28 settembre 2012

The Dead Dragon is not Sleeping

Gao et al. (2012) descrivono un secondo esemplare del paraviano Mei, dal Cretacico Inferiore della Cina. L'esemplare è anche il terzo caso in un paraviano non-aviano, dopo gli olotipi di Mei e Sinornithoides, a preservare una postura di riposo tipicamente "aviana" (mi scuso per i troppi "aviani" nella frase, ma è così che si deve dire...): accovacciato al suolo, la coda che cinge una lato del corpo, con gli arti posteriori flessi, gli arti anteriori raccolti lateroposteriormente, la mano parallela alla colonna dorsale, il collo flesso lateralmente e la testa parzialmente cinta da un arto.
La presenza della medesima postura in tre esemplari di due specie smentisce le (già poco plausibili) interpretazioni di questi fossili come artefatti preservazionali post-mortem. Si tratta quindi di una documentazione fedele della postura assunta dall'animale poco prima (e durante) il decesso. Come sempre in questi casi, la mera osservazione del fossile non ci dà indicazioni dirette della condizione in vita dell'animale, dato che sovente le condizioni al contorno della morte e del seppellimento sono condizioni eccezionali o comunque anomale se rapportate alla norma dei comportamenti manifestati in vita. Ovvero, è possibile che la fedele conservazione di questa postura sia legata a condizioni peri-mortem, intercorse durante il decesso.
La tafonomia, come sempre, viene in nostro aiuto.
Il fossile di un animale di queste piccole dimensioni (lungo mezzo metro e pesante al più qualche chilogrammo) e di questa gracilità, in questo stato di preservazione, indica che il corpo non subì un trasporto, né che fu sottoposto a pressioni intense. Se questa postura ha una origine biologica, si può scartare la deposizione sul fondale di un bacino d'acqua, dato che è improbabile che un cadavere di queste forma e dimensione conservi questa postura sul fondo di un corpo d'acqua, per quanto debole sia la corrente di fondo. In ogni caso, tutti concordano che questi fossero animali terrestri, non acquatici, quindi il problema di una "postura di riposo subacquea" nemmeno si pone. La fine tessitura ed il chimismo dei dedimenti che formano la matrice del fossile sono interpretati come una cenere vulcanica. Ciò suggerisce uno scenario da "Pompei Mesozoica", con un'eruzione vulcanica di tipo pliniano che seppellisce i corpi di questi animali con un sedimento finissimo che ne conserva la postura alla morte. La postura differisce da quella opistotonica, che recentemente è stata interpretata come effetto di contrazioni post-mortem dei muscoli e dei legamenti interspinali indotti della presenza di acqua (ipotesi che avevamo già scartato). Al tempo stesso, l'assenza di evidente traumaticità nella postura porta a scartare gli scenari più "tragici" di certe interpretazioni sovente applicate ai fossili in postura opistotonica. 
Riassumendo, il mix dato dalla postura accovacciata, "naturale", in un animale così gracile, e l'assenza di spasmi (sia reali che "apparenti") implicano che la morte fu rapida e probabilmente indolore (e forse nemmeno percepita come imminente dall'animale). Che esso morì nel sonno, sepolto dalle ceneri, oppure per asfissia da esalazioni vulcaniche dopo che istintivamente si accovacciò per difendersi da qualche evento percepito come pericoloso, quale può essere un'eruzione vulcanica o l'improvviso oscuramento dovuto alle ceneri, sono dettagli che già sfumano nella speculazione gratuita che lascio ad altri.

Bibliografia:
Gao C, Morschhauser EM, Varricchio DJ, Liu J, Zhao B (2012) A Second Soundly Sleeping Dragon: New Anatomical Details of the Chinese Troodontid Mei long with Implications for Phylogeny and Taphonomy. PLoS ONE 7(9): e45203. doi:10.1371/journal.pone.0045203

26 settembre 2012

Battezzare MPM 2594, anche solo per gioco

La carica immaginifica di questo quadro di Troco va ripagata dando un nome, anche solo ufficioso, all'esemplare MPM 2594 che ne è protagonista

Congratulazioni, paleofighter, 
sei stato reclutato dalla Lega Tassonomica per proteggere la Frontiera contro i Nomina nuda e l'Armata dei dubia.
Ovvero, se tu potessi dare un nome scientifico all'esemplare MPM 2594 (le cui possibili affinità e caratteristiche distintive sono state discusse in passati post), quale nome gli daresti?
Vediamo fin dove si spinge la libertà creativa dei lettori di questo blog.

Il (negletto) theropode con il collo più lungo


In un recente articolo pubblicato online da Taylor e Wedel (2012), gli autori elencano i fattori che hanno permesso ai sauropodi di evolvere i colli più lunghi dell'intero Tetrapoda (il clade in cui esiste il collo), e con un ampio margine di vittoria sugli altri potenziali candidati alla gara del "collo più lungo". La loro revisione è molto esaustiva e interessante, e vi raccomando di leggerla.

Nella serie di taxa fossili che hanno sviluppato colli lunghi, anche se di lunghezza misera rispetto ai sauropodi più dotati, ci sono anche i theropodi. Difatti, Taylor e Wedel (2012) menzionano i 3 possibili theropodi con i colli più lunghi: Deinocheirus, Therizinosaurus e Gigantoraptor. Purtroppo, nessuno di questi taxa presenta attualmente evidenze dirette della dimensione del collo, quindi gli autori propongono delle stime estrapolando la dimensione del collo di questi theropodi a partire dai loro parenti prossimi. Le tre stime della dimensione del collo per i maniraptoriformi menzionati si aggirano tutte attorno ai 2.5 metri, che per quanto notevoli sono piuttosto misere rispetto ai possibili 10-15 metri dei colli dei super-sauropodi. Dati i margini di errore di questo tipo di estrapolazioni lineari, non penso si debba andare oltre nel discutere le lunghezze del collo di questi tre taxa.

Il post tuttavia vuole menzionare un quarto candidato nella lista dei theropodi con il collo più lungo, un candidato che è stato ingiustamente dimenticato da Taylor e Wedel (2012).

Partiamo dai quei fattori che favoriscono l'evoluzione di un lungo collo, elencati da Taylor e Wedel (2012), e che sono presenti nei theropodi.

  1. Grandi dimensioni corporee. Usando la lunghezza del femore come parametro classico per stimare “grandi dimensioni”, dato che Taylor e Wedel (2012) includono Gigantoraptor nella lista dei taxa con queste caratteristica, assumiamo che un femore lungo più di 1 metro indichi un theropode di grandi dimensioni. Fate una lista dei theropodi con femore lungo oltre 1 metro.
  2. Testa di dimensioni ridotte rispetto al corpo. Fate una lista dei theropodi (o dei cladi) con testa piccola rispetto al corpo.
  3. Vertebre cervicali allungate. Fate una lista dei theropodi con i centri cervicali più allungati.
  4. Estesa pneumatizzazione e sacchi aerei. Fate una lista dei theropodi con la maggiore pneumatizzazione scheletrica.
  5. Aggiungo un altro carattere, citato da Taylor e Wedel (2012) per i sauropodi: lo sviluppo di epipofisi cervicali ben sviluppate. Fate una lista dei theropodi con le cervicali dotate delle epipofisi più sviluppate.

Esiste un theropode con queste caratteristiche, o che si avvicina maggiormente a questo identikit?

Forse sì: Deltadromeus.

Se, come pare risultare dalle analisi filogenetiche più recenti, Deltadromeus è un abelisauroide (o un ceratosauro basale di grado-abelisauroide) strettamente imparentato con Limusaurus ed Elaphrosaurus, e se assumiamo che la sua morfologia cranica e cervicale sia condivisa con questi due theropodi, allora abbiamo un theropode gigante (femore lungo oltre il metro, basandosi su un femore attribuito a Bahariasaurus e riferito a Deltadromeus), con testa piccola (e forse persino priva di denti), cervicali allungate almeno quanto gli ornithomimidi (con indice di allungamento maggiore di 2 e prossimo o maggiore di 3), estesa pneumatizzazione delle vertebre (tipico carattere abelisauroide) ed epipofisi molto sviluppate (tipico carattere abelisauroide).

