30 aprile 2015

Coming Soon: Billy World - T. rex Geriatrics

Jurassic Park (1993)
Quanto è credibile che un Tyrannosaurus rex, pienamente adulto nei primi anni novanta, sia ancora vivo (e vegeto) nel 2015?
Prossimamente, su Theropoda...

Yi qi, ovvero: quanto mi secca avere sempre ragione!



Nell'ottobre del 2008, ovvero 6 anni e mezzo fa, scrissi un post su questo blog nel quale proponevo un'ipotesi bizzarra, eterodossa ed idiosincratica per interpretare la curiosa combinazione di caratteristiche presente negli scansoriopterygidi. In breve, proponevo che questi piccoli theropodi fossero forme planatrici munite di un patagio di pelle esteso ai lati del corpo e sotteso dal lunghissimo terzo dito della mano. Tale ipotesi fu corredata, il giorno dopo, da questa ricostruzione che realizzai, un po' frettolosamente, per mostrare un ipotetico scansoriopterygide con patagio.
La prima ricostruzione di uno scansoriopterygide con patagio, realizzata da me nel 2008

Nel 2012, io e Lukas Panzarin tornammo a discutere questa ipotesi in dettaglio, e Lukas realizzò questa ricostruzione:
L'idea che il lungo dito laterale degli scansoriopterygidi fungesse da inserzione per un patagio è sicuramente curiosa, ma non estrema. L'evoluzione del patagio con funzione aerodinamica, infatti, è un fenomeno ricorrente nei tetrapodi. La scienza è sia inferenza di ciò che non è osservabile in base ai dati disponibili, ma anche ricerca di una interpretazione che minimizzi il numero di ipotesi e massimizzi il numero delle spiegazioni. La mia ipotesi sul patagio era un tentativo di "spiegare" in modo esaustivo il mix bizzarro di caratteri in questi animali, minimizzando il numero di affermazioni "ad hoc" (ad esempio, che il lungo dito della mano fosse un organo per la cattura di larve di insetto in cavità).

Tutto questa lunga introduzione (c)autoreferente per dire che quell'ipotesi è risultata valida. Confermata nel modo più diretto e spettacolare che un paleontologo possa desiderare.

Ieri sera, mentre attendevo che fosse pubblicato sul sito di PLoS One il mio nuovo articolo su Tataouinea, la mia casella di posta fu invasa da una valanga di messaggi, il primo dei quali, da parte di Lukas Panzarin:


Avevamo ragione!!!!!

AH AH AH AH AH AH AHA AH AHA
E quando ho visto a cosa si stava riferendo, ho avuto un collasso di adrenalina. Non riuscivo a crederlo...

Olotipo di Yi qi (Xu et al. 2015)
 
Xu et al. (2015) descrivono un nuovo scansoriopterygidae dal Giurassico Medio della Cina, ed istituiscono Yi qi.
L'olotipo di Yi include parte dello scheletro (cranio, arti anteriori e parte della colonna vertebrale) di un esemplare relativamente maturo, associato a tracce del tegumento. Questo tegumento include piume filamentose non-pinnate e tracce di patagio. A livello della zona carpale del polso si prolunga una struttura ossea a forma di bacchetta rastremante, più lunga dell'avambraccio, che gli autori interpretano come un osso stiliforme analogo alle neoformazioni che in molti animali attuali con patagio sostiene internamente la membrana alara. Se, come appare plausibile, questo processo stiliforme è parte di un patagio, Yi conferma definitivamente la mia ipotesi del 2008. 

Due possibili versioni del patagio di Yi, sotteso dal processo stiloideo del carpo (da Xu et al. 2015).
 
Non potete immaginare la soddisfazione personale nel vedere un fossile eccezionale confermare una mia ipotesi teorica.

Bibliografia:
Xing Xu,  Xiaoting Zheng, Corwin Sullivan, Xiaoli Wang, Lida Xing, Yan Wang, Xiaomei Zhang, Jingmai K. O’Connor,  Fucheng Zhang & Yanhong Pan (2015) A bizarre Jurassic maniraptoran theropod with preserved evidence of membranous wings. Nature (advance online publication). doi:10.1038/nature14423

29 aprile 2015

Tataouinea Awakens (Fanti, Cau, Cantelli, Hassine & Auditore 2015)



Ricostruzione aggiornata di Tataouinea hannibalis (Fanti et al. 2015)

[edit: parlerò domani dell'incredibile Yi qui, e del fatto che io lo avessi perfettamente previsto 7 anni fa e ricostruito assieme a Lukas Panzarin]

