25 agosto 2012

Search for EXTINCT Terrestrial Intelligence

Questo è il mio contributo, in qualità di "blogger outsider" invitato a partecipare all'edizione unificata dei Carnevali della Chimica e della Fisica, avente come tema “Cercando tracce di vita nell’Universo”.

Sebbene a prima vista la mia disciplina, la paleontologia dei vertebrati, possa apparire totalmente fuori tema per un Carnevale collegato ad un progetto come quello SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), esistono delle intriganti similitudini tra questi due ambiti di ricerca, la cui esplorazione e comparazione può portare spunti e punti di vista alternativi, potenzialmente fecondi.

L'osservazione dello spazio è accomunata all'indagine paleontologica dal fatto che la distanza sia una misura del tempo. Così come i segnali elettromagnetici provenienti dal cosmo sono tanto più antichi quanto più distante è la loro sorgente, così in paleontologia la posizione di un fossile indica un'età più antica tanto più il fossile è posto in profondità nella serie stratigrafica. L'interconnessione tra posizione nello spazio e distanza nel tempo dei fenomeni osservati dalle due discipline rende quindi la mente del paleontologo e quella dell'astronomo ugualmente predisposte a pensare in modo “quadrimensionale”, a concepire spazio e tempo non come variabili indipendenti, ma come manifestazioni di un unico fenomeno.

Il progetto SETI è rivolto alle immensità extraterrestri alla ricerca di segnali, tracce che, per quanto flebili, siano evidenza di forme di vita intelligenti. In questo, il progetto SETI è convergente all'attività del paleontologo, che sonda le profondità geologiche alla ricerca di evidenze, per quanto flebili e frammentarie possano essere, della vita del remoto passato.
Evoluzione dell'intelligenza nel Tempo Profondo, un analogo dello Spazio Profondo?

Alla luce di queste convergenze interdisciplinari, non così scontate o banali come forse potrebbero apparire al profano, mi propongo di offire il mio punto di vista paleontologico come “analogo” a quello del ricercatore coinvolto nel progetto SETI.

Parto da una provocazione. In base alle formulazioni più pessimiste della equazione di Drake, esiste solo un pianeta nel quale forme di vita intelligenti sono comparse, la Terra. Nei fatti, esso è finora il solo dal quale abbiamo evidenze di vita, di qualunque forma o complessità. Nonostante esso sia l'unico (e quindi migliore) caso noto, noi non abbiamo una stima precisa di quante volte, in quante forme ed in quali contesti, la vita intelligente sia comparsa sulla Terra. Noi conosciamo un singolo caso di specie intelligente (intesa qui come autocosciente, dotata di linguaggio articolato, pensiero simbolico e tecnologia trasmessa culturalmente) comparsa sulla Terra, Homo sapiens. Ma fu il solo episodio? Questo unico caso è, purtroppo, il peggiore esempio possibile dal quale tentare di ricavare qualche principio generale sulle proprietà e i fattori che concorrono alla comparsa dell'intelligenza su un pianeta, dato che il soggetto osservante e l'oggetto osservato si fondono in un'unica creatura che, come nel peggiore incubo scaturito dalle peggiori aberrazioni del Principio di Indeterminazione, distorce in modo imprevedibile la nostra percezione del fenomeno.

L'esempio più lampante di quanto la nostra autoreferenziale percezione della condizione umana abbia influenzato e distorto il modo di valutare criticamente il fenomeno dell'evoluzione dell'intelligenza in un pianeta è dato proprio dalla quasi totale mancanza di ipotesi o modelli che abbiano anche solo abozzato una possibile evoluzione di altri, dell'intelligenza non-umana, sulla Terra. A parte rari casi, che menzionerò sotto, quasi nessuno si è mai posto la domanda se l'intelligenza (capace di produrre linguaggio simbolico, cultura, tecnologia) sia mai comparsa qui, sulla Terra, prima di Homo sapiens. Lo sciovinismo antropocentrico è talmente viscerale in Homo sapiens, che egli non ha (quasi) mai ipotizzato che questo pianeta, sul quale arroga ed esercita un indiscusso diritto di proprietà, possa aver ospitato prima di lui altre intelligenze, altre civiltà, altre forme di vita capaci di produrre qualcosa di analogo a ciò che il progetto SETI sta cercando nello spazio esterno.

