25 settembre 2008

Gli abelisauroidi sono utili a risolvere la paleogeografia del Gondwana?

Una storia è una rappresentazione di una porzione dello spazio-tempo. Come qualsiasi altra rappresentazione, essa è necessariamente un’idealizzazione semplificata, in base alla ben nota asserzione che “la mappa non è il territorio”. Questa affermazione è particolarmente vera quando il territorio in questione è il più grande Supercontinente del Mesozoico, il residuo più tenace dell’antica Rodinia, rimasto pressapoco lo stesso anche dopo che tutti i frammenti dell’appena citato Supercontinente Proterozoico si riunirono alla fine del Paleozoico nell’arcinoto Pangea, ovvero (che iperbole!) Gondwana.

Da brava ipotesi paleogeografica quale è, Gondwana fu proposta principalmente su evidenze geologiche quali correlazioni tra catene di continenti distinti, su grossolane, per quanto convincenti, giustapposizioni di piattaforme, su indicazioni paleomagnetiche sulla posizione relativa dei poli, e, qualora si possa dimostrare che non si tratta di forme natanti marine, sulla paleontologia. Essendo animali strettamente terresti (con l’eccezione di alcune aberranti linee paraviali), i teropodi sembrerebbero dei buoni indizi delle passate paleogeografie, dato che, presumiamo, non erano capaci di attraversare ampi bracci di mare, e quindi si distribuivano vincolati alle estensioni di terre emerse. Peccato che, per quanto grossolane possano essere le nostre ricostruzioni paleogeografiche, le nostre informazioni sulla distribuzione dei cladi teropodi (ed in particolare la finezza con la quale possiamo mappare nello spazio-tempo delle possibili provincie paleobiogeografiche) sono ancora più grossolane. Con Enantiophoenix ho proposto l’esistenza di un clade di enantiorniti endemico di una zona comprendente Gondwana e Laurasia Occidentale, pur con la consapevolezza che potranno benissimo emergere avisauridi in Cina o Mongolia a dimostrare la fallacia (o perlomeno a ridimensionare la validità) di questa ipotesi. Tuttavia, non potrei, con l’attuale distribuzione enantiornitina, ipotizzare che l’Asia Orientale rimase separata dal resto del mondo cretacico (probabilmente a causa di un braccio di mare chiamato Mare di Turgai), dato che ciò non è supportato dal resto delle faune note e dalle evidenze geologiche.

Per il Gondwana la situazione è differente. La storia più robusta che possiamo affermare è la seguente: 150 milioni di anni fa Sudamerica, Africa, India, Antartide, Australia e Madagascar erano assemblati in un’unica massa, Gondwana; oggi, tali masse sono distinte (o, per essere corretti, 150 milioni di anni fa non avrebbe avuto senso chiamare parti distinte di Gondwana con nomi distinti). Quello che accade in mezzo a queste due date, in particolare nella prima metà della storia, è materia di dibattito. Sappiamo che la regione occidentale del Gondwana subì un’ampia fase di rifting, che portò alla nascita dell’Atlantico Meridionale (con l’accidentale distinzione di Sudamerica e Africa), e che processi analoghi portarono alla formazione dell’Oceano Indiano (con la differenziazione delle masse ora note come India, Madagascar, Antartide e Sudamerica), del Canale di Mozambico (Africa, Madagascar) e dei mari australi (Antartide-Australia, Antartide-Africa, Antartide-Sudamerica). Ma, con quale sequenza temporale avvennero questi fenomeni? La domanda ha senso, nella nostra accezione usuale che parla di eventi che accadono alla scala dei secondi-ore-giorni? Quello che, al più, si può sperare di identificare coi fossili è l’esistenza di provincie biogeografiche, pur con la consapevolezza che esse possono:

  1. Non essere reali, ma un artefatto derivante dalla scarsa conoscenza della reale distribuzione dei taxa.
  2. Essere dovute non solo alla deriva continentale, ma anche alla presenza di bracci di mare epicontinentali (come il Mare di Turgai citato sopra, o il Niobrara nordamericano) che non sono legati direttamente alla deriva/frammentazione continentale.
  3. Essere il risultato di estinzioni locali di preesistenti popolazioni cosmopolite (fenomeno molto probabile in condizioni di uno o due unici supercontinenti che permettono un’ampia distribuzione dei cladi di terraferma).
  4. Derivare da vincoli climatico-ambientali che limitano la distribuzione anche in assenza di barriere geografiche.

Alla luce di una mia precedente serie di post, vorrei aggiungere anche un altro fattore:

Noi non possiamo sapere esattamente quanto ampia sia la capacità di un animale terrestre estinto di superare un braccio di mare, e nulla impedisce che i “limiti” che siamo tentati di vedere siano solo apparenti. Ciò è particolarmente vero per animali di piccola taglia (e ancora più vero per forme che non hanno grandi esigenze alimentari), per i quali è possibile l’attraversamento di bracci di mare a bordo di zattere naturali sospinte al largo: anche una probabilità di sopravvivenza di 1 naufragio su un milione diventa una probabilità di colonizzazione se estrapolata in 50 milioni di anni! Ma anche per gli animali di media-grossa taglia è possibile l’espansione su nuovi continenti, sopratutto se la traversata è costellata di arcipelaghi che possono permettere un’espansione “a tappe”, diluita in centinaia di generazioni.

In conclusione, ritengo che qualsiasi ipotesi sulla paleogeografia del Gondwana estrapolata dalla distribuzione degli abelisauroidi (discorso molto dibattuto negli ultimi 20 anni) sia molto prematura. Sopratutto perché:

Australia e Antartide, per ora, non hanno record di abelisauroidi.

Abbiamo una discreta conoscenza degli abelisauroidi del Cretacico Superiore in Sudamerica, limitatamente al Maastricthiano in India e Madagascar, mentre per l’Africa i dati sono scarsi.

Il Cretacico “medio” è ben documentato in Sudamerica, e stiamo accrescendo le conoscenze in Africa.

Genusaurus, un abelisauroide del Cretacico Inferiore francese, indica che il quadro è più complesso di quanto appaia.

L’esistenza di neoceratosauri basali sia in Laurasia (Ceratosaurus, più forme in fase di studio provenienti dall’Asia) che in Gondwana (Berberosaurus, Elaphrosaurus e altri nella Formazione Tendaguru in Africa, nonché le evidenze abelisauroidi nel Madagascar del Giurassico Medio descritte da alcuni paleontologi italiani...) mostrano un cosmopolitismo antico per il clade, che dà più ragione a ipotesi di estinzioni locali piuttosto che a episodi di differenziazione/isolamento tardivi a seguito della frammentazione di Gondwana.

Se proprio volete un’ipotesi, vi posso dare quella estrapolabile mappando la biogeografia di Ceratosauria in base all’ultimissimo risultato di Megamatrice (Adams consensus), ma vi prego/impongo di non assumarla come Oro Colato. Non so voi, ma io non riesco a ricavare alcun modello plausibile che avvalori/smentisca alcun modello paleogeografico del Gondwana.

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