Oggi, dopo una gestazione di molti mesi, tra preparazione, sottomissione, revisione, contro-revisione, formattazione (e lungaggini burocratiche), è finalmente pubblicata la monografia sul mio sauropode preferito (se non altro perché l'ho battezzato), che - per quei due lettori che non sanno a cosa mi riferisca - è Tataouinea hannibalis
Nello studio, avente come autori Federico Fanti, il vostro qui presente paleo-blogger Andrea Cau, Luigi “Jerri” Cantelli, Mohsen Hassine e Marco Auditore, descriviamo nel dettaglio la località-tipo di T. hannibalis, e l'osteologia completa dell'olotipo, incluso nuovo materiale del medesimo esemplare scoperto nel sito originario dopo il nostro primo studio di due anni fa (Fanti et al. 2013). Il materiale è riccamente illustrato fotograficamente, e molte delle ossa sono anche digitalizzate in formato .pdf 3D navigabile. La digitalizzazione dell'esemplare permette quindi a tutti di “esplorare” lo scheletro di Tataouinea nella sua tridimensionalità: vi basta scaricare i file ed aprirli con un lettore di .pdf! Inoltre, in questo studio, utilizziamo nuovi metodi di indagine filogenetica basati sull'inferenza Bayesiana, derivati da recenti studi sull'evoluzione degli uccelli nel Mesozoico di cui sono co-autore (Lee et al. 2014a, b), per ricostruire il tempo ed il modo dell'evoluzione dei rebbachisauridi, in particolare per ricostruire l'areale di origine di questi sauropodi e le loro possibili fasi di dispersione nei continenti.
Dato che questo studio è pubblicato su PloS One, è scaricabile gratuitamente: quindi, se siete lettori abituali del blog avete l'obbligo morale di scaricarlo e leggerlo!

L'idea di una monografia su Tataouinea partì poco dopo la pubblicazione dell'articolo che istituì T. hannibalis: una nuova spedizione a Tataouine (sud della Tunisia) nella primavera del 2013, guidata da Federico, era tornata nel sito originario di El Mra per riaprire lo scavo. Questo nuovo scavo ha portato alla luce altre ossa del medesimo esemplare: la serie perfettamente conservata ed articolata delle vertebre caudali dalla sesta fino alla diciassettesima vertebra. Ora, disponiamo dell'intera parte iniziale della coda di questo animale. L'eccellente stato di preservazione della nuova porzione della coda, unita alla volontà di ri-descrivere nel dettaglio l'anatomia della parti già note, ci spinse a progettare un lavoro più ampio e dettagliato rispetto al primo articolo, che comprendesse anche l'utilizzo di nuovi metodi di indagine. In particolare, abbiamo integrato l'articolo con una serie di fotogrammetrie laser ad alta risoluzione, realizzate da Jerri Cantelli, sia sul sito di scavo che sulle singole ossa. Marco Auditore è stato determinante per ricostruire graficamente lo scheletro ed in particolare la regione ileo-sacrale, la più danneggiata e frammentaria: egli è autore delle due ricostruzioni scheletriche (dell'intero animale e della zona pelvica) presenti nello studio e che vedete in alto nel post.

Le nuove ossa di Tataouinea ci danno un'immagine accurata della morfologia della parte prossimale della coda di questo dinosauro, e si integrano con quello che avevamo già descritto in precedenza. Un aspetto interessante dello scheletro di Tataouinea è l'asimmetria della pneumatizzazione: il lato destro del corpo tende ad avere una pneumatizzazione più marcata del lato sinistro. Questo tipo di asimmetria è documentato in altri saurischi e non richiede quindi spiegazioni particolari: i sacchi aerei – la fonte della pneumatizzazione scheletrica – difatti sono diverticoli che si insinuano in modo opportunistico nello scheletro, e può quindi capitare che un lato del corpo sia pneumatizzato più estesamente dell'altro per ragioni contingenti alla vita particolare di quell'individuo.