Forse, Deltadromeus fu il taxon con il collo più lungo di Theropoda, persino più lungo che in Deinocheirus, Gigantoraptor e Therizinosaurus.

25 settembre 2012

HELP!

Sto cercando informazioni su questo esemplare.
Si tratta chiaramente di un composito, e dal nome nella targa (Carcharodontosaurus saharicus), colorazione e texture generale, appare chiaro che sia un composto da resti di theropodi dal Kem Kem. Ma quanti resti? E quali ossa sono "genuine"? Alcune sono palesemente calchi, e la forma anomala della zona antorbitale fa pensare che sia un mix di individui di differenti dimensioni (se non differenti specie). Le uniche informazioni che ho sono che la foto è stata fatta all'Osaka Museum of Natural History. 
Qualsiasi informazione utile - per stabilire quali parti siano genuine e se esistano altre immagini dell'esemplare - è benvenuta.

24 settembre 2012

900.000!

Oggi, il contatore delle visite ha raggiunto quota 900000!
Siamo prossimi al milione di contatti!

Grazie a tutti, dai lettori fissi ai visitatori occasionali, dai commentatori storici a quelli più recenti.

23 settembre 2012

"L'Era Glaciale" feat. "Dinosauri in Carne e Ossa"

Cronopio

Vi segnalo questo servizio  di Simone Maganuco sul sito di National Geographic Italia sull'ultima fatica degli amici del team di Dinosauri in Carne e Ossa... questa volta poco Mesozoici ma non meno spettacolari!

19 settembre 2012

Diversità in Geosaurini e piccole conferme personali

I quattro generi di Geosaurini (da Young et al. 2012)
Esistono due metriche qualitative per stabilire il valore di uno studio scientifico. Con "qualitative" intendo valutazioni non limitate alla mera quantificazione delle sue citazioni e al "peso" in termini di impatto della pubblicazione (così tanto mistificato in questo periodo), bensì tarate anche su quello che potremo dire "impatto conoscitivo ed applicativo".
Nell'articolo in cui io e Federico Fanti descrivevamo ed istituivamo Neptunidraco ammoniticus (Cau & Fanti 2011), introducemmo uno strumento tassonomico che, a nostro avviso, sarebbe stato utile per i ricercatori in questo settore della paleontologia degli archosauri, una definizione formale del significato della parola "Geosaurini". In base alle regole della tassonomia codificata dal codice internazionale, i termini con suffisso in "-ini" sono considerati "tribù", ovvero, un rango intermedio tra "genere" e "sottofamiglia". Aldilà del "senso" dei ranghi, che io considero inesistente, ciò che qui conta è che il codice attualmente in vigore stabilisce che una tribù viene eretta automaticamente con l'istituzione di una famiglia o di una sottofamiglia. Pertanto, il termine "Geosaurini" nasce con "Geosaurinae" in modo automatico e quindi si fa risalire a Lydekker (1889). Tuttavia, è solo con Cau & Fanti (2011) che il termine "Geosaurini" acquisisce una definizione operativamente applicabile, e quindi, di fatto, diventa uno strumento utile per lo scopo effettivo per il quale creiamo nomi tassonomici: definire entità evolutive in modo chiaro, utile ai ricercatori, e non ambiguo. Fino a quel momento, il nome Geosaurini, pur esistendo formalmente, era ambiguo, e definiva "qualcosa" più inclusivo di Geosaurus ma meno di Geosaurinae, ma non era chiaro "cosa". La definizione di Geosaurini (sensu Cau & Fanti 2011) definisce il nome in modo univoco come relativo al "clade meno inclusivo comprendente Geosaurus giganteus, Dakosaurus maximus e Torvoneustes carpenteri". Questa scelta non era casuale, ma voleva enfatizzare l'esistenza di un clade di metriorhynchidi macrofagi con i denti zifodonti (i denti tipici, ad esempio, dei theropodi ipercarnivori). Il termine quindi aveva una sua utilità, in quanto permetteva di riferirsi in modo chiaro, preciso e conciso ad un ben definito gruppo tassonomico dalle distintive caratteristiche ecologiche.
Questo nome è stato bene accolto tra gli studiosi di thalattosuchi, dato che è stato menzionato ed utilizzato in questi due anni in vari studi, proprio seguendo la definizione proposta da noi nell'articolo su Neptunidraco.
Oggi, è pubblicata un'ampia monografia che revisiona un genere di Geosaurini, Dakosaurus (Young et al. 2012). Lo studio stabilisce che una specie precedentemente attribuita a Dakosaurus, "D. manselii" è distinta dalle altre specie di Dakosaurus per una serie di caratteristiche craniche e dentarie, e che non forma con quelle specie un gruppo monofiletico che escluda gli altri generi di Geosaurini. Alla luce di ciò, Young et al. (2012) separano "D. manselii" da Dakosaurus e riabilitano un nome di genere istituito in passato per tale specie, ma poi abbandonato: Plesiosuchus. Plesiosuchus risulta quindi un nuovo genere di Geosaurini, che ora è formato da ben 4 generi. Pertanto, il nome Geosaurini sta diventando un pratico termine per riferirsi ad un'ampia radiazione di coccodrilli marini, senza la necessità, ogni volta, di spiegare che si sta facendo riferimento al gruppo di "metriorhynchidi macrofagi zifodonti come Geosaurus, Dakosaurus, ecc...": basta dire "Geosaurini" (PS per gli italiani: "Geosaurini" è nome al singolare, non è il plurale di "geosaurino", bensì un nome singolare esattamente come "Geosaurinae" o "Metriorhynchidae").

Un altro indicatore del valore qualitativo di uno studio, oltre a quello appena citato di aver fornito agli studiosi un nuovo strumento utile al miglioramento dell'indagine e della comunicazione (in questo caso uno strumento terminologico), è quello relativo alle capacità predittive delle conclusioni di tale ricerca. Anche se tutti osanniamo la falsificabilità come demarcatore tra scientifico e non-scientifico, è sulla predittività che misuriamo la persistenza di un modello e di una teoria. Ovvero, una teoria "funziona" se fa predizioni che poi sono confermate dall'osservazione di nuovi dati, sconosciuti al momento della predizione. In Cau & Fanti (2011) ipotizzavamo che Neptunidraco fosse il sister-taxon più prossimo allora conosciuto di Geosaurini. Dato che tutti i membri allora noti di Geosaurini erano del Giurassico Superiore o della base del Cretacico, mentre Neptunidraco è di circa 15 milioni di anni più antico, la nostra ipotesi aveva come conseguenza predittiva, derivante dall'applicazione del risultato filogenetico in base alla teoria darwiniana, che in futuro sarebbero stati scoperti dei nuovi Geosaurinae, con caratteristiche morfologiche intermedie tra Neptunidraco e Geosaurini, che avrebbero "colmato il gap", collocati stratigraficamente nel "vuoto" di 15 milioni di anni esistente allora tra il Geosaurinae primitivo italiano e i membri di Geosaurini. In base al cladogramma pubblicato da Young et al. (2012), risulta che questi autori dispongono di un nuovo esemplare di Geosaurinae, ancora senza nome ufficiale, provvisoriamente soprannominato "esemplare di Mr. Leeds", che si colloca filogeneticamente (quindi morfologicamente) e cronologicamente tra Neptunidraco e Geosaurini, quindi in perfetto accordo con le previsioni che avevamo ipotizzato in Cau & Fanti (2011).
Un nuovo Geosaurinae, "l'esemplare di Mr. Leeds", conferma le predizioni del modello filogenetico emerso con Neptunidraco...
Fa piacere vedere che i propri studi hanno un minimo valore e hanno prodotto risultati verificati.
Lo ammetto, sono solo piccole infime soddisfazioni di un giovane paleontologo...