Eppure, la vita, intesa come aggregati complessi di molecole organiche autoreplicanti e capaci di svolgere attività metabolica, esiste sulla Terra da almeno 3 miliardi e mezzo di anni (35 mila volte la durata dell'intera specie umana e oltre 3 milioni di volte la durata dell'intera civiltà post-paleolitica), mentre la vita pluricellulare dotata di sistema nervoso esiste da almeno 600 milioni di anni (6000 volte la durata dell'intera specie umana): possibile che l'evoluzione dell'intelligenza sia un evento così altamente improbabile, contingente e accessorio da essersi verificata solamente in noi? Quanto è realistico abbandondare il nostro sciovinistico dogma dell'unicità dell'intelligenza umana sulla Terra, e ipotizzare che anche altre specie, non-umane, abbiano raggiunto quello stadio evolutivo qui, sul “nostro” pianeta? Questa domanda è, nella scala del Tempo Profondo, il tempo nel quale operano i paleontologi, l'equivalente della domanda alla base del SETI, sebbene nel secondo caso sia applicata allo Spazio Profondo.

Come paleontologo, riconosco che solamente le evidenze date dai fossili possono rappresentare metri di valutazione sui quali provare a dare una risposta a quella domanda. Al tempo stesso, la paleontologia è una disciplina fortemente vincolata ai modi tramite i quali le forme di vita ci hanno lasciato tracce della loro esistenza, e nella quale vale il monito “l'assenza di evidenze non è automatica evidenza di assenza”: che sul piano pratico si traduce in tutta una casistica di inferenze che possono (e spesso, devono) essere dedotte da “prove indiziarie” qualora il dato “hard” dei fossili fosse mancante o estremamente lacunoso. Metodologie come il Phylogenetic Bracketing (metodo che permette di dedurre le caratteristiche non-fossilizzabili di una specie estinta sulla base della sua collocazione evolutiva e delle caratteristiche dei suoi parenti ancora viventi) ed intere branche paleontologiche come la tafonomia (la disciplina che studia i modi di formazione e di preservazione dei fossili, compresi i fattori che possono portare alla perdita di informazione), infatti, si fondano sull'applicazione di metodi che, partendo da prove indirette, permettono di ricavare informazioni non ottenibili direttamente sulla base della interpretazione letterale del record fossile.

Estendiamo la provocazione, e chiediamoci se sulla Terra siano esistite altre forme di vita intelligente, forse persino civiltà avanzate, nel vastissimo passato remoto precedente la comparsa della nostra specie.

Per meglio comprendere se questa domanda sia lecita oppure una fantasia gratuita, confrontate la durata dell'attuale civiltà tecnologica umana post-neolitica, circa 6000 anni, con i 600 milioni di anni di esistenza della vita complessa (un misero centomillesimo) e provate a stimare quanto di tutto ciò che Homo sapiens ha prodotto sarà ancora “evidente” sulla superficie terrestre tra 100 milioni di anni – nell'ipotesi che la nostra specie si estingua oggi. In pochi decenni, tutti i satelliti artificiali umani in orbita ricadrebbero verso terra, disintegrandosi nell'atmosfera. In pochi secoli, tutto ciò che fu creato dall'uomo e che esiste sulla superficie terrestre sarebbe ricoperto dal rapido ritorno della vegetazione selvatica in quei luoghi che l'uomo aveva trasformato in città, strade, aree coltivate. La capacità delle radici in crescita delle piante di disgregare anche la roccia, figurarsi materiali come asfalto o cemento, non dà molte speranze di persistenza a buona parte dei nostri manufatti, apparentemente molto tenaci, di restare intatti dopo che le piante si fossero riprese possesso delle terre emerse. Nel giro di alcuni millenni, al più qualche milione di anni, l'erosione, gli agenti atmosferici, le future fasi glaciali, il sollevamento dei mari, la deriva dei continenti, il sollevamento di nuove catene montuose, tutto ciò distruggerebbe qualsiasi struttura superficiale (manufatti, strade, edifici, porti) non ancora distrutta dall'espansione della vegetazione. Buona parte dei monili di materiale resistente alla corrosione sarebbe dilavato dalle acque, trasportato in mare dai fiumi, dalle alluvioni e dalla lenta subsidenza dei suoli, e nel giro di qualche milione di anni si accumularebbe sul fondo dei mari, formando una stratificazione che, progressivamente sepolta sotto strati successivi, e compattata dalla loro pressione, si trasformerebbe in roccia. Nei successivi milioni di anni, il ritorno totale della Natura come unica signora della Terra cancellerebbe la quasi totalità delle prove della nostra passata esistenza. Forse qualcosa persisterebbe sepolta sotto i fondali oceanici, ma sarebbe condannata ad un lento dissolvimento, sotto le inesorabili pressioni prodotte dai movimenti della crosta terrestre. L'unica testimonianza della nostra esistenza, quindi, sarebbe quel sottile strato di carbonio e metalli pesanti, vestigio della nostra tecnologia, accumulatosi sul fondale oceanico ed eventualmente riemerso come parte marginale di qualche catena montuosa. Pertanto, se questo è l'inevitabile destino delle ultime tracce della civiltà umana, perché non dovrebbe essere già tutto avvenuto per una specie precedente la nostra, della quale, appunto, ogni traccia è andata distrutta al di fuori di qualche sottile strato sedimentario? Se l'intero ciclo dell'esistenza di una civiltà, la sua estinzione e la quasi totale distruzione naturale di ogni sua manifestazione scampata all'estinzione, si compie in qualche milione di anni, non esiste obiezione logica per cui il vastissimo passato geologico della Terra non possa contenere al suo interno dozzine di episodi come quello appena narrato. Ciò è coerente con la stima data dai paleontologi che solamente una frazione ridotta di tutte le specie comparse sulla Terra ha lasciato tracce fossili: se, come tutti concordano, le specie intelligenti sono una ridottissima frazione nel totale delle specie comparse, appare chiaro che è altamente improbabile che esse ricadano nella ridotta frazione che si manifesterà sotto forma di fossili.
Improbabile, ma non impossibile.