Le analisi filogenetiche utilizzando algoritmi di massima parsimonia collocano Tataouinea in un clade comprendente gli altri due rebbachisauridi africani (Rebbachisaurus e Nigersaurus), oltre al taxon spagnolo Demandasaurus e al taxon sudamericano Katepensaurus (incluso per la prima volta in un'analisi filogenetica), questo ultimo come forma più basale. Due generi sudamericani, Limaysaurus e Comahuesaurus, formano a loro volta il sister taxon di quel clade, e sono inclusi nel clade Limaysaurinae. A seguire meccanicamente la nomenclatura filogenetica, il clade comprendente Tataouinea dovrebbe quindi chiamarsi “Nigersaurinae”, ma per ragioni formali di nomenclatura proponiamo di ribattezzare questo clade – che include anche l'eponimo dell'intero gruppo, ovvero Rebbachisaurus – con il termine “Rebbachisaurinae”. Rebbachisaurinae e Limaysaurinae formano la parte più derivata di Rebbachisauridae, ed a quel nodo attribuiamo il nuovo nome “Khebbashia” (dal nome della tribù abitante la regione africana in cui furono scoperti i primi resti di rebbachisauride). Pertanto, Tataouinea è un rebbachisauride khebbashiano rebbachisaurino.
L'analisi filogenetica utilizzando l'inferenza Bayesiana integrante dato morfologico e stratigrafico produce un risultato in larga parte simile a quello dell'analisi di parsimonia. Rebbachisaurinae risulta meglio risolto al suo interno: Tataouinea è collocato come sister taxon di Rebbachisaurus, e Demandasaurus è sister taxon del nodo “Rebbachisaurus + Tataouinea”.
Inoltre, l'analisi bayesiana permette di stimare il possibile momento di separazione delle varie linee evolutive. L'analisi colloca la separazione dei rebbachisauridi dagli altri diplodocoidi a circa 163 milioni di anni fa. Rebbachisaurinae e Limaysaurinae divergono circa 134 milioni di anni fa.
Infine, abbiamo utilizzato il framework filogenetico prodotto dall'analisi bayesiana per analizzare la distribuzione geografica dei rebbachisauridi con vari modelli di dispersione, e per testare in modo più rigoroso le ipotesi paleo-geografiche che avevamo proposto nel 2013. Le analisi indicano che il più recente antenato comune dei rebbachisauridi noti era probabilmente sudamericano, così come è sudamericana l'origine di Khebbashia e di Rebbachisaurinae. Interessante constatare che, apparentemente, il Sudamerica abbia rappresentato un  “rifugio” per i diplodocoidi al passaggio Giurassico-Cretacico: nel medesimo momento in cui le nostre analisi collocano la comparsa dei khebbashiani in Sud America, tutti i flagellicaudati scompaiono dall'emisfero settentrionale, mentre in Sudamerica questi sopravvivono con “l'ultimo” dicraeosauride (Amargasaurus) e l'ultimo diplodocide (Leinkupal). Solo intorno a 130 milioni di anni fa un ceppo di Rebbachisaurinae migra dal Sudamerica in Africa, e solo in seguito un ceppo di questo clade, attorno a 127 milioni di anni fa, migra in Europa generando Demandasaurus. L'altro rebbachisauridae europeo, Histriasaurus, è invece considerato una forma basale (un rebbachisauride non-khebbashiano) discendente da un altro evento di migrazione avvenuto indipendentemente dai rebbachisaurini, pressapoco nel medesimo intervallo temporale.

Analisi dell'evoluzione paleogeografica di Rebbachisauridae risultata nel nostro studio. Lettere e colori corrispondono alle seguenti aree: A, Asia; B, Europa; C, Nord America; D, Africa; E, Sud America. Ricostruzioni di sauropodi di Davide Bonadonna.

Questo risultato è ovviamente suscettibile di revisione e modifica qualora nuovi dati permettano di collocare con maggiore robustezza alcuni rebbachisauridi frammentari (come Histriasaurus). Nondimeno, si tratta di un'ipotesi testabile dato che colloca l'origine spazio-temporale di ogni linea filetica in precisi intervalli geografici e stratigrafici.

Si tratta di uno dei più ampi lavori che abbia realizzato. Sono molto soddisfatto di questo studio, e ringrazio i miei co-autori per la collaborazione, in particolare Federico. Aver pubblicato questa ricerca su PLoS One permette inoltre a tutti di leggerla gratuitamente: vi incoraggio quindi a scaricare il nostro articolo, anche solo per sfogliarlo, ed a visionare i vari .pdf navigabili delle ossa!
  
Bibliografia:
Fanti F., Cau A., Hassine M., and Contessi M. 2013 - A New Sauropod Dinosaur from the Lower Cretaceous of Tunisia with Extreme Avian-Like Pneumatisation. Nature Communications 4, 208.
Fanti F., Cau A., Cantelli L., Hassine M., Auditore M. 2015 - New Information on Tataouinea hannibalis from the Early Cretaceous of Tunisia and Implications for the Tempo and Mode of Rebbachisaurid Sauropod Evolution. PLoS One 10(4): e0123475.
Lee M.S.Y., Cau A., Dyke G.J., Naish D. 2014a - Morphological clocks in palaeontology, and a mid-Cretaceous origin of crown Aves. Systematic Biology 63(3): 442-449.
Lee M.S.Y., Cau A., Naish, D., Dyke G.J. 2014b - Sustained miniaturization and anatomical innovation in the dinosaurian ancestors of birds. Science 345: 562-566.

28 aprile 2015

L'aberrante, omoplastico, endemico Chilesaurus

Novas et al. (2015) descrivono un esemplare articolato di theropode di dimensioni medio-piccole (lunghezza totale attorno al metro e mezzo) dal Giurassico terminale del Cile. L'esemplare, insieme ad altri meno conservati dalla stessa località, è riferito al nuovo taxon Chilesaurus diegosuarezi.