Bibliografia:
Cau A, Fanti F (2011). The oldest known metriorhynchid crocodylian from the Middle Jurassic of North-eastern Italy: Neptunidraco ammoniticus gen. et sp. nov.. Gondwana Research 19(2): 550–565.
Lydekker R (1889) On the remains and affinities of five genera of Mesozoic reptiles. Quart J Geol Soc 45: 41–59.
Young MT, Brusatte SL, de Andrade MB, Desojo JB, Beatty BL, et al. (2012) The Cranial Osteology and Feeding Ecology of the Metriorhynchid  Crocodylomorph Genera Dakosaurus and Plesiosuchus from the Late Jurassic of Europe. PLoS ONE 7(9): e44985. doi:10.1371/journal.pone.0044985

18 settembre 2012

Il Neanderthal piumato

Scienza o Mito post-moderno? (Opera di E. Troco)
Nella grande famiglia delle scienze paleontologiche, l'unico settore nel quale le suggestioni e la nostra innata autoreferenza sono pervasive (e spesso in modo inconscio) più che nel campo della theropodologia è la paleoantropologia. E tra tutti i temi paleoantropologici, Homo neanderthalensis è quello che più massicciamente attira miti, leggende, suggestioni, bisogni di spiegazioni cariche di significato e di "valore". I Neanderthaliani sono simboli prima ancora che ipotesi paleontologiche.
Con questa introduzione ho esplicitato in modo diretto e chiaro la mia posizione molto critica su un'ipotesi recente sulle capacità cognitive (qualsiasi cosa ciò significhi) di H. neanderthalensis basate su una serie di studi tafonomici che coinvolgono resti di uccelli in siti del Pleistocene medio e superiore europeo.
Sulla base di analisi sull'abbondanza dei resti di uccelli, sulla abbondanza relativa di ossa di alcune aree dello scheletro e sulla frequenza di tracce di macellazione sulle stesse, è stato sostenuto che Homo neanderthalensis avesse un uso "culturale" delle penne remiganti degli uccelli, probabilmente, secondo tale ipotesi, come ornamento (Peresani et al. 2011). Si tratta di un'ipotesi molto forte, se non straordinaria, che induce automaticamente gli scettici come me a rispondere che "ipotesi straordinarie richiedono evidenze straordinarie". A mio avviso, finora, tali evidenze straordinarie non sono affatto state presentate. In particolare, il salto logico dalle evidenze presentate (presenza e distribuzione dei segni di macellazione nelle ossa aviane) alle conclusioni cognitive (macellazione per ottenere le penne remiganti come ornamento/uso culturale) è del tutto gratuito, sopratutto considerando ipotesi alternative ugualmente plausibili che non richiedano speculazioni così radicali. La mia esperienza sulla storia delle ipotesi paleontologiche mi induce ad un forte scetticismo, dato che questo appare come uno dei tanti casi della lunga lista di ipotesi suggestive sostenute da deboli fondamenta.
Vi ricordate l'ipotesi della caccia sociale in Deinonychus? Un mito molto forte sul piano della suggestione, dalla apparentemente robusta fondazione empirica, ma che è stato facilmente demolito non appena è stato rivalutato in modo lucido e analitico con i metodi rigorosi dell'indagine tafonomica. Trovo molto interessante che in paleoantropologia esistano episodi analoghi, di ipotesi di "caccia attiva" da parte dell'uomo per spiegare siti paleolitici ma che, ad un'attenta indagine tafonomica, si sono rivelati indistinguibili da siti naturali di accumuli di ossa, sfruttati dagli ominidi in veste di saprofagi opportunisti (Norton et al. 2007).
In uno studio pubblicato oggi, Finlayson et al. (2012) censiscono in modo sistematico le associazioni fossilifere aviane dell'Europa del Pleistocene superiore al fine di stabilire se esistano evidenze statistiche robuste di un legame tra la distribuzione dei neandertaliani e quella di uccelli come corvidi e rapaci. Inoltre, essi determinano se le evidenze di macellazione selettiva sulla ossa delle ali di questi uccelli abbiano una distribuzione sporadica o persistente nei siti neandertaliani.
Fin qui, lo studio è rigoroso e molto interessante. Il punto a mio avviso più importante, che gli stessi autori sottolineano, è che l'analisi indica una robusta associazione tra neandertaliani, corvidi e uccelli rapaci, inclusi uccelli che nidificano sovente su pareti di roccia, e che tale legame sia molto probabilmente di tipo ecologico. Il punto a mio avviso più debole è invece nel tentare di spiegare tale legame, e le evidenze di macellazione sulle ossa di uccelli, ricorrendo all'ipotesi "culturale".
Rileggendo i dati emersi dallo studio, io propongo un'ipotesi meno rivoluzionaria, meno radicale, sicuramente meno suggestiva, ma ugualmente valida.
L'associazione ecologica tra questi uccelli e neandertaliani si spiega benissimo se riconosciamo che questi animali (inclusi gli ominidi) sfruttavano le stesse risorse ed erano quindi competitori ecologici: ominidi, corvidi e rapaci sono infatti accomunati dall'essere consumatori di carcasse di grandi mammiferi. Non stupisce quindi che i neandertaliani si imbattessero sovente in corvidi e rapaci, interagissero con questi, molto probabilmente fossero in competizione per le risorse. A differenza di quanto si possa pensare "antropomorfizzando" eccessivamente i neandertaliani in senso "moderno", se ci limitiamo ad analizzarli in modo ecologico come qualsiasi altro grande mammifero carnivoro, concludiamo che dalla evidenza di competizione ecologica con gli uccelli per le carcasse può derivare anche una qualche forma di predazione e consumazione degli stessi uccelli, che possono essere uccisi durante lo sfruttamento delle carcasse di mammifero su cui ominidi e uccelli tendevano ad aggregare. Pertanto, non occorre un qualche motivo "speciale" per associare neandertaliani e uccelli come corvidi e rapaci, aldilà della naturale competizione ecologica per la stessa risorsa alimentare.
Il secondo punto, quello relativo alle tracce di macellazione, richiede una più sottile indagine tafonomica. In questo caso, la comparazione con le tracce di "macellazione naturale" può aiutare a risolvere l'enigma delle "estirpazioni di penne" senza ricorrere ad ipotesi ardite e poco testabili di tipo cognitivistico.
I carnivori lasciano sulle ossa delle carcasse di cui si nutrono segni caratteristici e non casuali. Un aspetto molto interessante, che è emerso anche dal censimento delle tracce di denti di theropodi sulle loro prede, è che i segni dei denti sono più abbondanti sulle ossa in zone del corpo povere di "carne" rispetto a zone più ricche di carne. Il motivo è da collegare alla sequenza con cui i predatori ed i saprofagi consumano le differenti parti di una carcassa: prima le parti più "succose" e carnose, e solo in seguito, quanto le parti "nobili" della carcassa sono state spolpate, le parti meno ricche e nutrienti. Ciò è abbastanza ovvio, se considerate che sovente la parti più "ricche" vanno ai primi (e più forti) consumatori di una carcassa, e che le parti finali e meno appetitose restino come avanzo per gli ultimi della scala gerarchica (la quale può essere formata da individui di specie differenti o da membri subordinati di una stesso gruppo sociale). Pertanto, è del tutto normale rinvenire tracce di macellazione in frequenza maggiore nelle ossa meno ricche di carne, come appunto sono le ali degli uccelli rispetto alla zona dello sterno dove risiede il voluminoso muscolo pettorale. Chi consuma il pettorale non ha necessità di raschiare a fondo lo sterno, dato che quel muscolo si stacca facilmente ledendo i tendini che lo ancorano. Al contrario, se sei l'ultimo della gerarchia e ti tocca mangiare gli avanzi, come sono le poco appetitose ali, sarai indotto a rosicchiare le ossa in modo più intensivo per ricavare il massimo possibile dal poco disponibile. Questa banale osservazione, che si ricava sia dall'osservazione dei carnivori/saprofagi attuali ed è confermata dalle analisi tafonomiche sui fossili (ad esempio, nello studio di Hone et al. 2010), può benissimo essere applicata ai neandertaliani, senza per questo ricorrere a speculazioni cognitiviste così radicali come quelle sostenute negli studi che ho menzionato. Ovvero, l'apparente "anomalia" nella distribuzione delle tracce di macellazione sulle ossa aviane (usata per sostenere la spiegazione "anomala" di tipo cognitivista) è in realtà del tutto normale sul piano tafonomico, e non richiede quindi spiegazioni anomale.
In conclusione, lo studio delle capacità cognitive dei neandertaliani è sicuramente uno dei temi più affascinanti della paleontologia umana, ma tale fascino e suggestione non deve indurre ogni evidenza anomala o apparentemente inconsueta verso spiegazioni eccezionali, radicali, o palesemente antropocentriche (nel senso di "tarate su Homo sapiens"). Come ho mostrato qui, e come studi tafonomici su altri siti paleoantropologici e su altre specie fossili mostrano, un'indagine tafonomica ed una valutazione prettamente ecologica prima ancora che "culturale" permette di spiegare le stesse evidenze senza ricorrere a spiegazioni così eccezionali.
Io non nego a priori una qualche forma di "cognizione moderna" nei neandertaliani, ma non è dall'analisi di macellazione nelle ossa di qualche corvo e falco che si può ricavare un'indicazione che i neandertaliani fossero cognitivamente "come noi". 
A meno che quel "come noi" non nasconda un desiderio inconscio, pervasivo ed assillante, di vedere noi stessi negli altri.

