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07 settembre 2021

Biting with Dinosaurs

Artwork di J. Csotonyi (da Brown et al. 2021)

La Paleontologia è la scienza dei fossili. Lo ripeto spesso, quasi alla noia, perché è un concetto fondamentale che sembra essere ignorato (o dimenticato) dai vari sostenitori del "Illuminismo dei Dinosauri", fautori di una libertà speculativa e "anarchia creativa" (spesso volutamente eccessiva) nei discorsi sulla vita del passato. Essere la "scienza dei fossili" significa che la paleontologia ha come obiettivo quello di spiegare i fossili, e non di speculare sulla "vita di epoche passate". Se un fenomeno non lascia tracce fossili, da un punto di vista rigorosamente paleontologico esso non esiste, ed è saggio non parlarne. Pertanto, senza evidenze fossili, non ha alcun senso speculare su qualche elemento biologico di un determinato taxon estinto. Questa rigorosa delimitazione del campo paleontologico sicuramente deluderà i tanti amanti della scienza speculativa. Ma così stanno le cose. Non vedo niente di male a fare zoologia speculativa, ma essa non è paleontologia, e non deve essere confusa con questa ultima.

Chi pensa che la paleontologia rigorosa sia noiosa e frustrante in quanto limitata nel suo campo di applicazione, probabilmente non è veramente appassionato di paleontologia, e non conosce l'enorme piacere che, invece, noialtri proviamo nell'accettare la dura sfida lanciata dai fossili. 

Un esempio di come la scienza dei fossili possa illuminarci sulla vita delle creature estinte senza scadere nella speculazione sempliciotta è dato dal recente studio di Brown et al. (2021). 

Brown et al. (2021) presentano un dettagliato censimento delle lesioni ossee (più o meno rimarginate) presenti sulle ossa del cranio di un ampio campione di Tyrannosauridae dal Cretacico Superiore del Canada, in larga parte riferibili ad Albertosaurus, Daspletosaurus e Gorgosaurus. Gli autori analizzano la posizione, orientazione e profondità delle lesioni sulle ossa, le distribuiscono in base alle dimensioni dell'animale, il tipo di osso e l'eventuale grado di rimarginazione. Essi poi confrontano questi dati con le dimensioni dell'animale a cui appartengono, stimano le dimensioni minime dell'autore delle ferite (deducibile dalle dimensioni dei solchi prodotti dai loro denti), e comparano le due distribuzioni dei dati. Infine, essi calcolano la robustezza statistica di questi risultati e li confrontano con studi analoghi svolti su vertebrati viventi oggi.



Le analisi indicano che le lesioni facciali si manifestano quando gli animali hanno raggiunto circa la metà della dimensione adulta, una taglia corporea che corrisponde alla fase della crescita in cui si ritiene questi animali raggiungevano la maturità sessuale. Con l'aumentare delle dimensioni corporee (e quindi l'età dell'animale) aumenta la frequenza e abbondanza di lesioni rimarginate. Le lesioni si osservano su circa il 60% degli esemplari campionati, secondo una distribuzione non omogenea sulle ossa del cranio. Le regioni più ricche di lesioni sono il mascellare ed il dentale, ovvero i lati del muso. Le lesioni mostrano anche una diversa distribuzione in base alla loro forma: lesioni più "puntiformi" si ritrovano soprattutto lungo la superficie dorsale del muso e ventrale della mandibola, mentre le lesioni allungate si distribuiscono maggiormente lungo i lati del muso. L'orientazione dei solchi lungo il mascellare è diretta principalmente dall'alto verso il basso e leggermente all'indietro, mentre lungo la mandibola è principalmente dal basso verso l'alto e leggermente in avanti. Infine, l'autore delle lesioni è quasi sempre un animale della stessa classe dimensionale dell'animale ferito.

Se confrontiamo queste caratteristiche con gli studi sugli animali odierni, vediamo che l'analogo più simile è nei coccodrilli, sia nella frequenza e distribuzione delle lesioni a seconda delle dimensioni dell'animale e dello stadio di crescita, sia nella diversa distribuzione del tipo di lesione sulla testa.