La morfologia di Chilesaurus è molto aberrante ed inattesa, che se non fosse basata su un esemplare articolato farebbe sospettare di avere una chimera assemblata da un livello includente specie distinte mescolate.
Il cranio è - in base alle ossa note - relativamente corto. I denti sono procombenti (come in Masiakasaurus e vari coelurosauri). Le vertebre cervicali hanno due coppie di pleurocoeli (condizione primitiva in Neotheropoda) di cui l'anteriore è diviso internamente da un setto (come in alcuni tetanuri non-coelurosauri). La pneumatizzazione delle vertebre non si estende alla parte posteriore della colonna dorsale. La scapola è relativamente allungata. Il coracoide è privo sia di processo prossimoventrale (presente in molti tetanuri) sia di tubercolo coracoideo. Nelle proporzioni, ricorda i coelophysoidi. L'omero è robusto con diafisi stretta, condizione primitiva nei saurischi. La mano ha un ampio carpale che si sovrappone ai due metacarpali mediali, come in molti tetanuri. Il quarto metacarpale è assente, come negli allosauroidi derivati, i tyrannosauroidi derivati ed i maniraptoriformi. Il terzo dito è ridotto ad una piccola falange. Le falangi del primo e del secondo dito sono relativamente corte, e ricordano i ceratosauri. Il pube è proiettato posteriormente, come in varie linee di maniraptori. Il piede pubico è assente, come negli spinosauridi e alcune linee di maniraptori. L'ischio è privo di processo otturatore, come in alcune linee di maniraptori, ha un ampio piede distale, tipico di molti saurischi non-maniraptori, ed una lunga sinfisi tra le due metà, come nei megalosauroidi. Il femore è relativamente robusto, e distalmente è privo di fossa adduttoria e mensola mediodistale, a differenza della maggioranza dei theropodi. La tibia ha una ridotta cresta cnemiale ed è priva di una cresta fibulare (condizione primitiva nei dinosauriformi). Il piede presenta un primo metatarsale allungato ed un primo dito non ridotto, condizione differente dalla maggioranza dei neotheropodi, simile ai therizinosauroidi e gli aviali.

L'analisi filogenetica di Novas et al. (2015) colloca Chilesaurus nella parte basale di Tetanurae, esterno ad Orionides. Megamatrice conferma questo risultato. Inoltre, l'analisi in Megamatrice ricostruisce che la linea evolutiva di Chilesaurus abbia almeno 46 autapomorfie (che conferma il complesso mix di caratteri condivisi con numerosi cladi di Theropoda), il che implica una lunga storia evolutiva ancora da scoprire, ed, eventualmente, un clade di tetanuri basali del tutto nuovo, forse endemico della regione sud-occidentale del Gondwana giurassico.

Bibliografia:
Fernando E. Novas, Leonardo Salgado, Manuel Suárez, Federico L. Agnolín, Martín D. Ezcurra, Nicolás R. Chimento, Rita de la Cruz, Marcelo P. Isasi, Alexander O. Vargas & David Rubilar-Rogers (2015) An enigmatic plant-eating theropod from the Late Jurassic period of Chile. Nature (advance online publication) doi:10.1038/nature14307

27 aprile 2015

Coming Soon: Chilesaurus!

Iniziavo a temere che questo 2015 sarebbe stato una noia mortale in fatto di nuove forme enigmatiche. Per fortuna, è stato appena pubblicato un succoso nuovo theropode dalla morfologia estremamente aberrante, e quando dico "aberrante" intendo al limite del chimerico, se non fosse che abbiamo un esemplare articolato. Dato che mi terrà impegnato a codificare in Megamatrice per un po', il post non arriverà subito...

In realtà, questo nuovo theropode, Chilesaurus diegosuarezi, non è del tutto nuovo. I primi resti di questo taxon, infatti, furono descritti nel 2008. Ne parlai anche su Theropoda, e sarà interessante confrontare i risultati di allora con quelli che otterrò ora che molto materiale di questo bizzarro taxon è noto...

Prossimamente, su Theropoda!

Spinosaurus torna in Italia...

Vi segnalo che dal 6 giugno al 10 gennaio prossimi, Milano ospiterà la Mostra su Spinosaurus che nei mesi precedenti era ospitata a Washington (USA). Si tratta di una collaborazione internazionale tra il Museo di Milano, l'Università di Chicago, la Geomodel e la National Geographic Society.
Per motivi che spiegherò prossimamente, io visiterò la mostra in autunno.

26 aprile 2015

Capacità aeree nei giovani Deinonychus? [aggiornamento metodologico]