Pertanto, un possibile indizio dell'esistenza di una civiltà non-umana sulla Terra potrebbe essere un sottile strato la cui composizione chimica anomala (dovuta ad un eccesso di carbonio e metalli pesanti) potrebbe indicare l'accumulo dei residui di una qualche specie tecnologicamente avanzata. Lo scenario ipotetico che vi ho appena illustrato fu sviluppato, indipendentemente uno dall'altro, da due autori, John C. McLoughlin (1984) e Mike Magee (1993), come ipotesi fantascientifica per spiegare le anomalie geologiche e paleontologiche presenti nel famoso “limite K-T”, il livello geologico che segna la fine dell'era Mesozoica e la grande estinzione dei dinosauri: secondo questi autori, una specie intelligente di dinosauro, vissuta 65 milioni di anni fa, fu la causa della grande estinzione e della propria autodistruzione, secondo modalità e tempi non tanto diversi da quelli con cui oggi Homo sapiens sta alterando, in modo forse irreparabile, la biosfera ed il clima.

Aldilà della plausibilità di questo scenario, notare che sia io che i miei due predecessori siamo caduti, quasi incosciamente, nello sciovinismo autoreferenziale ed antropocentrico che avevo criticato all'inizio, proponendo un'ipotesi plasmata sulla nostra condizione umana. In realtà, non è detto che tutte le specie intelligenti siano portate a sviluppare la metallurgia, l'allevamento intensivo o un massiccio sfruttamento delle risorse naturali, come siamo soliti fare noi, e quindi potrebbero non lasciare una traccia stratigrafica così evidente della loro presenza sul pianeta del passato.

In alternativa, come imposteremmo un “SETI”, qui inteso come “Search for Extinct Terrestrial Intelligence”, e che lezioni potrebbe darci in appoggio al suo più famoso fratello maggiore, rivolto allo spazio esterno?

La prima domanda da porsi è se sia possibile ridurre la gamma dei candidati al ruolo di “extinct-terrestrials”: quali linee evolutive animali potrebbero essere le più plausibili candidate?

L'osservazione delle specie viventi al giorno d'oggi, ci mostra almeno 3 linee evolutive che mostrano (almeno in forma incipiente) le potenzialità per evolvere un'intelligenza avanzata. Il primo passo sarebbe quindi di cercare tra i rappresentanti estinti di quelle linee evolutive dei potenziali candidati.