Brown et al. (2021) concludono quindi che la causa principale delle lesioni sul muso dei tyrannosauridi fosse la competizione sessuale tra individui maturi della stessa specie. Gli animali tendevano ad assumere un comportamento stereotipato, che li portava a fronteggiare altri animali della stessa taglia, contro cui era ingaggiato uno scontro a morsi, durante i quali si tentava di afferrare la mandibola dell'altro trattenendola tra le proprie mandibole. Gli autori notano che la frequenza dei morsi nella popolazione possa indicare che un sesso era più attivo dell'altro nel produrre ferite, anche se non è possibile stabilire se siano i maschi o le femmine. Tuttavia, questa ultima ipotesi è statisticamente debole e potrebbe essere influenzata da errori di campionamento.

Infine, gli autori notano che le lesioni sul cranio sono presenti in un gran numero di grandi theropodi, ma che siano quasi del tutto assenti tra i taxa di taglia minore, in particolare i maniraptoriformi. Non si può escludere che la rarità di tracce sui giovani tyrannosauridi sia almeno in parte dovuta al medesimo fattore. Ovvero, non è chiaro se ciò sia in parte legato ad un effetto di scala (animali più piccoli producono morsi più deboli che quindi non lasciano tracce sulle ossa) o sia una prova effettiva di un diverso comportamento nei dinosauri a seconda delle dimensioni corporee: non possiamo escludere che la differenza tra specie di grande e di piccola taglia sia solamente nella possibilità di lasciare tracce sulle ossa, e non sia legata a un diverso comportamento. 

Una nota finale su questo interessante studio. Noi non abbiamo modo di osservare direttamente il comportamento dei dinosauri, ma solo quelle tracce che possono diventare documentazione fossile: se un animale non ha le dimensioni (e quindi la forza) tali per lasciare tracce di morsi sulle ossa, quel comportamento è destinato a non entrare nel registro fossilifero. Di conseguenza, è possibile che le valide considerazioni fatte da Brown et al. (2021) dentro il range di dimensioni che lascia tracce di morsi non siano applicabili fuori da tale range.

Perché alla fine, in paleontologia, l'ultima parola spetta sempre e solo ai fossili.

Bibliografia:

Brown C.B., Currie P.J., Therrien F. 2021 - Intraspecific facial bite marks in tyrannosaurids provide insight into sexual maturity and evolution of bird-like intersexual display. Paleobiology https://doi.org/10.1017/pab.2021.29: 1-32.

06 settembre 2021

There is a Jurassic Lagerstatte in my apartment!

Come i lettori più affezionati di questo blog sanno bene, ogni 25 Dicembre io chiedo a Babbo Natale che mi regali un Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio, un sito fossilifero ad elevata conservazione, possibilmente esposto sulle montagne della mia provincia. 

Finora, a parte una manciata di ossa di ittiosauro, Babbo Natale non ha esaudito le mie preghiere. Forse, è tempo che abbandoni l'inutile San Nicola e passi a ben più potenti Santi Protettori. Ad esempio, potrei iniziare a scrivere la letterina natalizia a Dave Peters

Sì, lo so, avevo promesso di non menzionare più quella persona nel mio blog... ma poi capitano episodi come quello che ha ispirato il post odierno, e non posso fare a meno di citare colui che, ormai, è universalmente riconosciuto come il Galileo Galilei della Paleontologia.

Il motivo di tale menzione è che il Galilei di Vertebrata non solo è il più grande paleontologo e filogenetista degli ultimi 200 anni [sarcasmo], ma è anche un Santo capace di esaudire il mio più bramato dei desideri. Sì, signori, Dave Peters ha realizzato il mio sogno! Il suo Potere Miracoloso ha reso possibile la realizzazione del più agognato dei desideri: c'è un Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio proprio in questa provincia! 

Non solo il Lagerstatte è nella stessa provincia dove io vivo, ma è persino ubicato in una posizione comodissima per le mie ricerche! Non devo nemmeno lasciare la città, anzi, non devo nemmeno lasciare casa mia! Sì, signori, il Lagerstatte a theropodi del Giurassico Medio è situato dentro casa mia! Grazie Santa Dave! Se non fosse stato per i magici poteri del Galilei della Paleontologia, io non avrei mai potuto scoprirlo!

No, non sono impazzito:

Oggi, sul blog del Galileo dei Vertebrati è pubblicato un post su Serikornis, il piccolo anchiornithide perfettamente conservato che ho pubblicato assieme a Ulysse Lefevre, Pascal Godefroit ed altri nel 2017. Inutile rimarcare che, ancora una volta, Peters scrive una serie di assurdità su Serikornis. Ma non è delle sue panzane pseudo-scientifiche che voglio parlare, bensì di una immagine presente nel suo post.