Parsons e Parsons (2015) descrivono i resti di un theropode di piccola taglia dalla Formazione Cloverly del Montana (USA). L'esemplare mostra sinapomorfie di Dromaeosauridae ed è riferito a Deinonychus. L'analisi istologica delle ossa indica un'età alla morte tra 1 e 2 anni, ed uno stadio immaturo-subadulto per l'esemplare. Ciò concorda con l'attribuzione a Deinonychus, i cui esemplari adulti hanno un'età di circa 10-13 anni. L'esemplare completo è stimato in circa 130 cm di lunghezza ed una massa di 7-9 kg. Alcune differenza con gli esemplari noti di Deinonychus sono interpretate come caratteri giovanili: confrontato con agli adulti, il cranio è relativamente più grande rispetto alle vertebre, ma ha proporzioni più gracili. Il coracoide è relativamente più grande che nell'adulto, e la mano mostra falangi relativamente più lunghe e gracili. Il tubercolo flessorio del secondo ungueale del piede è meno prominente. Sebbene non si possa escludere che queste differenze siano in parte dovute esclusivamente a differenze individuali, è interessante che siano comparabili a quelle che si osservano nell'olotipo di Bambiraptor, un altro Dromaeosauridae basato su un esemplare immaturo, che quindi convalidano l'interpretazione “ontogenetica” di queste differenze rispetto a Deinonychus più maturi.
Parsons e Parsons (2015) suggeriscono che la presenza di arti anteriori relativamente più allungati rispetto alla condizione adulta, in animali (piumati) con una massa attorno ai 10 kg (quindi sotto la massa dei maggiori volatori viventi) potrebbe indicare una qualche capacità aerodinamica nei giovani Deinonychus. Dato che il volo battuto è esclusivamente una caratteristica dei Pygostylia derivati dotati di ampio sterno ossificato, coracoide espanso prossimodistalmente ed omero più robusto del femore, si può tranquillamente escludere una forma di volo battuto in questi dromaeosauridi. Nondimeno, una qualche capacità planatoria, analoga a quanto discusso per alcuni Microraptoria, potrebbe essere postulata anche nei giovani Deinonychus? Purtroppo, questo esemplare è troppo frammentario per dilungarsi in questa ipotesi. Pur non escludendo qualche forma di funzionalità aerodinamica distribuita nei paraviani basali, per testare questa ipotesi occorre avere esemplari ben più completi (e dotati di traccia del piumaggio per determinare la superficie alare).

[aggiornamento metodologico:
Commento di metodologia filogenetica all'articolo di Parsons e Parsons (2015).
La loro figura 1 mostra la porzione dromaeosauridae della filogenesi di Turner et al. (2012) modificata inserendo anche l'esemplare da loro descritto. 

La topologia è problematica per due motivi (in parte collegati):
  • tra i taxa analizzati ci sono diverse “versioni” di Unenlagia e Neuquenraptor. L'analisi di Turner et al. (2012) ha testato alternative ipotesi sullo status di Unenlagia e Neuquenraptor (analizzati alternantivamente come taxa distinti o come un unico taxon), e di conseguenza nella matrice include differenti versioni dei due taxa (come stringa distinta con le varie specie di Unenlagia e Neuquenraptor incluse separatamente, con Unenlagia comprendente le sue due specie unite in un'unica stringa ma distinta da Neuquenraptor, ed infine con Unenlagia e Neuquenraptor a formare un unico taxon-stringa). Ovviamente, non ha senso includere tutte queste differenti versioni dei due taxa: o si include la stringa singola che li include tutti, oppure si includono le varie stringe dei taxa distinti e si omette la stringa “Unenlagia + Neuquenraptor”. Purtroppo, dalla fig. 1 di Parsons e Parsons (2015) si vede che gli autori hanno tenuto tutti le stringhe, di fatto includendo delle ripetizioni dei due taxa.
  • Nonostante Neuquenraptor sia incluso “due volte” (una come taxon a sé ed una come sinonimo fuso a Unenlagia), le due “versioni” si collocano in parti distinte di Dromaeosauridae: ciò è alquanto anomalo, dato che due taxa aventi una totale sovrapposizione di codifiche (“Neuquenraptor” è niente altro che un sottoinsieme di informazioni del taxon “Unenlagia + Neuquenraptor”) dovrebbero collocarsi nel medesimo nodo (e creare al più politomia).
Alla luce di questi due bizzarri risultati (come traspaiono dalla fig. 1) ho il sospetto che l'analisi svolta da Parsons e Parsons (2015) sia molto poco plausibile sia sul piano metodologico che interpretativo. Notare inoltre che Balaur e Tsaagan risultino dei dromaeosaurini invece che dei velociraptorini (questo ultimo è il risultato “classico” che si ottiene con la matrice di Turner et al. (2012) per quei due taxa), cosa che fa sospettare che l'analisi svolta dagli autori non abbia esplorato a sufficienza lo spazio delle topologie parsimoniose, ottenendo un albero subottimale.

Ho quindi replicato l'analisi, inserendo l'esemplare descritto da Parsons e Parsons (2015) nella matrice di Turner et al. (2015), usando solamente “Unenlagia + Neuquenraptor” ed escludendo le altre versioni dei due unenlagiini patagonici.
Il risultato è il sequente:

Il nodo velociraptorino basale comprendente il nuovo esemplare e Bambiraptor è confermato, e suggerisce che i due siano attratti raciprocamente dalla loro morfologia immatura.


Bibliografia:
Parsons WL, Parsons KM (2015). Morphological Variations within the Ontogeny of Deinonychus antirrhopus (Theropoda, Dromaeosauridae). PLoSONE 10(4):e0121476.

11 aprile 2015

Billy People

DISCLAIMER: Il post usa un linguaggio esplicito e a tratti politicamente scorretto.
Mi prendo una pausa dalle varie attività paleontologiche “serie” che sto svolgendo (alcune prossime alla pubblicazione) con un post totalmente inutile e frivolo.
Mancano solo due mesi all'uscita del primo film sui dinosauri senza dinosauri, un film quindi incentrato unicamente sui personaggi umani, sul loro spessore e consistenza (HI=1 [non è un emoticon]).
Per prepararci al meglio a questo film carico di caratterizzazioni psicologiche, è bene ritornare ai vecchi film, ed in analogia con il prossimo, fingere che essi siano da ricordare per i personaggi mammaliformi ominidi e non per quelli archosauromorfi dinosauri. Ho quindi stilato una classifica dei 3 migliori personaggi della “vecchia” trilogia (perché, temo, ci sarà una “nuova” trilogia) ed una classifica dei 3 personaggi peggiori.