17 settembre 2012

Il modello della modella

Bipedi ancheggianti con coda atrofica, ma senza pigostilo.
Vi siete mai chiesti perché le modelle di moda "sfilino", ovvero, si spostino con una camminata a bassa velocità? Dopo tutto, per mostrare l'abito che indossano basterebbe restare ferme, al più roteare attorno al proprio asse corporeo. Il motivo, in parte, è che la camminata (lo spostamento bipede a bassa velocità) è la forma di locomozione più elegante e complessa esistente, quella che richiede la più sofisticata forma di coordinazione neuronale-muscolo-scheletrica possibile nel regno animale.
La grandissima maggioranza degli animali nuota, oppure striscia, oppure si sposta appoggiata su più di un paio di arti. Camminare o correre su 4, 6, 8 o 100 zampe è relativamente facile, dato che non occorre un particolare senso dell'equilibrio. Una ridotta minoranza di specie è invece in grado di correre su due zampe, ad esempio, i marsupiali macropodidi (canguri ed affini), varie specie di roditori saltellanti, alcune di scimmie - ma per brevi tratti - e molti tipi di lucertole. L'equilibrio è in parte mantenuto dalla velocità stessa della corsa, in base allo stesso meccanismo fisico che mantiene le biciclette in equilibrio fintanto che sono in moto ad una velocità medio-alta. Ma solo due linee evolutive animali sono capaci di camminare con andatura bipede, ovvero spostarsi a bassa velocità usando solo due gambe, e per lunghi tratti: Hominidae (oggi rappresentati dalla specie delle modelle e dei blogger) e Dinosauromorpha (oggi rappresentati dagli uccelli). Non sappiamo se gli pseudosuchi triassici bipedi come Effigia fossero solo corridori bipedi o anche camminatori bipedi: se anche questi risulteranno capaci di camminata bipede, ciò potrebbe indicare una terza linea in grado di farlo, oppure indicare che tale attributo fosse tipico di tutto Archosauria e non solo del suo ramo Dinosauromorpha.
Struthio maschio adulto e giovane

Se osservate un uccello attuale quando cammina, noterete che esso si muove nello stesso modo delle modelle quando sfilano: ogni piede descrive un moto sinusoidale in cui un passo viene posizionato oscillando attorno una linea ideale passante per l'intersezione del piano sagittale del corpo con il terreno. Negli ominidi questo tipo di locomozione si basa su una riorganizzazione radicale dell'anatomia, che ha letteralmente "raddrizzato" un animale quadrupede a postura suborizzontale per collocare il baricentro esattamente sulla verticale della linea che ho citato prima. Evidentemente, non c'era alternativa... Per permettere la camminata, ovvero il mantenimento dell'equilibrio, il muscolo gluteo, normalmente poco importante nei primati, è diventato enorme. Anche se noi non vi facciamo caso, i muscoli della zona del gluteo e della coscia lavorano continuamente anche quando siamo fermi in piedi, accomodando continuamente, con leggere contrazioni, l'oscillazione del nostro corpo attorno al baricentro. Difatti, noi non siamo mai "veramente fermi" quando siamo in piedi, dato che oscilliamo in modo lieve attorno al baricentro, sotto l'azione concertata dei muscoli della zona di glutei e cosce. Il cervello è così ben adattato a gestire automaticamente questo lavoro, che raramente vi facciamo caso. L'importanza funzionale (quindi evolutiva) di questi muscoli può forse spiegare il perché un gluteo ed una coscia tonici abbiano una tale valenza erotica nella nostra specie, per ambo i sessi, anche se devo ammettere che questa può essere una eccessiva forzatura sociobiologica.
I theropodi, ed in generale tutti i dinosauromorfi bipedi, hanno risolto il problema dell'equilibrio bipede in una forma differente, dato che i loro assi corporei non sono subverticali, ma conservano l'originaria inclinazione suborizzontale dei loro antenati quadrupedi. La soluzione dinosauriana è molto più efficiente di quella ominide, e difatti permette prestazioni locomotorie molto più spinte che nel caso ominide: è impossibile per un essere umano correre alla velocità di uno struzzo, né per l'anatomia umana di evolvere dimensioni paragonabili a quelle dei più grandi theropodi. Un essere umano con una gamba di oltre 3 metri, come Tyrannosaurus, avrebbe una massa corporea di oltre 2 tonnellate (un terzo di quella raggiunta da Tyrannosaurus), un valore insostenibile per nessun disco intervertebrale di una schiena eretta. Nel bauplan ominide l'equilibrio è mantenuto fondamentalmente dal lavoro costante e concertato del sistema dei glutei, specializzati per quella funzione. Va sottolineato che tale adattamento ne ha sacrificati altri, in particolare quelli cursori: per quanto ci esaltiamo delle velocità raggiunte da certi atleti olimpionici, va ricordato che essi a malapena raggiungono un misero 30-40 km/h e lo mantengono per pochi secondi, quando uno struzzo può correre al doppio di quella velocità per molte decine di minuti, e la maggioranza degli esseri umani è incapace di superare una gallina in corsa, dotata di gambe molto più corte delle nostre.
Nei dinosauromorfi l'equilibrio è mantenuto grazie ad un sistema di bilanciamenti tra la zona presacrale e quella caudale, posizionate una anteriormente ed una posteriormente al baricentro posto a livello del bacino. Questo meccanismo permette di non gravare l'intero peso del corpo sulla base della colonna dorsale (come invece accade alle zone lombari delle nostre schiene) e permette di avere un asse corporeo suborizzontale, molto più efficiente dal punto di vista energetico per generare e mantenere un'andatura a velocità medio-alta. Inoltre, non produce tutta quella serie di disturbi fisici diffusi nella nostra specie, come mal di schiena, ernia del disco che, sopratutto con l'avanzare degli anni, colpiscono le nostre bizzarre schiene erette.
In breve, il modello dinosauriano è progettato molto meglio del modello delle modelle per fare quello che fanno le modelle.
Con buona pace dei fautori del disegno intelligente.



16 settembre 2012

Ornithic-lestes


Ecco cosa accade quando un gabbiano ruba una videocamera accesa.

15 settembre 2012

Il mio "eroe theropodologico"