Il Galileo della Filogenetica pubblica sul suo blog questa foto di Serikornis:

Screenshot dal post odierno di Dave Peters.

La foto non è accreditata, ma escludo al 100% che Peters ne sia l'autore, per le ovvie ragioni che espongo sotto. Notate che nella foto è ben visibile l'esemplare e, dietro di lui, si intravede una tenda e il bordo di un davanzale (frecce rosse).

Dove è stata scattata quella foto, e soprattutto, cosa rappresenta? Se clicco sulla foto, mi compare il nome del file: "serikornis_insitu588-2021": (https://pterosaurheresies.files.wordpress.com/2021/08/serikornis_insitu588-2021.jpg). Ovvero, Peters la considera, e ce la presenta, come essere la foto dell'esemplare originale, foto scattata nel sito di scavo.

Questo è due volte falso.

Quella non è la foto dell'olotipo di Serikornis e non è stata scattata sul sito di scavo. Quella è la foto del mio calco di Serikornis ed è stata scattata (da me) sul davanzale di una delle finestre della mia casa

Screenshot dal mio post del 22 Agosto 2017. Notate la didascalia.


Questa qui sopra è la versione originale della foto, che Peters ha preso dal blog che state leggendo, senza accreditarla e tagliando parte del margine sinistro della foto. Notate che la foto mostra la tenda ed il bordo del davanzale (frecce rosse). A parte la zona sinistra rimossa essa è la stessa immagine usata da Peters.

Tralasciamo per un attimo il fatto che egli abbia preso una foto dal mio blog senza accreditarla (cosa che, onestamente, non mi scompone gran che, sebbene sia alquanto poco professionale), e mi chiedo: potrebbe Peters essere stato ingannato dalla mia fotografia e della grande accuratezza del calco (realizzato a Bruxelles da Jonica Dos Remedios, come riportato sul retro del calco), ed essersi confuso, pensando che la foto mostrasse l'esemplare fossile originale? NO, NO e ancora NO: la foto è accompagnata da una didascalia che dice esplicitamente "mio calco", cosa che si legge anche nella versione in inglese tradotta automaticamente con la funzione di Google posta ad inizio pagina (e che Peters conosce, dato che in passato l'ha usata per commentare alcuni miei post):

"My Silky cast", Dave, not "Serikornis in situ"!

Pertanto, Peters ha preso dal mio blog la foto del mio calco di Silky e l'ha usata nel suo blog senza accreditarla, spacciandola per una foto dell'esemplare originale scattata nel sito di scavo.  

Chiarisco subito che questo post, molto ironico, non è stato scritto per rimarcare il mio diritto di proprietà su una foto di un calco. Il motivo è più alto: l'episodio di oggi è uno dei tanti casi che dimostrano perché il sito di Peters sia un danno per la Scienza. Non solo quel blog diffonde pseudo-scienza e assurdità paleontologiche prive di fondamento, e non solo diffama sistematicamente un gran numero di paleontologi sgraditi a Peters, ma si basa anche su discutibili abusi delle fotografie e delle immagini altrui, sovente riportate senza accreditamento o manipolate in modo falso ed arbitrario.

Per quanto mi piacerebbe molto avere un Lagerstatte a theropodi del Giurassico così a portata di mano, la realtà è purtroppo ben più prosaica...

Potete trovare una esaustiva narrazione delle gesta del Galilei della Paleontologia su Tetrapod Zoology.

PS: Nota paleontologica seria: Dave, ma veramente pensi che un fossile appena estratto dal sito di scavo sia già bello e preparato come si vede nella foto, con la matrice rimossa dalle ossa e i vari pezzi della lastra incollati tra loro?

01 settembre 2021

Il Morfospazio e la Sistematica di Megarette (e dei suoi Creatori)

Visione tridimensionale dello spazio dato dalle 3 coordinate principali che descrivono la variabilità nei principali morfotipi di "Megarette". In nero, Homo; in rosso, i Miti Bestiali; in rosa, Megarette; in blu, i Roborette.

Ogni Cosmologia richiede un Creatore che dà forma al caos, fondando la struttura dell'Universo.

