18 ottobre 2013

L'Uomo di Dmanisi: Uno, Nessuno e Centomila

I cinque esemplari di Homo dal sito di Dmanisi, in Georgia. L'ultimo a destra è stato pubblicato in questi giorni. (Modificato da Gibbons 2013).
Sebbene la paleoantropologia non sia il mio campo di ricerche, è comunque una delle aree della paleontologia che mi appassiona maggiormente (dopo gli inarrivabili bipedi a cui fa riferimento il nome del blog, ovviamente). Non solo perché paleontologo dei vertebrati da sempre interessato alla filogenesi, alla ricostruzione delle relazioni genealogiche tra le specie, ed alla risoluzione della storia evolutiva dei grandi gruppi zoologici, ma anche per mero campanilismo, mi appassiona ogni nuova scoperta relativa ad un bizzarro gruppo di sinapsidi relativamente poco specioso, abbastanza recente, e molto familiare a tutti coloro che leggono il blog (in quanto ne fanno parte): Hominidae. Non avendo una formazione specifica su Hominidae, non posso permettermi di commentare nel dettaglio e con argomenti specifici le interpretazioni emerse dalla recente pubblicazione su un cranio di ominide squisitamente conservato proveniente dal famoso sito di Dmanisi, in Georgia (Lordkipanidze et al 2013).
Quello che mi preme invece discutere qui, e penso di averne i requisiti, è un problema abbastanza diffuso in paleontologia, e che il nuovo studio sugli ominidi di Dmanisi ripropone: quello del significato della variabilità tra individui apparentemente imparentati (ma il cui "grado" di parentela è da definire) rinvenuti in uno stesso sito.
La sistematica e la tassonomia si possono ridurre ad una sola domanda: perché osserviamo delle differenze tra esemplari? Ovvero, esiste una causa naturale (o una serie di cause naturali), e che noi possiamo investigare razionalmente, che ha prodotto le differenze tra gli esemplari che stiamo osservando?
Nel caso di Dmanisi, si conoscono almeno 5 crani riferibili ad Hominini (il clade di primati comprendente tutti i lettori di questo blog, e anche l'autore del blog, e tutti i primati più imparentati con loro rispetto agli scimpanzé). Dato che tutti gli esemplari da Dmanisi presentano sinapomorfie con Homo sapiens che mancano in Australopithecus africanus, è lecito riferire provvisoriamente tutti questi esemplari al genere Homo. Pertanto, come ipotesi di partenza che nessuno mette in discussione, a Dmanisi abbiamo 5 esemplari di Homo.
Tuttavia, questi cinque esemplari mostrano una significativa diversità morfologica. L'ultimo esemplare, oggetto del nuovo studio, oltre ad essere molto ben conservato e quasi completo, è chiaramente differente dagli altri, anche ad un profano di paleoantropologia come me.  
Pertanto, quale è il significato di questa variabilità all'interno della serie di esemplari da Dmanisi?
Prima di partire nella serie di interpretazioni, è bene chiarire che stiamo parlando di un'associazione fossile: ovvero, il tempo geologico e la tafonomia sono fattori importanti e da tenere in conto esattamente come la diversità intraspecifica, sessuale e ontogenetica. Il significato del sito di Dmanisi, infatti, è vincolato all'entità di tempo geologico (ed alla posizione relativa di ciascun esemplare lungo tale intervallo) preservato nel sito.
Difatti, se il sito si è formato in un intervallo di tempo relativamente breve (dell'ordine del millennio o meno) è ragionevole assumere che i cinque esemplari siano, dal punto di vista geologico, "coevi", "sincroni" o "penecontemporanei". Qualora Dmanisi sia invece un sito prodotto in intervalli di tempo più ampi, il significato della associazione dei vari resti di ominidi è necessariamente differente.
Tuttavia, anche qualora la associazione dei fossili indichi una "contemporaneità" (sempre alla scala geologica), quale interpretazione dovremo dare alla presenta di esemplari con tale diversità morfologica localizzata in una singolo sito?
Notate quindi quante premesse "geologiche" siano fondamentali prima ancora di porci le domande "squisitamente" tassonimiche e sistematiche. Il problema degli ominidi di Dmanisi, quindi, è prima di tutto un problema geologico e stratigrafico, la cui risoluzione è chiave per qualsiasi discorso successivo sulle questioni più prettamente biologiche, popolazionistiche e sistematiche.
Pertanto, rispondere al quesito che i crani di Dmanisi ci pongono non è semplice né automatico. Per queste ragioni, in tutti i casi come questo ho sempre evitato di assumere posizioni "lumper" o "splitter", dato che ritengo che ogni situazione particolare richieda approcci particolari. 
I crani da Dmanisi sono evidentemente disparati tra loro: ciò può costituire la prova di una singola specie con grande diversità morfologica (e/o sessuale), ed in tal caso sarà necessario fare confronti con altri ominidi (viventi ed estinti) per quantificare tale diversità. Alternativamente, i crani da Dmanisi potrebbero appartenere a popolazioni sovrapposte spazio-temporalmente, ma distinte, di una specie molto eterogenea. Oppure, i crani da Dmanisi potrebbero appartenere a specie distinte che si sono succedute in intervalli successivi nella regione caucasica. Oppure, i crani da Dmanisi potrebbero appartenere a specie distinte ma coeve e vissute nella regione, a riprova di una fase di intensa speciazione e specializzazione ecomorfologica degli ominidi. Inoltre, i crani da Dmanisi potrebbero essere - in parte - il risultato di processi tafonomici che hanno esacerbato a posteriori, dopo il seppellimento, una normale variabilità intraspecifica. Infine, i crani da Dmanisi potrebbero anche essere il prodotto di più fattori, tra quelli elencati sopra, per cui non basterebbe una singola interpretazione e modello (tafonomico, tassonomico ed ecosistemico) per interpretarlo.
Ciò che dobbiamo evitare, sempre e non solo qui, è la generalizzazione, il voler ridurre fenomeni disparati ad un singolo fattore (spesso accettato in modo acritico e dogmatico): per questo, evito di inserirmi nella logora discussione tra "splitter" e "lumper", in quella tra fautori di una singola specie e quelli fautori della presenza di più specie, in quella tra fautori di una visione anagenetico-monogenetica dell'evoluzione umana ed una cladogenetica-ramificata. 
Sarebbe troppo semplicistico e ingenuo ridurre la complessa questione del sito di Dmanisi nell'ottica di una sola delle tematica a cui ho alluso. Ciò è un monito non solo per l'appassionato profano, o il (spesso grossolano) giornalismo scientifico a caccia di sensazionalismo: il richiamo a non cadere nella semplificazione, nella "teoria del tutto" che spieghi in un colpo solo tutti i livelli del problema, è infatti una dolce sirena di cui molto spesso gli stessi ricercatori (me compreso) sono vittima.