Io non sono tra quelli che hanno la necessità di avere degli "eroi" o dei "santi patroni", e sopratutto non mi sono mai considerato tra coloro che hanno sentito in sé la vocazione paleontologica perché ispirati da qualche "guru" più o meno patinato, più o meno stereotipato ed "ufficiale". Difatti, non a caso io non ho mai provato attrazione per il modello "classico" che domina nella mia disciplina: il paleontologo rude, maschile, nordamericano, insomma quello alla "Alan Grant", così massicciamente inculcato dal filone principale della paleontologia pop. Sia chiaro, ho grande simpatia per i vari Bakker, Horner et similia, ma non è per loro che andrebbe quel genere di sentimento che chiamiamo "devozione", se io mai dovessi provarlo per qualcuno che ha contribuito al progresso della paleontologia dei dinosauri. 
Per mia inclinazione, mi affascinano molto più i personaggi non-convenzionali, non-stereotipati, che ti coinvolgono proprio per il loro non essere riconducibili alla "vulgata", alla visione uniformata ed uniformante che plasma le "chiese" di ogni tipo.
Se proprio dovessi avere un eroe paleontologico, quindi, preferirei averlo in una donna, se non altro per una mera questione di gusti estetici. Al pari di un poeta trecentesco, sento che il viso di una donna mi ispira molto più di una faccia barbuta. E se poi quella stessa donna è anche una persona di rara intelligenza e valore proprio nella disciplina che più amo e alla quale dedico la maggioranza delle mie energie e passioni, allora forse anche io posso concedermi il vezzo di avere un mito.
Oggi, sarebbe stato l'ottantaduesimo compleanno di colei che considero la più grande theropodologa (ovvero "paleontologa specializzata in theropodi non-aviani") esistita, Halszka Osmólska (1930-2008).
Membro delle leggendarie spedizioni polacche nel Gobi nella fine degli anni '60, è l'autrice degli studi che istituirono taxa ormai mitici come Deinocheirus mirificus, Gallimimus bullatus (che, assieme alla monografia di Ostrom su Deinonychus, rappresenta a tutti gli effetti il primo vero studio su un dinosauro realizzato secondo gli standard attuali di dettaglio morfologico-comparativo), Elmisaurus rarus, Hulsanpes perlei, Bagaraatan ostromi, Borogovia gracilicrus, Tochisaurus nemegtensis, coautrice dell'articolo che istituisce Nomingia gobiensis, co-autrice della prima dettagliata descrizione del cranio di Velociraptor, per prima ad avere riconosciuto che gli oviraptoridi erano ben distinti dagli ornithomimidi e che Caenagnathus fosse affine ad Oviraptor e non fosse un aviano, editore di entrambe le edizioni del volume più importante della dinosaurologia mondiale ("The Dinosauria"), editore di Acta Palaeontologica Polonica, direttrice dell'Istituto di Paleobiologia dell'Accademia delle Scienze Polacca, oltre che autrice di studi nel campo degli ornithischi e dei trilobiti. A lei sono stati dedicati quattro taxa, tra cui due theropodi: Velociraptor osmolskae e Citipati osmolskae.
Credo che questi motivi bastino per giustificare l'immensa stima che provo per lei.


14 settembre 2012

Studi theropodologici dalla Riunione della Associazione Paleontologica Argentina 2011

L'Argentina è una delle "superpotenze theropodologiche" grazie al suo straordinario patrimonio paleontologico, e probabilmente la nazione con la più estesa registrazione dell'evoluzione mesozoica dei dinosauri, dal Triassico Medio fino alla fine del Cretacico. Oggi ho potuto leggere i riassunti degli interventi dello scorso Congresso della Associazione Paleontologica Argentina, tenutosi tra il 23 ed il 25 novembre 2011 a Luján, e raccolti in un numero speciale di Ameghiniana.
In questo post parlo dei contributi più interessanti sul piano theropodologico. 
Una precisazione importante per coloro che sono poco pratici di abstract tratti da conferenze: questi non sono articoli scientifici "completi", ovvero dettagliate pubblicazioni soggette a revisione paritaria, ma riassunti di ricerche in atto che potranno in futuro diventare articoli scientifici "veri e propri". Pertanto, è possibile che parte di ciò che viene citato in questo post sarà rivisto o modificato in futuro nella forma "definitiva" dell'articolo che, si presume, discenderà da questi riassunti. Da notare che alcuni abstract sono nel frattempo diventati articoli veri e propri (ad esempio, quello di Lio et al. sulla revisione di Kemkemia - di cui sono coautore - e quello di Rauhut e Pol su un nuovo abelisauride basale, che poi è stato pubblicato come Eoabelisaurus).

13 settembre 2012

Theropoda: dal post al poster!

Con grande piacere, ieri sera ho saputo che il mio post sul SETI è stato selezionato tra quelli che saranno esposti in forma di poster al IV Congresso della International Academy of Astronautics che si terrà a fine mese nella Repubblica di San Marino!
Per l'occasione, il post, che era inizialmente privo di immagini, è stato impreziosito da 2 opere di Troco, come sempre magistrale Pittore del Tempo Profondo. Le sue due opere saranno parte anche del poster esposto al Congresso. 

Ho sempre cercato di essere polieadrico e interdisciplinare, e di non fossilizzarmi solamente sui miei amati theropodi fossili, quindi ricevo questa notizia con doppio piacere.
Ringrazio Annarita Ruberto che mi ha invitato a partecipare al Carnevale unificato di Chimica e Fisica, da cui sono stati tratti i post che diverranno poster.

12 settembre 2012

Forma Sublime

La rivoluzione informatica nella quale siamo immersi (e nella quale ci stiamo immergendo sempre più) è talmente rapida che solo un decennio fa, aldilà di facili battute numerologiche, sembra un altro secolo.
L'avvento delle fotocamere digitali ha reso le pellicole fotografiche un “vvv”, un vecchio vestigio vintage. Eppure, almeno nel mio caso, quasi tutte le fotografie vecchie di almeno 5 anni sono ancora care vecchie pellicole, quelle che, trascurando le bizzarre sette della Polaroid, si stampavano da un maniscalco ormai desueto e marginalizzato per la nicchia del wedding-planning noto come “fotografo”.
Nella maggioranza dei casi, le vecchie foto dell'era pre-digitale sono “atemporali”. Alcune, una minoranza, presentano sulla faccia inferiore una data, corrispondente a quella di stampa, la quale, comunque, non corrisponde esattamente al momento in cui tali immagini si impressero sulla pellicola. Altre, ancor più minoritarie, appartenenti a quella fase di transizione tra il Paleozoico fotografico ed il Cenozoico digitale, presentano una orribile data in caratteri digitali impressa sulla stessa foto. Ammetto senza remore di detestare quella soluzione, che deturpava la foto e la rendeva “fredda”, se non altro perché ricorda i fotogrammi di certi film fantascientifici anni '80 (come “Terminator” e “Robocop”) in cui, inspiegabilmente, il robot/androide/cyborg di turno ha un punto di vista letteralmente sovraimposto ad una schermata di computer, con puntatori, calibri e ridicole sovrascritture come “target” e “unknown” (che senso ha per un robot di “leggere” sulla propria visuale i concetti che deve elaborare?).
Immaginate di essere un meticoloso fotografo dilettante dei bei tempi andati, pre-digitali, il quale abbia una ampia raccolta delle foto del proprio figlio, dalla nascita al giorno della agognata laurea. Le foto sono raccolte per ordine cronologico, ma nessuna ha un'indicazione della data, né sul retro né, per fortuna, sulla foto stessa. Le foto sono raccolte in scatoloni, tutti impilati in uno sgabuzzino. Immaginate che un giorno, il colossale e maldestro alano del nostro fotografo, una femmina di nome “Matilde”, entri nello sgabuzzino e con la tipica noncuranza dei cani di quella mole rivolti completamente l'intera raccolta di fotografie, rovesciandola a terra. Dopo di che, interviene il gatto di casa, di nome “Gatto” (non so il perché del nome), a completare il disastro, giocando con le foto, mangiucchiandone alcune, facendone slittare altre sotto il vecchio ed irremovibile armadio della prozia, e di fatto disperdendole in modo del tutto caotico nel pavimento del corridoio. In breve, l'intera raccolta di foto è stata stravolta, ed il suo ordine originario perduto.
Come potrebbe il nostro sciagurato fotografo rimettere ordine alle foto?
In parte, potrebbe affidarsi alla memoria diretta (“questa foto è stata scattata nel 1978, perché questo tipo di pellicola non si produce più dal 1979”), anche se è improbabile che un uomo normale abbia in memoria l'esatta sequenza delle foto che ha scattato, sopratutto se il numero di queste è, nel nostro ipotetico caso, molto elevato. Il modo più rapido ed efficace per cercare di ristabilire un ordine nelle foto sarebbe quello di basarsi sulle immagini presenti, correlandole in base ad un criterio. Ad esempio, se le foto sono in maggioranza focalizzate sul proprio figlio, sarà saggio ordinarle in gruppi in base alla “forma” del figlio come appare nelle foto. Le foto dove esso è palesemente un infante formeranno un gruppo, quelle dove è ancora caruccio e pettinato in un altro gruppo, quelle dove è brufoloso e coi capelli lunghi in un altro gruppo, e quelle con la cravatta e una pergamena in un altro ancora... Una volta stabiliti criteri così grossolani, si procederebbe a stabilire ulteriori sotto-gruppi: il caro bisnonno Alfio ci ha lasciati prima che nostro figlio imparasse a camminare, quindi le foto col bisnonno sono raggruppabili in un gruppo intermedio tra quelle “infante” e quelle “bambino pettinato bene”. La prima gatta “Felix” era presente prima che nostro figlio si iscrivesse all'università, quindi è probabile che le foto in cui compare Felix possano separare un sottogruppo “capellone brufoloso pre-università” da un “capellone brufoloso universitario”. E così via, tanti più dettagli si useranno per discriminare le foto, tanti più gruppi e sottogruppi si potranno individuare.
Alla fine, il nostro sciagurato fotografo, dopo aver lasciato Matilde e Gatto in giardino, e speso 10 ore a rimettere in sesto le sue foto, avrà probabilmente assemblato un qualche pattern generale con cui ordinare le fotografie, uno schema ramificato, in cui le foto, raggruppate in base alle caratteristiche simili condivise, formeranno gruppi, e poi gruppi di gruppi, e poi gruppi di gruppi, fino al gruppo totale, che comprende tutte le foto... perlomeno quelle sopravissute alle catastrofiche incursioni di Matilde e Gatto. Noteremo immediatamente che non tutte le foto presentano sempre gli stessi soggetti: a volte è presente il figlio soltanto, altre volte con la sorella, altre volte con i cugini, o con la zia, o con i compagni di scuola, e non sempre con gli stessi compagni. In breve, alcuni raggruppamenti potrebbero non mostrare fasi di una singola storia, ma piccole storie secondarie emerse dal confronto delle foto. Sarebbe quindi una struttura ben più articolata della semplice serie di foto di una sola vita, qualcosa che, nella sequenza originaria, prima dell'arrivo devastante di Matilde, forse non emergeva nella sequenza ordinata di foto raccolte nello sgabuzzino.
Lo schema prodotto, quindi, potrebbe avere una forma complessa e non molto diversa da questa. All'estremità di ogni linea sarebbe una o più fotografie.

