere abitudinari, ripetitivi, e conformisti) che ci porta a disprezzare ogni azione "non-intelligente". Difatti, spesso preferiamo "imporre" una matrice intellettiva ai comportamenti degli altri animali, anche quando sappiamo bene che sono del tutto automatici e programati. Si chiama, appunto, antropomorfizzazione. E se oggi nessuno attribuisce al vento una causa intellettiva di tipo umana (un dio), sono ancora in molti a "volere" che negli animali, anche quelli del tutto privi di sistema nervoso centrale, esista una qualche individualità ed intelligenza. Ciò è paradossale, dato che la grande maggioranza dei nostri stessi comportamenti è in buona misura automatica, programmata e stereotipata. Ad esempio, respiriamo in modo automatico, camminiamo in base a un programma che si "carica" nel primo anno di vita in modo automatico, siamo programmati per trovare sessualmente attraente certe forme e a rifiutarne altre (col risultato che spesso la forma di un viso, ovvero un mero assemblaggio di ossa, muscoli e pelle, è più importante a livello sociale della personalità prodotta dal cervello racchiuso da quel viso), produciamo lacrime in base a stimoli semplici che spesso non possiamo controllare, digeriamo alimenti e produciamo rifiuti in modo automatico che non dipende dalla nostra volontà, siamo facilmente schiavizzabili da semplici molecole chimiche (come nicotina, alcoli, alcaloidi) che diventano indispensabili al pari dell'ossigeno e la cui mancanza genera frustrazione e dolore. In tutti questi comportamenti, siamo esattamente come una mosca o una lumaca.
Eppure, nonostante questa preponderante componente di automatismo e non-intelligenza che costituisce una grossa parte delle nostre vite, ci focalizziamo su quei cinque-dieci minuti al giorno in cui (forse) agiamo in modo realmente originale, creativo e "pensante", e li riteniamo sufficienti per considerarci di fatto creature molto intelligenti. Sì, è vero: in quei rari momenti creativi non ci batte nessuno, e Homo sapiens è una straordinaria macchina per generare simboli, concetti, teoremi, barzellette, filosofie e cladogrammi. Ma è anche in grado di generare bullismo, massacri, stupri, torture, fanatismi, guerre di religione e campionati di calcio. Insomma, se volessimo davvero - con intelligenza - fare una valutazione globale della nostra intelligenza, dovremmo bilanciare le nostre indubbie eccellenze e pregi con le innumerevoli volte in cui abbiamo sprecato il buono nei nostri cervelli per creare, per la prima volta sulla Terra, il male e l'odio.
Pertanto, anche se è vero che nessuna specie di dinosauro ha mai creato arte e letteratura, sospetto che nessuna specie umana durerà mai a lungo quanto una qualunque specie di stupidi dinosauri.

8 commenti:

  1. Ivan Ciliberti15/9/13 20:04

    OK capisco, vuole dire che lei avrebbe preferito nascere dinosauro (o un'altra stupida immonda bestia)

    Posso dire che dissento, però è divertente :)

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    1. Ivan: "vuole dire che lei avrebbe preferito nascere dinosauro".
      Non ho mai pensato una simile idiozia.
      Se non comprende il senso del post, eviti di commentare per fare polemica inutile.

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  2. Condivido quasi in toto, tranne per quanto riguarda la parte sull'uomo. Se è vero che l'uomo è capace di azioni aberranti, ci sono molti comportamenti nelle specie animali che sarebbero, dal punto di vista umano, ugualmente terribili, si veda ad esempio l'abitudine dei leoni maschi che cacciano via il vecchio leone dominante, uccidendo poi tutti i suoi cuccioli. Il punto è che in questo caso, forse, dai una definizione "buonista" di intelligenza, riguardo il fatto di fare del male, o procurare del male, non può essere criterio per valutare l'intelligenza pura. Anche le guerre, ad esempio, si prende in considerazione l'uomo come entità multipla.

    Riguardo i dinosauri mi fece ridere parecchio in Jurassic Park, il fatto che l'improbabile studioso sapesse con certezza come si comportavano i dinosauri, come cacciavano eccetera, visto che come fai notare giustamente non è assolutamente possibile sapere cose simili.