I molluschi cefalopodi, in particolare i polpi, sono gli invertebrati più intelligenti esistenti, capaci di insospettate capacità nella soluzione di problemi logici, manipolazione degli oggetti (grazie ai tentacoli), interazione sociale e comunicazione, tutti attributi che sono requisiti fondamentali per l'evoluzione dell'intelligenza (Finn et al. 2009). I cefalopodi compaiono 550 milioni di anni fa, e sono stati per almeno 300 milioni di anni tra gli animali marini più diffusi. In particolare, per oltre 100 milioni di anni un gruppo di cefalopodi, i nautiloidi, fu al vertice delle catene alimentari marine, e raggiunse dimensioni notevoli, con corpi lunghi alcuni metri. Possibile che alcune di queste specie abbiano evoluto una qualche forma di intelligenza “superiore”? Per scoprirlo, sarebbe necessario investigare i sedimenti marini adatti, vecchi di 400 milioni di anni, alla ricerca di evidenze. Tuttavia, è plausibile che questa ipotetica specie intelligente di cefalopode paleozoico vivesse in mare aperto, in modo analogo ai delfini attuali (un sistema nervoso evoluto richiede molta energia, ed in mare ciò si ottiene solamente da una dieta carnivora attiva, quindi da uno stile di vita come quello di squali e cetacei, non certo rimanendo fissi ad un fondale filtrando fango), e che quindi abbia lasciato poche tracce della sua esistenza, almeno tra quelle più chiaramente identificabili da parte dei paleontologi. Se mai ci fu una simile specie intelligente, molto difficilmente riusciremo a scoprirne tracce fossili.
Scaphites, opera di E. Troco

Se passiamo ai vertebrati – l'unico altro gruppo animale che presenta caratteristiche idonee all'evoluzione dell'intelligenza – due linee evolutive mostrano le migliori potenzialità.

La prima è quella degli uccelli. I corvidi attuali sono capaci di incredibile versatilità comportamentale, sono in grado di risolvere complessi problemi logici, sono in grado di prevedere il comportamento dei loro simili e di agire di conseguenza, anche grazie a sorprendenti capacità intellettive che includono la menzogna, ovvero, la capacità di simulare per dissimulare, e la capacità di costruire strumenti funzionali ad uno scopo (Prior et al. 2008). Anche se privi di mani prensili, questi uccelli usano il loro becco come un vero arto, dimostrando un'inaspettata adattabilità. I loro cervelli, più piccoli di una noce, sono evidentemente dei gioielli di miniaturizzazione, che falsificano il nostro antropocentrico dogma ossessionato dalle dimensioni cerebrali quale “misura” dell'intelligenza. I pappagalli non sono da meno, avendo in più occasioni dimostrato di essere in grado di elaborare frasi semplici per esprimere risposte a problemi logici e di articolarle per esprimere concetti, in alcuni casi elaborati ex novo dall'animale.

Esistono evidenze che qualche specie di uccello, nel passato preistorico, molto prima dell'evoluzione dell'uomo, abbia imboccato la strada verso qualche forma di intelligenza avanzata? Come nel caso degli ipotetici cefalopodi intelligenti menzionati prima, se non in misura peggiore, anche con gli uccelli la fossilizzazione è inclemente: il record fossile degli uccelli è infatti molto ridotto, se confrontato con le stime sul numero totale di specie che potrebbero essere esistite nell'arco dei 150 milioni di anni di evoluzione di questi animali.