Alcuni anni fa, fui contattato dall'amico Andrea Pirondini, grafico bolognese con una profonda passione e conoscenza per tutte le emanazioni pop della paleontologia, per una "consulenza paleontologica" su un progetto che stava sviluppando. Il progetto era il canovaccio di un fumetto che mescolava tematiche scientifiche (in particolare, paleontologiche ed evoluzionistiche) con gli elementi del genere super-eroistico. Da quel canovaccio è nata la serie in tre volumi di Megarette

Nella serie di Megarette incontriamo una serie di creature, alcune delle quali ispirate da elementi della paleontologia quaternaria, come Homo neanderthalensis, Bos primigenius, Anancus, trasfigurati e rielaborati secondo la peculiare "cosmogonia" del fumetto. 

Il processo di creazione dei personaggi di Megarette non deve essere stato casuale. Nonostante le libertà creative e l'immaginazione artistica a monte del progetto, il team di Megarette non si è limitato a prendere qualche elemento paleontologico a caso per costruire delle mostruosità "gratuite". C'è una struttura di fondo, un pattern che regola la morfologia delle creature, pattern che denota una logica nascosta, un "senso" nella scelta iconografica.

Innanzitutto, gli autori stabiliscono una sistematica delle creature megarettiane: c'è l'umanità (in senso lato, comprendente anche i neandertaliani), ci sono le creature tratte più o meno esplicitamente dalla scienza naturale e in particolare dalla paleontologia, dette "Miti Bestiali", e ci sono gli antagonisti dei Miti Bestiali, i "Roborette". La protagonista ed eponima della storia, Megarette, si pone come creatura a sé stante.

La morfologia delle creature rispecchia la sistematica definita dai loro creatori? Pirondini e co. si possono considerare come dei mediocri demiurghi che hanno assemblato a casaccio dei mostri e delle chimere più o meno biologiche e tecnologiche, oppure sono i legittimi Creatori del Cosmo Megarettiano, creatori nel senso classico di "Logos", la Ragione esterna al mondo che precede ontologicamente le creature, dando loro una struttura che è appunto razionale? Se il Cosmo Megarettiano è frutto di una opera di Creazione Razionale, la sua Struttura Logica deve emergere dalla apparente contingenza e casualità delle sue creature particolari, deve essere deducibile logicamente, e quindi matematicamente. Se le categorie sistematiche che regolano l'universo di Megarette sono reali e non mere convenzioni linguistiche, noi dovremmo essere in grado di estrarle logicamente dalla analisi delle creature particolari.

Ho quindi rovesciato la logica che spinse Pirondini a chiedermi una consulenza paleontologica per la sua Creazione, prendendo la Creatura di Pirondini ed analizzandola secondo le mie (paleonto)logiche.


Le creature di Megarette sono descrivibili morfologicamente. Esse mostrano similarità più o meno ricorrenti, caratteri condivisi, elementi diagnostici. Sono quindi (pseudo)-taxa. Dato che il meccanismo che le ha generate non è darwiniano, non ha senso dedurre una filogenesi dalla distribuzione delle caratteristiche morfologiche. Ha invece senso stabilire se le loro morfologie si distribuiscano casualmente nello spazio delle caratteristiche. In particolare,  se la loro distribuzione nel morfospazio rispecchia la struttura sistematica imposta dai loro creatori. Se gli spazi occupati dai "Miti Bestiali" e dai "Roborette" si sovrappongono in modo significativo, allora la sistematica definita da Pirondini e co. è del tutto arbitraria e naive, ma qualora i due gruppi fossero distinguibili a posteriori dalla morfologia dei loro componenti, potremmo riconoscere in questo Universo fittizio una sua legittima coerenza (ed ai suoi autori lo status di Creatori).

Così accade.


L'analisi delle due coordinate principali dedotte dalla distribuzione delle caratteristiche morfologiche dei personaggi mostra che Roborette e Miti Bestiali occupano regioni distinte e solo marginalmente sovrapponibili del morfospazio: pur contigui (quindi legati tra loro), nessuno dei due gruppi include alcuno dei membri dell'altro gruppo. Di questi due gruppi, quello dei Miti Bestiali include al suo interno anche gli esseri umani e la stessa Megarette: tradotto in senso "evoluzionistico", i Miti Bestiali sono una categoria fondata su elementi ancestrali da cui anche gli esseri umani e la stessa Megarette traggono origine. I Roborette appaiono invece come "innovazioni" che trascendono la condizione (biologica?) condivisa da esseri umani, Megarette e Miti Bestiali, e si collocano in una zona distinta dello spazio delle forme. Quando l'analisi delle coordinate principali include le prime tre (producendo lo spazio tridimensionale mostrato nella animazione in alto), Megarette si palesa come forma di congiunzione tra Miti Bestiali e Roborette, tramite per collegare le due categorie sistematiche in opposizione.