3 commenti:

  1. La questione è davvero molto interessante, per di più quest'anno nel corso di Antropologia dell'Università di Padova tenuto da Telmo Pievani è stato affrontato abbastanza approfonditamente. Per di più sono venuti Donald Johanson e Ian Tatersall a tenere conferenze sull'evoluzione umana e hanno anche affrontato l'argomento. Come te ritengo anche io che un po' tutte le ipotesi possono concorrere nel fornire una spiegazione ragionevole per la variabilità riscontrata a Dmanisi. La verità sta nel mezzo. Bisogna tenere in considerazione tutto e continuare la ricerca.
    Jacopo

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  2. Domanda presumibilmente stupida (ma da profano sarebbe difficile il contrario), ma l'ipotesi che alcuni (il numero 5 sopratutto) di questi crani siano frutto di ibridazione tra H. abilis e H. erectus (o H. georgicus o H. ergaster) è stata fatta e scartata da questi ricercatori?

    Inoltre come mai questa questa scoperta dovrebbe essere definitiva per stabilire la riduzione del cespuglio in un tronco? Non mi sembra che basti a falsificare tutta la diversità ipotizzata tra le specie umane di quell'epoca.

    Valerio

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  3. L'ibridazione tra fossili...
    Rileggi il post: "esiste una causa naturale (o una serie di cause naturali), e che noi possiamo investigare razionalmente, che ha prodotto le differenze tra gli esemplari che stiamo osservando? ". La tua domanda non rientra in quel tipo di cause naturali che possiamo investigare razionalmente, ma è un'ipotesi molto ad hoc - impossibile da testare - e che si basa sull'assunto che tu "sappia" che esistano le specie H. erectus ed H. habilis (o H. ergaster vs H. georgicus).
    Nessuna scoperta è "definitiva"... lascia stare le iperboli dei giornalisti.
    In breve, gli autori dello studio sostengono che se i crani di Dmanisi sono tratti da un unico sito sincrono, sono membri di una singola specie. Pertanto, data la loro grande diversità (paragonabile a quella che si osserva tra individui di H. habilis + H. ergaster + H.erectus), essi concludono che le varie specie di "Homo basale" sono varianti di un'unica specie e non specie distinte. Come ho scritto nel post, l'ipotesi è lecita, ma a patto di testarla con la stratigrafia e tutti i metodi di indagine filogenetica, non solo morfometricamente.

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