Il terzo gruppo è quello dei primati. Qui, le evidenze fossili dimostrano che una specie ha sì evoluto un'intelligenza superiore, il linguaggio e la tecnologia i cui prodotti più recenti circondano le nostre esistenze. Tuttavia, le stesse evidenze fossili mostrano come l'evoluzione dell'intelligenza umana non fu un progressivo accumulo direzionale che da una scimmia della savana portò ai radiotelescopi. Nulla, nel record fossile, mostra evidenze di una progressiva spinta verso l'intelligenza umana (Tattersall 1998). Perlomeno, non nel modo in cui, in modo pervasivo, l'evoluzione umana viene rappresentata. La “serie evolutiva” umana infatti è un artificio rappresentativo, una forzatura semplicistica, che vuole collocare episodi evolutivi divergenti in una sola linea culminante in noi. Quelli che, ad un'indagine accurata, sono ramoscelli distinti in una contorta serie ramificata e priva di “direzione”, sono stati a forza inseriti lungo una singola sequenza lineare culminante in Homo sapiens. Questo mito persiste ancora in modo massiccio, sopratutto tra i non-paleontologi. Se ci focalizziamo sul progresso tecnologico nelle specie umane durante il Pleistocene, questo, ad esclusione di Homo sapiens, appare spaventosamente lento, in modo quasi imbarazzante. Le prime prove di tecnologia negli ominidi, in forma di rozze rocce scheggiate solo da un lato, risalgono a circa 2 milioni e mezzo di anni fa. Questo livello tecnologico persiste per almeno un milione di anni, nonostante che varie specie umane compaiano e scompaiano in quello stesso intervallo: l'evoluzione delle specie di ominidi, quindi, non pare correlata all'evoluzione tecnologica, la quale procedette in modo più lento e discontinuo rispetto alla diversificazione biologica. Anche la successiva innovazione tecnologica, in forma di pietre scheggiate in modo più elaborato e simmetrico, ricalca quel trend: per un altro milione di anni questa nuova tecnologia si sovrappone alla precedente, senza sostituirla del tutto, ma persiste in modo quasi monotono, senza ulteriore innovazione. Anche in questa seconda fase, l'evoluzione tecnologica fu più lenta di quella biologica. Evidentemente, questi ominidi, una volta acquisita una nuova tecnologia, forse per merito di qualche raro “genio” paleolitico, si limitavano a copiarla meccanicamente e a trasmetterla ai discendenti, probabilmente per mera imitazione. Vista dal nostro punto di vista, questa fase basso-pleistocenica del progresso umano è molto ottusa. Esiste, ma è spaventosamente lenta, palesemente incapace di superare sé stessa. Non pare esservi, in questi ominidi, l'esuberanza creativa, la volontà all'innovazione, l'estro creativo e la spinta all'originalità, tipici dell'attuale specie umana. Solamente con Homo sapiens, a partire da 100 mila anni fa, si osserva un'accelerazione delle innovazioni tecnologiche, che assume un ritmo relativamente rapido negli ultimi 40 mila anni, ma che solo negli ultimi 10 mila anni prende quel flusso esponenziale che ha prodotto la Civiltà. Il confronto con ciò che (non) accadde prima è sconcertante. Solo Homo sapiens appare capace di innovare in modo massiccio e continuativo, ad un tasso molto più rapido di quello che caratterizza la sua evoluzione biologica. Un qualche evento nuovo, accidentale (nel senso di non predeterminato dall'accumulo di processi indirizzati al suo sviluppo), nella sua biologia cerebrale deve aver innescato la capacità di produrre ciò che prima doveva essere evidentemente impossibile da realizzare agli altri ominidi. Non vi è nulla di anomalo nel riconoscere una non-linearità dell'evoluzione umana, una non-prevedibilità a priori del suo sbocco attuale: come ogni altra specie esistente o esistita, Homo sapiens non è una necessità inscritta nelle leggi della natura, bensì uno tra gli innumerevoli risultati di quel ramificato pattern emergente dalla combinazione delle leggi biologiche con le vicende della storia geologica, climatica e astronomica del pianeta Terra che chiamiamo "storia della vita".
Homo neanderthalensis, opera di E. Troco.

L'alternativa a questa interpretazione fortemente contingente del progresso umano, che volesse spiegare la serie di dati che ho menzionato cercando di forzare un qualche senso “necessario” alla nostra esistenza nonostante che i dati neghino categoricamente tale concezione, sarebbe il miracolo, non tanto diverso dalla famosa scena di apertura del film “2001 Odissea nello Spazio”: una concezione a-scientifica che posso anche lasciare alla soggettività personale, ma che come ricercatore scientifico non posso usare come metodo di conoscenza oggettiva.

Che messaggio traiamo dalla prospettiva paleontologica sull'esistenza ed evoluzione di specie intelligenti nel cosmo, e sulla possibilità di contattarle? Molto pessimistico, purtroppo.