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    1. "Buonista" è proprio una definizione poco attinente.
      I concetti di "bene" e "male" sono applicabili esclusivamente ad una ristretta tipologia di esseri autocoscienti. Attualmente, in quella topologia sono inclusi solamnete gli adulti di Homo sapiens. Quindi, è un errore applicare i concetti di "bene" e "male" ad altri animali. Sarebbe come dire che un vulcano che erutti su una città sia "cattivo" o che un uragano è sadico.
      I comportamenti feroci e (dal nostro punto di vista) crudeli che osserviamo negli animali non possono essere giudicati sul piano etico. Farlo equivale ad antropomorfizzarli, ed è proprio un tipo di errore che ho segnalato nel post.
      Un leone che uccide dei leoncini non lo fa consapevolmente, come potrebbe farlo un uomo che uccida dei bambini per interesse o per puro odio, ma seguendo un programma selezionato a livello genetico.

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  3. Comprendo bene lo spirito del post che si muove su puntualizzazioni epistemologiche e nella critica ai limiti delle nostre categorizzazioni, il tutto con la solita lucidità. Cionostante mi permetto di chiedere quanto possiamo capire dai calchi interni degli encefali degli animali estinti. Per le mie scarse conoscenze il rapporto massa cerebrale/massa corporea è un indicatore mediamente attendibile delle capacità di esprimere comportamenti "intelligenti". Ciò, naturalmente, al netto delle differenze qualitative nelle architetture cerebrali (esempio tra cetacei e primati e, come ho letto recentemente, tra uomo e pongidi). Grazie, ciao.

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    1. Quello del volume encefalico negli animali è un mito simile a quello delle dimensioni del pene nei maschi di Homo sapiens. Entrambi si basano sulla fallacia (play of words) che una mera misura di dimensione dia indicazioni sulle prestazioni della struttura misurata.
      Non nego che il quoziente di encefalizzazione (che si ottiene dalle misura del volume encefalico rapportate alla massa corporea) possa dare qualche indicazione grossolana, tuttavia penso che quei valori ci diano un'indicazione di ciò che l'animale NON potesse "elaborare" piuttosto che dirci cosa potesse.
      Ovvero, dal volume siamo sicuri che un cervello grande come quello di un cane non è in grado di apprezzare la letteratura russa, mentre il volume del mio cervello non ci dice nulla sul fatto che io possa o meno apprezzare la letteratura russa.
      Nel caso dei dinosauri va inoltre rimarcato che il volume della cavità encefalica non sempre è il volume del cervello. A parte alcuni cladi (Maniraptoriformes e alcuni ornithischi) dove il cervello occupava l'intera cavità encefalica (e quindi il volume della scatola dà il volume del cervello), negli altri taxa il volume della scatola è maggiore di quello del cervello (ovvero, la scatola conteneva il cervello e i tessuti che si frapponevano tra osso e cervello): pertanto, per queste specie il volume encefalico, preso alla lettera, sovrastime il vero volume del cervello.
      In ogni caso, come ho scritto nel post, l'intelligenza si osserva nel vivente in azione e non dalla sua scatola cranica. Il volume encefalico del cranio di un corvo non dà alcuna indicazione sul fatto che questi animali sappiano mentire e fare astrazioni logiche (come confermato da indagini etologiche).

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  4. Molto interessanti le sue considerazioni dott. Cau e bello il suo blog.
    Anche a me appassiona poco il dibattito sulla misura del quoziente intellettivo dei dinosauri; però mi piacerebbe sapere se questi fantastici animali avessero capacità sociali paragonabili a quelle dei mammiferi.
    Ad esempio, guardando documentari in TV, sono rimasto sempre affascinato dalle strategie di caccia di alcuni predatori, quali le Orche, ma anche i leoni e i lupi che trovo incredibilmente sofisticate.
    Ora dubito che i dinosauri siano mai arrivati a tali livelli di complessità, ma recenti trasmissioni televisive e libri lasciano intendere che alcuni comportamenti ricordino più la socialità dei mammiferi che quella di rettili o uccelli.
    Non ho capito però se tali ipotesi siano pura speculazione o ci siano concreti indizi che facciano pensare ad una certa complessità comportamentale. Certo mi rendo conto che dopo 65 milioni di anni non è facile formulare specifiche teorie, ma comunque mi domando se qualche studio ci sia in proposito ..

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    1. In questa serie di post (http://theropoda.blogspot.it/search/label/Miti) ho trattato ampiamente del tema.

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