C'è quindi una Logica sottostante l'Universo di Megarette, una struttura profonda che precede e sostiene la diversità delle forme particolari.

I Creatori di quell'Universo hanno fatto un buon lavoro.


31 agosto 2021

ADULTS ONLY

 


Una verità molto scabrosa penetra sempre più in profondità nella coscienza di noi filogenetisti dei fossili. Noi non conosciamo appieno quale sia l'impatto dell'includere specie note unicamente per esemplari immaturi all'interno delle nostre analisi filogenetiche. Si tratta di un problema squisitamente morfologico, non genetico, dato che il dato molecolare non varia durante lo sviluppo individuale. Problema squisitamente morfologico che diventa perverso in paleontologia, dato che raramente abbiamo la documentazione della intera sequenza ontogenetica di una specie, e spesso non abbiamo modo di stabilire in modo univoco a quale stadio di crescita corrisponda l'esemplare che abbiamo tra le mani. Combinate tutti questi problemi con la cronica incompletezza della documentazione fossile e ottenete il più aggrovigliato degli enigmi. Credo che sia doveroso investigare più a fondo l'impatto dello sviluppo individuale sulla interpretazione filogenetica (non-molecolare) delle specie viventi, per le quali abbiamo perlomeno il vantaggio di disporre di serie di crescita complete e di individui completi.

Per avere anche solo un assaggio di quale possa essere l'impatto dell'inclusione (più o meno consapevole) nelle filogenesi di taxa basati unicamente su esemplari immaturi, ho simulato una analisi filogenetica molto semplice. I taxa analizzati sono cinque: A. B, C, D, E. Una serie di caratteri filogenetici è usata per ricostruire le relazioni filogenetiche tra queste specie. I caratteri mostrano stadi alternativi, che variano con il grado di maturità dell'individuo, e sono regolati secondo una serie ordinata: 0-1-2. Per ognuno di questi cinque taxa, disponiamo di tre esemplari: un giovane, un subadulto ed un adulto. Per ciascuna specie, è definita una traiettoria di crescita: giovane - subadulto - adulto, che comporta il progressivo accumulo dei caratteri derivati tipici della specie in questione. Possiamo quindi codificare sia i giovani che i subadulti per i caratteri filogenetici che manifestano. In generale, sia i giovani che i subadulti hanno solamente una parte delle condizioni tipiche dell'adulto, mentre per altri caratteri essi mostrano la condizione ancestrale, quella che si manifesta nell'adulto dell'antenato comune delle specie analizzate.

Se analizziamo solamente gli esemplari adulti, otteniamo quella che, ragionevolmente, è la filogenesi "vera":


Ma ecco cosa succede se includiamo nell'analisi anche gli esemplari immaturi, o se sostituiamo uno o più stadi immaturi all'adulto.

Ad esempio, se rimuoviamo l'adulto della specie E e lo sostituiamo con il subadulto della specie E, questi risulta collocato alla base del clade e non risulta direttamente legato alla specie D, come invece risulta dall'analisi della forma adulta della sua stessa specie:


Ancora più basale è la posizione se usiamo l'esemplare giovane di E:



Questo primo risultato è noto in letteratura, e ad esempio spiega la posizione di Raptorex in Tyrannosauroidea: nonostante nelle filogenesi che lo hanno incluso Raptorex risulti un tyrannosauroide relativamente basale, sospettiamo che il suo adulto sia invece una forma più derivata, interna a Tyrannosauridae.

La faccenda si complica mano a mano che si inseriscono forme immature di due o più specie:


O quando stadi di crescita differenti della stessa specie sono inclusi simultaneamente:



Utilizzare qualche artificio matematico, come il peso implicito, non allevia la situazione:


Notare che nell'ultimo caso, l'analisi identifica un "falso clade" alla base, formato da forme giovanili di E e D, ed una serie di gradi parafiletici formati da altri stadi immaturi.

Come concludere?