La lucida analisi dei dati mostra che l'intelligenza, la tecnologia e lo sviluppo di complesse civiltà in grado di rivolgere lo sguardo al cosmo non sono “attributi” intrinseci della natura animale né umana (qui intesa come “la biologia degli ominidi”) ma furono piuttosto il risultato di eventi biologici puramente accidentali nel processo evolutivo, apparentemente aleatori, che una volta innescati – ma solo dopo che si verificarono – generarono a valanga la catena di innovazioni successiva. L'accidentalità del progresso tecnologico degli ominidi, la sua non-gradualità, il fatto che esso fu estrememante lento e “ottuso” per più di 2 milioni di anni, per poi “esplodere” solo negli ultimi 40 mila anni nella sola specie Homo sapiens, paiono indicare che l'evoluzione dell'intelligenza animale, almeno sulla Terra, non porti inevitabilmente all'evoluzione tecnologica richiesta dai fautori del progetto SETI. Anche ammettendo una spinta adattativa verso forme di intelligenza elevata, capace di complessi sistemi sociali, intense relazioni individuali, forse persino il linguaggio articolato, anche imponendo che questi fenomeni siano intrinsecamente inevitabili (avendo a disposizione sufficiente tempo) durante l'evoluzione delle specie di tipo animale, tutto ciò non è condizione sufficiente per l'innovazione tecnologica altamente avanzata richiesta dai fautori di contatti con specie extraterrestri. Ciò, perlomeno, è quanto emerge dall'indagine paleontologica sull'evoluzione dell'intelligenza terrestre.

Pertanto, proprio in base al principio di mediocrità su cui il progetto SETI ha parte delle sue fondamenta, partendo da ciò che osserviamo sulla Terra, è possibile che l'universo pulluli di pianeti abitati da meravigliose specie intelligenti, ma che la grandissima maggioranza di queste non sia minimamente in grado di lanciare radiosegnali nel cosmo alla ricerca di altri.

Bibliografia:

Finn, J.K., Tregenza, T., Tregenza, N. 2009. Defensive tool use in a coconut-carrying octopus. Current Biology 19(23): R1069-R1070.
Magee, M. 1993. Who Lies Sleeping: the Dinosaur Heritage and the Extinction of Man. AskWhy! Publications, Frome.
McLoughlin, J. 1984. Evolutionary bioparanoia. Animal Kingdom. April/May 1984, 24-30.
Prior H. et al. 2008. Mirror-Induced Behavior in the Magpie (Pica pica): Evidence of Self-Recognition. PLoS Biology 6 (8): e202.
Tattersall I. 1998. Becoming Human: Evolution and Human Uniqueness. New York: Harcourt Brace.

12 commenti:

  1. Bravo, bel post... Sai come la penso riguardo all'intelligenza nei non-umani (ricordi la discussione sui falchi?), e mi fa piacere che sull'argomento condividiamo almeno il fatto che l'uomo NON è la misura attraverso cui dobbiamo paragonare gli altri esseri viventi.

    La mia antipatia all'antropocentrismo è un'altra delle ragioni per cui, pur essendo assai convinto che ci siano abbondanti forme di vita nell'universo, non credo ai dischi volanti, agli omini grigi che rapiscono la gente e a tutto il carrozzone ufologico... Troppo simili agli umani e quindi inverosimili per essere veri!


    Alessio

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  2. -"ricordi la discussione sui falchi?"
    Sì, ricordo che confondevi il concetto di "comportamento" con quello di "intelligenza".

    -"condividiamo almeno il fatto che l'uomo NON è la misura attraverso cui dobbiamo paragonare gli altri esseri viventi".
    Peccato che nel post io non dica ciò, anzi... ad essere chiari, io sono come i greci antichi e penso che l'uomo sia la misura di tutte le cose, per il semplice motivo che "la misura" è un concetto umano, tarato dall'uomo, unica creatura in grado di fare valutazione, quindi di misurare.

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  3. Interessantissimo post. Anche se poniamo plausibile l'esistenza di civiltà tecnologiche aliene, dobbiamo tenere conto delle distanze temporali prima di quelle spaziali. Potrebbero essersi sviluppate, ma in tempi molto distanti e non concomitanti. Noi esistiamo da un tempo irrisorio, siamo un battito di ciglia paragonato alla vastità del cosmo, e battiti di ciglia potrebbero essere state altre civiltà aliene.