Abbiamo ricostruito la serie storica delle foto?
No, perché il sistema di raggruppamenti non ha ancora al suo interno una “linea del tempo”, ma soltanto una serie di legami basati sulle reciproche somiglianze. Come possiamo stabilire il “tempo” in queste foto? Un modo sarebbe di prendere un punto della struttura, assumerlo come “radice” dell'intera struttura e definire come “passato” qualunque direzione che porti a quel punto, e “futuro” qualunque direzione che ci allontani da quel punto. E quale punto scegliamo come “radice”? Le foto non possono dirci questo. Dobbiamo decidere noi, in base ad un criterio valido, robusto, e non vincolato alle caratteristiche delle foto, il criterio per cui una foto sia da considerare “radice” della struttura. Nell'insieme di tutte le foto, una soltanto mostra il figlio del fotografo all'interno di una culla ospedaliera, palesemente neonato, con gli occhi ancora chiusi, la faccetta raggrinzita e l'inconfondibile fascettina al polso come quelle che mettono ai neonati. Quella foto è la radice della struttura, e definisce sia il verso del “passato” che quello del “futuro” per qualsiasi traiettoria noi volessimo seguire per percorrere la serie di fotografie che abbiamo faticosamente (tentato di) ricostruire.
Pertanto, la stessa forma iniziale, priva di radice, ora si può ridisegnare in questo modo.

Si tratta della stessa forma che abbiamo visto prima, con l'aggiunta del “passato” e del “futuro” definiti appunto come distanza lungo la struttura dalla foto che abbiamo scelto come “radice” (in questo caso, il punto al centro della spirale, corrispondente al rametto posto più in basso e a destra nella prima figura).
Questa nuova sequenza ci permette, in modo approssimativo ma abbastanza fedele, di ripercorrere la storia testimoniata dalle foto, e persino di riconoscere sotto-storie prima non evidenti nelle foto. Perché ogni storia, dopo tutto, è un processo ben più complesso di quello che le nostre narrazioni vorrebbero imporre. Sovente, nel tentativo di ripercorrere le serie storiche, se ci sforziamo di basarci su tutti i fattori presenti, e non solo sul dettaglio a noi più caro, come può essere la vita di nostro figlio, otteniamo qualcosa di più ricco di quello che volevamo trovare, nonostante che, forse, tale ricerca sia partita proprio per capire quel dettaglio specifico a noi caro.

Inutile che vi dica che le due immagini non sono disegnate a caso, ma sono il grafico “senza radice” e “con radice” della filogenesi studiata con Megamatrice, così come esse emergono dalla visualizzazione grafica del risultato dell'analisi della distribuzione degli oltre 1500 caratteri definiti in oltre 300 taxa di dinosauromorfi mesozoici. Nel primo caso è un'enigmatica simmetria, nel secondo un elegante frattale.
Che sia la storia di una famiglia umana o quella dei Theropodi, i principi generali con cui tentiamo di dare un senso alla mole di informazioni che li caratterizzano non cambiano molto.

11 settembre 2012

Coming Soon: Forma Sublime

Cos'è questa forma?
Non è un quiz, ma solo un'anticipazione.
Prossimamente, su Theropoda.

10 settembre 2012

Ogni tanto è bene ripassare l'ABC...

Ogni tanto, sento l'esigenza di ripostare questo testo, perché con cadenza regolare mi accorgo di quanto questo blog (inteso come temi e modi con cui sono affrontati) sia frainteso, generando inutili battibecchi.
Pertanto, se dovessi rispondere alla duplice domanda su cosa sia Theropoda e perché sia così...

09 settembre 2012

Abuso di nomi, deficit di concetti

Questo post si ricollega al precedente che aveva parlato di nomi vernacolari vs tecnici
Sta diventando abbastanza di moda, tra blogger e semplici appassionati, di chiamare gli uccelli viventi con il termine "dinosauri". Si può dire che questo modo di esprimersi sia molto "trendy".
Invece che dire, ad esempio "nelle città vivono molti uccelli" si usa "nelle citta vivono molti dinosauri". Oppure, "i dinosauri cinguettano al mattino". Oppure, "prima che il dinosauro canti tre volte..." e cose simili.
Sono fermamente contrario a questa nuova moda. 
A prima vista posso sembrare contraddittorio, dato che questo blog parla per almeno 1/3 del suo tempo del legame tra uccelli e dinosauri mesozoici, dell'origine dinosauriana degli uccelli e del fatto che Aves sia un sottoclade di Dinosauria, o si sia speso tanto a mostrare che la maggioranza delle caratteristiche "aviane" siano di fatto "dinosauriane". Io stesso ho usato espressioni come "dinosauri da cortile" come titolo di una mia presentazione divulgativa.
Il fatto è che bisogna distinguere tra le situazioni, e tra i contesti in cui le parole sono usate.
Se io parlo per 30 minuti ad un pubblico generalista del legame tra uccelli e dinosauri, e spiego nel dettaglio (in modo adatto alle conoscenze del pubblico) perché gli uccelli siano di fatto un tipo di dinosauro, sto inserendo la mera frase "dinosauri da cortile" in un contesto concettuale più ampio ed articolato, la sto "spiegando", la sto rendendo comprensibile e giustificata. La frase non è quindi solamente "suono", ma anche concetti, spiegazione, motivazioni, esempi ed immagini esplicative. Pertanto, la frase menzionata ha un senso.
Se invece mi limitassi a dire in pubblico, o in rete "gli uccelli sono dinosauri, quindi nella gabbietta di Titty cinguetta un dinosauro", senza mostrare i motivi di tale frase, sto solo abusando di retorica.
I termini, le parole, sono stati creati per uno scopo, quello di comunicare, di trasmettere concetti.
Se prima di usare una parola si dimentica di spiegare il concetto, allora non si sta comunicando, ma si sta solo giocando con le parole, si sta facendo un sofismo.
Parlare al pubblico con espressioni come "nel pollaio razzolano i dinosauri" oppure "in Antartide oggi vivono tanti dinosauri" senza aver fornito al pubblico il perché Aves sia una ramificazione di Dinosauria, senza aver mostrato alcune prove evidenti di tale legame, si sta solamente abusando delle parole, probabilmente per apparire "trendy", per risultare "originali". Si sta scivolando nel pantano del conformismo: "siccome lo dicono tutti, ed è cool, lo dico anche io"... e poco importa se io non saprei spiegare il motivo di tale frase.