07 aprile 2015

Brontosaurus è solo un nome. Apatosaurus è solo un nome.

Brontosaurus excelsus, anche noto come Apatosaurus excelsus. Opera del Maestro del Diplodocoide, Davide Bonadonna.

Oggi, Tschoop et al. (2015) pubblicano un'ampia analisi filogenetica dei sauropodi Diplodocidae, analizzati al livello tassonomico più basso, quello degli individui. L'articolo è scaricabile free dal link. Oltre a svolgere questa ampia analisi filogenetica, con finalità squisitamente sistematiche, gli autori introducono una metrica per determinare quantitativamente le categorie linneane di grado generico all'interno della filogenesi. Ovvero, svolgono un lavoro di tipo tassonomico. Questa curiosa versione matematica del genericometro produce, in base all'analisi degli autori, una revisione tassonomica del genere Apatosaurus. Conseguenza di questa revisione, e della metrica utilizzata, e della tassonomia seguita (notare la lunga serie di premesse) è che gli autori restringono l'inclusività della parola "Apatosaurus" rispetto a quella che, negli ultimi decenni, era stata applicata per quel nome. Conseguenza di ciò, gli autori ri-utilizzano il nome "Brontosaurus" per definire una parte del clade di diplodocidi apatosaurini che prima era inclusa nel nome Apatosaurus.

Tradotto per i non-esperti, gli autori concludono che il termine "Apatosaurus" debba riferirsi ad un insieme di specie più piccolo di quello che prima era tradizionalmente diventato l'insieme di specie a cui applicare quel nome. La parte "tolta" dal vecchio insieme chiamato Apatosaurus viene ri-battezzata con il nome usato originariamente per una specie di quella parte: Brontosaurus. Questa procedura, per quanto matematizzata, resta comunque totalmente soggettiva, proprio perché la tassonomia si occupa solo di nomi, non di oggetti, ed un nome è sempre un'etichetta arbitraria, qualunque sia l'oggetto a cui è riferito.

Questo è quello che è accaduto, ed è quello che moltissimi, in queste ore, stanno totalmente fraintendendo. Ne avevo già parlato 2 anni fa.

"Brontosaurus" è solo un nome: un vocabolo tassonomico la cui "realtà" è convenzionale. Un nome non è "reale", se non dentro la testa di chi lo usa. La sua validità dipende da dove e come si vuole applicare il nome.
"Apatosaurus" è solo un nome: un vocabolo tassonomico la cui "realtà" è convenzionale. Un nome non è "reale", se non dentro la testa di chi lo usa. La sua validità dipende da dove e come si vuole applicare il nome.

La specie chiamata Apatosaurus excelsus non cambia se la si chiama Brontosaurus excelsus. "Apatosaurus excelsus" e "Brontosaurus excelsus" sono due nomi per definire la medesima entità sistematica. E siccome ciò che conta è solamente l'entità sistematica che deduciamo dai fossili, il nome applicato a tale entità è del tutto irrilevante e secondario.

Piantatela di blaterare a vuoto sulla "resurrezione" di Brontosaurus. Non è successo questo con lo studio di oggi. Piantatela di blaterare a vuoto sulla "validità" di Brontosaurus. La specie è sempre stata considerata valida, fin dalla sua istituzione. Nessuno ha mai messo in dubbio la validità di A./B. excelsus. Quella specie animale fossile, comunque la vogliate chiamare, comunque la vogliate immaginare, è valida da oltre un secolo. Ciò che negli anni è variato è stato il nome della categoria linneana di rango generico nella quale inserire la specie "excelsus". E siccome i "generi" sono pure convenzioni, sia Brontosaurus che Apatosaurus esistono solamente nelle nostre teste come strumenti linguistici, non come "realtà" che camminano e interagiscono nel mondo reale.

Quindi, siccome i nomi sono solo parole, che ora chiamiate Brontosaurus ciò che prima era una parte di Apatosaurus, o manteniate per tutti il nome Apatosaurus, la sostanza paleontologica non cambia.
Pertanto, piantatela di postare online immagini del Brontosaurus di Knight, perché non ha senso usare un'illustrazione vintage: ripristinare un nome invalidato all'inizio del XX secolo non significa ripristinare anche l'iconografia dell'inizio del XX secolo.

Imparate a separare tassonomia da sistematica: date valore alla seconda (che lavora sulla realtà) e non enfatizzate la prima (che è solo la procedura con cui nominiamo la realtà).