    HK

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    1. "Poi contemplando l'infinito del tempo, ci si chiede se i loro messaggi siano giunti molto tempo fa, schiantandosi contro sudicie paludi di fumanti foreste di carbone, il missile lucente assediato da rettili sibilanti, gli strumenti delicati che si scaricano senza registrare nulla..."
      L. Eiseley

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  4. I've definitely thought about the idea of "what traces of human civilization would be left behind" if human civilization ended right this moment and I think that there would be plenty of clues left in the rock record besides heavy metals and carbon. Here are just a few:

    1) Pavement laid down in a depositional environment would probably be buried in situ, and would probably seem quite strange to a future geologist. They would be "conglomerates of unusual provenance" (the rocks to make roadways could come from thousands of km away) laid down in narrow bands that can span for tens to thousands of kms and are inundated with tar. If you're lucky enough to find a city that was built in a depositional environment, and later buried by river sediments (New Orleans for example), the conglomerates of unusual provenance would form grids.

    2) In the voids of the grid you'd likely find high concentrations of metal oxides (the remains of pipes, wires, nails, etc). Durable building materials like bricks and concrete (even heavily eroded) would also seem highly strange and out of place in the rock record.

    3) The seemingly instantaneous globalization of livestock and food plants would be odd, and would be probably be seen in the rock record. Chickens for instance, are native to India, yet their bones would be found in rocks from literally every continent and oceanic island. Apples are native to Kazakhstan, yet somehow they've ended up in every temperate climate on Earth, crossing deserts, jungles, and oceans. Same thing with cattle, and pigs, and corn, and sunflowers. One of these species' sudden appearance across the globe may not seem that strange, but hundreds at the same time should.

    Is this applicable to looking for ancient Earth civilizations? I think so. Of course, a hypothetical ancient super intelligent troodontid wouldn't pave their roads in exactly the same way, but they would have probably used some kind of roads, accumulated unusual quantities of metals and created durable rock-like materials, and took preferred food items with them as they invaded new environments.

    Do we see that in the rock record? Unfortunately, not that I know of, but it doesn't mean we shouldn't be on the look out.

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    1. Peter, you're assuming the other species lived like us post-modern humans...
      What if your super-intelligent troodontids lived in giant-sized hen-houses made entirely of wood, deep inside of forests, and never used stones neither metals? Extremely improbable to find any fossil evidence distinguishable from natural fossil wood.
      What if their religion imposed them to eat their dead and to leave only the teeth?
      I suspect we already know them: it's Richardoestesia!
      ;-P

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    2. Well ya, I guess they could be a highly advanced civilization of cannibals that used only wooden tools, but somehow I doubt that :-)

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  5. I've often wondered if we would even recognise non-human intelligence, or recognise life that was so alien to us we have no way of understanding something was alive, let alone sentient. We might be surrounded by advanced life forms we don't realise are alive as they are so utterly different to us.

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  6. Gran bel post!! Veramente degno di spunti di riflessione! In effetti il nostro antropocentrismo ci porta a cercare forme aliene di vita intelligente senza esserci messi prima d'accordo su cosa sia l'intelligenza.. Piuttosto si cercano specie che hanno evoluto una tecnologia esattamente come la nostra :D concordo anch'io che se ci sono state precedenti forme di vita intelligente molto difficilmente avranno lasciato fossili identificabili.. Una domanda Andrea: come mai non hai nominato la famiglia dei delfinidi nel novero delle specie potenzialmente in grado di evolvere intelligenza superiore? Ho visto vari documentari in cui venivano esposte capacita' veramente impressionanti, soprattuto per le orche

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    1. L'intelligenza da sola non è sufficiente per produrre una specie "tecnologica": per questo ho citato cefalopodi, uccelli e primati, dotati di buone capacità di manipolazione degli oggetti, e non i cetacei, che sono sì intelligenti, ma poco capaci sul lato della manipolazione degli oggetti, essendo prettamente nuotatori ma privi di organi manipolatori.

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  7. Complimenti per lo splendido post! Nel caso della nostra specie secondo me hai tralasciato tracce veicoli e strumenti lasciati sulla Luna, sempre se ci sono andati davvero :)
    Gianluca

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    1. Il numero di oggetti lasciati sulla Luna è talmente ridotto che è altamente improbabile rinvenirli per caso se non si conosce esattamente la loro posizione.
      Comunque, essi sono delle possibili testimonianze (se non sono distrutti da un meteorite).
      PS: ci sono andati. L'ipotesi che sia tutta una colossale montatura che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone è molto più difficile da sostenere che ammettere che siamo allunati su un corpo celeste distante solo un secondo luce dalla Terra.

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