Ritengo inutile usare nel linguaggio comune la parola "dinosauro" quando in quella stessa frase la parola "uccello" è già perfettamente idonea al discorso. Se sto parlando di temi strettamente ornitologici, come la migrazione annuale delle rondini, è inutile, se non ridicolo, dire che "ogni autunno i dinosauri migrano a sud", dato che la frase "ogni autunno gli uccelli migrano a sud" è già perfettamente idonea al discorso, spiega perfettamente il senso di ciò che voglio esprimere, e sicuramente è più chiara alla maggioranza delle persone.
Qualcuno obietterà che stiamo vivendo una fase di "transizione culturale" e che bisogna favorire la diffusione nel pubblico di un concetto scientificamente valido come "gli uccelli discendono dai dinosauri", e che per farlo occorrano anche espedienti retorici come "abusare" della parola "dinosauro" anche dove forse non è necessaria.
Trovo una simile giustificazione una scusa, una scusa molto miope.
In base allo stesso ragionamento, dovremmo allora smettere di usare la parola "persona" o "essere umano" e iniziare a dire "ominoide" oppure "arcontoglire", dato che, di fatto, gli esseri umani sono anche ominoidei e "arcontogliri". E perché allora non smettiamo di usare "cane" e chiamiamo il nostro cucciolo "sinapside"? E perché non smettiamo di chiamare il nostro caro anziano "nonno" e non lo chiamiamo "eumetazoo"? Dopo tutto, il nonno è pur sempre un eumetazoo, esattamente come un uccello è un dinosauro. E direi anche che dovremmo smettere di chiamare noi stessi col nostro banalissimo nome, ed usare un termine più inclusivo: se per caso qualcuno vi chiama per nome, ricordategli che voi siete prima di tutto dei deuterostomi e quindi sarebbe ideale che vi chiamino in quel modo, non certo con il banale e poco trendy nome proprio di persona che i vostri genitori vi hanno imposto.
Vi paiono esagerazioni? Assurdità? Eppure, chi abusa della parola "dinosauro" ogni volta che potrebbe tranquillamente dire "uccello" compie la stessa esagerazione.

Pertanto, suggerisco di usare il termine adatto al contesto relativo di ciascuna frase, e di evitare di forzare la parola "dinosauro" solo perché attualmente è molto trendy usarla a sproposito.
Che gli uccelli siano membri di Dinosauria è un profondo concetto scientificamente fondato, risultato di decenni di studi ed indagini in paleontologia, zoologia, fisiologia e anatomia: evitate di banalizzarlo con frasi ad effetto il cui reale contenuto e significato, slegati dalla complessa teoria sottostante, risultano perciò ridotti a vuoto "slogan", facilmente ridicolizzabile, a tutto vantaggio della retorica anti-evoluzionista.

Ora mi affaccio a salutare la mia amica civetta, che come ogni mattina canta sul tetto di fronte al mio.

08 settembre 2012

MPM 2594 in dettaglio

Per chi fosse interessato, mostro una foto a colori ed ad alta risoluzione di MPM 2594, in vista laterale.
Qui sotto, la stessa foto con indicati i margini delle varie faccette articolari preservate.
Notare che la faccetta prefrontale è trapezoidale, è separata da quella lacrimale da una lamina verticale, e presenta una sutura interdigitata nella sua parte anteroventrale. La faccetta lacrimale ha il suo punto di massimo spessore nella parte anteriore, come in Eocarcharia e Shaochilong ed a differenza di quanto si osserva nei carcharodontosaurini. L'angolo posteroventrale della faccetta lacrimale è danneggiato, ma in ogni caso ciò non incide sulla forma complessiva della faccetta. Notare la forma semicircolare del margine dorsale della faccetta lacrimale. Una ridotta incisura orbitale indica l'unica zona in cui il frontale partecipava al margine dell'orbita con una superficie non-articolare (il resto era occupato dalle faccette lacrimale e postorbitale). Sebbene poco visibile in questa immagine, la superficie dorsale ha una forma "a sella".

07 settembre 2012

T. rex vs Schwarzy...

Da qualche tempo, in rete circolano dei meme come quello qui sopra.
Tutti ruotano attorno alla patetica figura di un tyrannosauro (più o meno stilizzato e più o meno caricaturale) che si trova in situazioni nelle quali le sua braccia sono ridicolmente inutili, se non dannose.
Sarò il solito antipatico, ma a me queste vignette non fanno per niente ridere. Anzi, le trovo stupide e segno di una evidente limitatezza mentale. E non lo dico da "theropodologo" snob che non vuole vedere i suoi beneamini panaviani presi in giro (l'ironia intelligente è altro), ma perché vedo in queste vignette, aldilà del fatto che siano "dedicate" ad un theropode, una tipica manifestazione della limitata capacità umana di veder oltre il proprio punto di vista. 
Tyrannosaurus è sovente citato come un paradosso evolutivo, per via delle sue braccia molto corte e ridotte, rispetto alla massa corporea. In Homo, le braccia sono molto più lunghe e hanno in proporzione una maggiore massa muscolare che in Tyrannosaurus. Ma ciò è dovuto solamente al diverso adattamento generale tra i due animali. Homo è una scimmia arboricola, un bipede molto recente che solo da pochi milioni di anni ha smesso di girare per i rami usando anche le braccia e ha co-optato le sue braccia (e le mani in particolare) ad altre funzioni. Tyrannosaurus è un bipede assoluto, e la sua linea evolutiva è stata bipede per circa 180 milioni di anni, ovvero da circa 30 volte più tempo di quella di Homo. Nella storia dei Theropoda esistono numerose variazioni sul tema "come usare le braccia", con forme che hanno ridotto la componente muscolare rispetto ad altri distretti (in particolare, la zona testa-collo), mentre altre hanno sviluppato tale distretto. In generale, ogni forma appare ben adattata a particolari adattamenti, nel senso che l'intero corpo, nella sua totalità, doveva essere efficiente, pena l'estinzione. In quanto coelurosauro gigante predatore, Tyrannosaurus non discende da quadrupedi arboricoli, ma da forme prettamente cursorie nelle quali la testa ed il collo erano la principale struttura adibita alla prensione e manipolazione del cibo: pertanto, il processo evolutivo che porta a Tyrannosaurus ha co-optato un'altra parte del corpo per assolvere quelle funzioni che noi ominidi deleghiamo alle braccia: il collo e la testa. Ovvero, Tyrannosaurus ha un "braccio" singolo ma altamente funzionante, ed è il complesso muscolo-scheletrico dato dal mix di mandibole e vertebre cervicali.
Torniamo quindi al paragone tra noi ed il "patetico T. rex", ma questa volta in modo onesto, confrontando le parti del corpo che assolvono a funzioni analoghe, i "bracci effettivi". Provate a confrontare la muscolatura del "braccio" effettivo di Tyrannosaurus con quella del braccio effettivo di un Homo, persino uno iper-vitaminizzato e palestrato come il mitico Arnold Alois Schwarzenegger dei tempi giovanili.
E ditemi chi è davvero il patetico incapace tra i due...
Muscolatura del "braccio effettivo" di un comune Tyrannosaurus paragonata ad un misero Homo molto muscoloso (modificato da Snively and Russell 2007). I due animali sono alla stessa scala.
Pertanto, la prossima volta che vedremo una vignetta/meme con il solito Tyrannosaurus "impedito" proviamo a pensare che, forse, esso avrebbe usato collo e mandibole per fare quello che noi faremmo con le braccia... e che prima di ironizzare sulle braccia altrui, dovremmo ironizzare sulle scarse capacità empatiche dei nostri cervelli autoreferenti.

Bibliografia:
Snively E. and Russell A.P. 2007. Functional variation of neck muscles and their relation to feeding style in Tyrannosauridae and other large theropods. The Anatomical Record 290: 934-957.

05 settembre 2012

MPM 2594: ora è ufficiale!

Da oggi, l'articolo che descrive MPM 2594 è pubblicato ufficialmente (Cau et al. 2012)!