04 aprile 2015

Contro le Orde di Guglielmo (Im)Mundo

Blasfemia con fattezze di salamandra e costumanza cinomorfa.
I dinosauri sono come i numeri complessi: constano di una parte reale e di una immaginaria.
Il paleontologo duro e puro, quello con la puzza sotto il naso e che non manca di rimarcarlo nel proprio blog, è pertanto l'analogo naturalistico del matematico che lavori coi numeri reali. Per quel aristocratico del Tempo Profondo, la parte immaginaria non esiste, o se esiste non merita di essere chiamata “dinosauro”.
Purtroppo, non esistiamo solo noi. Nella sua inesplicabile creatività, Iddio che ci ha eletto suoi favoriti ha anche colmato la Terra di genti prive della Pura Luce dell'Intelletto. Ad essi, nostri fratelli minori nella sventura, va la quantità del numero dove a noi è stata data la qualità. E così, ci sono anche le masse dinomaniacali, verso le quali va tutta la nostra bonaria tolleranza.
In fondo, la maggioranza dei dinomaniaci è formata da brave persone, oneste e timorate di Dio. Esse chiedono solamente che al sacro fossile si aggiunga la profana paleoarte. Perché non accontentarli? Dopo tutto, sarebbe utopia il pretendere che essi si elevino alla cristallina purezza del pensiero paleontologico, e traggano il medesimo piacere che noi riceviamo dalla diretta riflessione sul concetto scientifico.
Il dinomaniaco classico è un fervente raccoglitore di entrambe le parti (quella reale e quella immaginaria): proprio perché è timorato di Dio e dei suoi Ministri, mai oserebbe bestemmiare contro la Fonte Scientifica della Paleoarte. Purtroppo, come sempre accade in questi tempi di crisi, al volgo retto da sani principi si sta afficancando il rozzo plebeo arricchito, il borghesuccio della Rete, il mostromaniaco di ultima generazione (per intenderci, quello che pretende consistenza morale a Indominkius e fornisce linfa alle diatribe su chi vinca in un “combattimento tra Indricotherium e Spinosaurus”...). Questo nuovo soggetto, figlio della recente degenerazione dei costumi, è fondamentalmente un immorale senza-dio, che rigetta i sani dettami della genuina fede dinomaniacale da noi tollerata, per seguire il diabolico cabalista della parte immaginaria.
L'assioma di base di questa nuova generazione di mostromaniaci è che, per quanto interessanti possano essere i dinosauri “reali”, la parte immaginaria è molto più appassionante. E nella lotta tra “passione” ed “interesse”, essi paiono sapere chi la vinca. O forse, no...
Per quanto esso sia palese quanto il bauplan aviano nei dinosauri, non dobbiamo mai stancarci di rimarcare che l'assioma di base del mostromaniaco è un stolto dogma che si regge sull'ignoranza, ovvero, è un pregiudizio partorito della tenebra dell'intelletto. Per questo, come in passato, ed ancora più nei tempi a venire, questo blog sarà bastione della Santa Paleontologia contro gli attacchi del Mostro.
Qualcuno mi accuserà di sparare sulla Croce Rossa. In realtà, io mi dedico a sparare alla Volpe Rossa. Altri, più accorti, si domanderanno come mai io mi debba preoccupare dell'espansione dei mostromaniaci. Per me e per i miei pari, non temo alcunché. Noi iperborei della paleontologia a malapena cogliamo il lezzo che esala dal fondovalle, e non siamo toccati dal tanfo che ammorba la città dei plebei. Ma per lo spirito nobile e cavalleresco che guida la nostra azione di divulgazione, di elevazione parziale del volgo timorato di Dio, non possiamo peccare di ignavia di fronte a ciò che sta per avvenire. Prima di tutti gli altri, dall'alto delle nostre torri d'avorio, noi cogliamo la marea di detrito che risale verso le modeste case dei nostri villici dinomaniaci. A due mesi e poco più dalla imminente invasione dei barbari di Guglielmo (Im)Mundo, è doveroso che noi nobili custodi della Scienza ergiamo un bastione, affinché il dinomaniaco timorato di Dio trovi salvezza e non sia travolto da una piena di ciarpame contro cui egli, privo della tempra degli eletti dal Signore, non avrebbe alcuno scampo, finendo schiavo della Falsa Teratomania.
Carità verso il dinomaniaco devoto guida i miei atti.

01 aprile 2015

Sue era una femmina, un maschio... o entrambi?