Temo in modo pessimistico: in nessuno dei casi in cui sono stati inseriti esemplari immaturi, si è ripetuta la filogenesi che avevamo ricavato usando solo le forme adulte. Questo test ha sicuramente dei limiti, dato che usa una matrice ridotta che non campiona la reale diversità delle specie e la reale sequenza di variazione ontogenetica nelle specie stesse: come ho detto all'inizio del post, sarebbe molto interessante fare un test come questo usando specie viventi di cui conosciamo con sicurezza la sequenza ontogenetica.

Quale può essere l'impatto di un simile effetto "distorsivo" dato dall'uso di esemplari immaturi nelle filogenesi di Theropoda? Un numero non indifferente di taxa è attualmente noto unicamente per esemplari immaturi, in alcuni casi molto giovani: oltre al già menzionato Raptorex, basta citare Scipionyx, Sciurumimus, Juravenator, Haplocheirus, e altri ancora... 

Il sospetto che le posizioni filogenetiche che abbiamo ottenuto per questi generi siano in vario modo falsate dalla immaturità del materiale noto non può essere ignorato. In alcuni casi, sospetto che la posizione filogenetica così ottenuta ci stia depistando del tutto dal comprendere la storia evolutiva di questi fossili.

10 agosto 2021

Cosa ci aspetta

 

Voi siete nella stella rossa. I momenti del passato in cui la curva blu interseca la fascia viola sono momenti in cui la temperatura media globale era analoga a quello che ci aspetta da qui alla fine del secolo. Ci attende una vecchiaia mio-pliocenica...

Il primo volume del Sesto Rapporto di Valutazione del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici è stato pubblicato in questi giorni, ed ha ricevuto - giustamente - un grande risalto mediatico. Purtroppo, molti dei commenti giornalistici sono improntati più sulla emotività che sulla razionalità. Si punta molto su due sentimenti: la paura e la speranza. Paura per la realizzazione di scenari apocalittici. Speranza per l'eventuale correzione della tendenza, e per una "soluzione" della crisi climatica, per un "ritorno alla normalità". Entrambi i sentimenti sono fuorvianti, e catalizzare l'emozione del pubblico su di loro non aiuterà a sviluppare risposte concrete alle inevitabili conseguenze - a breve e lungo termine - dei fenomeni climatici discussi in questi report. Il cambiamento climatico non è la pandemia del covid in cui ci si può illudere di chiudere la faccenda sconfiggendo il virus: è un processo, non un evento.

Credo che sia ormai ben troppo tardi per continuare ad illudersi che si possa "evitare" qualcosa che di fatto è già in atto da almeno 40 anni. Le tendenze climatiche non sono eventi improvvisi ma processi che spesso covano per lungo tempo prima di palesarsi in modo "sensibile". La frustrazione è che i climatologi ci hanno avvisato e ammonito su questo processo per almeno 40 anni, invano. Se davvero ci fu un tempo per agire spinti dalla speranza e dalle illusioni, quello fu la fine del XX Secolo. Ormai è inutile perdersi in chiacchiere su come arrestare il riscaldamento globale: il sistema si è avviato, e a noi ora tocca gestire un veicolo che sta scivolando giù da una rupe, il cui moto non è più mitigabile premendo istericamente sul pedale della paura e della speranza.

Un modo razionale e realistico per affrontare la crisi climatica è prendendo atto che essa è lo stato delle cose, e lo sarà per il resto della nostra vita, oltre che per varie generazioni a venire. Una volta preso atto della situazione, occorre inquadrare il fenomeno, che, per quanto nuovo per la nostra civiltà, non è affatto una novità per la storia della Terra. Ovvero, possiamo trarre dalla storia del pianeta delle utilissime informazioni per affrontare e gestire il nuovo mondo che abbiamo prodotto. Affrontare e gestire, ovvero, adattarsi. Il tempo è giunto per smettere di vaneggiare su una beata condizione "normale" e riconoscere che la normalità ora è il cambiamento climatico, il riscaldamento del clima, l'instaurazione di condizioni energeticamente più intense, dinamiche, instabili, acute.

La storia della Terra quindi diventa un inestimabile archivio di informazioni utili per capire come e cosa dobbiamo fare per adattarci al nuovo mondo. Ad esempio, studiando con maggiore interesse quelle fasi della storia della Terra in cui i parametri climatici erano simili a quelli che i modelli climatici prevedono essere la normalità di questo decennio e dei prossimi a venire.