Bibliografia:
Cau A., Dalla Vecchia F.M., and Fabbri M. 2012 - Evidence of a new carcharodontosaurid from the Upper Cretaceous of Morocco. Acta Palaeontologica Polonica 57(3): 661-665. doi:10.4202/app.2011.0043

03 settembre 2012

"Dinosauri" - Il libro ideale: la parola ai lettori!

In varie occasioni ho ricevuto domande dai lettori su quale (o quali) libro sui dinosauri consiglierei loro di leggere, specialmente in lingua italiana (se esiste). In altre occasioni ho invece espresso le mie opinioni su come io vorrei che un libro sui dinosauri fosse strutturato e improntato.
In questo post invece voglio sentire le vostre opinioni.
Cari lettori, se poteste scegliere, che libro vorreste?
Come dovrebbe essere? Cosa dovrebbe darvi?
In breve, fatemi sapere la vostra idea su un libro che, se esistesse, voi acquistereste volentieri.

La mamma del dinomaniaco è sempre incinta

Dramma di un profeta in patria (internautica).
Un uomo studia una vita, e lavora sodo, si applica tanto per la causa in cui crede, quella della divulgazione seria e matura, e per liberare i dinosauri (ed in particolare, i theropodi) dallo stereotipo muscolare e dall'ossessione per le dimensioni superdotate...



... e poi scopre questo:

Tutti gli stereotipi della dinomania classica, condensati in un minuto, e scaricati su una mia ricerca, una serie di miei post, una mia illustrazione!

TUTTO INUTILE!
A questo punto, potrei davvero pensare di chiudere con i theropodi e dedicarmi a discipline immuni dalla popolarizzazione, come i graptoliti, o a tematiche uber-noiose immuni dalla ben che minima attrattiva nel pubblico, come la ciclostratigrafia del Messiniano*...

*Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente CAUsale.

A parte le battute, in fondo fa piacere scoprire che qualcuno attinge dalle tue ricerche per creare un video su YouTube... che stravolge totalmente il senso delle tue ricerche.

02 settembre 2012

Jurassic Park Meme


Ispirato dall'uso di questa foto che ho visto online, ho creato un meme che gioca sul doppio significato della parola "park" in inglese.
Il gioco di parole è perfetto in inglese, mentre in italiano si perde.

Ornitholestes: ascesa, declino e rivincita di un'icona (1903-2012)

L'Ornitholestes di Knight

I grandi paleontologi riescono a cogliere nel segno anche quando sbagliano.
A Henry Fairfield Osborn, signore incontrastato della dinosaurologia americana di cento anni fa, dobbiamo nomi di icone ormai intramontabili, come Tyrannosaurus, Velociraptor, Oviraptor. Alcuni di questi nomi hanno generato miti ormai divenuti classici della paleontologia, come l'ormai notissima tragedia oviraptoriana della madre che rubò le uova dei propri figli, per poi scoprire di essere un padre... (insomma, un mix di mito greco e scandinavo). 
Un altro mito iconografico e nominale creato da Osborn, da lui poi ripudiato, è tornato in auge, in modo inatteso, in questi giorni.
Nella pubblicazione che istituì Ornitholestes, letteralmente "il ladro di uccelli", un coelurosauro basale dal Giurassico Superiore degli USA, così Osborn giustificò la scelta del nome:
"The most distinctive feature is the narrowing of the manus
and the great elongation (0.172 m.) of the metapodials and
phalanges of the second digit, suggesting the rapid grasping
power of agile and delicate prey
. This feature, combined
with the prehensile character of the somewhat enlarged anterior
teeth, the extreme lightness of the skeleton, the cursorial
structure of the hind limbs, the balancing power of the
tail, suggest the hypothesis that the animal may have been
adapted to the pursuit of the Jurassic birds
; in allusion to
this supposed habit the genus may be named Ornitholestes, or
'bird robber,' as suggested by Dr. Theodore Gill."

(Osborn 1903)
Osborn quindi interpretò Ornitholestes come un predatore specializzato nella caccia dei primi uccelli. In seguito, una rivalutazione dell'anatomia di questo theropode portò Osborn a rigettare questa interpretazione (Osborn 1917), che aveva così profondamente inciso sul nome attribuito al fossile. Nel frattempo, tuttavia, gli artisti erano entrati in azione, imponendo la potenza della suggestione iconografica come definitiva consacrazione della primigenia idea osborniana. Fu così che nacque, attorno agli anni '10 del XX secolo, l'immagine più famosa di Ornitholestes, quella del rapace saltatore immortalato da Charles Knight nell'atto di ghermire un uccello primitivo, e che apre questo post. Ed anche se Osborn, il paleontologo, abbia poi rinnegato quella immagine, l'icona di Knight si è imposta nella mente del popolo dei paleo-appassionati in maniera più pregnante.
Chi ha ragione? Il primo Osborn, quello del 1903, immortalato da Knight, e quindi il "ladro di uccelli", o il successivo Osborn, quello del 1917, che vedeva Ornitholestes più come un precursore degli ornithomimidi (qui intesi come coelurosauri sdentati e non-predatori)?
La saga di Ornitholestes, ed il destino della sua iconografia, si fa intricata durante il XX secolo, quando in più occasioni viene sollevato il dubbio su cosa fosse Ornitholestes: un taxon reale? un sinonimo di Coelurus? La questione non ha trovato soluzione per oltre un secolo dalla istituzione del genere, fino a Carpenter et al. (2005a, b) che risolvono tutto con due mosse:
-Ornitholestes è valido ed è distinto da Coelurus (Carpenter et al. 2005a).
-L'Ornitholestes di Osborn (1903) è una chimera, formata dal "vero" Ornitholestes al quale però va rimossa la mano, che è ora attribuita ad un nuovo coelurosauro (basato su resti scoperti in seguito), Tanycolagreus (Carpenter et al. 2005a, b).
Il secondo risultato è molto interessante per la storia dell'icona del "ladro di uccelli", perché se rileggete in alto la citazione da Osborn (1903) noterete che ciò che più di ogni altro dettaglio indusse Osborn a battezzare il nuovo theropode come "ladro di uccelli" fu la morfologia della sua mano. Ma la mano di Ornitholestes ora non appartiene ad Ornitholestes, bensì a Tanycolagreus!
Pertanto, anche se in un modo contorto e quasi bizantino, sembrerebbe che, alla fine, il secondo Osborn, quello del 1917, abbia ragione: non c'è motivo per ritenere Ornitholestes un ladro di uccelli. A ben vedere, tuttavia, non è tanto il secondo Osborn ad avere ragione, quanto il primo Osborn ad avere torto: la mano "da predone di uccelli" infatti, qualsiasi funzione svolgesse, comunque non appartiene al "ladro di uccelli" da lui battezzato. 
Trovo ciò perversamente ironico.
Eppure, aldilà delle mere disquisizioni sul nome e sullo status di Ornitholestes, sembra che sia arrivato il lieto fine per la saga del "ladro di uccelli". 
Infatti, Osborn, pur nel suo errore particolare, di attribuzione della mano, aveva visto giusto sul piano generale: come mostrato dalla recente pubblicazione di un Sinocalliopteryx con i resti di due confuciusornithidi nella cavità addominale, ora abbiamo evidenze dirette che i coelurosauri basali, aventi una morfologia generale che per la prima volta fu descritta in Ornitholestes, erano predatori di uccelli (Xing et al. 2012).
Sinocalliopteryx, novello ladro di uccelli. Illustrazione realizzata da Cheung Chungtat inclusa in Xing et al. (2012)

Pertanto, alla fine, la primigenia intuizione di Osborn, sul coelurosauro basale predatore di uccelli, proprio quello immortalato da Knight, ha avuto la sua rivincita nei fossili: ed è questo ciò che conta in paleontologia.

Bibliografia:
Carpenter K, Miles C, Ostrom JH., Cloward K (2005a). Redescription of the Small Maniraptoran Theropods Ornitholestes and Coelurus. In Carpenter, Kenneth. The Carnivorous Dinosaurs. Life of the Past. Indiana University Press. pp. 49–71.Carpenter K, Miles, C, Cloward K (2005b). New Small Theropod from the Upper Jurassic Morrison Formation of Wyoming. In Carpenter, Kenneth. The Carnivorous Dinosaurs. Life of the Past. Indiana University Press. pp. 23–48. 
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