Il ginandromorfismo è una particolare condizione di compresenza nel medesimo individuo delle caratteristiche di ambo i sessi, compresenza che si manifesta con un'estrema asimmetria lungo l'asse sagittale del corpo. Detto in parole povere, un lato dell'animale è maschile, l'altro lato è femminile. Il ginandromorfismo è famoso in varie farfalle, nelle quali un'ala ha la colorazione maschile mentre l'altra porta la livrea femminile. Inoltre, essa è documentata in alcuni uccelli; in particolare, in specie in cui il dimorfismo sessuale è molto marcato essa si manifesta in modo spettacolare, con un lato dell'animale che porta colorazioni ed ornamentazioni vistose tipiche del maschio mentre l'altro lato del corpo ha la livrea più dimessa della femmina. Il ginandromorfismo negli uccelli è veramente stupefacente, perché non è solamente una manifestazione di attributi esteriori, ma un vero e proprio stato asimmetrico dell'intero organismo: le cellule di un lato del corpo hanno i cromosomi sessuali maschili, l'altro lato ha quelli femminili!
Data la presenza di ginandromorfismo negli uccelli attuali, nasce la domanda se questo fenomeno si manifestasse anche nei dinosauri mesozoici.
Per un caso veramente stupefacente, pare che il fossile di dinosauro più famoso al mondo possa effettivamente essere stato un individuo ginandromorfo!
L'esemplare di Tyrannosaurus rex universalmente noto con il soprannome “Sue” è famoso per essere, tra gli esemplari articolati e ben conservati, il più grande esemplare attualmente ricostruito. Il soprannome “Sue”, preso dal nome della scopritrice del fossile, ha spesso indotto la domanda se l'esemplare fosse effettivamente una femmina. Sebbene ci siano state in passato argomentazioni basate su alcuni caratteri osteologici per sostenere un genere femminile nei fossili (argomento che pare essere stato ripreso proprio in questi giorni per due esemplari di Khaan), la monografia sull'esemplare “Sue” (Brochu 2003) concludeva che non era possibile affermare che Sue fosse una “lei” né che fosse un “lui”, e che quindi si potesse solamente dargli del “it” [nota per i lettori non-italiani: in italiano non esiste il genere neutro].
Tuttavia, in una recente analisi di dettaglio delle strutture pari dello scheletro (quelle che sono presenti specularmente su i due lati del corpo), Herms e Frodit (2015) mostrano una consistente asimmetria nella morfologia dei vari elementi controlaterali, asimmetria che non può essere ricondotta esclusivamente a deformazione diagenetica (ovvero, alla fossilizzazione). In particolare, il lato destro del cranio presenta un maggiore grado di ornamentazione subcutanea nel mascellare e nasale, una cresta lacrimale più pronunciata, un ramo ventrale del lacrimale più espanso mediolateralmente, un'orbita più ridotta, una maggiore fusione tra ramo orbitale del postorbitale e processo posterodorsale lacrimale, una più marcata ornamentazione del postorbitale, il prefrontale più compresso, il ramo laterale del frontale più robusto, il parietale più depresso, la fossa sopratemporale più espanza e incisa dalle cicatrici muscolari, il quadratojugale più espanso dorsalmente, la finestra infratemporale più compressa, il quadrato più pneumatizzato, il basisfenoide più inflato, la base del ramo palatino dello pterigoide più robusta, il vomere più ampio, la sutura tra le ossa postdentari del tutto obliterata, il sopradentale più rugoso, il surangolare più ampio ed il processo retroarticolare più robusto. In breve, il lato destro parrebbe avere caratteri distinti dal lato sinistro, e tale asimmetria è riconducibile, specialmente per le ornamentazioni craniche, a dimorfismo sessuale. Ovvero, abbiamo dimorfismo sessuale, simmetricamente, nel medesimo individuo, quindi siamo di fronte ad un ginandromorfo.
Cranio di "Sue" in vista dorsale con indicate le strutture asimmetriche riconducibili a ginandromorfismo (Modificato da Herms e Frodit 2015).

Ulteriore sostegno a questa ipotesi viene dalle ossa del bacino. Il pube destro presenta una maggiore area per l'inserzione della muscolatura ipoassiale. Per contro, l'ischio sinistro mostra una maggiore area per l'inserizione della muscolatura ipoassiale. Questa asimmetria nel grado di sviluppo muscolare della regione pelvica suggerische una differente organizzazione della regione urogenitale, che, pertanto, è un ulteriore sostegno all'ipotesi ginandromorfa per Sue.
La definitiva conferma di questa ipotesi proviene dall'analisi con il microscopio elettronico a scansione sugli ungueali dei piedi. Il piede sinistro presenta sulla superfici dorsali degli ungueali delle evidenti tracce dell'astuccio corneo. In analogia con le techiche di indagine sulle tracce di tegumento nei dinosauri piumati, è stato possibile dedurre alcune caratteristiche chimico-fisiche del tegumento, in particolare a livello della pigmentazione della superficie cornea. L'analisi degli ungueali destri non mostra alcuna traccia di questi pigmenti. Inoltre, l'analisi con la spettroscopia di massa indica che il pigmento sull'ungueale sinistro è un polimero idrocarburico con picco di irraggiamento lungo le più basse frequenze del visibile. In breve, si tratta di smalto rosso. Smalto per le unghie. Dato che si trova solamente negli ungueali sinistri, ciò conferma che il lato sinistro di Sue era femminile, mentre quello destro era maschile.

Bibliografia:
Brochu C. (2003). T-Rex: The Most Badass Killing Machine Ever. Period. JVP: 23:1-275.
Herms A., Frodit J.F. (2015). Was “Sue” a “she”, a “he”... or both? Gynandromorphism in a fossil dinosaur. FLoP One: e2015.