27 agosto 2010

_Neptunidraco ammoniticus_ - Sesta Parte: Ecologia di un Predatore Giurassico

Chi segue Theropoda.blogspot dalle origini, sa che io sono un acerrimo nemico ed un allergico acuto della "paleoetologia all'acqua di rose", ovvero, del modo disinvolto e ottusamente meccanico di ipotizzare stili di vita per organismi fossili sulla base di pochi dati, da presunte analogie con taxa moderni o per semplicistiche comparazioni di pochi tratti anatomici (quasi sempre, la forma di denti e artigli). La paleontologia ha dei limiti, oltre i quali si finisce nella mitologia e nel fantasy. L'ecologia e l'etologia dei fossili sono ricostruibili, ma solo nei limiti delle componenti fossilizzabili. Preferisco analizzare ipotesi biomeccaniche improbabili ma nondimeno testabili piuttosto che fantasiosi modelli che non potremo mai osservare in un fossile. 
Tornando a Neptunidraco, cosa possiamo ricostruire della vita ormai perduta di questo metriorhynchide? Come avrete visto dai precedenti post, un'analisi di dettaglio ha permesso di ricostruire parte della sua anatomia, la sua probabile storia evolutiva, e di ricavare la sua antichità.
In che ambiente viveva? Di cosa si nutriva? Anche a queste domande abbiamo dato risposta (Cau & Fanti, 2010), nei limiti di ciò che la paleontologia permette di dire in modo sensato.
La probabile zona di estrazione delle lastre (nel Veneto occidentale) fa parte del Plateau di Trento, una piattaforma carbonatica sottomarina che, nel Giurassico Medio, era in fase di lento approfondamento per via dei processi tettonici in atto nel margine nord del Gondwana (da cui l'Italia è in buona parte originaria).  Si stima che nel Giurassico Medio, questo fondale marino fosse a qualche centinaio di metri sotto il livello del mare. Le lastre dell'olotipo di Neptunidraco sono un marmo contenente abbondanti resti di organismi marini sia microscopici che macroscopici: in particolare, foraminiferi di fondo e planctonici, oltre a molluschi pelagici (ammoniti, belemnoidi). La proporzione dei sedimenti nelle sezioni sottili prelevate dalle lastre mostra un mix di sedimenti pelagici e di fondale, con i primi più abbondanti. Questo dato indica una ridotta corrente di fondo, come dedotto anche dalla scarsa disarticolazione delle ossa di Neptunidraco. Questo implica anche che la carcassa probabilmente non subì particolare trasporto dopo la morte, e che pertanto si depositò nello stesso ambiente in cui era vissuta. L'abbondanza di resti di invertebrati come crinoidi e bivalvi a guscio sottile indica che una zona di acque meno profonde non era molto lontana dal luogo di deposizione della carcassa.
Tutti questi dati concordano nell'indicare un paleoambiente di mare aperto, con eventualmente zone di mare più basso poste non eccessivamente lontane. In questo ambiente prosperavano molluschi marini (ammoniti e belemnoidi) ma anche una ricca fauna di pesci. Quali erano le prede di Neptunidraco?
La dentatura di Neptunidraco non è molto conservata. Le lastre mostrano le sezioni longitudinali e trasversali di numerosi denti, tra cui molti ancora nell'alveolo originario. Il numero stimato di denti per ciascuna emiarcata doveva essere compreso tra 15 e 20. Parte della superficie esterna di due denti è esposta sul margine superiore della lastra maggiore a Bologna. Tuttavia, non è possibile analizzarli in dettaglio. Dato che nessun dente completo tridimensionalmente è preservato, possiamo solo fare delle ricostruzioni. I denti sono relativamente robusti e con corone lunghe circa 3-4 cm. I denti appaiono leggermente incurvati. Purtroppo, non possiamo determinare se lo smalto fosse seghettato come nei Geosaurini, suoi parenti più prossimi. Quello che possiamo affermare è che i denti non erano né sottili,  né aghiformi o strettamente conici, come nei metriorinchi adatti a catturare piccoli pesci o molluschi senza conchiglia. Nel complesso, la dentatura di Neptunidraco appare quella di un predatore generalista ed opportunista. In ogni caso, è improbabile che fosse specializzato nel predare grandi rettili, come invece appare nei Geosaurini muniti di lunghi denti compressi e seghettati.
Un aspetto di Neptunidraco sembra indicare che esso occupasse nicchie differenti rispetto a quelle degli altri metriorhynchidi suoi contemporanei: Neptunidraco è infatti l'unico metriorhynchide del Giurassico Medio  con chiari adattamenti idrodinamici nel cranio.
Cinque crani di metriorhynchidi in vista dorsale, notare il grado di idrodinamicità, indicato dall'inclinazione del prefrontale (linea rossa) e del ramo caudolaterale del frontale (linea blu): da sinista, Gracilineustes, Metriorhynchus, Neptunidraco, "Geosaurus" carpenteri, Dakosaurus

Vi ricordate le due caratteristiche di Neptunidraco condivise con Geosaurini? Erano la compressione della regione interorbitale rispetto alla postorbitale e l'angolo acuto formato dai rami caudali del frontale. Negli altri metriorhynchidi del Giurassico Medio, il cranio conserva invece i caratteri primitivi (regione interorbitale ampia e rami caudali frontali ad angolo retto). Questi caratteri di Neptunidraco sono evidenti adattamenti idrodinamici, che rendono il cranio più affusolato rispetto a quello degli altri taxa. Discuterò delle implicazioni generali di questi caratteri nel prossimo post. In questo, li cito per evidenziare che Neptunidraco era probabilmente un genere più pelagico (adatto a vivere in alto mare ed a catturare prede relativamente veloci) rispetto alle altre forme del Giurassico Medio, con crani meno idrodinamici.
Infine, anche se più speculativo, un altro fattore avvalora questo scenario: la marcata contrazione della zona interorbitale e l'espansione laterale della zona postorbitale indicano che il rostro era meno "ingombrante" sul campo visivo, e che gli occhi erano relativamente più distanziati. Un fenomeno analogo si osserva in Tyrannosaurus. Ciò potrebbe indicare che Neptunidraco fosse munito di una forma di visione stereoscopica, - un vantaggio per un predatore che faceva affidamento sopratutto sulla vista - e che ne avesse bisogno per inseguire e catturare le prede (che, in alto mare, sono spesso costituite da veloci nuotatori).

Il mix di dati geologici ed anatomici quindi ci suggerisce questo scenario:
Neptunidraco era un metriorhynchidae d'alto mare, un attivo e veloce nuotatore, munito di un cranio idrodinamico. Esso era un predatore opportunista di pesci e molluschi marini, ma non mostra particolari specializzazioni alimentari. Probabilmente, esso si basava sulla vista per identificare ed inseguire le sue prede.

Nel prossimo (ed ultimo) post di questa serie, discuterò del significato generale di questa scoperta, sia per i metriorhynchidi, che per la paleontologia italiana, oltre che da un punto di vista più personale.

Bibliografia:
Cau, A., Fanti, F. 2010. The oldest known metriorhynchid crocodylian from the Middle Jurassic of North-eastern Italy: Neptunidraco ammoniticus gen. et sp. nov., Gondwana Research. doi:10.1016/j.gr.2010.07.007 

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