Gli scenari climatici più realistici prevedono che la temperatura media globale non calerà sotto i valori attuali almeno fino alla fine del secolo (e comunque solo grazie a radicali politiche energetiche ed economiche). Inoltre, la maggioranza dei modelli ritiene molto probabile che la temperatura media globale salirà di almeno 1.5 °C durante questo secolo. Infine, non si può più ignorare che l'innalzamento della temperatura globale possa anche arrivare a fine secolo a 3 °C sopra la media attuale.

A quali momenti della storia della Terra corrispondono i valori di temperatura stimati? La temperatura media globale annua attuale è circa 14 °C. Un innalzamento di circa 1.5 °C implica un range probabile di temperatura media globale annua tra 14 e 15.5 °C, ma non possiamo ignorare l'ipotesi di arrivare a 17 °C. 

A prima vista, questi valori sembrano modesti, ma proviamo a collocarli in una prospettiva storica: si tratta dei valori di temperatura media globale che corrispondono a quelli dedotti per la prima metà del Neogene (Miocene e Pliocene inferiore), tra 15 e 5 milioni di anni fa. Credo quindi che sarebbe saggio incentivare programmi di ricerca e di studio sui climi, l'idrologia, e la paleontologia durante quella fase della storia terrestre. Ovviamente, il clima non è una funzione del solo valore di temperatura globale: la disposizione delle masse continentali, la dinamica delle correnti marine, la presenza o meno di catene montuose incidono in modo rilevante sul clima effettivo, e le differenze paleo-geografiche tra oggi e il mondo mio-pliocenico sono sicuramente da tenere in conto nella interpretazione dei fenomeni. Nondimeno, il quadro tettonico-geografico di 10-15 milioni di anni fa non è troppo diverso da oggi da impattare sulla utilità di un tale programma di ricerca. Tutto concorre quindi per una intensa ricerca sul mondo primo-neogenico come utile fonte di conoscenza per affrontare il presente ed il prossimo futuro.

A questo proposito, è bene rimarcare un fatto che, almeno a livello popolare, è invece ignorato o frainteso: le condizioni climatiche durante fasi più remote della storia della Terra, ad esempio il Mesozoico, sono probabilmente troppo diverse da quelle odierne, e persino troppo distanti da quelle previste dai modelli climatici relativi al secolo in corso, per essere realmente significative per chi voglia usare la storia della Terra per gestire il cambiamento climatico. Fare confronti tra noi ed i dinosauri è probabilmente inutile. E ve lo dico da studioso del Mesozoico, quindi qualcuno che avrebbe sicuramente interesse a vedere nuova linfa immessa nei finanziamenti paleontologici. Le temperature medie durante il Mesozoico sono molto maggiori di quelle del range stimato realisticamente come prossimo venturo. Anche se i più catastrofisti dipingono scenari da estinzione di fine-Permiano, non ci sono motivi per considerare tali condizioni climatiche come una opzione realistica per il nostro futuro. Il sistema geo-climatico che ha prodotto la fine del Permiano è diverso da quello che sta producendo il nostro effetto serra attuale. E lo stesso vale per il Mesozoico. La temperatura media minima stimata per quella era, all'inizio del Cretacico, è di ben 5 °C sopra la media attuale: per buona parte del Mesozoico la temperatura media annua globale era ben al di sopra di tale valore minimo. Inoltre, la distribuzione delle masse continentali era completamente diversa dalla odierna, risultandone un mondo troppo alieno per essere realisticamente utile per capire il contesto attuale.

Piuttosto che coltivare infantili catastrofismi e vaneggiare apocalissi tardo-permiane, sarebbe saggio studiare con attenzione come il mondo funzionava e si sviluppava durante la recente storia miocenica. Sarebbe ancora più saggio capire se e come nel passato siano avvenute escursioni termiche con un tasso analogo a quello che stiamo osservando: ciò richiederà una più raffinata risoluzione nel campionamento delle informazioni e nella sua collocazione spazio-temporale. Ovvero, c'è tanto lavoro da fare, ma niente di impossibile se si pianifica in modo accorto e consapevole. Perché, lo ripeto, non ha più senso puntare sull'emotività e sulla paura della catastrofe finale, ma occorre capire lucidamente, in modo maturo, la nuova normalità in cui viviamo e vivremo il resto della nostra vita.